31/07/2014 - WACKEN OPEN AIR 2014 @ Wacken - Wacken (Germania)

Pubblicato il 29/09/2014 da

Report a cura di Alessandro Corno e Lorenzo Ottolenghi
Foto a cura di Bianca Saviane

2.200.000 metri quadrati di area, 75.000 paganti, 12 Megawatt di assorbimento di energia elettrica (come una cittadina di 70.000 abitanti) e 5.000 persone in totale coinvolte nell’organizzazione. Sono numeri che fanno paura e che ci fanno pensare quanto una cosa come il Wacken Open Air porti ben evidente il marchio della sua nazione, la Germania. Un paese che ha fatto dell’organizzazione e della funzionalità le sue bandiere, qui ben rappresentate da un festival che non ha eguali al mondo. Ogni anno qui a Wacken metallari di tutta Europa e anche di altri continenti si ritrovano per cinque giornate, di cui tre di concerti, totalmente immerse nel miglior spirito che possa accompagnare la musica metal. Qui ci si diverte indipendentemente dalla nazionalità, da quale sottogenere del metal si preferisce o, ancora più importante, dall’età. Il Wacken Open Air è per tutti e ce n’è per tutti i gusti. Qui il metal fan può trovare tutto ciò che vuole, o quasi, in termini sia musicali, di shopping che di servizi. Lo spettatore ha innanzitutto la possibilità di assistere a concerti di altissima qualità sia in termini di resa sonora che di allestimento scenografico non solo da parte delle band maggiori, ma anche di quelle cosiddette “medie”, ossia che nei normali festival nostrani suonerebbero in orari pomeridiani e nelle date di tour al massimo in club da mille persone. Questo è sicuramente uno degli aspetti positivi di maggior pregio del festival, che si sviluppa su sette palchi tra cui due enormi, rispettivamente gli storici True Metal Stage e Black Stage, uno di medio-grandi dimensioni come sempre denominato Party Stage, due palchi minori alloggiati sotto a uno dei tendoni più grandi del mondo denominati Headbangers e W.E.T. Stage e infine due piccoli palchi che rispondono al nome di Beer Garden Stage e Wackinger Stage, il primo collocato in prossimità della grande birreria all’aperto, il secondo nella fornitissima area in stile medievale-vichingo. Poi tutto l’impressionante contorno che con il passare degli anni è stato costruito e migliorato per garantire al visitatore un contesto assolutamente unico. All’esterno della sempre più grande arena concerti, troviamo infatti la vasta area vichinga, come al solito ricca di stand sia alimentari che commerciali rappresentativi del folklore nordico e il campo di battaglia sul quale avranno luogo le simulazioni di combattimento. Adiacente ad essa anche la nuova Wasteland, una zona in stile post atomico (per intenderci alla “Ken Shiro / Mad Max”) con stranissime auto, altri macchinari sputa fuoco e anch’essa attrezzata con negozi e punti ristoro decisamente a tema. E ancora: un cinema all’aperto dove vengono proiettati live e film, un Metal Market grande come un mercato rionale nel quale trovare proprio di tutto e un tendone con un grosso mercato di CD, vinili e rarità. Poi quella che molti, compreso il sottoscritto, ritengono la parte più divertente e unica dell’intero festival: gli sconfinati campeggi. E’ qui che i fan si incontrano, allestiscono i loro campi base, bevono, brindano, urlano, fanno casino a qualsiasi ora, costruiscono le più improponibili strutture o razzolano mezzi ubriachi talvolta abbigliati in costumi assurdi. Questo e molto altro in un’atmosfera di sicurezza garantita anche dalle pattuglie che girano costantemente e con la garanzia di servizi da campo di buon livello. Chi di voi ci è stato avrà un fantastico ricordo di tutto quello che abbiamo elencato, chi invece non ha avuto ancora la fortuna di provarlo, faccia il possibile per recuperare amici, tende e biglietti perchè un’esperienza come il Wacken Open Air non si dimentica e va provata almeno una volta. A voi dunque il resoconto di tutti gli show a cui siamo riusciti ad assistere e un appuntamento al prossimo anno, magari sul Bus di Metalitalia.com!
(Alessandro Corno)

Wacken Open Air 2015 trailer con immagini registrate durante il Wacken open Air 2014:

 

wacken open air 2014

GIOVEDI’ 31/07

Eccoci finalmente al primo “vero” giorno di festival. Presa ormai confidenza con le novità di quest’anno nelle varie location, siamo pronti ad iniziare. Il clima è ideale: sole con qualche rara nuvola che crea un po’ d’ombra ed una leggera brezza; purtroppo un’estate un po’ troppo calda per il nord della Germania ha creato un terreno molto secco con la conseguenza di una polvere parecchio fastidiosa che sarà l’unico vero fastidio della tre giorni che si appresta a cominciare. Alle 15, puntuale come ogni anno, l’area concerti principale viene aperta e si può, finalmente, dire che anche questa edizione è iniziata. Sarà -come di consueto- la cover band Skyline a “battezzare” l’impianto sonoro e quando “aprono” con “Warriors Of The World” dei Manowar decine di migliaia di braccia si sollevano nel “sign of the hammer”. Si inizia, rain or shine ! 

