06/07/2026 - SYSTEM OF A DOWN + QUEENS OF THE STONE AGE + ACID BATH @ Ippodromo San Siro - Milano

Pubblicato il 11/07/2026 da

Report di David Scatigna e Simone Vavalà
Fotografie di Live Nation Italia

Con una capienza massima nominale di ottantacinquemila persone, questa sera l’Ippodromo La Maura di Milano mette in scena un sold-out a cui non avremmo mai creduto se l’avessimo letto qualche anno fa: dopo nove anni di assenza dai palchi italiani, i System Of A Down portano a casa questo risultato da record, con i biglietti peraltro polverizzati in poche ore al momento dell’annuncio del concerto.
Dietro lo stupore iniziale, ci sono però tutte le ragioni di questo successo: come detto, l’attesa per il ritorno in Italia è stata lunga, e in generale la band di Los Angeles ha tenuto sì e no cento concerti nel mondo negli ultimi quindici anni. Un motivo valido per creare un hype altissimo, cui si somma il naturale effetto nostalgia, quella componente politica che tanto ascendente ha sul pubblico e – nondimeno – quel fascino cool che hanno ottenuto negli anni nel territorio di confine tra ‘mondo alternative’  un tanto al chilo, musiche di sottofondo per reel su IG e altre amenità (modelle in posa comprese).
Tutto questo senza nulla togliere alla band armeno-americana e al suo valore, corroborata in questo tour europeo da un peso massimo come i Queens Of The Stone Age e da una sorpresa, questa sì completamente inaspettata: come ci ha confessato in fase di intervista, Sammy Duet e i suoi Acid Bath sono stati coinvolti direttamente da Tankian & co., loro grandi fan. E così, a quasi trent’anni dallo scioglimento – e con giusto una manciata di apparizioni negli States negli ultimi due anni – ci deliziano per la prima volta anche su questa sponda dell’Atlantico.

Prima di raccontarvi nel dettaglio le loro esibizioni, inevitabili alcune considerazioni su logistica e organizzazione: siamo all’ennesima edizione degli I Days in quel del La Maura, eppure si continuano a trovare file chilometriche per bagni, cibo e bevande. Sui costi di queste ultime due voci, meglio sorvolare: per carità, nessuno ci costringe a consumare a questi mega-eventi, ma basterebbe una gita da parte dei promoter a qualsiasi festival estero per capire come funzionano le leggi di mercato all’atto pratico (specie nel rapporto tra metallari e birra)… ma possiamo quantomeno lodare l’inserimento (infine!) di un punto di refill gratuito per l’acqua.
Ancora, detto che siamo sicuramente arrivati da ‘privilegiati’ con il nostro accredito, è folle trovarsi a circumnavigare uno spazio smisurato come l’Ippodromo, sotto il sole di Luglio, e sentirsi rispondere sgarbatamente da un’addetta alla sicurezza che non aveva idea di dove fosse la cassa accrediti e di toglierci di mezzo (era esattamente alle sue spalle, ma grazie per averci fatto camminare altri venti minuti a vuoto).
Infine, capiamo le esigenze di sponsorizzazione e di scambio reciproco, ma davvero c’è una qualsivoglia logica nel far suonare gli Acid Bath alle 17:20, per lasciare poi spazio a un’ora di dj-set da parte di Ringo prima del concerto successivo? Peraltro, con la lunga esperienza in radio, speravamo avesse imparato a mixare i dischi, senza troncare fastidiosamente ogni canzone.
Ma passiamo alla musica, quella vera.

 

