17-18/04/2026 - TONES OF DECAY 2026 @ MeetFactory - Praga

Pubblicato il 23/04/2026 da

Report di Luca Pessina
Foto di Metalopolis https://www.metalopolis.net/

Il Tones Of Decay di Praga si è ormai consolidato come una delle declinazioni più coerenti e convincenti del circuito death metal europeo contemporaneo, figlio diretto – per impostazione e sensibilità curatoriale – di esperienze ormai canoniche come il Kill-Town Death Fest. Ne eredita la vocazione per un death metal nelle sue molteplici ramificazioni old-school contemporanee, ma ne rielabora il modello con un taglio più essenziale e meno imponente, privilegiando un formato compatto: una selezione ridotta di band, distribuite su due giornate, con set concentrati tra il pomeriggio e la mezzanotte.
Una scelta che, lungi dal ridurre l’impatto complessivo, sembra invece rafforzare la fruibilità dell’esperienza, evitando dispersioni e sovraccarichi.

La cornice è stata ancora una volta la MeetFactory, spazio a cavallo tra locale concerti e galleria d’arte che non è nuovo a ospitare eventi di questo tipo, avendo già accolto in passato il Prague Death Mass.
La venue si è confermata particolarmente adatta: una sala concerti di dimensioni equilibrate, sufficientemente ampia da contenere un pubblico numeroso senza disperderne la densità, e dotata di un’acustica che ha restituito con chiarezza tanto le stratificazioni più dense quanto le accelerazioni più brutali. Un aspetto non secondario, in un contesto in cui la definizione del suono resta centrale per la piena comprensione delle diverse sfumature stilistiche proposte dalle band.

Un elemento che siamo felici di poter sottolineare è stata poi la presenza, sia all’interno che all’esterno della struttura, di un discreto numero di posti a sedere. Una scelta apparentemente marginale ma in realtà significativa, considerando un pubblico la cui età media tende a spostarsi verso l’alto, e che ha evidentemente bisogno di momenti di pausa tra un set e l’altro.
Proprio l’area esterna, affacciata sulla ferrovia, ha aggiunto una dimensione quasi surreale all’esperienza: le pause trascorse a osservare il passaggio dei treni hanno finito per assumere un carattere stranamente cinematografico, quasi una citazione involontaria da “Il Ragazzo di Campagna”.

Al di là di qualche criticità logistica legata ai pagamenti – con il merch del festival acquistabile esclusivamente in valuta locale – il bilancio complessivo resta dunque nettamente positivo.
La partecipazione internazionale è stata significativa, favorita tanto dalla line-up quanto dal fascino della città, seppur sempre più segnata da dinamiche di overtourism. Nel complesso, un’edizione riuscita, solida e coerente, che lascia aperta la speranza di un ritorno ancora più ambizioso il prossimo anno.

VENERDÌ 17 APRILE

Il Tones Of Decay si apre con gli svedesi HARROWED, già in pieno regime da tour per promuovere il nuovo album “The Eternal Hunger”. L’impatto è immediato: la band non ha bisogno di rodaggio e si presenta con una sicurezza notevole, come se questo set fosse solo l’ennesima tappa di una macchina ormai perfettamente oliata. Il loro death metal intriso di attitudine punk funziona particolarmente bene in apertura di festival, quando il pubblico sta ancora riempiendo la sala ma ha già voglia di farsi travolgere.
Adam Lindmark, impegnato sia alla batteria che alla voce, è il fulcro assoluto dello show: fisicità, controllo e un approccio che richiama da vicino una versione più giovane e scattante di Chris Reifert. La sua doppia funzione non appesantisce il risultato, anzi contribuisce a dare alla performance un senso di urgenza e instabilità controllata. Il pubblico reagisce subito, e già dai primi brani si crea quella sintonia tipica delle aperture riuscite, in cui la band non deve convincere ma semplicemente accendere la miccia.

Il secondo slot riporta immediatamente indietro nel tempo, dentro quel sottobosco death-grind dell’Europa orientale che tra fine anni Novanta e primi Duemila era una vera e propria galassia sotterranea. Gli INGROWING arrivano da quella stagione lì, la stessa che ha alimentato circuiti oggi quasi mitologici come l’Obscene Extreme, e già questo basta a collocarli in una dimensione di culto per chi ha vissuto quell’epoca.
Il loro set è un esercizio di memoria e fedeltà stilistica: richiami diretti ai primi Carcass, ai Napalm Death più primitivi, ai General Surgery, con un approccio che non cerca aggiornamenti ma continuità. Dal vivo la proposta resta onesta, schietta, quasi refrattaria a qualsiasi ammodernamento. I suoni però tendono a impastarsi più del dovuto, e questo in parte attenua la resa del loro attacco, senza però intaccare la sensazione generale di trovarsi davanti a una band che ha scelto di restare esattamente dove è sempre stata.