FIDDLER’S GREEN – Wackinger Stage, 17:00 – 17:45

Dopo la consueta apertura del festival con gli Skyline, dobbiamo subito correre al Wackinger Stage per gli irish folk-rocker tedeschi. Band osannata in patria ed in buona parte d’Europa, viene -forse ingenuamente- messa su un piccolo palco. La calca è notevole ed il caldo pomeriggio fa presagire un concerto impegnativo: i Fiddler’s iniziano subito forte, con “A Night In Dublin” e “Jump” ed il moshpit che si crea è di quelli “duri”. La band alterna canzoni più tranquille ad altre più “tirate” ed un inizio poco convinto, lascia presto spazio all’entusiasmo dovuto alla folla accorsa. Purtroppo le persone sono talmente tante in uno spazio talmente piccolo che un classico live della band come “Rocky Road To Dublin” non riesce ad avvalersi del “wall of folk” (come la band scherzosamente ha rinominato il wall of death che viene sempre chiamato durante questo pezzo). Si chiude con i classici “Bugger Off” e “Folk’s Not Dead”. Per chi, come il sottoscritto, ha visto live più volte il gruppo, un po’ di delusione per lo spazio risicato c’è, dato che i Fiddler’s Green non hanno potuto mettere in scena il loro show abituale; per contro la setlist breve è ottima, i due frontmen sono più che in forma e la risposta del pubblico notevolissima. Si comincia con il piede giusto.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
A Night in Dublin
Jump
Mrs. McGrath
We Don’t Care
Raise Your Arms
Old Dun Cow
Rocky Road to Dublin
Victor and His Demons
Bugger Off
Folk’s Not Dead

HAMMERFALL – Black Stage, 18:00 – 19:15

Altra corsa per tornare al Black Stage per lo “special event” del primo giorno: gli Hammerfall, pronti a proporre l’intero l’album di debutto “Glory To The Brave”. Aspettative molto alte, sia per un periodo abbastanza lungo d’assenza dai palchi della band svedese, sia per il desiderio di molti di sentire dal vivo uno dei più bei dischi power-metal dei secondi anni ’90. Gli Hammerfall iniziano, spiazzando un po’ gli astanti con “Child Of The Damned”, facendo capire che non proporranno i pezzi nello stesso ordine del disco.  Bisogna attendere “Steel Meets Steel” perché il pubblico si scaldi veramente. “Stone Cold” vede la prima guest appearance dello show: Stefan Elmgren che, ormai pilota dilinea, sfodera una performance intensa. Si prosegue, ma il concerto non decolla mai del tutto (Patrik Räfling su “Unchained” non è certo una svolta), fino alla hit “The Dragon Lies Bleeding” (con Jesper Strömblad, ultimo guest della serata) e alle successive “Glory To The Brave” e “Hammerfall” che concludono la setlist. Gli encore si concentrano su materiale più recente, compresa una “Blood Bound” veramente spompa e la premiere di “Bushido”, primo singolo estratto dal nuovo “(r)Evolution”. Si chiude con l’immancabile ed anthemica “Hearts On Fire”. Un concerto fatto più dal pubblico che dagli Hammerfall. Non che gli svedesi non si siano impegnati, anzi, però l’impressione è che siano giunti a questo show un ancora un po’ troppo “legati”, probabilmente proprio per la lunga assenza dalle scene. Mettiamoci anche che Joacim Cans non è mai stato il frontman più carismatico del mondo ed ecco che ne esce uno show di poco superiore alla sufficienza. Peccato, perché l’evento avrebbe potuto essere molto più interessante, visto l’enorme consenso che hanno sia la band, sia un disco come “Glory To The Brave”.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Child of the Damned
The Metal Age
Steel Meets Steel
Stone Cold
I Believe
Unchained
The Dragon Lies Bleeding
Glory to the Brave
HammerFall
Any Means Necessary
Blood Bound
Bushido
Hearts on Fire

STEEL PANTHER – True Metal stage, 19:30 – 20:45

Abbandoniamo spada ed armatura, pronti al concerto degli Steel Panther. Numerosi glamster affollano l’area concerti e, già dal giorno precedente, danno spettacolo per tutta la zona del festival. Probabilmente pochi sono pronti al vero e proprio tornado di glitter e capelli cotonati (parrucche, a dire la verità, ma poco importa) che sta per abbattersi su Wacken , così la maggior parte del pubblico ci mette un po’ a capire cosa sta succedendo: una sorta di macchina spazio-temporale ha investito il True Metal Stage, scaraventandolo, insieme al pubblico, nella Los Angeles di metà anni ottanta. Non c’è scampo dal contagio del turbinio glam e sleazy dei quattro californiani; tra provocazioni, cattivo gusto, continui richiami al sesso (etero o omo, è poco chiaro ma -con il circo degli Steel Panther- è anche poco importante) e droga (compresa la “confessione” di essere diventati amici degli Accept nel backstage, grazie alla qualità della cocaina di questi ultimi). Tutto è eccessivo con gli Steel Panther e -ovviamente- non bisogna prendere sul serio nulla di ciò che dicono e fanno: l’iconografia street/glam è portata all’estremo, così come avviene nella loro musica (che, oltre ad essere irriverente, è comunque ottima, nel genere). Intorno alla metà dello show, tutti i presenti si sono fatti un’idea di cosa sta effettivamente accadendo e la folla che si accalca verso il palco è oceanica. Quasi senza bisogno di richieste dal palco, come è prassi nel genere, molte ragazze cominciano a mostrare seni a profusione, fino a terminare con Satchel e Michael Starr che conducono on stage una dozzina di fanciulle, che si danno alle danze insieme alla band, sulle note di “It Won’t Suck Itself” e “Party All Day (Fuck All Night)” e che, terminato lo show, accompagnano gli Steel Panther nel backstage. Per ricordare qualcosa del genere si dovrebbe tornare al compianto Palatrussardi di Milano, nel 1989, durante l’apice del successo dei Mötley Crüe ed il tour di “Dr. Feelgood”. Niente a che vedere, però: i Mötley Crüe erano delle rock star planetarie, lo sapevano e si comportavano come tali (purtroppo, prendendo fin troppo sul serio certi eccessi); gli Steel Panther, invece, regalano solo spettacolo e buona musica. Forse uno dei concerti migliori dell’intero festival (e ve lo dice uno che attendeva, più di tutti, Behemoth e Emperor).
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Pussywhipped
Party Like Tomorrow Is the End of the World
Asian Hooker
Just Like Tiger Woods
Gold Digging Whore
Girl From Oklahoma
Community Property
Eyes of a Panther
17 Girls in a Row
Gloryhole
Death to All but Metal
It Won’t Suck Itself
Party All Day (Fuck All Night)

