Report di Enrico Ivaldi
Dopo la sbornia dell’anno scorso, con headliner del calibro di Tool, Metallica e Judas Priest, era difficile replicare un’edizione cosi ricca, ragion per cui gli organizzatori del Tons Of Rock hanno deciso quest’anno di virare su qualcosa di completamente diverso, lasciando da parte i suoni più pesanti in favore di scelte molto più mainstream. Una scelta, questa, che ha creato non pochi malumori alla vista di Green Day e Muse come band di punta del 2025.
La musica è da sempre un’arte estremamente soggettiva, e per un tot di fan delusi ci saranno sempre un numero equivalente (o pure maggiore) di persone felici di poter vedere i loro gruppi preferiti.
È palese (e forse naturale) che un festival come il Tons Of Rock per espandersi debba guardare al di fuori dell’universo hard rock e metal, ragion per cui lungi da noi criticare determinate scelte, soprattutto alla luce dell’affluenza di pubblico ancora una volta estremamente alta, che ha fatto registrare il sold-out della giornata del giovedì (Green Day) in tempo record.
Come sempre un festival organizzato in maniera quasi perfetta, immerso nel verde della collina di Ekeberg la cui atmosfera è estremamente rilassata, in cui ognuno riesce ad avere il proprio spazio personale nel tipico mood scandinavo.
I palchi quest’anno aumentano a quattro, con l’aggiunta di un grosso tendone in cui si alternano concerti di band locali e minori, incontri con artisti, tasting di birra e e meeting vari e raddoppiano pure gli stand di vestiti, dischi e merch.
Aumentano anche le stazione gratuite dell’acqua potabile e ad ognuno dei partecipanti viene data una borraccia (e crema solare) da una catena di farmacie presente col suo stand. Non manca nemmeno l’ufficio postale mobile, nel caso uno volesse spedirsi direttamente ciò che acquista durante il festival senza aver paura di danneggiarlo o perderlo.
La scelta di cibo e bevande è come sempre abbastanza ampia e con prezzi leggermente alti per gli standard italiani (una birra costa sulle 12 euro e il prezzo medio del cibo varia dai 15 ai 20) ma in linea e non troppo esagerati per quelli norvegesi.
Da menzionare la scelta di far pagare una cauzione di venti corone (poco più di un euro e mezzo) al momento del primo acquisto di qualsiasi bevanda come incentivo per non lasciare bicchieri in giro: nel caso di ritorno del bicchiere al bar senza un’ ulteriore consumazione viene consegnato un token da riportare la prossima volta che si voglia ordinare da bere e valido per tutta la durata del festival. Tutto questo ha un effetto positivo sulla questione rifiuti: nei quattro giorni dell’evento si faceva fatica a trovare bicchieri a terra e in generale il livello di pulizia è sempre stato eccellente grazie anche alle numerose stazioni di riciclo sparse.
Quattro giorni in cui troviamo musica per ogni gusto musicale, dal metal estremo al rock, fino all’elettronica, in nome di un’eterogeneità artistica che in Italia ancora si fatica a digerire e che rende un festival come questo (o come qualsiasi altro festival nord europeo) quasi impossibile da proporre.
MERCOLEDÌ 25 GIUGNO
Accolti da un cielo terso e senza nuvole e una temperatura media che non supera mai i venticinque gradi, l’apertura del festival è affidata, come ogni anno e sul palco principale, allo stoner doom pieno di feroce e sottile ironia dei BLACK DEBBATH (un po’ gli Elio e le Storie Tese del genere), mentre quasi contemporaneamente si esibiscono i FIT FOR AN AUTOPSY che scaldano il palco coperto del Moonlight Stage con il loro metalcore misto a deathcore, per tre quarti d’ora sicuramente solidi e senza sbavature, davanti ad un pubblico già discretamente numeroso per essere solamente le due del pomeriggio.
Gli scozzesi ALESTORM dal canto loro alleggeriscono gli animi e il loro metal dalle tematiche piratesche e dalle atmosfere festaiole coinvolge senza impressionare: i presenti che vogliono divertirsi senza troppe pretese a suon di birra e una musica mai troppo aggressiva; premessa perfetta per gli ELECTRIC CALLBOY, che tra fuochi d’artificio e un’immagine colorata prendono possesso del palco principale, davanti ad un numero già parecchio numeroso. È intuibile, dai molti presenti vestiti con tute fosforescenti, che in molti attendevano il concerto di quella che è sicuramente una delle band più divertenti in sede live.
Il loro mix di metalcore e musica dance anni Novanta fa indubbiamente centro, grazie anche ad un’attitudine ben costruita che non si prende mai sul serio e una tenuta del palco priva di sbavature. Certo, quello che ne viene fuori è un ora di intrattenimento in cui la musica è solo una parte dell’intero show ma, al netto di gusti personali, i tedeschi fanno centro e i momenti più divertenti si hanno con “Spaceman”, la cover dei Sum 41 “Still Waiting”, “Hurrikan” e la conclusiva “We Got The Moves”.
