18/01/2006 - Turmoil + Most Precious Blood + Age Of Ruin @ Rainbow - Milano

Pubblicato il 28/01/2006 da
A cura di Maurizio Borghi,
foto di Barbara Francone – Roadrunner Records (www.roadrunnerrecords.it)
Dopo le bordate dei Terror, seconda chance per il popolohardcore milanese (ma non solo) di godersi due band di punta dellascena al prezzo di una: i rampanti Most Precious Blood, violenticapofila della banda Trustkill che stanno impazzando con il nuovoottimo “Merciless”, e i veterani Turmoil, riformati da poco perdimostrare il proprio valore al mondo intero. Serata più frizzante delgiovedì precedente, merito soprattutto del valore dei gruppi di testa,che hanno servito una prova più che soddisfacente al pubblico, disicuro non quello delle grandi occasioni, ma fedele e ben dispostoallo scambio di energia con le band sul palco.

AGE OF RUIN

I primi ad esibirsi sono gli Age of Ruin, il gruppo più moderno e contaminato della serata, con innesti metal che avvicinano il gruppo al death svedese e al metal classico, unito ad una base aderente all’hardcore. Lo sticker sulla cover dell’album recita “for fans of Children of Bodom & Avenged Sevenfold”, quasi una bestemmia giustificata dall’estetica tendente all’emo e da qualche eyeliner di troppo. La verità è che i passaggi più tecnici e melodici non rendono  a dovere, complice anche l’acustica pessima, mentre il batterista mostra di saperci decisamente fare, riempiendo il sound in maniera considerevole. Acerbi…

MOST PRECIOUS BLOOD

Arrivano poi i Most Precious Blood, veri headliner della serata stando alle preferenze dei presenti in sala, anche se per rispetto il primo posto in scaletta è riservato ai veterani Turmoil. Indubbiamente ci troviamo davanti a degli animali da palco: tanta è la furia che la formazione riesce a trasmettere attraverso le note quanta è la fisicità sulle assi del Rainbow, messe a dura prova dalla mole dei musicisti e dal continuo saltare degli stessi. Lodevole lo stile della chitarrista femminile: questa Rachel, sebbene non sia esteticamente uno splendore, salta subito all’occhio per la presenza scenica e la grinta con la quale affianca i ragazzi della band dimenandosi come un’ossessa, davvero una spanna sopra le spesso impacciate colleghe. Altro schiacciasassi il compare alla quattro corde, avvolto in una maglia mimetica dei Turmoil minaccia il pubblico con la sua mole non indifferente. Il singer Rob Fusco suscita qualche dubbio con il suo nuovo look “capellone”, la testa riccioluta e l’aspetto trasandato lo fanno assolmigliare a un bifolco ma appena ruggisce dietro il microfono il pubblico va in delirio e paga rispetto, non esitando a restituire i favori e ad urlare su tutti i chorus. La terza guerra mondiale è in atto secondo il gruppo, per questo cercano di smantellare per tutto il tempo a loro disposizione il Rainbow Club, con una urgenza devastante e attraverso i pezzi di “Merciless” e di “Our Lady of Annihilation”. Prima di scendere dal palco Fusco richiama i presenti per preparare il terreno ai Turmoil, mostrando tutto il suo rispetto per gli headliner. “Gotham city hardcore” al meglio!

 
 
 
 
 
 

TURMOIL

Se a inizio serata il numero dei presenti era quasi a livello di soundcheck (il pubblico hardcore non gradisce un prezzo aldisopra dei 10€) quando i Turmoil saltano sul palco la gente è presente. I Turmoil nel passato recente erano un gruppo di riferimento per il new school, dieci anni dopo si ritrovano a fare scuola e sono citati come una delle principali influenze da moltissime nuove leve metalcore. Da poco riformato il gruppo di Philly ci porta in promozione un doppio sotto Abacus non ancora disponibile sul mercato, “Staring Back”, che raccoglie il meglio del gruppo, in bella presenza sul banchetto all’entrata del locale. L’imponente John Gula attacca le danze con “Playing Dead”, e da subito si capisce che la reunion della formazione non sia una maniera per raccattare tre soldi. Sempre il trascinante frontman raduna il pubblico e ci gioca per tutto il tempo, facendolo partecipare il più possibile e tantando di sorpassare le transenne in più di un’occasione. Causa alcuni problemi alla batteria a metà scaletta, Gula si prodiga in un breve intermezzo col pubblico, ringraziando i presenti e parlando di musica, niente proclami politici o messaggi pretenziosi. Come rivelerà lo stesso gruppo alla fine, alle pelli siede un amico del gruppo in sostituzione al drummer originale, alle prese con un fastidioso infortunio. Prova intensissima per i veterani in ogni caso, capaci di creare break potentissimi e di generare un assalto massiccio, in un metalcore senza fronzoli, lontanissimo dalle controparti più tamarre e sofisticate del giorno d’oggi. la cover di “Alone in a Crowd” chiude un concerto troppo breve per molti, ma la band si fa perdonare chiaccherando con tutti a fine show all’interno del club. Gran bella serata.
 

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