SAXON – Black Stage, 21:00 – 22:15

Luci ed ombre coi Saxon. Non tanto per lo show che è stato particolarmente diviso in due parti, con la seconda che vedeva gli inglesi accompagnati da un quartetto d’archi (probabilmente in onore del recente “Unplugged And Strung Up”), quanto per la reazione dei fan. Alcuni hanno gradito, altri molto meno. Noi riteniamo che lo show proposto in questo modo non abbia tolto o aggiunto un granché al concerto dei Saxon. Forse la posizione ravvicinata non ci ha permesso di apprezzare particolarmente le versioni orchestrate, ma -onestamente- non abbiamo trovato una grossa differenza, rispetto ad un normale concerto della band. La setlist è, come dicevamo, equamente divisa a metà: si inizia subito con una serie di classici, da “Motorcycle Man” a “747 (Strangers In The Night)”, passando per “Heavy Metal Thunder” e “Wheels Of Steel”. Biff Byford e soci sono in ottima forma e possono contare sull’affetto del pubblico tedesco che ha sempre accolto i Saxon calorosamente, dando agli inglesi una sorta di “seconda casa”, durante gli anni più difficili della lunghissima carriera del gruppo. Inoltre i cinque inglesi sono abbastanza navigati da trovarsi perfettamente a proprio agio su un grande palco, davanti a settantamila persone. Dopo sei pezzi, il set cambia radicalmente, facendo spazio ad una sorta di “balconata” per il quartetto d’archi e per l’arrivo di percussioni da orchestra. Con tanta “opulenza”, come dicevamo, ci si poteva aspettare qualcosa di più maestoso, qualcosa che -forse- si sente solo all’inizio della seconda parte dello show, con una splendida “Crusader”. Biff e soci proseguono nella scia dei loro cavalli di battaglia, per chiudere -come d’obbligo- con le immortali “Princess Of The Night” e “Denim And Leather”. Difficilmente i Saxon deludono e, anche questa volta, regalano una prova che, al netto di quanto detto in apertura, ci è parsa ottima.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Motorcycle Man
Sacrifice
Heavy Metal Thunder
Solid Ball Of Rock
Wheels Of Steel
747 (Strangers In The Night)
Crusader
Battalions Of Steel
The Eagle Has Landed
Power And The Glory
Dallas 1 PM
Princess Of The Night
Denim And Leather

 

ACCEPT – True Metal Stage, 22:30 – 00:00

Oggi gli Accept celebrano su uno dei palchi più importanti che possano calcare la consolidazione di una formazione che ha stupito tutti. In quanti infatti credevano che la band resuscitata pochi anni fa con l’innesto di Mike Tornillo alla voce al posto dello storico Udo Dirkschneider, sarebbe stata in grado di strappare consensi ovunque con i nuovi dischi, raggiungendo anche picchi invidiabili nelle classifiche di vendita? E invece eccoli qui, headliner della prima giornata del Wacken open Air 2014 e con un nuovo album, “Blind Rage”, in uscita, spinto da una campagna promozionale a dir poco massiccia. Ed è proprio dal nuovo album che coraggiosamente la band pesca il primo brano della setlist di questa sera. “Stampede”, nonostante sia poco conosciuta, dà infatti inizio allo show nel migliore dei modi grazie a un grande tiro di riff e ritornelli semplici ma efficaci. Il wall of sound è notevole, grazie a un perfetto bilanciamento dei suoni e una nitidezza impeccabile. Mike Tornillo non sarà l’Udo degli anni Ottanta ma sfodera da subito una buonissima prestazione. Si prosegue all’insegna del materiale recente con “Stalingrad” dal precedente disco, mentre con un’ottima “Losers And Winners” si torna indietro agli anni d’oro. Da qui in poi il concerto è tutto un susseguirsi di classici come “London Leatherboys”, la spettacolare e tirata “Breaker” accolta con un boato dal pubblico, “Restless And Wild” che fa cantare a gran voce la platea e l’immancabile allungatissima “Princess Of The Dawn”. Ottima la prova della band, condotta dal chitarrista e vero leader carismatico Wolf Hoffmann e spinta da un motore ritmico impeccabile come Stefan Schwarzmann al drumkit. Da sottolineare come anche gli Accept optino per l’utilizzo di cori registrati, anche se la cosa non risulta essere certo invadente come spesso invece accade al giorno d’oggi. Tra i momenti più esaltanti dell’intera performance sicuramente la sparatissima “Fast As A Shark” e l’anthemica “Metal Heart”, con tanto di mega schermo sul fondo del palco sul quale viene proiettato un tracciato dell’elettrocardiogramma e spezzone centrale sul quale Tornillo fa cantare il pubblico. Dopo la ben più recente “Teutonic Terror”, il finale è da urlo, con “Balls To The Wall” e “Burning” che mandano il pubblico in delirio. Gli Accept nel 2014 sono ancora una delle migliori classic metal band in circolazione, molto più in forma di tanti altri colleghi della stessa leva, e questa sera lo hanno abbondantemente dimostrato.
(Alessandro Corno)

SETLIST
Stampede
Stalingrad
Losers and Winners
Monsterman
London Leatherboys
Breaker
Shadow Soldiers
Restless and Wild
Ahead of the Pack
Flash Rockin’ Man
Princess of the Dawn
Fast as a Shark
Starlight
Pandemic
Metal Heart
Teutonic Terror
Balls to the Wall
Burning

 

VENERDI 01/08

La seconda giornata si rivelerà anche quella più impegnativa, dal punto di vista climatico. Oltre alla polvere onnipresente, che funesta l’igiene e la birra dei metalhead presenti,  il pomeriggio si rivelerà decisamente caldo, mettendo a dura prova i mosher più incalliti, sopratutto durante i concerti di Heaven Shall Burn e Children Of Bodom. Sarà anche una giornata lunga: aperta dallo street metal degli Skid Row e chiusa da King Diamond; in mezzo, un po’ di tutto. Compreso un po’ di tempo libero per girare tra gli stand del festival ed il metal market, che sono una parte integrante del Wacken Open Air.

