28/02/2011 - SWANS + WOODEN WAND – SAN FRANCISCO @ The Regency Ballroom - San Francisco (Stati Uniti)

Pubblicato il 09/03/2011 da

A cura di Mattia Alagna

Dopo i Godspeed You! Black Emperor, San Francisco ospita un’altra reunion di quelle imperdibili, alla quale Metalitalia.com ha deciso di non mancare. Dopo quattordici anni di silenzio torna a calcare i palchi di tutto il mondo una di quelle band che fin dall’inizio degli anni ottanta ha definito, forgiato e imposto alle orecchie di mezzo mondo un sound alieno e indecifrabile, il cui appeal ambiguo e seduttore ha sottomesso negli anni migliaia di gioavani metallari che sono poi divenuti leader nel mondo dell’industrial, del doom, del post-rock e del post-metal. Michael Gira e compagni in quasi trent’anni di carriera hanno fatto del noise, della no-wave e del post-punk newyorkese un’arma “heavy” nuova e invincibile, che il mondo del metal non ha aspettato molto a brandire per poi utlizzare in mille altre forme diverse di distruzione sonica. Distruzione che gli Swans dopo tanti anni di assenza ci ripropongono finalmente nelle sue vesti “originali”, direttamente per mano e per bocca dei suoi stessi creatori.


 

WOODEN WAND

La serata si apre con la performance validissima, ma lontanissima dalle sonorità che normalmente trattiamo in queste pagine, dei freak-folker Wooden Wand. La band di Jackson Jess Toth (marito di Jessica Toth, o Jex Toth, l’uncio legame che la band sembra avere con la musica “pesante”) si fa valere e apprezzare dal vivo, proponendo il proprio malinconico e sognante country-folk minimalistico e retrò alla Tom Waits. La band si avvale “solo” di tre chitarre elettriche senza distorsione, creando una sorta di mini wall of sound, e il risultato è davvero niente male e anche molto particolare. Al resto ci pensano le magnetiche e vibranti vocals di Toth, che a tratti ricordano i momenti più bui di Elliot Smith, evocando spettri e demoni (sonori e non) molto comuni nel mondo del blues e del folk acustico americano.

SWANS

Gli Swans impiegano oltre trenta minuti ad apparire sul palco dopo l’inizio del loro set, che è durato due ore, forse due ore e mezzo. In realtà infatti nessuno ha ben capito quando o a che ora il set è iniziato, perché il feedback assordante e costante che ha introdotto la band sembra essere sbucato dal nulla senza farsi notare, e quando il pubblico si è accorto che stava succedendo qualcosa di incombente, ormai il rumore era pressoché assordante e fottutamente greve. Questo feedback non era altro che il violino elettrico di Thor Harris, lanciato in un loop di delay senza fine, e a un volume veramente da manette. Dopo trenta minuti in cui il pubblico è costretto a subire un tormento simile, fanno il loro ingresso campane e xilofono, sempre suonate da Harris, ma con l’aiuto del batterista Phil Puleo, che intanto senza farsi notare è apparso sul palco ancora avvolto dalle tenebre. Dopo altri quindici minuti cominciano ululare synth e le tastiere. Passano altri dieci minuti di feedback assordante, quando Puleo finalmente decide di sedersi dietro la batteria e si fanno vivi anche il basso bruciante di Chris Pravdica e la chitarra sferragliante dello storico chitarrista Norman Westberg. A feedback si aggiunge nuovo feedback e l’aria all’interno del Regency ormai sembra essere fatta di chiodi. E’ a questo punto che il sound degli Swans comincia a girare a pieno regime, ma manca ancora Michael Gira all’appello: quando lo storico chitarrista/cantante appare sul palco sembra essere immediatamente in ottima forma, ed è ormai in corso una carneficina sonora, che con le prime note di “Half Life” sta già decapitando le prime file del pubblico. Prima di entrare nel vivo con "No Words/No Thoughts" dal bellissimo come back album “My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky”, Gira prende il microfono e, indicando la platea, dice al tecnico delle luci: “ferma quelle luci, lasciale così, voglio poter guardare tutti negli occhi questa sera”. Una vera dichiarazione di intenti, perché per tutta la durata dello show Gira non ha voluto fare sconti a nessuno. Si susseguono, una dopo l’altra, delle mazzate soniche al limite del sopportabile, canzoni che sembrano vivere di energia nuova quando proposte dal vivo, e che resuscitano, tramite una valanga di watt scorticante, un dolore che è ormai vecchio di trent’anni che non si è mai placato, e che ha ancora tanta voglia di urlare e farsi sentire. “Jim”, “Eden Prison”, "Big Strong Boss”, “Clay Man”, “Greed” e “Butcher” sono solo alcune delle mazzate che Gira e compagni riversano su un pubblico che ormai non capisce più se sta apprezzando confusamente o soffrendo di piacere. Il sound Swans è veramente unico, e nella sfera live è anche tremendamente rivelatore, e mostra un modo e una mentalità di concepire il suono e la composizione musicale che nessuno ha mai osato far diventare realtà. La forma canzone è distrutta, le ritmiche deformate e piegate ad un martellante e incessante bombardamento di rumore. Un battito primordiale che pesta le teste del pubblico giù, sempre più giù nel terreno. Dal cemento di New York è nata questa musica, e al cemento ritrascina. Assistendo a uno show del genere si evince la portata di un suono essenziale e di rottura che è stato ripreso e manipolato da migliaia di band più o meno recenti. Il pubblico del Regency, probabilmente senza accorgersene, grazie allo show allibente della band newyorkese ha assistito in prima persona alla (ri)nascita dell’industrial, dello sludge metal, del post-rock e del post-metal. Venivano a tratti in mente i Neurosis, a tratti (molti) i Godflesh, i Napalm Death, gli ISIS, i Deathspell Omega e così via. Chiunque si sia fatto un nome nel campo delle sonorità pesanti più sperimentali è passato, ad un punto o ad un altro, dagli Swans, non c’è dubbio. Mille parole si potrebbero spendere sulla qualità assoluta di un live del genere, ma ciò che vale soprattuto la pena sottolineare è l’aspetto “educativo” e rivelatore che un concerto degli Swans veicola. Un’esperienza che apre gli occhi su i come e i perché della musica estrema di oggi, e di cui fare tesoro  negli anni a venire.

 

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