Report di Andrea Intacchi
Foto di Benedetta Gaiani
Cominciamo dalla fine, e da quel braccio che tiene il ritmo, a scandire il melodico refrain di “Saturnine” – un gesto semplice, spontaneo, spensierato, capace di racchiudere un’emozione che si dilata nel tempo: Anneke van Giersbergen, replicando i concerti dei lontani e malinconici anni ’90, quando ritmava uno dei brani simbolo dei The Gathering, ha ripetuto le medesime movenze durante l’atto conclusivo di una serata dove classe, potenza e passione si sono dati appuntamento al tavolo dei ricordi.
Memorie di una gioventù ormai archiviata, solcata da qualche ruga, ricoperta da capelli bianchi, brizzolati (o ‘trasparenti’), di giovani ormai attempati che, sabato 23 maggio, hanno riempito in toto il Live Music Club di Trezzo sull’Adda per riascoltare dalla prima all’ultima nota il loro disco più celebre; quel “Mandylion” che, nel 1995, li consacrò definitivamente, celebrando inoltre l’entrata in formazione della virtuosa cantante olandese, incastonandone così la gemma finale del successo.
Passato e presente hanno riavvicinato volti, quelli dei presenti, estasiati di fronte a cotanta bellezza artistica tanto che, in più di un’occasione, le parole non sono state sufficienti per descrivere quanto avvenuto on stage, con i The Gathering a vestire i panni della line-up storica, quella che trent’anni fa diede vita allo stesso “Mandylion”, album omaggiato nella sua interezza in aggiunta ad alcuni episodi significativi che hanno costellato l’era van Giersbergen, così da chiudere un cerchio magico, a tratti surreale.
Uno strepitoso sold-out capace di replicare il successo ottenuto lo scorso agosto in madrepatria, consegnando così al gruppo di Oss la naturale decisione di proseguire le celebrazioni per il trentennale dell’album con un tour mondiale che, dopo aver toccato diverse città europee, terminerà il prossimo ottobre a Santiago del Cile.
Un concerto sublime, impreziosito da coloro che hanno avuto l’arduo compito di fare da apripista ai The Gathering: il terzetto francese dei LizZard si è infatti rivelato un ottimo antipasto in vista dell’esibizione degli headliner olandesi; prog-rock ficcante e potente, ad indirizzare la serata su binari memorabili.
Uno show, come si suol dire, coi fiocchi, che entra di diritto nella lista dei papabili eventi dell’anno. Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo a sabato sera: sono le 19 quando le porte del Live Music Club aprono i battenti….
La frescura garantita dagli impianti di condizionamento del locale milanese si è rivelata fondamentale per combattere la sorprendente canicola riversatasi sulla pianura nelle ore pomeridiane. Ed è stata questa brezza ad accogliere un pubblico che ha riempito il Live Club sin dai primi minuti.
Cassa chiusa, biglietti andati semplicemente a ruba sin dai primi giorni di prevendita, a testimonianza di una data più che sentita, poltroncine occupate, balconate contornate di gente, pit al completo: questa la situazione alle 20.30 quando sul palco si sono presentati i LIZZARD.
E’ stato il chitarrista e cantante Mathieu ‘Mat’ Ricou a prendere posizione a centro palco, guardare dritto negli occhi i presenti, creare la giusta connessione, invitandoli a ‘salire’ on stage per accompagnarli durante il loro show. Con lui il bassista William Knox e l’istrionica batterista Katy Elwell.
Senza tanti giri di parole, la band di Limoges ha semplicemente spaccato: l’intera performance si è avvitata lungo una spirale intensa e nel contempo leggera, rivelando i mille volti del gruppo, in grado di giocare con contrasti e fusioni di emozioni opposte.
L’impatto dell’opener “Black Sheep” è stato immediato: “Grazie per essere presenti così numerosi già a quest’ora” ha sottolineato lo stesso Mat, mentre qualcuno tra le prime file iniziava un rapporto diretto con il capo delle divinità, cadenzando a gran voce i classici epiteti animaleschi a lui associati. Il trio francese ha proposto un progressive metal molto diretto, con striature di alternative-rock, basate su riff moderni ed energici, sostenuti da una sezione ritmica chirurgica, possente ma mai arrogante, permettendo così a Ricou di proseguire a menare le danze con grinta ed intimità. Questi sono stati i due elementi che hanno caratterizzato i quarantacinque minuti dello show dei LizZard, alternando rocciosità e delicatezza (“Blowdown” e “Blue Moon”), richiamando confronti di alto rango con Tool e Soungarden ma sarebbe stato un peccato non tributare ai LizZard un proprio marchio di fabbrica.
La loro singolarità artistica è dovuta anche alla scelta di non dare, o così potrebbe sembrare, un ordine ben preciso alla sequenza della tracce, saltando letteralmente di palo in frasca, senza tuttavia creare confusione nell’ascoltatore. Ed è anche per questo motivo che un brano strumentale come “Shift” ha ricevuto moltissimi consensi da una folla coinvolta sia fisicamente sia emotivamente.