Gli statunitensi CORPUS OFFAL salgono sul palco forti dell’eco ancora fresca dell’omonimo debut album uscito l’anno scorso, che li ha rapidamente imposti come uno dei nomi più interessanti della nuova ondata death metal, bissando il successo delle opere pubblicate a nome Cerebral Rot.
L’attesa è palpabile e la formazione entra in scena con un piglio aggressivo, quasi intimidatorio. Al centro resta la figura del chitarrista/cantante Ian Schwab, presenza scenica imponente e vocale, mentre la line-up per queste date vede l’inserimento del veterano V. Blank (già noto per esperienze in Black Witchery e Sempiternal Dusk) alla chitarra ritmica, elemento che contribuisce ad irrigidire ulteriormente l’impatto complessivo.
Il problema principale dello show, però, è di natura tecnica: diversi intoppi costringono a una gestione frammentata della scaletta e, verso la parte finale, a un taglio inevitabile. Nonostante ciò, anche pochi brani bastano per restituire l’essenza del progetto: un death metal denso, vischioso, obliquo nelle melodie e volutamente scomodo, che in sede live guadagna ulteriori strati di abrasività.

Gli OBLITERATION si presentano sul palco con la sicurezza di chi non ha bisogno di dimostrare nulla. È da tempo che i norvegesi non pubblicano nuovo materiale, ma la sensazione è che la band abbia mantenuto intatta la propria identità, quasi sedimentandola ulteriormente. Dal vivo questo si traduce in una performance solida, autorevole, priva di incertezze.
In un contesto in cui molte realtà tendono oggi a spingersi verso territori dissonanti o eccessivamente stratificati, loro continuano a rappresentare una sintesi diversa: un punto d’incontro tra derive avantgarde, sempre più spiccate nelle ultime uscite, e puntuali ritorni consapevoli alle radici più sguaiate e corrosive del death metal. I riferimenti a Autopsy e primi Morbid Angel emergono così in filigrana, anche se mai in modo sin troppo telefonato.
Il quartetto si muove con naturalezza sul palco della MeetFactory, costruendo un set che funziona soprattutto per dinamica e presenza scenica. Il risultato è quello di un gruppo dotato di grande personalità, pienamente in controllo del proprio linguaggio, che viene seguito con grande interessa da un sala ormai piena.

Quando salgono gli UNDERGANG la sala è ormai entrata nel pieno della sua densità serale. È la prima data del tour europeo insieme ai Corpus Offal, ma l’impressione è quella di una band che non ha bisogno di alcuna rodaggio: l’affiatamento è immediato, quasi fisiologico.
Come sottolineato in passato, la formazione a quattro, ormai consolidata, si conferma come la più efficace nella storia del gruppo: permette maggiore articolazione, più spazio alle sfumature, senza però intaccare il carattere volutamente putrido e primitivo di parte della loro proposta. Il suono degli ormai storici death metaller danesi resta intriso di una fisicità sporca, volutamente sgradevole, ma oggi appare anche più stratificato, più rifinito nei dettagli.
Per anni la band ha incarnato una forma di umiltà quasi militante all’interno della scena, anche grazie al lavoro del chitarrista/cantante David Mikkelsen con la sua etichetta, la Extremely Rotten Productions, e al ruolo centrale nella nascita del famoso Kill-Town Death Fest. Questa attitudine non è cambiata, ma sul palco emerge oggi una maggiore consapevolezza: quella di chi sa di aver contribuito a definire un linguaggio.
Il live è semplicemente devastante, accolto da una risposta entusiasta – e a un certo punto particolarmente fisica – del pubblico.

La chiusura del primo giorno è affidata ai SIEGE COLUMN, i quali portano sul palco una miscela abrasiva di metalpunk bellico e attitudine da scantinato statunitense nel senso più autentico del termine. Il loro è un set ruvido, slabbrato, a tratti volutamente caotico, il quale funziona proprio nella sua mancanza di levigatura.
Come era stato al Maryland Deathfest di un paio di anni fa, dal vivo la band è sorprendentemente efficace: si muove con naturalezza su un palco e lascia intendere di essere abituata a contesti ben meno comodi. L’impatto del materiale originale – soprattutto i pezzi dall’ultimo “Sulphur Omega” – è notevole, diretto, senza mediazioni. È musica che vive di urto frontale più che di costruzione, nonostante certe dinamiche siano indubbiamente studiate.
Nella parte finale lo show prende poi una piega più leggera e quasi ironica con le cover di “Countess Bathory” e “Breaking the Law”, le quali chiudono la giornata con un contrasto volutamente spiazzante rispetto alla brutalità precedente, ma perfettamente in linea con l’attitudine senza filtri del gruppo.

