15/11/2025 - TANKARD + BATTLECREEK @ Feierwerk - Monaco di Baviera (Germania)

Pubblicato il 18/11/2025 da

Un’azione che qualsiasi metallaro dovrebbe compiere almeno una volta della vita è assistere al concerto di una band tedesca in Germania – eglio ancora, di una band storica tedesca su suolo tedesco. Perché la passione indefessa, amorevole, genuina che il pubblico teutonico sa tributare ai suoi eroi nazionali difficilmente – molto, molto difficilmente – la si può ammirare altrove. Un misto di adorazione, sentimento fraterno e amicale, adesione totale a un modo di vivere il metal entusiasta, beato e senza mediazioni che in tanti altri contesti è andato perduto.
Ed eccoci allora al Feierwerk di Monaco di Baviera, uno dei tanti centri culturali che da queste parti portano avanti con successo la causa della musica underground e alternativa, a tributare il nostro umile omaggio ai Tankard. Il quartetto di Francoforte, per chi lo conosce superficialmente, è soltanto il gruppo che parla di birra e ubriachezza, scherzoso, irriverente e leggero nell’approccio al metal.
Questa è soltanto una porzione del quadro generale: perché è vero, Gerre e compagni non si sono mai presi sul serio, hanno mantenuto un modo di essere genuino, non hanno mai voluto fare ‘i personaggi’, costruirsi un’immagine: hanno sempre preso sul ridere se stessi, facendo filtrare nella musica, nei testi, nel proprio alcolico immaginario, il loro essere buontemponi.
Musicalmente, stiamo parlando di una delle migliori formazioni thrash di tutti i tempi. Sì, certo, altri hanno toccato vette artistiche più alte; verissimo, sperimentazione ed evoluzione non sono mai state di casa da queste parti; vette di popolarità clamorose, fuori dai soliti circuiti di fan del thrash metal, manco a parlarne. Eppure, se guardiamo alla continuità dell’attività discografica e live, alla qualità media delle uscite, alla credibilità di questi sempre gioviali e simpatici vecchi ragazzi, non è proprio semplice trovare di meglio in circolazione.
E allora eccoli di nuovo qua, a suggellare un patto, un’adesione convinta e risoluta con il loro popolo, in questa città roccaforte del metal e del consumo di birra qual è Monaco di Baviera.

A intrattenere il folto pubblico di questa piccola sala da concerti – concerto andato sold-out, peraltro – prima degli headliner ci pensa una formazione che più classica non si potrebbe. I BATTLECREEK sono proprio dei dintorni di Monaco, sono in giro da oltre vent’anni, e quindi non possono che godere di un supporto convinto e senza indugi da parte dell’audience locale.
Al nostro ingresso, qualche minuto dopo l’inizio del set, il clima è già quello che avremmo desiderato: attorno a noi un manipolo di stagionati e mediamente robusti fan, quasi tutti muniti di bicchiere di birra in mano, qualche coraggioso vestito di pelle e giubbotti jeans di ordinanza, nonostante il clima vagamente tropicale. Nel mentre, i quattro sul palco si sbattono che è un piacere, facendo risuonare a volumi non propriamente altissimi un thrash metal a cavallo tra la scuola nazionale e quella americana. A dire il vero l’influsso statunitense della Bay Area è preponderante, dato che in diversi momenti sembra di sentire una versione più rustica ed elementare dei Testament, incrociata a retaggi dei vecchi Machine Head.
I Battlecreek sono d’altronde un classico prodotto tipico della zona: tanto impegno, sudore e nerbo, fantasia limitata e ispirazione nello scrivere canzoni altrettanto povera di lampi di genio. Ciò nonostante il concerto scorre in modo gradevole, sia perché i ragazzi ci sanno fare, sia perché la partecipazione emotiva è davvero notevole, a livelli illogici volendo, se non si è settati sul modo di vivere la musica dei presenti.
Chi scrive non smetterà mai di compiacersi di come da queste parti si divertano da matti, sia i musicisti, sia chi sta dinnanzi a loro, negli scambi di battute; come se non fosse solo spettacolo, ma proprio il voler condividere a una tavola di amici un ideale comune, una visione del mondo. Dopo quarantacinque intensi minuti i Battlecreek si congedano, in un’atmosfera già abbondantemente festaiola e vibrante.

Il concerto dei TANKARD è anticipato da una “Seek & Destroy” (Metallica) sparata a mille dalle casse, a ricordare da dove veniamo e cosa ha generato tutto. Non ci stupisce affatto che il testo sia urlato a squarciagola dagli astanti, per la maggior parte moderatamente alticci, sudati (assai sudati) e belli carichi per chi arriverà tra poco.
Ed eccoli allora, gli anfitrioni del thrash metal che se la tirano meno di tutta la galassia, cresciuti e invecchiati a metallo vecchia scuola, pane, crauti, wurstel e birra a fiumi. Gli anni non li hanno intaccati, anzi, probabilmente la dieta della longevità è la loro – altro che dieta mediterranea, abitudini salutiste e andare a letto presto.
Gerre ha una tinta lucente che gli dà un’aria da attempato latin lover, Frank Thorwarth al basso è il solito ragazzone scatenato; leggermente più in secondo piano il chitarrista Andy Gutjahr, ma è ben dentro lo show pure lui, come l’ultima aggiunta in line-up, il batterista Gerd Lücking, subentrato lo scorso anno allo storico Olaf Zissel, dietro il drum-kit per trent’anni.