Come detto, siamo ancora in pieno pomeriggio quando partono le note di “Black Sabbath” e il logo degli ACID BATH compare sugli schermi dell’Ippodromo. Scelta curiosa, sinceramente: il set della band è già fissato in mezz’ora, e scegliendo un brano introduttivo così lungo, finiremo per goderci ventisei minuti esatti di musica. Ma accidenti se ne è valsa la pena.
La band sale sul palco mentre suona, registrata, la breve e inquietante “Bonus Poem”: la luce sembra calare, le paludi del Bayou sembrano diffondere il loro sentore salmastro intorno a noi, mentre Sammy Duet e Mike Sanchez iniziano a intrecciare le loro malsane e fangose chitarre. E non potrebbe essere altrimenti: parliamo di una delle band che ha definito lo sludge metal a livello ontologico, tra i prime mover assoluti in quel calderone di meraviglioso putridume che era New Orleans nei primi anni Novanta.
“Tranquilized”, unico estratto dal disco di esordio, mette in chiaro subito il tono scelto dagli Acid Bath: brani più digeribili, meno sguaiati, che tuttavia mantengono inalterata la sensazione di disagio profondo di cui sono stati cantori mirabili. Persino le immagini sui maxischermi, deformate da effetti già vecchi negli anni Ottanta, sembrano puntare in tale direzione.
Dax Riggs è in una forma smagliante: espressivo, suadente, ci pare che conquisti anche chi non li conosceva minimamente con la sua poesia oscura. C’è subito spazio per “Bleed Me An Ocean”, uno dei loro brani più coinvolgenti ed emozionanti, in cui si mette in bella mostra anche la sezione ritmica, che non saranno membri originali, ma fanno belle il loro. “Venus Blue”, un altro brano lento ma avvolgente, porta probabilmente alla mente del pubblico certe cose degli Alice In Chains, con un’altra interpretazione mirabile e sofferta, che tocca vette ancora maggiori nella successiva “Dead Girl”, resa più abrasiva che su disco.
La corposa “Paegan Love Song” chiude su un livello di cattiveria superiore il concerto: le chitarre si sono scaldate a dovere e i riff sembrano cartavetrata sui timpani, e Sammy Duet si diverte a gracchiare le linee vocali ‘sporche’, lasciando a Dax il ruolo di puro crooner. Un’esibizione purtroppo brevissima, ma decisamente intensa. (Simone Vavalà)


Mentre Virgin Radio ci diletta con il suo dj-set, cerchiamo vago riparo all’ombra degli sparuti alberi, in attesa del ritorno sul palco di Josh Homme e dei suoi QUEENS OF THE STONE AGE.
L’ultima volta che li abbiamo visti è stato a poca distanza da qui, all’Ippodromo Snai, in un concerto memorabile per l’impegno e l’energia trasmessi, nonostante il povero Josh fosse salito sul palco già sofferente e avesse dovuto interrompere il giorno dopo il tour per un’operazione d’urgenza.
Stasera si nota da subito uno stato fisico diverso, e anche un’altra attitudine, a dire il vero. L’avvio è succoso, con “Regular John” (che sarà l’unico estratto dal primo, omonimo album) e il suo riff acido e ossessivo a trascinare subito il pubblico; la band suona compatta, e del resto parliamo di un gruppo ormai consolidato intorno allo stesso Homme e al fedele sodale Troy Van Leeuwen, da un quarto di secolo suo alter ego chitarristico.
Cinque lustri in cui, già archiviato il passato stoner dipinto con i Kyuss – etichetta mai amata da Josh, a ben vedere – ha vissuto tutte le trasformazioni attraverso fasi alternative rock, psichedelia, e tutti quegli ottimi e variegati spunti che il rosso genietto di Palm Springs ha saputo coniugare nella sua musica.

Dicevamo di una band compatta, ma con poca cazzimma rispetto ad altre occasioni, sinceramente: due brani ottimi come “The Lost Art Of Keeping A Secret” e “Feel Good Hit Of The Summer” scorrono via un po’ innocui, come un compitino ben fatto ma senza guizzi… a parte l’inserimento di un frammento a cappella di “Rehab” di Amy Winehouse: perfetto per interrompere l’ininterrotta lista di droghe che compone il testo del brano.
La sensazione di concerto senza lode né infamia viene acuita dai brani centrali; ripetiamo, tutti e cinque sono in forma, Michael Shuman porta spesso il suo basso distorto in primo piano e Dean Fertita si alterna con grazia tra tastiere e (terza) chitarra, ma una certa staticità si avverte prepotentemente. E inanellare due estratti di fila dal mediocre “Era Vulgaris” non aiuta.
“My God Is The Sun” inizia a mostrare una band pù calda, e lo stesso Homme mostra un piglio vocale maggiore, oltre a incrementare le sue sensuali mossette. Ottimi segnali, che fanno da avvio a un trittico perfetto per far riprendere a saltare il pubblico: “Little Sister” e “No One Knows”, sicuramente i loro due brani di maggior successo, non lascerebbero fermo nemmeno uno zombie e tra le due l’intensa “Go With The Flow” sublima il loro lato più aggressivo e toni più intimisti alla perfezione.
Una decisa ripresa, che garantisce una sufficienza abbondante allo show, concluso – dopo soli cinquanta minuti e  ringraziamenti ripetuti con trasporto al pubblico – dall’ordinato caos di “A Song For The Dead”: un brano che ci ricorda perfettamente il genio di Homme, capace di scrivere pezzi catchy e accattivanti senza mai dimenticare il suo passato di droghe lisergiche nel deserto, perfettamente tradotte in musica. (Simone Vavalà)

