17/02/2025 - TRIVIUM + BULLET FOR MY VALENTINE + ORBIT CULTURE @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 20/02/2025 da

Report di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Foto di Riccardo Plata

Sono passati vent’anni da quando la stampa internazionale presentava Trivium e Bullet For My Valentine (spesso abbinati agli Avenged Sevenfold) come la nuova frontiera del metal, chiedendosi chi tra questi sarebbe diventato l’erede dei Metallica.
Che ‘dalle nostre parti’ una domanda del genere generasse più astio ed indisposizione che curiosità è fuori da ogni dubbio, soprattutto dopo le prime prove non certo stellari dalle nostre parti: se i Bullet al Flamefest 2006 di Bologna apparvero solamente un po’ acerbi, i Trivium, che suonarono per la prima volta a Milano nel Roadrage Tour 2005, risultarono anche un po’ strafottenti.
“The Poison” e “Ascendancy” erano dischi notevoli ed amati, ma di strada da fare ce n’era tanta: ma in due decadi entrambe le formazioni, pur con qualche passo falso, hanno lavorato moltissimo e si sono migliorate costantemente, maturando come artisti e nutrendo amorevolmente il proprio pubblico.
All’annuncio di questo “Poisoned Ascendancy Tour” siamo stati messi di fronte ad una celebrazione in grande stile, che avrebbe portato l’accoppiata perfetta – la quale, stranamente, non aveva ancora condiviso il palco – in arene e palazzetti veramente enormi celebrando i due dischi poc’anzi citati.
L’unico appuntamento italiano all’Alcatraz di Milano, un club di grandi dimensioni ma anche una delle venue più piccole ad ospitare il tour, andrà a sfiorare il sold-out confermando in maniera precisa numeri previsti.
Visto il colpo d’occhio tra le magliette, che si sbilancia leggermente in favore dei Trivium, è stata una scelta tutto sommato corretta far suonare gli americani per ultimi, anche se il minutaggio a disposizione delle band sarà ovviamente identico. 

 

Si inizia presto con gli ORBIT CULTURE che attaccano ben prima delle 19, ma il pubblico della serata è prontissimo e la coda è già stata ampiamente smaltita, coi guardaroba pieni e grandissima parte dei possessori di biglietto già in sala.
Gli svedesi, probabilmente galvanizzati dal bel colpo d’occhio, prendono la situazione di petto e offrono l’ennesima ottima performance, graziata da suoni ottimi e potenti. Si comincia con “Descent” e il suo incedere industrial, seguita dalla potente “North Star of Nija” e i suoi richiami agli headliner della serata Trivium, per arrivare alla più umorale “From the Inside”. La formazione scandinava è precisa sia nelle parti strumentali che nel cantato, e la sicurezza con cui viene affrontato il palco è da band navigata e consapevole delle proprie qualità.
C’è tempo solo per “While We Serve” e “Vultures from the North” per chiudere un set granitico, che siamo sicuri avrà garantito al quartetto di Niklas Karlsson una buona fetta di nuovi fan, grazie alla somma di un abbinamento eccellente con gli headliner, un suono con molti richiami ma comunque distinguibile e una mezz’ora che definiremmo eroica, giocata al meglio delle proprie possibilità.

Quando attaccano i BULLET FOR MY VALENTINE c’è aria di headliner, con un’energia e un hype che riempiono la sala.
Impossibile, nell’epoca social, non sapere a quel che si va incontro: così se della scaletta sappiamo già tutto non abbiamo potuto fare a meno di sgranare gli occhi davanti all’incredibile palco che la band ha sfoggiato nelle arene inglesi e tedesche, con megaschermi a forma di goccia, laser, impianto luci delle grandi occasioni e giochi pirotecnici imponenti.
Una scenografia che purtroppo, sul palco di un club, semplicemente non si può montare per limiti di spazio. Fa un po’ specie quindi vedere il quartetto intonare “Her Voice Resides” sul palco completamente spoglio, facendo affidamento esclusivamente su un impianto luci nemmeno troppo elaborato. Era l’unica opzione disponibile? Probabilmente sì, ma non è lo stesso campo da gioco.
Se l’alternativa era vedere il tour saltare l’Italia – come avviene da tempo coi Parkway Drive, per fare un esempio di band con un grande spettacolo pirotecnico che non ha abbastanza seguito nel nostro paese – siamo comunque contenti di celebrare “The Poison” in un contesto scenografico spoglio e minimale, e la conferma di questo pensiero è un’esplosione di energia davvero incredibile che travolge il quartetto e sorregge uno di quegli spettacoli che, realisticamente, si potranno vivere per una sola volta nella vita.

