19/10/2006 - W.A.S.P. + Fatal Smile @ Live Music Club - Trezzo Sull'Adda (MI)

Pubblicato il 31/10/2006 da
A cura di Carlo Paleari

Una cosa appare chiara a tutti coloro che hanno avuto il piacere di assistere al nuovo tour degli W.A.S.P.: il popolo metal della Penisola ha fame di rock; quello sporco, quello grezzo, quello che ti prende a calci in faccia e che, però, sa essere anche serio e profondo quando serve. Il pubblico, insomma, ha fame della band di Blackie Lawless, che si è ritrovata a suonare davanti alla platea di un Live Club insolitamente pieno, riuscendo a lasciare il segno, nonostante la lunga attesa e la scaletta ridotta. Ecco il resoconto della serata.

FATAL SMILE

A riscaldare la platea, ci pensano – o almeno ci provano – i Fatal Smile, una band svedese dedita ad un heavy rock roccioso e discretamente coinvolgente. La prova del gruppo non sarebbe nemmeno disprezzabile, ma risulta davvero palese che la stragrande maggioranza del pubblico non ha alcuna intenzione di interessarsi alla loro proposta: spesso si sollevano cori che invocano gli headliner, la gente parlotta o si accalca nella zona bar e, in generale, assiste freddamente alla performance del gruppo. Nonostante ciò, questi ragazzoni svedesi ci danno dentro con convinzione, cercando il più possibile di coinvolgere il pubblico con cori e altre amenità. Il cantante, in particolare, si fa in quattro per accattivarsi le grazie del pubblico e, tutto sommato, alla fine riesce a strappare qualche applauso sentito, soprattutto dalle prime file. Insomma, una buona performance che, però, non ha trovato un terreno fertile. Alla prossima!

W.A.S.P.

Al termine della performance dei Fatal Smile, iniziano subito i preparativi per lo show degli headliner, preparativi che, purtroppo, sembrano protrarsi per un tempo indefinito. Dopo 45 minuti abbondanti di attesa e diverse imprecazioni da parte dei presenti, finalmente le luci si spengono e dalle casse del Live Club si diffondono le note di “The End” dei Doors, che accompagnano l’ingresso della band sul palco. La scenografia, abbastanza scarna, si rifà all’artwork del prossimo album della band, “Dominator”, mentre al centro del palco si staglia il solito, tamarrissimo, trespolo/microfono usato da Blackie. Il cantante si catapulta sul palco assieme ai suoi compagni e subito catalizza gli sguardi con il suo carisma. La band attacca alla grande con “On Your Knees”, scatenando la gioia dei fan di vecchia data, e si nota come in generale siano tutti in ottima forma: il bassista Mike Duda si rivela un’ottima spalla per Blackie, aiutandolo alle seconde voci e sia il chitarrista Doug Blair che il batterista Mike Dupke, pur senza stupire particolarmente, svolgono il loro dovere. Chi però sembra davvero al meglio delle sue possibilità è proprio Lawless, che riesce a portare avanti il concerto senza cedimenti alle corde vocali (questo anche grazie allo stratagemma di far cantare tutte le parti più alte al suo bassista e al pubblico…). Il concerto prosegue praticamente senza sosta e di brano in brano si nota come la band stia incentrando tutto lo spettacolo sugli album storici: lo stesso Blackie ci tiene a precisare che il concerto avrebbe visto la presenza dei grandi classici, più una manciata di pezzi che non si sentivano suonare da anni. Ecco quindi che, oltre alle solite “Wild Child”, “L.O.V.E. Machine”, “Sleeping (In The Fire)” e “I Wanna Be Somebody”, vengono rispolverati alcuni brani come “Widowmaker” e “Arena Of Pleasure” (bellissima!). L’unica concessione al materiale più recente prende forma in “Hate To Love Me”, tratta da “Unholy Terror”. Naturalmente non potevano mancare i momenti più ‘impegnati’ e quindi ecco spuntare una bellissima e trascinante “The Headless Children” e, soprattutto, la solita, meravigliosa “The Idol”, uno dei brani più toccanti della storia del rock duro, che a parere di chi scrive è stato una delle vette della serata: la performance di Blackie non subisce un calo, per intensità e partecipazione, e anche la band riesce a mantenere lo spirito del brano, allungando il finale con un lungo assolo di chitarra. Purtroppo, però, dopo meno di un’ora di concerto, la band si congeda e si ritira dietro le quinte, in attesa dei consueti bis, che vengono proposti puntualmente con una versione infuocata di “Chainsaw Charlie” e “Blind In Texas”. La serata si conclude così, dopo soli sessantacinque minuti effettivi di musica: gli W.A.S.P. salutano il pubblico e se ne vanno, lasciando una strana sensazione, un misto di soddisfazione e di amarezza. D’altra parte Blackie Lawless è un personaggio fatto così, atipico nella sua capacità di unire emozioni e atmosfere così opposte: da una parte l’animale da palcoscenico che si agita, canta con quel misto di follia e di energia allo stato puro; dall’altra la maschera malinconica celebrata in maniera perfetta in quel capolavoro che è “The Crimson Idol”. Un musicista che deve fare i conti con gli anni che passano, che si concede per poco più di un’ora e che ringhia rabbioso contro la security quando un ragazzo delle prime file riesce a salire sul palco senza che questi intervengano prontamente. Blackie è fatto così: prendere o lasciare. Una bestia che si agita su un trespolo di ossa cantando di scopate leggendarie e che, allo stesso tempo, continua sempre a cantare “Where is the love to shelter me? Only love, love set me free”.

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.