Introduzione di Giacomo Slongo
Report di Giacomo Slongo e Andrea Intacchi
Foto di Benedetta Gaiani
“Il Thrash of the Titans fu un concerto di beneficenza che si tenne l’11 agosto 2001 al Maritime Hall di San Francisco, in California. L’evento era destinato a raccogliere fondi per Chuck Billy, cantante dei Testament, a cui era stato diagnosticato un seminoma a cellule germinali (una rara forma di cancro), e per Chuck Schuldiner, leader della band Death, anch’egli impegnato nella sua battaglia contro il cancro. A presentare la serata fu Billy Milano, voce dei S.O.D., mentre l’organizzazione del concerto fu curata da Walter Morgan. L’evento venne annunciato nel maggio del 2001, e tutti i 2.300 biglietti andarono esauriti in brevissimo tempo”.
Un quarto di secolo più tardi, un altro Thrash of the Titans prende vita attorno al nome dei Testament, e per quanto imparagonabile da un punto di vista storico, anche nel 2025, il suo successo viene certificato da sold-out e locali stracolmi in tutta Europa.
Complice la scelta del Live Music Club di Trezzo sull’Adda come location, lungi dal disporre della capienza di un Alcatraz di Milano, anche in Italia si registra il tutto esaurito con settimane di anticipo, per una serata di metal vecchia scuola già da ora annoverabile fra le più riuscite e intense dell’anno…
Sono le 18.30 quando, in perfetta modalità svizzera, le NERVOSA fanno il loro ingresso sul palco, aprendo così le ‘danze’ per la tappa italiana del tour. Annunciata lo scorso giugno in sostituzione dei Goatwhore, la thrash metal band tutta al femminile ha cercato di sfruttare al meglio la mezz’ora a disposizione puntando sui brani più oscuri della sua discografia, scegliendo l’ultimo “Jailbreak” come fonte da cui attingere la maggior parte dei pezzi della setlist.
Il motivo è anche abbastanza semplice: si tratta infatti del disco in cui la leader assoluta del gruppo, la chitarrista Prika Amaral, ha deciso di piazzarsi dietro al microfono, chiudendo così il discorso su chi dovesse occupare il ruolo di cantante.
Supportata da Helena Kotina alla sei corde, Hel Pyre al basso e da Gabriela Amud alla batteria, la Amaral sembra aver dato una certa stabilità di formazione (dato non così banale, visti i recenti trascorsi) ed il risultato lo si è potuto vedere anche in sede live, dove – al netto di una prestazione onesta, senza chissà quali picchi qualitativi – si è potuta percepire una certa coesione d’intenti.
E così, dall’iniziale “Seed of Death” alla conclusiva “Endless Ambition”, passando per la più ritmica “Perpetual Chaos”, con la rumorosa “Venomous” e la grintosa “Jailbreak” a condire il tutto, le Nervosa hanno dato il benvenuto ad un locale praticamente già pieno, fornendo un discreto aperitivo a base di thrash.
Questione suoni? Molto buoni in zona mixer, meno bene tra le prime file, dove il volume del drumkit copre spesso il resto della strumentazione, compresa la voce della stessa Amaral.
Il Thrash of the Titans ha aperto i battenti con la marcia giusta, in attesa delle silurate che sarebbero arrivate di lì a poco. (Andrea Intacchi)
Archiviato lo show delle Nervosa, è quindi la volta del primo, vero piatto forte della serata, con il ritorno sul palco del Live Music Club – a poco più di un anno di distanza dalla volta da co-headliner al Metalitalia.com Festival 2024 – dei DESTRUCTION.
Difficile trovare parole nuove per descrivere uno show di Schmier e compagni, vuoi (in positivo) per una compattezza immutabile, la quale consente puntualmente alla formazione di uscirne a testa alta e di imbastire performance solidissime, vuoi (e qui il discorso si fa più sfumato) per delle scelte di scaletta a dir poco scontate e prevedibili, con la solita manciata di classici inframezzata dall’estrapolazione ‘di rito’ di due/tre episodi dal full-length più recente.
Per completezza, alla casistica dovremmo anche aggiungere date speciali come quelle legate al quarantennale di “Infernal Overkill”, ma è chiaro come nel contesto di un tour del genere, e con un minutaggio giocoforza ridotto rispetto allo standard, il quartetto tedesco abbia finito per puntare sul suo spettacolo abituale, seguendo un copione arcinoto per portarsi a casa la proverbiale pagnotta senza eccessivi sforzi o dispendio di inventiva.