“4 Words (to Choke Upon)” scatena il pubblico che urla ogni singola parola, apre qualche circle pit e fa volare qualche esagitato sopra le teste delle prime file. Altra grande stranezza, che però andrà ad accomunare tutte le date del tour, è vedere arrivare “Tears Don’t Fall” come terza canzone eseguita: la megahit immortale dei BFMV è introdotta da un segmento acustico col solo Matt Tuck, che intona il singolone con quello che sarà senz’ombra di dubbio il più grande sing along della serata.
La band raggiunge poi il cantante e aggiunge la classica parte elettrica per bucare il soffitto dell’Alcatraz in un picco d’intensità che non verrà mai più raggiunto, nemmeno dai colleghi Trivium.
Un set perfetto, anche vocalmente, trova entusiasmo continuo per la riproposizione pressoché perfetta del debutto, con una eco emotiva su “10 Years Today” e una chiusura energica del set principale con “Cries in Vain” e “The End”. L’encore regala un paio di chicche extra “The Poison”: la scelta ricade su “Knives”, dall’apprezzato self titled del 2021, seguita da “Waking The Demon” da “Scream Aim Fire”. Per i saluti finali arriva anche baby Tuck, che saluta con la manina dalle braccia del padre, amplificando quella percezione di due decadi volate in un battito di ciglia, quasi come questo esaltante set dei Bullet.


Il cambio palco è molto lungo e non c’è gran ricambio tra le prime file, che vogliono mantenere assolutamente la posizione anche per i TRIVIUM, secondi headliner della serata.
Quando le luci si spengono è “Hit The Lights” dei Metallica a fal salire la tensione, fino all’ovvia esplosione con la intro di “Ascendancy” “The End of Everything”. Anche qui sappiamo già cos’ha messo sul tavolo la band di Orlando in questo tour celebrativo: se i BFMV hanno seguito l’approccio visivo dei Metallica, in scala, i Trivium si sono ispirati a quello degli Iron Maiden, con un mega gonfiabile della creatura sulla copertina del disco che abbraccia l’intero palco dietro i musicisti, oltre a diverse trovate d’effetto.
Ovviamente anche nel loro caso non se ne parla di riuscire a riprodurre la maestosità della produzione di arene e palazzetti, ma qualcosina in più rispetto ai BFMV la troviamo, con una grande grafica sul retro del palco e delle proiezioni che vanno a movimentare un minimo la situazione. Ci pensa però un pimpante Matt Heafy, in forma atletica smagliante, a farci dimenticare di tutto con un’energia contagiosa, diversi discorsi al pubblico e una compilation di facce e linguacce per tutta la durata del set.

A parere di chi scrive complessivamente “Ascendancy” è più forte di “Poison”, così la prima metà del set vola letteralmente, hit dopo hit, tra cui “Pull Harder on the Strings of Your Martyr”, “A Gunshot to the Head of Trepidation” e “Like Light to the Flies” a fornire l’impatto maggiore, con il pubblico super ricettivo e partecipe.
Nessuno riesce a star dietro a Heafy, ma anche se immobile Beaulieu porta a casa la sua prova solida alla chitarra, mentre Paolo Gregoletto fa bene ai cori e si porta a casa una menzione particolare e un breve coro per le sue origini italiche. Alex Bent è forse il batterista definitivo per una band che più volte ha cambiato uomo alle pelli: tecnico, preciso e sorridente è praticamente una sicurezza.
Nella seconda metà della scaletta si nota un sensibile calo di voce per Heafy, che partito con la giacca si ritrova a finire il set a petto nudo, con ai piedi delle Jordan 4 “Lightning” ad attirare l’attenzione degli sneakerhead: probabilmente non abituato alle diffuse parti in growl, abbandonate nel corso della discografia anche in seguito a problemi vocali, il frontman porta comunque a casa la situazione senza ricevere particolare aiuto dai compagni, che anzi si trovano anche loro, talvolta, in difficoltà sui cori.
C’è poco tempo per tirare il fiato dopo il lungo finale di “Declaration”, quindi gli accordi di “Capsizing The Sea” suonano come allarme per raccogliere le ultime energie della giornata e scatenarsi per l’ultima volta nel catartico finale di “In Waves”, unico brano non presente nel disco celebrato, che però trova ancora una volta la partecipazione generale prima dei saluti di rito.
Ogni dubbio è stato quindi cancellato: “The Poison” e “Ascendancy” sono stati celebrati in maniera più che degna da entrambe le formazioni (anche senza orpelli), che vent’anni dopo si ritrovano entrambe in condizioni di forma incredibili, ci azzardiamo a dire all’apice di carriera. Le promesse sono state mantenute.

ORBIT CULTURE

BULLET FOR MY VALENTINE

TRIVIUM

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