Non c’e Tons Of Rock senza i CANDLEMASS. A soli due anni tornano le leggende svedesi del doom sullo stesso palco che li vide protagonisti di un concerto strepitoso. Così come nel 2022 Leif e compagni sembrano, sin dalle prime note di “Bewitched”, non aver perso nulla e nei tre quarti d’ora a loro disposizione celebrano i quarant’anni di carriera con una selezione dei loro classici tratti dai primi tre lavori.
“Under The Oak”, “Mirror Mirror” e “Crystal Ball” risuonano tra il pubblico che accompagna un Johan Langquist il quale, nonostante il passare degli anni, si difende in maniera quasi miracolosa, specialmente nei brani tratti da “Nightfall”, non proprio di facile interpretazione.
“Dark Are The Veils Of Death”, “Solitude” e la sempre immensa “The Well Of Souls” sono rese in maniera impeccabile da una band che, raggiunti gli ormai quattro decenni di carriera e con in formazione tutti i membri storici del periodo “Nightfall” (a parte ovviamente lo stesso Langquist) sembra vivere una nuova gioventù, anche alla luce delle ultime uscite discografiche sempre di livello. Immortali.
Sono le cinque passate ed è il momento di una delle band più attese della giornata, anche a giudicare dalla enorme massa di gente accorsa sotto il Vampire Stage, secondo palco per grandezza.
Il compito dei LORNA SHORE di portare dal vivo il loro deathcore sinfonico e abbastanza complesso non è dei più semplici e il risultato, spiace a dirlo è completamente deludente. Ora, per chi scrive (pur non essendo mai stato un grande fan degli americani) la curiosità era notevole, visto il grande hype che gira attorno Will Ramos e soci, ma del concerto di oggi c’è ben poco da salvare.
Un’ora di brani inutilmente lunghi, con una qualità sonora che, dal vivo, fa cadere tutto il castello di carte creato in studio.
Quello che esce fuori è un delirio di batteria violentissima, velocissima e al limite del parossismo ma totalmente innocua, chitarre inesistenti se non quando spuntano dei soli di stampo atmosferico, e un muro di tastiere che sembrano uscite dal peggior gruppo black sinfonico; il tutto intramezzato da breakdown che vorrebbero spezzare l’atmosfera claustrofobica e soffocante ma che sembrano spesso piazzati lì per caso.
Certo la band sa suonare e si sente, così come è innegabile che Will Ramos sia un cantante e frontman dotato, ma l’impressione generale è quella di un gran caos nella quale si ha poco controllo su quello che di buono esce in studio.
Dal delirio dei Lorna Shore si passa ad un altro concerto atteso e delicato: i DREAM THEATER si ripresentano infatti a distanza di sei anni sullo stesso palco ma con la novità del ritorno di Mike Portnoy dietro le pelli.
L’ora e un quarto a loro disposizione non permette una scaletta molto lunga, ma gli americani riescono comunque a proporre una selezione di brani interessanti come la sempre bella “Peruvian Sky” con le sue citazioni interne di “Wish You Were Here” dei Pink Floyd e “Wherever I May Roam” dei Metallica, “Strange Déjà Vu” e “Fatal Tragedy” dal capolavoro “Metropolis Pt 2”.
Non sfigurano troppo le nuove “Night Terror” e “Midninght Messiah” e c’è spazio anche per “The Enemy Inside” del periodo Mangini.
Sulla bravura della band non ci sono dubbi ed è quasi superfluo parlarne, ma è importante confermare che la chimica tra Mike e il resto del gruppo sembra tornata a livelli altissimi e i brani ne guadagnano in immediatezza e impatto. Discorso a parte per James Labrie il quale, pur dimostrandosi molto più un forma rispetto alle precedenti calate in terra nordica, fa ancora fatica su brani come “Pull Me Under”, dove lo si sente al limite delle sue capacità attuali, risultando spesso in momenti non proprio gradevoli, specie nelle parti in tonalità più alta.
Tutto sommato, però, un ottimo live, la cui durata inferiore rispetto ai loro soliti set riporta un po’ di immediatezza e compattezza nel loro progressive metal complesso e tecnico.
Giusto il tempo di vedere i primi quindici minuti del circo power metal dei POWERWOLF e ci spostiamo verso il tendone del Moonlight Stage per uno dei concerti più attesi del festival: il ritorno su palco degli OLD MAN’S CHILD dopo venticinque anni.
Quella di oggi è la seconda data di Galder e soci, a distanza di tre settimane da quella allo Sweden Rock. Le impressioni positive del debutto in terra svedese vengono confermate se non superate, grazie ad uno show praticamente perfetto ed entusiasmante.