SABATO 18 APRILE

La seconda giornata si apre con i tedeschi MORSCH, realtà ancora profondamente immersa nel sottobosco europeo ma già capace di catalizzare un pubblico sorprendentemente numeroso per un primo slot. Il gruppo, che vede tra le sue fila musicisti attivi anche in Ch’ahom e Kriegszittern, è per ora fermo a un demo del 2023, ma porta sul palco anche materiale inedito, segno di un percorso in pieno sviluppo.
Il loro death metal è denso, fumoso, attraversato da frequenti aperture atmosferiche che però non sfociano mai in derive dispersive. Anzi, quando la band decide di affondare il colpo, emergono partiture decisamente più concrete e old school, con accelerazioni improvvise che danno struttura al set. È proprio in queste sezioni più heavy e dirette che i Morsch sembrano trovare la loro voce più personale, evitando soluzioni troppo prevedibili.
Nel complesso, una prova convincente, che lascia intravedere margini di crescita interessanti.

Gli ALTAR OF GORE finiscono per essere ricordati tanto per la musica quanto per un episodio piuttosto rocambolesco: a metà set, un amplificatore e una testata crollano rovinosamente sul palco, senza però interrompere davvero il flusso dello show. La band, in cui militano membri di Siege Column e Blasphematory, gestisce il tutto con una certa indifferenza, limitando la pausa al minimo indispensabile e riprendendo come se nulla fosse.
Dal punto di vista musicale, il loro black-death si inserisce perfettamente nei canoni oggi dominanti in ambito war metal: suoni pastosi, aggressività costante, strutture che privilegiano l’impatto rispetto alla complessità, con alcune accelerazioni veramente ignoranti a trascinare tanto la band quanto il pubblico. Non c’è nulla che rivoluzioni il genere, ma l’esecuzione è solida e coerente con le aspettative. È uno show concreto, privo di fronzoli, che funziona proprio perché non cerca di essere più di quello che è.

In un contesto fortemente orientato sul death metal, l’irruzione dei NEKROMANTHEON rappresenta una variazione tanto necessaria quanto esaltante. Il gruppo guidato da Sindre Solen e Arild Myren Torp, già visti la sera precedente con gli Obliteration, cambia completamente registro ma mantiene intatta la qualità.
Il loro thrash metal è un distillato purissimo di scuola classica: Destruction, Kreator, Dark Angel, ma anche tutta quella tradizione più feroce e meno addomesticata che oggi raramente trova interpreti così credibili. Dal vivo, inoltre, il materiale dei norvegesi acquista una spinta ulteriore, dato che la scrittura della band privilegia l’efficacia più che l’accumulo. In sede live questa impostazione emerge con ancora maggiore chiarezza, tanto che ogni brano è una scarica continua e l’entusiasmo del pubblico monta di conseguenza.
Il risultato è uno dei momenti più elettrizzanti della giornata, capace di riaccendere la platea con una violenza quasi liberatoria, soprattutto all’altezza di episodi come “The Visions of Trismegistos”.

Con i CRYPTWORM si entra in territori decisamente più grezzi e fisici. Il trio di Bristol arriva a Praga per celebrare l’uscita del nuovo full-length “Infectious Pathological Waste”, e lo fa con uno show che definire ‘ignorante’ è quasi riduttivo.
La loro proposta mescola death metal novantiano nelle sue forme più sghembe – il riferimento ai Demilich è evidente – con un’anima goregrind che si traduce in groove pesanti e cadenze quasi oscene. Dal vivo tutto questo si amplifica, trovando una risposta entusiasta da parte del pubblico, che trasforma il pit in un caos continuo.
Il chitarrista/cantante Tibor Hanyi domina la scena con una presenza imponente e, nelle fasi finali, scende direttamente tra il pubblico a suonare, annullando così ogni distanza tra interprete e platea. È uno show senza freni, viscerale, perfettamente in linea con lo spirito più corporeo del festival, ma anche molto pulito e concreto nell’esecuzione, cosa tutt’altro che scontata.