Poche parole e tanta musica: la strategia del trio transalpino è stata alquanto efficace, riuscendo ogni volta a sorprendere grazie come detto alla sua varietà creativa.
“Ci potrete trovare al merch una volta terminato lo show” ha ricordato Mat, “per cui se volete venire, vi aspettiamo e se non volete venire, vi aspettiamo comunque!”. Un ultimo saluto prima della conclusiva e delicata “Tear Down The Sky” ad esaltare una prima parte di serata davvero intensa.
Intensità che da quel momento ha cavalcato l’onda della perfezione.
Come sottolineato nell’introduzione al report, il concerto dei THE GATHERING ha generato vibrazioni artistiche di altissimo livello, per le quali siamo stati costretti a stracciare il caro e vecchio Zanichelli per l’esaurirsi dei giusti aggettivi in grado di definire quanto visto ed ascoltato.
E non si è trattato solamente della superba prestazione di Anneke, a tratti quasi scandalosa per la naturale facilità nel giocare con la propria voce, come se tutto fosse incredibilmente elementare e fattibile; anche il resto della band infatti, si è reso protagonista di una performance impeccabile. Dal folletto Renè Rutten, al fratello Hans dietro le pelli, dal bassista Hugo Prinsen Geerligs al tastierista Frank Boeijen, sino al secondo chitarrista Jelmer Wiersma (presente in tutti i brani di “Mandylion”, oltre a “On Most Surfaces (Inuït)”, “Analog Park” e “Saturnine”): ognuno di loro si è dedicato con estrema cura al proprio strumento, dando sempre l’impressione di trascorrere un momento di sana allegria insieme ad un gruppo di vecchi amici.
Coordinato da un ipnotico videowall, il sestetto olandese ha fatto il suo ingresso sulle note della title-track prima di lanciarsi nella deliziosa “Eléanor” che ha ulteriormente gasato la platea; il surriscaldamento emozionale si è manifestato in un fragoroso boato una volta terminato il brano, causando autentica sorpresa sul volto della Van Giersbergen, certamente abituata a situazioni di gratitudine da parte dei fan ma effettivamente, l’urlo di libertà e gioia lanciato dai presenti è stato davvero roboante.
Con l’ovvio rischio di scadere nella banalità, è comunque stata la stessa Anneke a rubare la scena principale: con la giovialità che da sempre la contraddistingue, la cantante ha certificato la grinta del 1995 abbinandola ad una classe esecutiva che si è andata migliorare lungo gli anni, raggiungendo oggi livelli eccelsi.
Maestosità vocale che si è palesata in tutto il suo splendore nella emozionantissima “In Motion #1” dove un mix tra pelle d’oca ed occhi lucidi ha pervaso le corde sensoriali di gran parte del pubblico.
“You’re amazing” ha ripetuto Anneke, ringraziando continuamente la folla la quale, in più di un’occasione, si è incaricata di rivestire il ruolo di coro speciale, cantando a squarciagola quasi tutti i brani proposti dalla band.
Ogni pezzo si è quindi sviluppato come un piccolo astro all’interno di una costellazione canora ai limiti dell’eccellenza. Così per “Leaves”, così pure per “Sand And Mercury” durante la quale è stata la band a prendersi la ‘rivincita’ sulla collega grazie ad uno stacco strumentale di assoluto valore. Ma è stata la successiva “Strange Machines”, opener ufficiale di “Mandylion”, a mandare nuovamente in visibilio i presenti, tracciando di fatto la linea temporale lunga trent’anni.
Ed ecco quindi che si è ritornati a quel braccio citato qualche riga sopra, a tenere il ritmo di “Saturnine”, mentre Anneke saltava come una ragazzina, ricordando quella famosa gioventù, con quel sorriso semplice e travolgente che ha caratterizzato l’intero concerto: una presenza genuina e solare, in grado di alleggerire con uno sguardo l’atmosfera, catturandola subito dopo con la sua voce dolce e determinata.
Gli applausi finali, scroscianti e prolungati, hanno avuto il sapore di un sincero ringraziamento e rispetto, nei confronti di una band autrice di uno show che crediamo, rimarrà ben impresso nella memoria di chi ha avuto la fortuna di parteciparvi.
Setlist The Gathering:
Mandylion
Eléanor
Fear the Sea
In Motion #1
On Most Surfaces (Inuït)
Broken Glass
Waking Hour
Probably Built in the Fifties
Analog Park
In Motion #2
Leaves
Sand and Mercury
Strange Machines
Travel
Saturnine



































