 

I SYSTEM OF A DOWN tornano in Italia dopo nove anni di assenza, e lo fanno entrando sul palco che il sole ha già iniziato a tramontare. Il loro mix di metal, hardcore e melodie armene, mai lineare e pieno di cambi di tempo improvvisi, è diventato iconico per almeno una generazione e la sua disillusa rabbia verso un mondo sempre più ostile.
Aprono con “Soldier Side” che sfocia in “B.Y.O.B.”, poi il concerto procede a violenti strattoni, con “Suite-Pee”, “Chic ‘N’ Stu” e “Prison Song” incollate una all’altra senza tregua.
Malakian tiene banco per tutta la serata, unico dei quattro a cercare davvero un rapporto con il pubblico, tra una battuta e l’altra (quella sui cavalli che corrono guardando il culo di quello davanti, vista la location, è perfetta); gli altri tre restano invece ciascuno nel proprio angolo di palco, con pochissimo contatto reciproco. Eppure la tenuta musicale è di un altro livello rispetto alle altre volte in cui li abbiamo visti in passato. Si sente come è maturata la band negli anni: John Dolmayan in particolare non si limita più a picchiare sulle pelli, il suo modo di suonare è più preciso e attento, anche la voce di Tankian regge senza cali, dagli acuti più melodici ai momenti più duri. A completare il quadro c’è un mix curato meglio del solito, con gli strumenti bilanciati in modo più equilibrato rispetto ad altre occasioni in cui abbiamo visto la band dal vivo.
L’allestimento scenico punta su un ledwall enorme sul fondo, usato anche per effetti di controluce, e su quattro schermi verticali più stretti, montati su binari che li fanno scorrere avanti e indietro davanti allo schermo principale, creando un gioco di piani con le immagini che scorrono.
La parte centrale del set attraversa “Needles” e “Deer Dance”, quest’ultima nata dalle proteste per la Convention Nazionale Democratica di Los Angeles del 2000 e rimasta da allora uno dei brani più politicamente diretti del loro repertorio, poi “Radio/Video”, “Dreaming” ridotta alla sola sezione centrale e “Hypnotize”, title-track dell’album del 2005, a scaldare ulteriormente il prato. “Psycho”, “ATWA”, “Bounce” e “Suggestions” completano una prima metà di scaletta densa, fatta di brani meno noti al grande pubblico ma centrali per chi segue la band da più tempo.
Poi arriva il finale: “Chop Suey!”, uno dei brani più controversi della loro storia (finito nelle liste di censura radiofonica americana dopo l’11 settembre per un testo frainteso), scatena il prato e i circle pit si aprono numerosi, con anche qualcuno che tiene in mano dei fumogeni in mezzo al pit. Malakian se ne accorge e commenta con “non abbiamo i fuochi ma vedo che qualcuno si è portato i suoi“.
Dopo “Lonely Day” e “Lost in Hollywood”, che abbassano per un attimo i giri, arriva il momento più teso della serata, introducendo “Tentative”, Malakian dedica il brano ai bambini di Gaza, a tutti i manifestanti e a tutte le persone in Libano, chiudendo con un durissimo “shame on Netanyahu” prima che la band riparta con “Spiders”.
“Toxicity” fa partire il pogo ovunque, con il pubblico che canta il ritornello quanto la band stessa. Chiude “Sugar”, dopo quasi due ore, senza ulteriori encore, lasciando tutti però pienamente soddisfatti. (David Scatigna)

Setlist System of A Down:
Soldier Side – Intro
B.Y.O.B.
Suite-Pee
Chic ‘N’ Stu
Prison Song
Violent Pornography
Aerials
I-E-A-I-A-I-O
Darts
Genocidal Humanoidz
Needles
Deer Dance
Radio/Video
Dreaming
Hypnotize
ATWA
Bounce
Suggestions
Psycho
Chop Suey!
Lonely Day
Lost in Hollywood
Tentative
Spiders
Forest
DAM
War?
Toxicity
Sugar

 

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