La formazione attuale comprende Galder, Tjodalv alla batteria e i due Susperia Elvorn e Cyrus (rispettivamente basso e seconda chitarra) ed è completata nientemeno che da Hoest dei Taake alla voce. Sin dalle primissime note di “Toward Eternity” si capisce che il suono è imponente, violento e compatto e così sarà per tutta la durata del concerto, senza il minimo intoppo.
Hoest, che per l’occasione sceglie un look completamente bianco (vestiti compresi), curioso ma assolutamente in linea con il mood del concerto, si riconferma, al netto della discutibilità del personaggio, uno dei migliori cantanti e frontman del genere, e il suo apporto a brani come “The Soul Receiver”, “Born Of The Flockering” e Soul Possessed” è prezioso e impeccabile.
La scaletta pesca da tutti i lavori della band (con “III – Natured Spiritual Invasion” e il debutto “Bord Of The Flickering” i più rappresentati) dimostrando quanto la loro discografia si sia sempre assestata su livelli sopra la media e senza cali artistici, ma il momento più alto si ha con “The Millenium King” che mantiene anche dal vivo la sua epicità e con la quale i norvegesi si congedano, dopo uno dei concerti più intensi e memorabili non solo dell’intero weekend ma anche della storia del festival.
Una band che è sempre vissuta all’ombra dei più grandi nomi del black metal sinfonico, caratterizzata da una grande personalità che non disdegna anche influenze di metal classico e thrash e che ora, dopo un quarto di secolo, riesce forse a raccoglierne i frutti.
Setlist Old Man’s Child:
Towards Eternity
King Of The Dark Ages
The Soul Receiver
Unholy Vivid Innocence
God Of Impiety
Born Of The Flickering
Soul Possessed
Enslaved And Condemned
The Dream Ghost
Demons Of The Thorncastle
Hominis Nocturna
The Millennium King
Sono le nove passate quando il primo headliner del festival, i MUSE salgono sul palco tra l’ovazione dei numerosissimi presenti.
Pur non assistendo all’intero set possiamo comunque dire che il trio capitanato da Mattew Bellamy dimostra tutti gli anni di esperienza con una presenza sul palco e una compattezza tra i musicisti davvero invidiabile.
Il nuovo corso dei Muse avrà anche visto alzare l’asticella della pesantezza (tanto che alcuni brani suonano ai limiti del metal più moderno), ma la freschezza e la brillantezza di brani come “Hysteria”, “Supermassive Black Hole” o “Plug In Baby” vengono sostituiti da una serie di brani tutti simili, dall’andamento a metà tra il rock and roll vagamente stoner e l’indie più classico, senza quei guizzi che avevano reso i primi lavori degli inglesi una ventata di freschezza.
In generale comunque un concerto solido, godibile ma dal quale ci allontaniamo poco dopo la metà.
GIOVEDÌ 26 GIUGNO
L’apertura del giovedì è affidata – abbastanza inspiegabilmente – ai CARCASS, che alle tredici precise si presentano sul Vampire Stage con le prime note di “1985” ad anticipare “Unfit For Human Consumption” e i già numerosi presenti, nonostante un orario proprio amichevole, si sono affollano sotto il palco.
Chi ha visto gli inglesi dal vivo in questi ultimi anni sa quanto ogni loro concerto sia micidiale e chirurgico, con ogni brano suonato con una compattezza e una precisione incredibile.
Ed è con le storiche “Heartwork”, “No Love Lost” o “Incarnated Solvent Abuse” che Walker e soci riempiono i cinquanta minuti a loro disposizione nel migliore dei modi, tirando fuori anche brani meno famosi come la quasi rock “Tomorrow Belongs To Nobody”.
Bill Steer è un chitarrista completo nel suo fondere un gusto blues (cosa che ben si sposta con suo look anni Settanta) e rasoiate death e grind, mentre Daniel Wilding non fa per nulla rimpiangere l’amato Ken Owen.
Si va indietro fino agli esordi con “Genital Grinder” e “Exhume To Consume” e non mancano le sinfonie di “Incarnated Solvent Abuse” e “Corporal Jigsore Quandary” per un concerto senza dubbio di livello superiore. Unica pecca l’orario che, vista anche l’importanza storica dei Carcass, avrebbe potuto essere slittato più in là durante la giornata.
Mentre decidiamo di saltare MYLES KENNEDY, il nostro prossimo appuntamento è con i TURBONEGRO, veri e propri idoli locali che suoneranno sul palco principale.
Per forza di cose la formazione vede oggi solo tre membri del periodo d’oro (il bassista Thomas Seltzer e i chitarristi Rune Grønn e Knut Schreiner) ma l’irriverenza e quel mix unico tra punk e glam rock non sembra risentirne.
Certo, la mancanza di un frontman unico come Hank Von Helvete, scomparso nel 2021, è impossibile da sostituire, ma l’attuale The Duke of Nothing, in formazione dal 2012, si conferma come la miglior scelta possibile.
L’impressione è quella di partecipare al concerto di un headiner, a giudicare dal numero di persone, e forse lo sono davvero, a queste latitudini.