SKID ROW – True Metal Stage, 11:55 – 12:55

Dopo l’ubriacatura glam degli Steel Panther, la mattina del venerdì si apre, per noi, con gli Skid Row e il loro street metal graffiante e sporco. E’ innegabile che “Skid Row” e “Slave To The Grind”, all’epoca, fecero dimenticare a tutti quelli che li ascoltarono la faccina da teen-idol di Sebastain Bach, grazie a della musica monumentale, (relativamente al genere), degna dei migliori Guns’n’Roses o L.A. Guns. Ma gli Skid Row sono inscindibili dal buon vecchio (ed ormai bolso) Seb e -nonostante l’impegno- Solinger è solo un evidente rimpiazzo. Se le differenze stilistiche sono più che accettabili negli ultimi lavori della band, dal vivo è un altro paio di maniche. Quando, alla seconda canzone in setlist, gli Skid Row ci propongono “Big Guns”, uno dei loro pezzi storici, si stenta quasi a riconoscerla. Forse l’orario non è dei più motivanti e l’acustica sembra avere qualche problema, ma la performance vocale di Solinger, a tratti, sfiora l’imbarazzante. Si prosegue con pezzi dal debut della band (“Piece Of Me” e “18 And Life”), ma le carenze vocali funestano altri due pezzi di storia dello street metal. Si potrebbe proseguire, parlando di una “I Remember You” da dimenticare, ma preferiamo fermarci qua e ricordare solo la chiusura con “Youth Gone Wild”; ottima per l’energia del pezzo, la partecipazione del pubblico e l’esecuzione strumentale. Si consolino i fan della band, dato che il concerto fatto in Polonia un paio di giorni dopo (davanti a 500.000 persone), a quanto si dice, è stato fenomenale.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Let’s Go
Big Guns
Makin’ a Mess
Piece of Me
18 and Life
Thick Is the Skin
Kings of Demolition
Psycho Therapy
I Remember You
Monkey Business
We Are the Damned
Slave to the Grind
Youth Gone Wild

FIVE FINGER DEATH PUNCH – True Metal Stage, 14:15 – 15:15

Tra le nuove leve senza dubbio più gettonate del momento, i Five Finger Death punch oggi sono attesi da tantissimi spettatori. La platea di fronte al True Metal Stage infatti è piena a perdita d’occhio e questa è un po’ una sorpresa, visto l’orario pomeridiano, il caldo terribile e il taglio non propriamente moderno del festival. Il pubblico tedesco invece già dalle prime battute dello show reagisce come se di fronte avesse un headliner, applaudendo in massa e cantando ogni ritornello, ulteriore segno che la formazione americana ha ormai una popolarità indiscutibile. La partenza è lasciata al masterpiece “American Capitalist” con “Under And Over it” e si prosegue con una doppietta da “War is The Answer”, precisamente “Burn it Down” e “Hard To See”. L’impatto scenografico è minimale, con un solo telone sul fondo del palco, ma quello sonoro è devastante grazie a dei suoni che valorizzano il muro ritmico alzato dalla band e la buona prestazione del frontman Ivan L. Moody. Questi sul palco si conferma un vero e proprio fomentatore di professione. Passa da elogiare la security su “Bad Company” a surriscaldare ulteriormente un pubblico già in delirio uscendo con la maglia della nazionale tedesca dopo “Never Enough”, tra i brani più acclamati del set. Non manca nulla alla performance del gruppo: riff, tiro, ritornelli catchy, attitudine… e il moshpit di fronte al palco ne è la dimostrazione. Ottima partecipazione anche per il lento acustico “Remember Everything”. La cosa che ci colpisce, è proprio constatare come la stessa platea che sostiene ogni volta band classiche come Accept e Motorhead, si faccia sentire anche con formazioni di questo tipo e questo non può che farci piacere. Grandi applausi anche per la melodica “The Bleeding”, con la quale il gruppo esce di scena con stile, sommerso di applausi e urla. Tra le esibizioni migliori e meglio accolte dell’intero festival. Non ci risulta difficile immaginare questa band suonare in orari serali nelle prossime edizioni dell’evento.
(Alessandro Corno)

SETLIST
Under and Over It
Burn It Down
Hard to See
Lift Me Up
Bad Company
Burn MF
Remember Everything (Acoustic)
Battle Born
Coming Down
Never Enough
Mama Said Knock You Out
Here to Die
The Bleeding
House of the Rising Sun

HEAVEN SHALL BURN – True Metal Stage, 16:45 – 17:45

Lasciato completamente  alle spalle il passato più death, gli Heaven Shall Burn incentrano il loro show sul materiale più recente e si confermano una band che, nella dimensione live, sa dare il meglio e sa picchiare duro. Il deathcore dei tedeschi è perfetto per un happening open-air, dove gli ampi spazi danno vita ai primi violenti moshpit del festival, con i -non pochi- fan della band disposti a lasciare “sul campo” energie, sudore, lividi e voce. Già con l’esordio lasciato al trittico “Counterweight”, “Land Of The Upright Ones” e “Combat” ce n’è abbastanza per far male, ma gli HSB non concedono pause e continuano a picchiare, avvolgere groove e tirare senza sosta. Unica pausa, se così vogliamo chiamarla, è “Black Tears” (cover degli Edge Of Sanity) con la guest appearance di Dan Swanö, poi si ricomincia. Il concerto procede come uno schiacciasassi,  fino a chiudere con un’altra cover: “Valhalla” dei Blind Guardian che, a onor del vero, riscuote -da sola- più successo di tutto il resto della setlist della band. Diciamo questo non certo a demerito degli Heaven Shall Burn, ma solo per dovere di cronaca, anzi: la versione proposta è violenta e quasi altrettanto coinvolgente rispetto all’originale; inoltre un pezzo del genere richiama anche chi non ha mai sentito nominare gli HSB. Alla fine, uno show che lascia i fan della band doloranti e soddisfatti, ma che riesce a catturare anche chi non ama particolarmente le sonorità dei tedeschi.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Counterweight
Land of the Upright Ones
Combat
Godiva
Voice of the Voiceless
Hunters Will Be Hunted
The Martyrs’ Blood
Black Tears
Endzeit
Trespassing the Shores of Your World
Valhalla

