Si rinnova l’appuntamento con le sonorità calde di The White Buffalo tanto care al pubblico italiano, che viene accontentato da questo nuovo tour – a pochi mesi di distanza dalla precedente calata nel nostro Paese – con ben quattro date sparse un po’ ovunque, tra Sardegna, Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia.
Dopo la prestigiosa apertura a Bruce Springsteen proprio a Milano nel 2023, e numerosi concerti in Italia negli anni precedenti, Jake Smith non nasconde il suo amore incondizionato verso l’Italia, prediligendola in questo nuovo tour europeo in quanto a numero di città visitate e regalando ogni volta una prestazione particolarmente sentita.
Ad accompagnare il gruppo americano, troviamo Giorgio Canali, figura centrale nella musica alternativa italiana degli ultimi quaranta anni ed autore in questa occasione di una performance in solitaria sicuramente consona al clima intimo e viscerale della serata.
La fortezza di Livorno, poi, si configura come teatro perfetto per il rock blues dei The White Buffalo, grazie ad uno spazio contenuto ma ampio che permette di godersi lo show con la giusta attitudine, pur dovendo sopportare per questa serata dei problemi audio particolarmente fastidiosi che hanno minato in parte l’atmosfera torrida creata dalla band sul palco.
Come detto, l’apertura dei concerti viene affidata ad un veterano della scena rock italiana, che, lasciati a casa i suoi fedeli Rossofuoco, si cimenta stasera in un’intima prestazione incentrata primariamente sulla potenza della voce e della parola, più che delle distorsioni e degli altri strumenti musicali. GIORGIO CANALI è uno che sa come attirare l’attenzione del pubblico, pur senza sontuosi abiti da scena o mirabolanti scenografie accessorie: armato di una sola, scarna chitarra elettrica, il menestrello disilluso dispensa amare verità e pensieri inquieti prima, dopo, attraverso le sue canzoni ed il suo dialogo costante con il pubblico di Livorno.
In questo contesto, la musica diviene un susseguirsi di accordi di accompagnamento, pennellate musicali che contornano i testi delle canzoni e le intenzioni intimamente potenti di Canali, in uno statico scenario senza luci ma illuminato dall’acume artistico e dalla provocazione.
Lo spettacolo si chiude su uno stratificato loop di chitarra su cui Giorgio innalza uno stridente assolo noise che culla ed inquieta allo stesso tempo, emblema di una prestazione altamente emotiva che irretisce i partecipanti dell’evento toscano.
In mancanza di un vero e proprio cambio palco, passano pochi minuti prima che la scena sia pronta per il terzetto dei THE WHITE BUFFALO, che collocano suggestivamente la batteria in primo piano ed in linea con gli altri membri del gruppo, come a sottolineare la grande importanza di Matt Lynott per il sound della band e la forte coesione tra i tre durante i loro spettacoli live.
Le luci si fanno più soffuse, ed è Jake Smith a conquistare la scena da solo, con una suadente versione di “Wish It Was True” tratta dalla fortunata serie televisiva “The Punisher”: il suono espansivo e caldo della chitarra si sposa alla perfezione con il tono baritonale del cantante, che nella sua estrema semplicità e simpatia, colpisce dritto al cuore con la sola forza della sua voce.
I compagni del barbuto chitarrista guadagnano il palco poco dopo, inspessendo le trame sonore e rendendole più intriganti ed interessanti, sempre seguendo un rigore ed una parsimonia negli arrangiamenti delicati e rispettosi. Il blues ed il country che fanno da base al progetto californiano iniziano a sporcarsi di suggestioni più dure già da “Set My Body Free”, per raggiungere il culmine nelle movimentate battute di “Joe & Jolene”, brano più energico allungato nella versione live di oggi da un impressionante assolo di batteria di Lynott ed alcune incursioni solistiche del fido compagno Christopher Hoffee, elemento essenziale nel dare di volta in volta spessore e corpo alle varie canzoni grazie ai suoi pregevoli interventi ai tasti d’avorio o alle sei corde.
Oltre all’energia contagiosa dei brani più rock oriented, c’è naturalmente spazio per l’esperienza e l’amore di Smith e soci per il blues, il folk e la musica popolare americana: le ruvide ballate come “Damned” o la straziante “I Got You”, oltre che mettere i brividi, richiamano la tradizione americana di Dylan, Springsteen e tutta la scuola cantautorale a stelle e strisce, fino alle toccanti combinazioni di “The Pilot”, un brano che non sfigurerebbe affatto in un live show del Boss per antonomasia.
Non potevano mancare poi, naturalmente, i richiami potenti a Charming Town e a tutta la saga di “Sons Of Anarchy”, le cui canzoni vengono cantate con emozione e trasporto da tutti i presenti. E’ una riproposizione di “The House Of The Rising Sun” ad aprire i rimandi alla nota serie TV ambientata in California, prima dei grandi successi come “Come Join The Murder” e “Oh Darlin What Have I Done”, canzoni che hanno reso i The White Buffalo un punto di riferimento per biker e le anime libere in tutto il mondo.
Con allegria, dedizione e scarsa pretenziosità, Jake Smith giunge al termine di un concerto dalle emozioni travolgenti e penetranti, dove anche i respiri ed i silenzi assumono un significato particolare e segnante.
Proprio per questo forse, si fa ancora più caso ai fastidiosi ed incessanti ronzii di fondo che accompagneranno il gruppo per tutta la durata della loro esibizione, una mancanza clamorosa non facilmente imputabile né alla band né alla produzione della serata, ma che ha inevitabilmente rovinato alcuni dei momenti più eterei ed esclusivi di questo concerto.
Ciononostante, il country/blues degli americani è riuscito anche stasera a trasportarci in un arido deserto fatto di strade interminabili, amori impossibili e cavalcate selvagge, secondo un immaginario evocato dai The White Buffalo con tanta semplicità quanto efficacia.