Un numero infinito di giacche da biker con la scritta “Turbojugend” (il loro fan club internazionale) si mescola al resto, mentre i norvegesi sciorinano un classico dopo l’altro: “Rendezvous With Anus”, “Selfdestructo Bust”, “Get It On” e “The Age Of Pamparius” dal capolavoro “Apocalypse Dudes”, “I Got Erection” con tanto di Chris Pontius (Jackass) sul palco, “Fuck the World (F.T.W.)” e “All My Friends Are Dead” vengono tutte suonate con quell’urgenza e quella irriverenza tipica loro.
Un concerto a suo modo da ricordare per un gruppo che, forse non farà più incazzare e non sconvolgerà più come una volta, ma sa ancora come dar fastidio, divertire e coinvolgere.
Tempo di ritorni anche per gli ORBIT CULTURE e il loro death metal melodico di stampo svedese, che si ripresentano in quel di Ekeberg tre anni dopo la prima calata norvegese.
Forti del nuovo “Death Above Life” in uscita a settembre, gli svedesi sembrano avere un grosso seguito e ricambiano con un’esibizione solida e precisa, nella quale i nuovi brani “The Tales Of War” e “Death Above Life” si amalgamano bene a quelli della loro discografia meno recente come “Strangler” o “While We Serve”, tralasciando tutto ciò che precede “Redfog” del 2018.
Una band che dal vivo funziona molto bene, a prescindere dai gusti personali e grazie ad una musica in parte accessibile e ben strutturata.
Giusto il tempo per un paio di brani dei SEX PISTOLS & FRANK CARTER (divertenti ma non a livello dei Generation Sex di un paio di anni fa), protagonisti di una divertente “Anarchy In The U.K.” insieme a Billy Joe dei Green Day, e metà del set dei BLEED FROM WITHIN della cui bravura live, frutto di anni di esperienza, non c’è da discutere nonostante non siano proprio nelle corde di chi scrive, prima della prossima band sulla nostra lista.
È arrivato infatti il momento dei BELPHEGOR, sotto il tendone del Moonlight Stage.
La corazzata austriaca è parecchio amata in terra norvegese, complice un’attitudine senza compromessi ed il loro mix di black e death metal che, nonostante non sia proprio propenso ad una qualsivoglia evoluzione, funziona eccome.
Un’ora e dieci di rasoiate violente e senza grosse sorprese di sorta, mescolate ad un’immagine satanista volutamente pacchiana ed esagerata, capace di generare il delirio sotto il palco con un moshpit praticamente continuo, nel quale vediamo un’età media piuttosto bassa, segno che anche alle generazioni più giovane piace ancora il metal sporco, volgare e violento.
Nove i brani suonati, tra cui spiccano “Baphomet”, “Lucifer Incestus”, “Stigma Diabolicum” e la conclusiva “Totentanz – Dance Macabre” che confermano l’assenza del periodo pre-“Lucifer Incestus”, prediligendo quello più recente e votato ad un suono più black metal.
Nulla da dire quindi se non un’ora di live furioso, ben suonato e dalla componente visuale curata e coinvolgente, che mitiga una monoliticità a livello musicale un po’ eccessiva. Del resto, dopotutto, dagli austriaci non ci si può aspettare altro.
Quella che sarà (per noi) la giornata forse meno interessante dell’intero weekend volge al termine con lo show dei GREEN DAY che, manco a dirlo, hanno riempito ogni metro quadro del prato davanti al main stage con una folla oceanica, estremamente eterogenea: vediamo infatti giovanissimi, famiglie intere e gente di tutte le età.
La volontà degli organizzatori del festival di voler abbracciare una fetta ancora più grande di pubblico ha vinto, che piaccia o no, e il fatto che la giornata di oggi sia stata quella con il sold-out più repentino ne è la conferma.
Il bello dei festival però è anche il poter decidere cosa ascoltare e cosa no, sempre nei termini di rispetto per tutti gli artisti e i loro fan: per questo, noi decidiamo che la nostra giornata può finire qui e ci accingiamo a ritornare attraverso il rilassante sentiero tra i boschi adiacenti all’area del festival.
VENERDÌ 27 GIUGNO
Una giornata di sole con temperature che non superano i venticinque gradi ci accompagna durante le prime ore del venerdì, quando i DJERV scaldano l’impianto del Vampire Stage.
Per chi non li conoscesse, i Djerv sono un progetto che vede Agnete Kjølsrud (collaboratrice con Dimmu Borgir) alla voce, Erlend Gjerde (Stonegard) alla batteria e Stian Kårstad (Trelldom) alla chitarra, la cui musica è un rock dai tratti quasi noise e dalle influenze black nel riffing, supportato dalla bellissima e graffiante voce di Agnete.