CHILDREN OF BODOM – Black Stage, 18:00 – 19:15

Chi scrive non è certo un fan di Alexi Laiho e soci e fatica a distinguere un disco della band dall’altro. Con lo scetticismo che ne consegue, il sottoscritto decide di seguire lo show a lato, senza lanciarsi nel moshpit e, probabilmente, questo penalizza l’esperienza di un concerto dei Children Of Bodom. Ma, sicuramente, i finlandesi non risentono di alcuni loro “non estimatori”, dato che possono contare su una schiera di fan impressionante (in gran parte reduci dal massacro sonoro degli Heaven Shall Burn), pronti a scatenarsi già dall’opener “Needled 24/7”. Qualche problema sonoro, risolto molto in fretta e relativo ai volumi della voce, non sembra infastidire il pubblico che segue la band nella sua devastante marcia sonora, fatta dei loro cavalli di battaglia come “Hate Crew Deathroll”, “Are You Dead Yet?”, “Bodom After Midnight”, fino alla conclusiva “In Your Face”. Qualcuno tra i fan pare deluso dalla mancanza in setlist delle “celebri” cover della band, ma tutto sommato l’enorme folla testimonia quanto i finalndesi siano particolarmente amati. Dal punto di vista meramente tecnico, a parte dei piccoli problemi risolti nell’arco delle prime due canzoni e dovuti al sound, i COB sono stati impeccabili, delle vere e proprie macchine di distruzione: precisi, violenti e veloci, con una buona presenza scenica di Laiho ed un totale coinvolgimento del pubblico. Piacciano o no, i Children Of Bodom sono un’ottima band, particolarmente a suo agio nella dimensione live e ormai assolutamente affermata, che resta fedele ad uno stile comunque personale e riconoscibile, senza sbagliare mai un colpo. Giusto, dunque, il tributo dei fan; forse avrebbero meritato un orario più importante, magari invertendoli con gli Apocalyptica, dando così un po’ di respiro tra Children Of Bodom e Heaven Shall Burn. Ma questo venticinquesimo Wacken ha avuto, come trait d’union, una distribuzione di palchi e band alquanto discutibile.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Needled 24/7
Kissing the Shadows
Bodom Beach Terror
Halo of Blood
Scream for Silence
Hate Crew Deathroll
Lake Bodom
Angels Don’t Kill
Are You Dead Yet?
Towards Dead End
Hate Me!
Bodom After Midnight
Downfall
In Your Face

 

APOCALYPTICA – True Metal Stage, 19:30 – 20:45

Volendo essere tranchant (non ce ne vogliano i fan del gruppo), potremmo definire lo show degli Apocalyptica di una noia mortale (astenendoci dall’usare espressioni più colorite). Il dovere di cronaca ci porta ad approfondire un po’ di più. A differenza di molte band, gli Apocalyptica perdono molto dal vivo, non solo per l’oggettiva difficoltà esecutiva della musica che propongono, ma anche perché questa si presta più ad un ascolto “raccolto” che ad un grande open-air. Inoltre, uno degli enormi limiti dei violoncellisti finlandesi è la loro sensazionalità. Quando si ascoltano gli Apocalyptica per la prima volta, generalmente, si resta esterrefatti, poi -passato il fascino derivante appunto dalla sensazionalità dell’idea- pochi diventano fan accaniti della band. Lo stesso può dirsi delle loro performance live: la prima volta che li si vede dal vivo incuriosiscono e stupiscono (dato che sanno avere anche una buona presenza scenica ed una certa teatralità), ma, alla fine, pochi desidereranno rivedere live gli Apocalyptica. Ed il fatto che siano accompagnati da un’orchestra, francamente, fa poca differenza, anzi: è piuttosto ridondante. Se, infatti, associare un’orchestra ad una band metal può costituire un’amalgama sonora che trova la sua forza nella contrapposizione dei due sound, nel caso di una band che fa musica metal con dei violoncelli, invece, tutto questo si perde. In più, inutile negarlo, gli Apocalyptica sono celebri, in grande misura, per le loro cover. Proporne solo tre in un’intera setlist è, oggettivamente, un po’ poco. Quel poco che c’è da dire del concerto in se’ è presto detto: buoni suoni, anche se un po’ troppo bassi di volume, band pulita ma non impeccabile e -come detto- setlist piuttosto discutibile. Non certo un concerto all’altezza di una band “invitata” a celebrare i venticinque anni del più grande festival metal del mondo.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Čohkka
Burn
Quutamo
Fight Fire With Fire
Rage Of Poseidon
Bittersweet
Worlds Collide
Grace
Path
Ludwig – Wonderland
Inquisition Symphony
Nothing Else Matters
Hall Of The Mountain King