La sparatissima “One Foot In The Grave”, title-track di uno dei loro album migliori dal 2000 in poi – e uno dei migliori in assoluto, a strettissimo parere personale – va a scaricare adrenalina ed elettricità come un big bang. Si apre un po’ di disordinato pogo a ridosso delle transenne, più cozzare di corpi confuso che vero mosh, vuoi per l’età non freschissima dei partecipanti, vuoi perché gli spazi non sono propriamente sterminati.
Negli anni la tipologia di spettacolo dei Tankard è rimasta un mezzo unicum della scena metal: un misto di eccellente thrash d’annata, violento e costantemente a rotta di collo, parodia, intrattenimento e Oktoberfest metallica. Cosa chiedere di meglio? Con loro non si ha l’idea di osservare delle ‘vecchie glorie’, quanto dei musicisti con ancora molto da dire e condividere col prossimo. “The Morning After” butta subito la contesa nei mitizzati anni ’80, tra sbornie e casino finno all’alba, tracciando un’ideale linea di congiunzione tra quell’era e il giorno d’oggi. Come se le distanze temporali si annullassero.

Al netto di qualche sparuto smartphone per immortalare qua e là quanto avviene sul palco, la visuale sarebbe potuta essere quella di un evento di fine anni ‘90/primi 2000.
“Ex-fluencer” e il suo mordace, lucido e spietato testo ci ricordano le assurdità di questi bislacchi nostri tempi moderni, i Tankard martellano che è un piacere, con Gerre a urlare con quella sua voce aspra e sincera, a correre di qua e di là, ancheggiare, annusarsi le ascelle e farci intendere che gli odori là sotto non siano proprio quelli di un roseto.
In breve arriva anche il campionario di lazzi e frizzi tipico dei Nostri, tra gli auguri di compleanno cantati in coro a una fan fatta salire sul palco, un giro di valzer con la medesima un più avanti durante lo show, i cuori mimati con le mani dal florido cantante.
La scaletta mostra un’attenta e scrupolosa scelta per ogni periodo discografico: sta più ai margini giusto la seconda metà degli anni ’90, quella meno ispirata e più incerta. Vanno invece alla grande gli anni 2000, dove di pezzi killer entrati nell’immaginario collettivo ve ne sono a bizzeffe. ”Die With A Beer In Your Hand” porta buffa, surreale epicità in apertura, prima di una mattanza thrash da annali; “A Girl Called Cerveza” serve a nobilitare le pose di seduzione di Gerre, facendoci immaginare le sovrabbondanti, fumettistiche fattezze della figura femminile in copertina su quel disco; “Beerbarians” ci ricorda chi comanda, i barbari della birra e la loro boccaccesca potenza.

I refrain sono piccoli bozzetti di sguaiatezza, piscinette di divertimento dove ci tuffiamo liberi e beati: i Tankard si offrono senza calcoli, indugi, non guardano l’orologio, non si risparmiano. Non sono qua per rispettare un copione, delle tempistiche lavorative.
Peccato non capire nulla di quanto urlato nel microfono tra un pezzo e l’altro: ridono tutti, dev’essere spassosissimo. Le rumorosità punkeggianti di “Freibier” paiono chiudere la contesa, ma il palco è abbandonato così di fretta che sappiamo essere una finta, anche perché mancano ancora alcuni carichi da novanta.
“R.I.B. (Rest In Beer)”, “Zombie Attack” e l’inno alla libagione, prolungato all’infinito, “(Empty) Tankard” costituiscono il robusto encore, chiamato a piena voce dal classico, commuovente “zugabe” (semplicemente, ‘ancora’ in tedesco).
Che altro dire? Spontanei, gioiosi, fanciulleschi, i Tankard andrebbero clonati. Per adesso, ce li coccoliamo, sperando abbiano ancora tanta voglia di suonare nei prossimi anni. Da noi passeranno a Paderno Dugnano, a ridosso del Natale, un presente tutto da gustare…

Setlist:

One Foot in the Grave
The Morning After
Rapid Fire (A Tyrant’s Elegy)
Ex-Fluencer
Need Money for Beer
Rules for Fools
Rectifier
Time Warp
Beerbarians
Chemical Invasion
Die With a Beer in Your Hand
Octane Warriors
A Girl Called Cerveza
Freibier

Encore:
R.I.B. (Rest in Beer)
Zombie Attack
(Empty) Tankard

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