Pur non pubblicando nulla (se non qualche singolo sparso) dal debutto del 2011, la band torna oggi su un palco dopo un periodo di stasi interrotto da qualche apparizione sporadica. Questo non mina certamente la compattezza del gruppo che, orfano di Kårstad, anche oggi tira fuori cinquanta minuti di un metal/rock estremamente pesante e coinvolgente. Una band molto amata in patria ma che va sicuramente approfondita per chiunque al di fuori della Norvegia.
Sono le due e un numero indefinito di lavatrici, forni, e altri elettrodomestici ed oggetti da casa fa capire che quello che succederà nell’immediato sul palco principale sarà qualcosa di unico.
Dopo un tempo indefinito tornano infatti dal vivo gli HURRA TORPEDO un trio formato da Egil Egeberg e Aslag Guttormsgaard dei Black Debbath e Kristopher Schau, un personaggio televisivo e musicista dal passato turbolento e volutamente divisivo, conosciuto al pubblico metal come il cantante dei punkers Mongo Ninja insieme a Bård Faust.
Quello degli Hurra Torpedo è un grand guignol musicale che parte dai deliri dei primi Einstürzende Neubauten, in cui basso e (a volte) chitarra sono gli unici strumenti classicamente rock mentre il resto è un delirio di percussioni metalliche e stendibiancheria usati come vibrafoni.
Nonostante alcuni momenti volutamente cacofonici praticamente industrial, i tre riescono comunque a costruire brani con strutture classiche e condirli con una grande dose di senso dell’humor senza mia prendersi veramente sul serio (ad un certo punto spunta pure un cestello di una lavatrice usato come elmo).
A supporto di questa vena ironica, le cover di “Toxic” (Britney Spears) e “Total Eclipse Of The Heart” di Bonnie Tyler, alternate a quelle di “Iron Man” dei Black Sabbath e quella, sorprendente, di “Where Is My Mind?” dei Pixies.
Il finale poi è delirante, in cui molti degli oggetti sul palco vengono maltrattati, lanciati ed effettati. Un’esibizione unica, grottesca e divertente per uno dei momenti che ci ricorderemo di più di questa edizione.
Si ritorna alla ‘normalità’ spostandoci verso il Vampire Stage dove è appena iniziato il concerto di POPPY, davanti ad un grosso numero di curiosi, a dimostrazione dell’interesse attorno al progetto.
La musica di Moriah Rose Pereira è un concentrato di tutto quello che ci si possa aspettare da un progetto che si insinua alla ricerca dei trend: nu-metal, synth pop, alternative e pop moderno alla Billie Elish.
Certo un pot-pourri a volte disorientante ma che dal vivo funziona grazie anche alla bravura di Moriah Rose, sia come cantante che come performer, completa e disinvolta.
Passiamo accanto al Moonlight Stage mentre il synth pop di KAT VON D ha attirato un buon numero di curiosi e ci prendiamo un po’ di tempo libero dopo aver visto un paio di brani dei WITHIN TEMPTATION, prima di quello che è uno dei gruppi di punta della giornata per chi scrive.
I DEAFHEAVEN irrompono in maniera devastante quando scoccano le cinque meno un quarto, sotto il tendone del Moonlight e con temperature che rasentano i trenta gradi.
Nove i brani suonati, sette dei quali tratti dal nuovo “Lonely People With Power”, per un’ora abbondante nella quale i californiani dimostrano perchè siano tutt’ora una band unica e inarrivabile per certi versi.
Tolto un problema audio nel primo brano, nel quale le chitarre spariscono per qualche secondo, e un bilanciamento non ottimale dei suoni che rende tutto un po’ confuso nei primi minuti, il concerto è violento, emozionale ed intenso.
La band fa il suo, riproponendo tutte le dinamiche complesse e cangianti del loro black metal che abbraccia lo shoegaze e il post-rock, senza perdere nulla in aggressività e impatto. George Clarke è un frontman scavato, che gestisce il contatto con il pubblico in modo dinamico con un controllo della voce impeccabile.
Una band unica nel suo genere, che ha scritto pagine toccanti come “Sunbather” da cui viene proposta una bellissima versione di “Dream House” che ben si adatta all’atmosfera assolata e calda della giornata. L’ovazione a fine set è grande e assolutamente meritata.
Mentre è in corso il circo glam degli STEEL PANTHER, fatto di intrattenimento da stand-up comedy di dubbio gusto intervallato da qualche canzone, ci spostiamo verso il main stage per uno dei live più attesi di questa edizione, vista anche la situazione non proprio chiara della band.
I DIMMU BORGIR reduci dal grandioso concerto dell’Inferno Festival di due anni fa, tornano sul palco del Tons Of Rock con una formazione orfana di Galder e che conferma Daray all batteria, Victor Brandt al basso, Geir Bratland alle tastiere oltre ai superstiti Silenoz e Shagrath. La novità di questa sera è la presentazione ufficiale del nuovo chitarrista Kjell Åge Karlsen (già con Chrome Division) che prende il posto, appunto, di Galder.