MOTÖRHEAD – Black Stage, 21:00, 22:15

Forse il momento peggiore del festival. Non certo per l’esibizione di Lemmy (di cui vi renderemo conto tra poco), ma per la scelta a cui ognuno è stato costretto. Far suonare contemporaneamente Carcass e Motörhead, infatti, obbliga ad una scelta che nessuno vorrebbe fare: entrambe le band sono, in modo diverso, leggendarie e difficilmente chi apprezza la musica metal non le ama entrambe. In più: i Carcass tornano sulle scene qui a Wacken dopo una lunga assenza, i Motörhead hanno intrinseca l’incognita rappresentata dalla salute di Lemmy. Chi scrive, fortunatamente, ha una certa età ed ha visto live, più volte, entrambe le band. Scelta più semplice, quindi ? Niente affatto. Alla fine abbiamo scelto (come avrete intuito) i Motörhead, sia perché i Carcass li abbiamo visti più di recente in tour con gli Amon Amarth, sia perché il tracollo di salute avuto lo scorso anno da Lemmy meritava di (ri)accoglerlo nel migliore dei modi (ok, diciamolo: anche pensare che non è così scontato che potremo avere chissà quante altre occasioni di assistere ad uno show della band, ha giocato un ruolo nella decisione). Dopo la lunga e doverosa premessa, veniamo al concerto. Non possiamo dire che Lemmy fosse al 100% (probabilmente non sarà mai più al 100%), ma Mr. Kilmister era molto più in forma di quanto ci aspettassimo. Forse il maggior assembramento di pubblico di tutto il festival, dimostra ai Motörhead l’affetto ed il particolare legame che li lega ai loro fan e l’inizio con un trittico come “Damage Case”, “Stay Clean” e “Metropolis” spazza ogni dubbio sullo stato di salute di Lemmy; è lì, sul palco, col microfono alto ed il suo fedele Rickenbacker: una delle immagini più iconiche del metal e dell’intero panorama rock. Si prosegue e l’uomo col porro scherza col pubblico, ride e duetta con Doro su “Killed By Death”. La chiusura è -ovviamente- con “Ace Of Spades”; poi i Motörhead ci regalano anche un encore con “Overkill”. Dopo la triste esibizione proprio a Wacken un anno prima e le mille voci sulla tenuta fisica di Lemmy, questo spettacolo sembra riportare ogni cosa al suo posto e darci la possibilità di continuare a credere che i Motörhead e Lemmy ci saranno per sempre. Poco altro da dire: they are Motörhead and they play rock and roll.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Damage Case
Stay Clean
Metropolis
Over The Top
The Chase Is Better Than The Catch
Rock It
Lost Woman Blues
Doctor Rock
Just ‘Cos You Got The Power
Going To Brazil
Killed By Death
Ace Of Spades
Overkill

 

SLAYER – True Metal Stage, 22:300, 23:45

“Ebbene, eccoci qui all’ennesimo concerto degli Slayer”. Questo verrebbe da dire, soprattutto per il fatto che la band americana è da pochissimo passata in Italia e noi eravamo presenti. Non avevamo però fatto i conti con un fatto tanto semplice quanto sorprendente: questa sera gli Slayer hanno tutte le intenzioni di surclassare la concorrenza, lasciando ben poche chances a chiunque credesse di fare di meglio in questa edizione del Wacken Open Air. Suoni nitidi e di una potenza assurda, setlist, luci, atmosfera e partecipazione del pubblico. Tutto quadra alla perfezione e già dalla opener “Hell Awaits” pare di essere in un campo di battaglia all’inferno, sferzati dalle bordate sonore che i quattro thrasher riversano sulla platea e impressionati dall’atmosfera sinistra che luci rosse e fiamme donano al palco. Tutti in ottima forma, da Araya al microfono, alla coppia di chitarre King/Holt ormai ovviamente in perfetta sintonia, fino al drumming devastante di Paul Bostaph. Si procede senza tregua con “The Antichrist”, “Necrophiliac” e “mandatory Suicide”. “Hate Worldwide” fa strada a una “War Ensemble” da paura, con l’immenso impianto luci che contorna i due palchi principali di Wacken che viene usato in tutta la sua interezza, per un impatto scenico notevole. Ben poco ad ogni modo rispetto alle due enormi e tamarrissime croci rovesciate fatte di ampli Marschall che su “Disciple” compongono la scenografia ai lati dell’enorme logo della band posto sul fondo del palco. Il pubblico è, manco a dirlo, esaltatissimo dalla performance e dal susseguirsi di classici come “Dead Skin Mask”, “Raining Blood” e “Black Magic”: pogo a non finire, crowdsurfing, wall of death e headbanging sfrenato anche nelle retrovie. “South Of heaven” e “Angel of Death”, con il classico fondale in tributo a Jeff Hanneman, danno il colpo di grazia alle decine di migliaia di thrasher presenti e mettono il sigillo su un’esibizione priva di difetti. Non è stato l’ennesimo concerto degli Slayer, è stato il miglior concerto degli Slayer visto da chissà quanti anni a questa parte.
(Alessandro Corno)

SETLIST
Hell Awaits
The Antichrist
Necrophiliac
Mandatory Suicide
Hate Worldwide
War Ensemble
Postmortem
Captor of Sin
Disciple
Seasons in the Abyss
Born of Fire
Dead Skin Mask
Raining Blood
Black Magic
South of Heaven
Angel of Death

 

KING DIAMOND – Black Stage, 00:00 – 01:30

Un lungo set che inizia a mezzanotte per King Diamond ci pare una buona chiusura per la giornata. Molti degli accorsi, sfiancati dagli Slayer, abbandonano l’area concerti, donandoci un’ atmosfera più raccolta che non fa che esaltare il mood del frontman dei Mercyful Fate. Un cancello in ferro battuto separa Petersen dal pubblico e le danze si aprono con classici presi dagli esordi della carriera solista di King Diamond. Il suo falsetto perfora l’aria e gli astanti, seppure non numerosissimi, sono -senza dubbio- degli aficionados che seguono con trasporto lo show. Dopo un lungo medley composto da “Tea”, “To The Morgue”, “Digging Graves” e “A Visit From The Dead”, arriva il “momento Mercyful Fate”, con “Evil” e la mastodontica “Come To The Sabbath” (estratta da quella pietra miliare che è “Don’t Break The Oath”), per poi chiudere con “Shapes Of Black” e “Eye Of The Witch”. La brezza notturna, il set particolare e l’innegabile carisma di King Diamond donano allo spettacolo un’aura di fascino tetro e misterioso e quando la band lascia il palco, la presenza luciferina di King Diamond sembra essere ancora tra noi. Resta, però, qualcosa di incompiuto, la sensazione che manchi un tassello fondamentale al quadro appena composto, così ecco il gruppo tornare on stage per gli encore e finalmente regalarci “The Family Ghost” e “Black Horsemen”, dal seminale Abigail. Questa cavalcata in quasi trent’anni di carriera, testimonia come King Diamond sia riuscito, sia da solista che con i Mercyful Fate, a non sbagliare mai un colpo, dando vita ad un genere unico, che nessuno è mai stato in grado di imitare. Un ottimo concerto, dalla splendida atmosfera e dal fascino unico, impreziosito -come dicevamo- dall’orario e dal numero ristretto di astanti (ovviamente considerando che si tratta pur sempre di Wacken).
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
The Candle
Sleepless Nights
Welcome Home
Never Ending Hill
Let It Be Done
The Puppet Master
At The Graves
Tea / To the Morgue / Digging Graves / A Visit From The Dead
Evil
Come To The Sabbath
Shapes Of Black
Eye Of The Witch
Cremation
The Family Ghost
Black Horsemen