L’avvio affidato a “Curse the Gods”, comunque sia, è di quelli verso cui è difficile muovere critiche (e da solo contiene lo stesso numero di riff dell’intera mezz’ora a disposizione delle Nervosa), e lo stesso si può dire del prosieguo affidato a mega-hit come “Mad Butcher” e “Bestial Invasion”, mentre è innegabile che all’ennesima riproposizione di “Nailed to the Cross” (dal comunque egregio “The Antichrist”) avremmo preferito sentire qualcosa da “Release from Agony”, o che i brani di “Birth of Malice” – anche in sede live – abbiano ribadito la loro pochezza e la loro aderenza a costrutti thrash metal da due centesimi.
Ad ogni modo, come accennato in apertura, la prestanza della band teutonica non è stata messa a repentaglio neanche stasera, per una quarantina di minuti che, a giudicare dalla reazione del pubblico in sala, hanno sortito decisamente il loro effetto. (Giacomo Slongo)
Da tempo, un po’ come per i compagni di tournée Destruction, un concerto degli OBITUARY passa anche (e soprattutto) dalle decisioni prese dal quintetto in fase di stesura della setlist.
Che i Nostri stiano invecchiando dignitosamente da un punto di vista fisico – sebbene John Tardy non possieda più la silhouette e la voce di una volta – è risaputo, con ovvi ritorni da un punto di vista della resa live, mentre il discorso si fa decisamente meno scontato e rassicurante quando, di volta in volta, si decide di analizzarne le selezioni di brani portate su questo o su quel palco.
Non è raro, infatti, che la leggenda del death metal americano bypassi alcune opere cardine in favore di materiale ben più recente, scelta che di per sé potremmo anche sostenere (come nel caso di Immolation e Cannibal Corpse), se non fosse che i vari “Obituary” e “The Wrong Time” perdano ogni confronto con il tiro e lo spessore artistico di un “Acts of God” o di un “Chaos Horrific”, rendendo così dolorosissimo il sacrificio di un qualsivoglia classico degli anni Ottanta/Novanta.
Tutta questa premessa per dire che, mai come quest’anno, assistere ad uno show della band di Tampa fosse un’occasione da non perdere, visto che quest’ultima ha voluto dedicare il 2025 alle celebrazioni di quella che è e resterà sempre una delle pagine più riuscite e iconiche del genere: “Cause of Death”, appunto, rilasciato nel lontano 1990 da una Roadrunner ancora ribattezzata Roadracer.
Bisogna aspettare qualche pezzo, ma una volta smarcata l’opener per eccellenza “Redneck Stomp” e superato il trittico “Sentence Day”/“A Lesson in Vengeance”/“Wrong Time”, utile più che altro ad accrescere l’attesa fra il pubblico stipato in ogni angolo del locale, è finalmente tempo di immergersi nel suddetto capolavoro: il backdrop iniziale viene fatto cadere, e alle spalle della batteria di Donald Tardy (asciuttissimo, a differenza del fratello) spunta l’inconfondibile occhio insettoide dell’artwork di Michael Whelan, noto anche per i suoi lavori con Cirith Ungol e Sepultura.
Da qui in poi, prevedibilmente, è la fiera del ‘ti piace vincere facile’, con gli Obituary a ripercorrere buona parte della tracklist del loro secondo full-length (verranno escluse “Find the Arise”, “Memories Remain” e la cover di “Circles of the Tyrant” dei Celtic Frost) e a ricordare a tutti perché sarebbe impossibile escluderli da un ipotetico Big 4 del death metal a stelle e strisce, fra riff mitologici, un growl inconfondibile e un groove che riporta direttamente all’Età della Pietra.
Chiaro, a spalleggiare Trevor Peres alla chitarra non c’è più James Murphy, e la mancanza del suo tocco – a tratti – emerge durante gli assoli che squarciano l’incedere bruciante degli episodi, ma si tratta di un’inezia che nulla toglie all’operato del buon Kenny Andrews, ormai perfettamente integrato nei meccanismi della formazione.