Quello di oggi, vista anche la situazione all’aperto e un’atmosfera estiva non proprio ottimale per il loro black metal sinfonico e teatrale, sarà un concerto comunque onesto e proposto con grande professionalità, da un gruppo che non deve dimostrare più nulla se non il fatto di essere ancora capace di tenere testa alla sua ingombrante storia.
Una scaletta abbastanza varia che, a parte “For All Tid”, propone un po’ tutta la loro carriera, con la curiosa scelta di iniziare il concerto con un brano, “Puritania”, non proprio classicamente black metal. Non mancano le sorprese come “In Death’s Embrace” (che non veniva proposta live dal 2012), “Grotesquery Conceiled (Within Measureless Magic)” e una “Stormblåst” parecchio atmosferica.
Insomma, nonostante dubbi e incertezza sul futuro di una delle band più famose e importanti della scena norvegese, i Dimmu Borgir sembrano essere ancora in forma, capaci di tenere passo al peso della loro carriera. Mentre si attendono ulteriori evoluzioni future, ci diciamo comunque soddisfatti.
Setlist Dimmu Borgir:
Puritania
Interdimensional Summit
Gateways
The Serpentine Offering
In Death’s Embrace
Grotesquery Conceiled (Within Measureless Magic)
Stormblåst
Council of Wolves and Snakes
Progenies of the Great Apocalypse
Mourning Palace
La scaletta ora ci pone davanti ad una scelta non proprio facile, in quanto suoneranno in contemporanea due band di fatto imprescindibili: gli EXODUS di recente riunitisi con Rob Dukes a seguito dell’allontanamento di Steve ‘Zetro’ Souza e i MESHUGGAH.
Optiamo per gli svedesi, curiosi anche di vedere come la band si comporti in un contesto all’aperto al di fuori dalla ‘comodità’ di un tour da headliner, nella quale Haake e soci danno tantissima priorità alla componente sonora e visiva.
Il risultato è, manco a dirlo, impeccabile e i cinque di Umeå tirano fuori un’esibizione devastante e perfetta, capace di annientare completamente i presenti.
Complice una resa sonora incredibile e una precisione unita ad un senso innato del groove pure negli intricati labirinti ritmici, retaggio del loro passato thrash tecnico e progressivo, la sensazione è quella di avere il cervello intrappolato in una gabbia.
Il trittico iniziale “Broken Clog”, “Violent Sleep Of Reason” e “Rational Gaze” è micidiale, giusto prima del martellamento thrash di “Combustion”. La scaletta vede solo brani da “Nothing” in avanti e sembra più improntata al lato più pesante e groovy, ma è con le conclusive “Bleed” e “Demiurge” che i cinque danno il colpo di grazia e ci lasciano totalmente esausti e disorientati.
L’ennesima dimostrazione della grandezza di una band che ha riscritto i canoni del metal degli ultimi trent’anni codificando quello che poi è diventato il carrozzone djent: essa può piacere o meno, ma risulta in ogni caso inarrivabile per chiunque abbia tentato di seguire i suoi stilemi.
Sul palco principale sono iniziati il gruppo rock norvegese KAISER ORCHESTRA, molto amato in Scandinavia e che ha raccolto moltissima gente, ma noi ancora sconvolti dai Meshuggah ci congediamo per recuperare energie per l’ultima giornata.
SABATO 28 GIUGNO
Arriviamo verso le tre di pomeriggio, accompagnati da un cielo grigio, residuo della pioggia della notte prima ma che fortunatamente lascerà velocemente spazio ad una giornata gradevole, con nuvole sparse a dare respiro da un sole altrimenti caldo.
Il primo gruppo che vediamo della giornata sono i JINJER e il loro metal moderno infuso di djent e tecnicismi più progressivi, di ritorno dopo l’ottima esibizione del 2022.
Freschi del nuovo “Duél”, gli ucraini non lasciano dubbi e confezionano un’esibizione precisa e violenta, e nemmeno una resa sonora non impeccabile (con dei bassi un po’ troppo presenti a coprire le chitarre) impedisce di confermare il perchè del loro successo. Tatiana Shmayluk è bravissima e tiene su lo show quasi da sola, accompagnata da una band preparata e ormai rodata.
Lasciamo verso metà il live dei Jinjer per soddisfare la nostra curiosità verso un artista di cui si è parlato parecchio: KIM DRACULA.
Figlio della cultura TikTok, l’artista australiano Samuel Wellings è diventato famoso per le sue cover in salsa industrial metal misto a rap ed elettronica di brani pop, tanto da attirarsi l’interesse di Jonathan Davis dei Korn, ospite in un suo brano.
L’impatto dal vivo è simile a quello di un artista come Igorrr, con un mix schizoide di esagerazioni metal con tanto di blast-beat, elettronica e incursioni nella trap.