 

W.A.S.P. – True Metal Stage, 01:40 – 03:00

Che Blackie Lawless ultimamente senta il peso degli anni, è sotto gli occhi di tutti e anche per questo per noi c’era una certa attesa per verificare lo stato di forma del carismatico leader dei W.A.S.P. Lontano ormai è il ricordo di quel Wacken Open Air 2001, in occasione del quale assistemmo ad una prova veramente maiuscola dei Nostri. L’utilizzo di un po’ troppe voci pre-registrate, unitamente a setlist in più occasioni un tantino corte, sono da tempo i due punti deboli dell’esibizione della band americana. Buona parte dei dubbi viene però fortunatamente spazzata via dalla tripletta composta da “On Your Knees”, “The Torture Never Stops” e “The Real Me” con cui il gruppo attacca, eseguita tutta d’un fiato senza pause. I suoni sono ottimi e la performance vocale di Blackie è buona, con i cori registrati non troppo evidenti. Lo stesso non si può dire di “L.O.V.E. Machine”, dove invece questi ultimi sarebbero serviti, visto che sui ritornelli la voce quasi non si sente nonostante Blackie canti… o “I Wanna Be Somebody” dove il frontman perde qualche colpo di troppo. Non sempre tutto quindi va per il meglio ma la prestazione complessivamente è positiva e coinvolgente. Il pubblico canta e si gode uno spettacolo valorizzato anche da un bell’impianto scenografico con proiezioni di immagini a tema che accompagnano lo show nelle sue varie fasi. Molto forte l’impatto visivo dei video in bianco e nero che fanno da sfondo alla suite dedicata a “The Crimson Idol”, con la solita toccante “The Idol” e “Chainsaw Charlie (Murders in the New Morgue)” che fa cantare tutta la platea. La chiusura dello show è lasciata a “Blind In Texas”, ultimo adrenalinico atto di uno show non perfetto ma migliore di tante altre recenti esibizioni degli W.A.S.P.
(Alessandro Corno)

SETLIST
On Your Knees
The Torture Never Stops
The Real Me
L.O.V.E. Machine
Wild Child
Sleeping (in the Fire) / Forever Free
I Wanna Be Somebody
The Invisible Boy
The Idol
Chainsaw Charlie (Murders in the New Morgue)
Heaven’s Hung in Black
Blind in Texas

 

SABATO 02/08

Eccoci all’ultimo giorno. Il clima si rivelerà ideale per una giornata che ospiterà, sui palchi principali, la setlist più estrema della tre giorni. Behemoth, Emperor e Amon Amarth dovrebbero essere sufficienti a fare la felicità dei blackster e dei viking metaller presenti. Poi ci si potrà rilassare un po’ con i Megadeth, fino a chiudere in un crescendo di violenza, con Mille Petrozza ed i suoi Kreator. Se credevamo di poter tornare a casa rilassati e senza qualche livido, iniziamo a ricrederci dalla mattina quando, sbrigate le pratiche doccia, colazione e prima birra della giornata, sentiamo in lontananza il sound-check degli Arch Enemy.

ARCH ENEMY – Black Stage, 12:00 – 13:00

Si inizia presto, a mezzogiorno, con i deathster svedesi. Chi scrive ha un rapporto strano con gli Arch Enemy, trovando i primi tre dischi eccezionali ed un po’ sottotono tutti gli altri. Questo ovviamente non può essere imputato a Angela Gossow, dato che i dischi sono il prodotto degli Arch Enemy nella loro totalità, ma si può dire che, negli ultimi tempi, hanno forse vivacchiato un po’ troppo sulla sensazione della loro ormai ex-frontwoman. Con una notevole curiosità, dunque, ci apprestiamo a sentire il gruppo con la nuova Alissa White-Gluz al microfono. Alissa è, comprensibilmente, un po’ emozionata ma sul palco ha grinta da vendere: non sembra interessata a far notare a tutti i costi di essere una donna, anzi. Apre con “Yesterday Is Dead And Gone” e dimostra subito di essere all’altezza del compito assegnatole. La setlist degli Arch Enemy spazia lungo tutta la loro carriera, forse soffermandosi un po’ troppo sul nuovo disco, ma gli svedesi fanno un egregio lavoro -vista l’ora- coinvolgendo il pubblico con un’ottima performance, sopratutto quando partono con cavalli di battaglia come “Dead Eyes See No Future”, “We Will Rise” e “Nemesis”. Il growl della White-Guiz è profondo, potente e cupo, lo scream graffia come carta vetrata e taglia come una fresa; c’è poco da dire, le capacità della Gossow in questi due stili canori appaiono molto ridimensionate, al confronto. Probabilmente i fan degli Arch Enemy non saranno d’accordo ma dopo questo concerto pensiamo che la band abbia guadagnato nell’avvicendamento tra le due cantanti. Sicuramente ha (ri)guadagnato un fan.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Yesterday Is Dead And Gone
War Eternal
Ravenous
My Apocalypse
You Will Know My Name
Bloodstained Cross
As The Pages Burn
Dead Eyes See No Future
No Gods, No Masters
We Will Rise
Nemesis
Fields Of Desolation