Il ritorno in Europa dei VASTUM è segnato da una formazione ridotta, complice l’assenza della chitarrista e cantante Leila Abdul-Rauf, infortunatasi al braccio poco prima del tour. La band si presenta quindi come quartetto, con una sola chitarra, soluzione che inevitabilmente modifica un pochino l’equilibrio sonoro, rendendo certi passaggi più asciutti.
In ogni caso, la resa complessiva resta più che convincente: il death metal dei californiani mantiene la sua natura inquieta e stratificata, giocando su atmosfere oscure e tensioni mai del tutto risolte. La mancanza di una seconda chitarra viene compensata da una maggiore esposizione delle linee vocali, distribuite tra più membri, con il portentoso frontman Daniel Butler sempre al centro della scena. Il cantante è in effetti incontenibile: stage diving continuo, contatto fisico costante con il pubblico, un’energia che trascina l’intera sala. Ne viene fuori una performance che unisce dimensione atmosferica e impatto corporeo, replicando al meglio una formula già collaudata in passato, la quale ebbe, in particolare, molto successo a un Kill-Town Death Fest di qualche anno fa.

Poco dopo, i KRYPTS salgono sul palco con il consueto atteggiamento schivo, quasi distaccato, ma bastano pochi minuti per ricordare a tutti perché il loro nome continui a godere di un rispetto così trasversale. Non pubblicano nuovo materiale da “Cadaver Circulation” del 2019, ma naturalmente il loro repertorio resta intatto nella sua forza.
La line-up dei finlandesi ha subito cambiamenti, con l’ingresso di Tuomas Granlund (True Black Dawn) a una delle chitarre, ma l’identità del gruppo non sembra esserne stata intaccata. Il loro death-doom è sempre sinistro, stratificato, refrattario a soluzioni facili.
Quest’oggi colpisce soprattutto la chiarezza esecutiva: i suoni sono puliti, ben bilanciati, e permettono di seguire con precisione l’intreccio delle chitarre, che è poi il vero motore della loro musica. Brani come “Arrow of Entropy” emergono senza bisogno di essere sottolineati, semplicemente perché funzionano.
È uno show che non cerca il coinvolgimento immediato, né lo spettacolo. Si impone piuttosto per coerenza e controllo, risultando tra i momenti più solidi e definiti dell’intera giornata.

Quando i DEAD CONGREGATION prendono possesso del palco, la percezione è immediata: il festival raggiunge il suo vertice.
Non si tratta solo di aspettative o reputazione, ma di una presenza che si impone in modo naturale, quasi inevitabile: da oltre vent’anni i greci rappresentano un punto di riferimento assoluto per il death metal, grazie a opere come “Graves of the Archangels” e “Promulgation of the Fall”, e dal vivo questa centralità si traduce in un dominio totale.
Se agli inizi la band guidata dal chitarrista/cantante Anastasis Valtsanis sembrava muoversi con un atteggiamento più schivo, concentrato esclusivamente sul lavoro e sulla sostanza, oggi si percepisce una consapevolezza diversa. Non arroganza, ma coscienza piena dei propri mezzi e del proprio ruolo. Questo si riflette in una performance dominante, intensissima, in cui ogni passaggio è carico di significato.
In circa quaranta minuti, i Dead Congregation condensano una sequenza impressionante di brani che ormai possono essere considerati classici. L’esecuzione è impeccabile, ma ciò che colpisce davvero è il trasporto: ogni riff, ogni cambio di tempo sembra suonato con una partecipazione reale, tangibile.
La risposta del pubblico è totale: in ogni angolo della sala si percepisce un’attenzione quasi religiosa, che esplode nei momenti più iconici. È uno di quei concerti che non hanno bisogno di effetti o sorprese: basta la musica, suonata così, per mettere tutti d’accordo. Ora la speranza è che il gruppo completi presto un nuovo album visto che sono passati ormai tanti anni dall’ultima fatica.

A chiudere il festival arrivano i TORTURE RACK, incaricati di riportare il tutto su coordinate più semplici e dirette. Dopo l’intensità oscura e viscerale dei Dead Congregation, la loro proposta assume quasi i contorni di una festa finale, pur restando saldamente ancorata al death metal più classico.
Il gruppo di Portland costruisce il proprio suono su fondamenta ben note – classici Cannibal Corpse e riferimenti ad altri esponenti della vecchia scuola americana – senza cercare deviazioni particolari. La forza sta tutta nella capacità di scrivere brani compatti, immediati, pensati per funzionare in concerto.
Ed è esattamente quello che succede: riff che si stampano subito in testa, ritmi incalzanti, un pubblico che risponde con pogo e partecipazione. Dal vivo, il gruppo mette in chiaro la differenza tra semplicità e approssimazione: il trio suona molto bene, con una precisione e una compattezza che valorizzano ogni singolo brano.
È una chiusura meno solenne ma perfettamente coerente, che restituisce al festival una dimensione più conviviale, quasi liberatoria in questo sabato sera in cui tutti i partecipanti sembrano di buon umore.

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