Ma laddove il folletto francese gestisce il tutto con pesanti influenze di musica barocca e una scrittura di categoria superiore, a prescindere dai gusti, quello di Kim Dracula sembra più un circo caotico in cui Samuel cerca di scimmiottare l’estro di gente come Mike Patton, senza riuscire però ad avvicinarcisi. Tolte le divertenti cover di “Paparazzi” dei Lady Gaga e “Careless Whisper” di George Michael, il resto si adagia su uno spettacolo forzatamente caotico e eterogeneo, spesso a caso e dal sound mai organico.
È arrivato ora il momento di uno dei pochi sopravvissuti della scena grunge di Seattle. JERRY CANTRELL porta il suo show solista sul main stage del Tons Of Rock e lo fa con una formazione di tutto rispetto che vede tra gli altri Roy Mayorga (Stone Sour, Sepultura, Soulfly, Nausea e Amebix) alla batteria e Greg Puciato (The Dillinger Escape Plan, Better Lovers) alla seconda voce. Come prevedibile, il set si divide tra la sua carriera solista e brani degli Alice In Chains, il tutto in modo estremamente coerente e supportato da un sound veramente pesante e ai limiti del metal.
L’impatto emotivo di canzoni come “Them Bones”, “Max In The Box”, “Would” e “Rooster” è notevole per chi come chi scrive è cresciuto con il suono di Seattle, e dobbiamo dire che il supporto di Puciato, nelle parti che furono del mai troppo compianto Layne Staley, è quanto di meglio si possa sperare, riuscendo in parte a creare quel magico intreccio armonico con la voce di Cantrell.
La band suona incredibilmente compatta e pesante, con molti brani della sua discografia solista come “Cut You In”, “Afterglow” e “I Want Blood” che non perdono quel mood depressivo e decadente. Jerry è da sempre un chitarrista e un autore sempre troppo sottovalutato, schiacciato dall’ingombrante ombra di una band come gli Alice In Chains ma che riesce, tutt’oggi a ricreare quel suono senza cadere nel nostalgico quanto piuttosto mantenerlo moderno.
Uno dei momenti top dell’intero festival.
Con un programma abbastanza fitto ci spostiamo immediatamente sotto il tendone per i DARK ANGEL, tornati finalmente attivi in maniera stabile.
Il nuovo singolo a dire il vero non preannuncia nulla di buono, ma la curiosità di vedere come lo storico gruppo americano regga il confronto con il proprio passato è alta.
Sin dai primi minuti, però, ogni dubbio viene cancellato e sulle note di “We Have Arrived” veniamo investiti dal loro thrash old-school violento e senza grossi compromessi. La successiva “Times Does Not Heal” rimarrà l’unico estratto da quel capolavoro omonimo di thrash progressivo e tecnico, mentre la maggior parte della scaletta verterà su “Dakrness Descent” e con le sole “The Death Of Innocence” e “Never To Rise Again” da “Leave Scars”.
Gene Hoglan è – se mai ci fossero stati dubbi – micidiale e precisissimo accompagnato dal basso di Mike Gonzales, essenziale ma efficace. La coppia di chitarre è affidata a Eric Meyer e Laura Christine (moglie di Gene), che sputano riff senza soluzioni di continuità. Discorso a parte per Ron Rinehart: in forma fisica e vocale smagliante, nonostante i sessant’anni di età riesce a destreggiarsi benissimo anche sui brani che furono di Don Doty.
Il nuovo brano “Extinction-Level Event” piazzato dopo una “The Burning Of Sodom” assolutamente furiosa, dimostra tutti i suoi limiti, ma dal vivo rende comunque molto meglio della sua controparte in studio. Una band dalla doppia faccia dunque che, a discapito del mezzo disastro pubblicato recentemente e un disco che non promette nulla di buono, pare più che mai motivata e rodata.
Il calendario dei concerti estivi in terra natale degli EMPEROR non sembra fermarsi e, dopo il Midgardsblot dello scorso anno, Ihshan e soci chiudono il cerchio con il Tons Of Rock.
Una scenografia minimale ed un concerto alla luce del sole pomeridiano non sono il massimo per una band che ha fatto della ricerca dell’atmosfera la suo principale caratteristica, ma la professionalità dei quattro del Telemark pare andare oltre a certi limiti.
A parte un problema iniziale nel quale si sente solo la batteria, l’esibizione degli Emperor è, come sempre, maestosa e senza punti deboli.
Nessuna celebrazione per un disco in particolare, solo una selezione dei migliori brani della loro carriera, suonati da musicisti che, nonostante siano fermi a livello artistico da quasi venticinque anni, non hanno mai perso quell’intesa che ne ha fatto una delle migliori band di metal estremo in sede live.
Vengono proposti solo classici come “Ye Entrancemperium”, “I Am the Black Wizards” e “Thus Spake the Nightspirit” cariche di tensione e bellezza romantica, con il fido Jorgen Munkeny (Shining) a ricoprire il ruolo di tastierista e un Ihsahn assolutamente perfetto nel ruolo di chitarrista e cantante.