Una lezione di Storia che, sulle note immarcescibili di “Slowly We Rot” (con tanto di alligatore gonfiabile gettato in mezzo al pit), ha riportato il gruppo dei fratelli Tardy in Italia nel modo che ci auspicheremmo sempre di commentare. Quello in cui la vecchia guardia, consapevole del proprio ruolo, impartisce una lezione che sa di dominio totale. (Giacomo Slongo)
Quante volte sono passati i TESTAMENT in Italia? Onestamente, è quasi impossibile tenere il conto, specie da quando – dopo la pubblicazione di “The Formation of Damnation” nel 2008 – il gruppo californiano ha abbracciato una routine fatta di album-tour-album che solo lo scoppio della pandemia, per un breve periodo, ha saputo rallentare.
In casi come questi, e con un pubblico fattosi nel frattempo sempre più ampio e generalista, il rischio è quindi quello di finire in un loop dove, all’inflazione, si aggiunge un déjà-vu più o meno forte in termini di contenuto degli show, i quali possono arrivare a ricordare dei greatest hits (con l’aggiunta di qualche singolo più recente) pensati per accontentare a spanne un po’ tutti.
Ora, non è che nella cornice del Thrash of the Titans il quintetto di Oakland si sia tirato completamente indietro da questa pratica, ma è sufficiente dare un’occhiata alla scaletta riportata sotto per accorgersi di come, chiamati a promuovere il nuovissimo “Para Bellum”, Chuck Billy e compagni abbiano cercato di uscire un po’ dal seminato, eseguendo sì pezzi da novanta immancabili come “D.N.R. (Do Not Resuscitate)”, “Practice What You Preach”, “More Than Meets the Eyes” e “Into the Pit”, ma scavando anche un po’ più a fondo nella loro vasta discografia per estrarre qualche perla inaspettata e conferire un taglio diverso (anche dal punto di vista emotivo) alla performance.
“Sins of Omission”, ad esempio, è un asso che non veniva calato da tempo immemore dai thrasher della Bay Area, ma è soprattutto all’altezza delle ballad “Trail of Tears” (dal sottovalutato “Low”) e “Return to Serenity” (da “The Ritual”, dedicata per l’occasione al padre del batterista Chris Dovas) che il concerto riesce a sorprendere davvero, spezzando l’aggressività generale e puntando i riflettori sulle capacità interpretative del frontman, ancora sul pezzo nonostante i sessantatré anni compiuti.
Non lo sapremo mai con certezza, ma non ci stupiremmo se fosse stata l’inclusione di “Meant To Be” nella tracklist del succitato “Para Bellum” a risvegliare l’animo più intimista dei Nostri. Volendo sempre rimanere sull’ultimo arrivato, una menzione la merita anche “Infanticide A.I.”, che al contrario, con le sue sgroppate black/death (specie per quanto concerne la batteria), porta il concerto su lidi decisamente più estremi e violenti della media.
A questo punto, ritenendo superfluo soffermarci sulle prestazioni dei singoli (inattaccabili come da tradizione), apriamo una breve parentesi sulla scenografia: c’era davvero il bisogno di sfoggiare un pupazzone gonfiabile degno di Gardaland? È proprio vero che andare in tour con gli ultimi Kreator mette in testa strane idee…
Alla prossima, che stando a quanto detto da Billy non dovrebbe arrivare più tardi dell’estate 2026. (Giacomo Slongo)
Setlist Obituary
Redneck Stomp
Sentence Day
A Lesson in Vengeance
The Wrong Time
Infected
Body Bag
Dying
Cause of Death
Chopped in Half
Turned Inside Out
I’m in Pain
Slowly We Rot
Setlist Testament
D.N.R. (Do Not Resuscitate)
WWIII
Practice What You Preach
Sins of Omission
Native Blood
Trail of Tears
Low
More Than Meets the Eye
Drum Solo
First Strike Is Deadly
Infanticide A.I.
Shadow People
Return to Serenity
Electric Crown
Into the Pit
NERVOSA
DESTRUCTION
OBITUARY
TESTAMENT
PEOPLE














































































































































































