Report di Alessandro Elli
Fotografie di Benedetta Gaiani
I Thy Catafalque sono, senza alcun dubbio, una delle espressioni più peculiari dell’avant-garde metal contemporaneo: la band nasce a Makò, in Ungheria, nel 1998, per iniziativa di Tamás Kátai (voce, chitarra, basso, tastiere, programmazione) e János Juhász (chitarra) ed esordisce l’anno successivo con “Sublunary Tragedies”, un disco ancora grezzo che affianca atmosfere sinfoniche a sonorità black metal, ponendo le basi per quello che sarà uno stile basato sulla sperimentazione e sulla commistione tra generi.
Nel 2011, e dopo quattro dischi, l’abbandono di Juhász lascia il progetto nelle sole mani di Kátai, il quale prosegue in solitaria pubblicando altri otto album – l’ultimo dei quali è “XII: A Gyönyörű Álmok Ezután Jönnek” del 2024 – ma inizia a portare la sua musica su un palco solamente nel 2021.
Quella di Milano è la prima data italiana dell’artista magiaro, e l’attesa, per i numerosi appassionati del gruppo, è ovviamente alta.
A supporto, un’altra entità proveniente dal sottobosco più oscuro: Bong-Ra, nome dietro al quale si cela Jason Köhnen, non è solamente il batterista dei Celestial Season ma anche la mente da cui sono nate band fuori dalle righe quali The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, The Mount Fuji Doomjazz Corporation e The Lovecraft Sextet.
Attiva dal 1998, questa one-man band rappresenta il lato musicale più estremo del musicista olandese, e sembra essere il perfetto antipasto per quella che si preannuncia come una serata da ricordare.
BONG-RA non è certo un artista di facile lettura: l’olandese è considerato tra i pionieri del breakcore, genere nato negli anni ’90 dalla fusione tra jungle, hardcore, grindcore e drum & bass, ma nella sua lunga carriera ha attraversato una fase più legata ad uno stoner/doom metal dalle tinte sperimentali e, più recentemente, si è avvicinato all’industrial.
Tutte queste sonorità, con una ovvia maggiore propensione verso le attuali tendenze, rientrano nella proposta live del gruppo che, oltre al fondatore Jason Köhnen alla voce growl e al basso, dal vivo comprende i due chitarristi Attila Kovács e Fogl Botond: l’approccio dei tre musicisti è rivolto all’impatto, con una resa magari non ottimale ma decisamente efficace. Le complesse programmazioni di batteria ed i breakbeat sono ad un volume tale da coprire spesso e volentieri gli strumenti, ma il muro di suono, in combinazione con le luci ed i visual, crea un’atmosfera distopica e claustrofobica avvincente, in una sorta di versione ancora più estrema dei Godflesh.
Quella di Bong-Ra non è musica adatta a tutti ma, nella mezz’ora abbondante a loro disposizione, Köhnen e soci hanno dimostrato di saper materializzare le loro inquietudini con una fisicità spiccia che rende la loro offerta in qualche modo più accessibile.
Trenta minuti di pausa e tutto è pronto per l’esordio italiano dei THY CATAFALQUE: quello che per più di vent’anni è stato un progetto da studio arriva finalmente su un palco e la risposta del pubblico in termini di partecipazione è buona, anche se forse un’occasione del genere avrebbe meritato un’affluenza maggiore.
Il Legend Club non è completamente pieno ma, quando la band fa il suo ingresso sul palco sulle note dell’intro “Szíriusz”, la reazione del pubblico è fragorosa: Tamás Kátai, unico titolare del progetto, è defilato sulla sinistra con il suo basso, mentre a tenere la scena nel primo pezzo, “Néma Vermek” (dal recente “Alföld”), sono i due cantanti Gábor Dudás e Bálint Bokodi, che si spartiscono voci pulite, growl e scream, mentre la formazione è completata dai due chitarristi Krisztián Varga e Zoltán Vigh e dal batterista Árpád Szenti.
Con il brano successivo, “Trilobita”, estratto da “Rengeteg”, entrano in scena le due voci femminili, Martina Veronika Horváth e Ivett Dudás, protagoniste in molti dei pezzi vicini al folk, tra le quali gli apici sono “Ködkirály”, con i suoi rallentamenti doom ed un finale maestoso, e “Embersólyom”, cover di un brano tradizionale ungherese.
Tra gli episodi più tesi si distinguono “Mezolit”, da “Meta”, nonostante nelle partiture più black Bokodi mostri di non essere del tutto a proprio agio con lo scream, e la più recente “Vasgyár”. Sintetizzatori e archi sono riprodotti attraverso basi ma, purtroppo, immaginiamo non sarebbe stato realistico aggiungere ulteriori musicisti ad una formazione già numerosa, in un tour impostato su locali di dimensioni ridotte.
La scelta di proporre brani selezionati da quasi tutta la discografia, con tre sole canzoni dall’ultimo album, è convincente, poiché permette di apprezzare la varietà di stili dai quali i Thy Catafalque hanno attinto nel corso degli anni, dal black metal con inclinazioni post al prog, dall’heavy metal più epico al folk, dalle chitarre suonate in shredding alla dolcezza degli archi: in fondo, la musica degli ungheresi è un insieme di generi, umori, atmosfere e, visti da vicino, anche look, ai quali Kátai ha conferito una coerenza sulla carta difficile da ottenere.
Il finale è affidato alla title-track di “XII: A Gyönyörű Álmok Ezután Jönnek”, prima del bis con i dieci minuti di “Móló”, un black metal infarcito di tastiere che si scioglie in una coda dai toni danzerecci ideale per i saluti di chiusura, al termine di un’ora e quaranta minuti di spettacolo.
La concomitanza con altri concerti ed il posizionamento infrasettimanale hanno impedito di raggiungere una capienza piena, ma l’evento di stasera era imperdibile per tutti i fan di una band unica ed i Thy Catafalque non hanno tradito l’attesa, combinando pura energia e momenti evocativi proprio come sanno fare su disco.
Setlist Thy Catafalque:
Szíriusz
Néma Vermek
Trilobita
Napút
Szarvas
Mezolit
Embersólyom (Kaláka cover)
Köd Utánam
Csillagkohó
Töltés
Kel Keleti Szél
Vasgyár
Ködkirály
Jura
Szélvész
A Gyönyörű Álmok Ezután Jönnek
Móló
BONG-RA
THY CATAFALQUE






















