Gli Emperor attuali sono una band matura, che ha volutamente abbandonato la classica immagine black metal e continua la propria attività su palco con il solo fine di tributare la cosa più importante: la musica.
Un concerto di ‘ordinaria amministrazione’ dunque, forse non uno dei loro concerti più memorabili ma comunque ben al di sopra della media dei gruppi del genere. Senza tempo.
Il tempo di riprendersi e mangiare qualcosa in uno dei rari momenti di tregua ed è il momento dei MEGADETH.
A giudicare dal numero della gente sotto il palco principale, Mustaine e soci sembrano essere una delle band più attese della giornata e l’attacco con la micidiale “Hangar 18” in apertura non fa che aumentare l’eccitazione dei presenti.
Sin dai primi minuti si capisce che i suoni rasentano la perfezione, anche e soprattutto grazie ad una band di supporto che vede James LoMenzo al basso, il fenomenale Dirk Verbeuren alla batteria e Teemu Mäntysaari ad affiancare Mustaine alla sei corde.
La setlist ìsembra prediligere il periodo di mezzo della band, con ben quattro brani da “Countdown to Extinction”, e addirittura due da “Cryptic Writings”, per un’ora e dieci che, tolta la già citata “Hangar 18”, “Tornado Of Souls”, “Holy Wars…” e “Peace Sells” a rappresentare l’animo più classicamente thrash, si assesta su brani del periodo meno metal e più rock, tralasciando quasi del tutto il periodo dai 2000 in poi.
Dave alla chitarra è precisissimo, sembra divertirsi e si intrattiene spesso col pubblico, ma la sua voce mostra sempre di più i suoi anni, obbligando a proporre i brani su tonalità ribassate, cosa che comunque non inficia la riuscita di uno show di per sè ottimo e divertente anche per chi, come chi scrive, non è mai stato loro fan.
Arriviamo alla penultima band in cartellone: i MACHINE HEAD.
Reduci da un disco, “Unatøned”, non certo memorabile, i californiani vantano in Norvegia un seguito enorme, come si evince dai sold-out continui ad ogni loro calata. Questa sera non fa eccezione e, nonostante ci troviamo sul palco adiacente a quello principale, non vediamo grossi spazi lasciati liberi.
La loro carriera era iniziata alla grande, con album come “Burn My Eyes” e “The More Things Change”, ma collassata troppo in fretta sotto il peso di un forzato avvicinamento al nu metal per poi tornare, a fasi qualitativamente alterne, a quel groove metal venato di thrash che li aveva resi uno dei progetti più di prospettiva nella prima metà degli anni Novanta, ben rappresentata dai brani in scaletta nei quali spiccano “Ten Ton Hammer”, “Davidian”, e “Imperium” da un lato e “From This Day”, “Bulldozer” e “Locust” dall’altro.
Nulla da dire su come la band sappia tenere il palco e creare un muro di suono impressionante, cosa che la ha resa (insieme ad una discografia recente più ruffiana fatta di un metal moderno con spruzzate di thrash e melodie più alternative, con un occhio sempre attento ai trend del momento) un gruppo che riesce ad abbracciare più generazioni di metallari, nonostante il fastidioso egocentrismo del padre-padrone Robb Flynn.
Sulla loro genuinità nutriamo dubbi da un bel po’ di tempo, ciò nonostante quello di questa sera rimane uno show divertente e in grado di soddisfare quasi tutti.
Arriviamo dunque al termine di questo Tons Of Rock 2025 con la band che rappresenta alla perfezione la filosofia intrapresa dagli organizzatori: gli AVENGED SEVENFOLD.
Il loro metal che parte dal metalcore per abbracciare, alternative, sprazzi progressivi fino all’estro dell’ultimo “Life Is But A Dream…” è la scelta perfetta per ampliare il pubblico e la bolgia di questa sera è la cartina tornasole di questa vittoria.
Al netto di gusti personali, un concerto dei californiani è sempre un esperienza divertente, vista la grande varietà di influenze e brani proposti.
Il metalcore degli esordi lascia questa sera spazio a quello più classico di “Hail To The King” o “Afterlife”, con ben tre brani da “Nightmare”, mantenendosi su territori più hard rock, mentre “Game Over”, “Mattel”, e “Nobody” alzano l’asticella verso il loro periodo più progressivo ed estroso. Il tutto supportato da una formazione che ha più nulla da dimostrare, se non il confermarsi come uno dei gruppi più di successo del metal mainstream.
Fuochi d’artificio, una buona prova vocale del carismatico M. Shadows e una resa sonora con pochi difetti sono gli ingredienti per una conclusione spettacolare di un’edizione per certi versi divisiva e che, col suo lanciarsi prepotentemente in territori più mainstream (almeno per quello che riguarda gli headliner) potrebbe diventare una sorta di spartiacque per le edizioni future.
La curiosità su come questo festival si evolverà è grande, le risposte finali le avremo in meno di un anno e noi,probabilmente ci saremo, ancora una volta.