 

BEHEMOTH – Black Stage, 14:30 – 15:45

Far suonare i Behemoth alle 14:30 di un assolato pomeriggio estivo è una delle peggiori idee che l’organizzatore di un festival possa avere. Ma Nergal, Inferno, Orion e Seth sono dei professionisti, oltre che degli artisti immensi; così, quando iniziano con “Blow Your Trumpets Gabriel” e “Ora Pro Nobis Lucifer” il cielo si oscura (e non è una metafora: nuvoloni neri fanno quello che possono per ridare ai Behemoth la giusta atmosfera). Il loro set di fuoco e fumo non può che risentire dell’orario, ma forse anche un grande open-air non è la dimensione migliore per la band polacca. Come ci hanno abituato, i Behemoth non concedono un attimo di riposo, distribuendo la setlist equamente tra l’ultimo acclamato “The Satanist” ed il loro precedente repertorio: “Slaves Shall Serve”, “Christians To The Lions”, “Ov Fire And The Void”; fiamme, turiboli, croci riverse infuocate e Nergal, Orion e Seth che si spostano sul palco. La death/black metal band di Gdansk è, ormai, una delle migliori realtà del metal estremo, capace di creare un’atmosfera unica, trasformando ogni concerto in un rito blasfemo ed oscuro. Assistere ad uno show dei Behemoth è un’esperienza unica: tutto è studiato nei minimi dettagli per trasmettere il messaggio esoterico della band, tanto che, anche chi non li conosce o non li segue, non riesce a restare indifferente ad una tale esibizione di nera potenza. Così, il pubblico che, visto il caldo e l’ora, non era numerosissimo in apertura di show, cresce fino a diventare un’enorme folla per la conclusiva “O Father O Satan O Sun”. E, come sempre accade, quando il muro di fumo (che riesce anche nel main stage di Wacken a coprire con una coltre la visuale di tutto il palco) si dissolve e la band è sparita dal palco, mentre l’ ultima eco dei loro strumenti riempie l’aria, qualche secondo di silenzio separa la fine del concerto dagli applausi e dagli “horns up” del pubblico, colpito con violenza da un’ora e un quarto di immersioni nelle cupe visioni di Nergal. Immensi e monumentali. Poco altro da aggiungere, per chi scrive per uno dei migliori concerti dell’edizione 2014 del Wacken Open Air.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Blow Your Trumpets Gabriel
Ora Pro Nobis Lucifer
Conquer All
As Above So Below
Slaves Shall Serve
Christians To The Lions
The Satanist
Ov Fire And The Void
Alas, Lord Is Upon Me
At The Left Hand Ov God
Chant For Eschaton 2000
O Father O Satan O Sun!

 

DEVIN TOWNSEND PROJECT – True Metal Stage, 16:00 – 17:15

L’istrionico polistrumentista canadese si presenta con uno show che spazia per tutta la sua carriera “solista” o -per semplicità- per tutta la sua carriera esterna ai compianti Strapping Young Lad e quindi con un repertorio molto più “morbido”. Townsend è un frontman come ne esistono pochi, oltre ad essere un musicista geniale: interagisce con il pubblico in modo unico, scherzando con parecchia auto ironia e dando quasi l’idea di trovarsi lì sul palco di Wacken per caso. Sperduto, tanto da trovarsi a dire di essersi accorto di avere ancora tempo per suonare ma di aver finito i pezzi, chiedendo al pubblico cosa vorrebbe sentire, fingendo di capire una risposta e continuando a suonare. Tutto costruito come in uno spettacolo di cabaret, per carità, ma nondimeno spassoso sotto ogni punto di vista. E poi c’è il Townsend musicista che con pezzi come “Deadhead”, “War” o “Supercrush!” conquista anche chi, molto probabilmente, non ha la più vaga idea di chi sia il buffo tizio calvo che si agita su un palco illuminato da luci viola ed è vestito come se fosse appena uscito da un ufficio. Un’ora e un quarto di pura e geniale follia, che abbandoniamo un po’ prima della fine per trovare posto nelle prime file del concerto che si appresta a devastare il Black Stage.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Seventh Wave
War
By Your Command
Deadhead
Planet Of The Apes
Numbered!
Supercrush!
Kingdom
Juular
Grace
Bad Devil

 

EMPEROR – Black Stage, 17:30 – 18:45

Emperor. “In The Nightside Eclipse”. 1994. Un monumento al lato più oscuro della musica metal, uno dei migliori e più iconici dischi della seconda ondata Black Metal, riproposto interamente live per celebrarne i vent’anni, con Samoth, Ihsahn e Faust riuniti. Un’occasione imperdibile. Gli Emperor si presentano sul palco con un set totalmente scarno, fatta eccezione solo per un banner a fondo palco. Una voce annuncia che lo show dovrebbe essere “In The Nightside Eclipse”, ma vista l’ora ed il tempo sarà “In The Sunshine Eclipse”. Ecco: non poteva esserci inizio peggiore. Molte parole sono state spese (anche in questo report) sui numerosissimi errori nella stesura del running order e va da sè che far suonare una leggenda del Black Metal alle 17:30 è forse il peggiore di questi errori. Ma i fan accorsi per vedere la band non hanno nessuna colpa ed una frase del genere sembra sminuire il concerto che sta per iniziare e dileggiare proprio i fan. Per fortuna, però, c’è” In The Nightside Eclipse”. Basta l’intro e l’inizio di “Into The Infinity Of Thoughts” per far dimenticare il fastidioso esordio. Se conoscete il disco in questione, vi basterà sapere che gli Emperor sono stati pressoché perfetti nell’esecuzione; se non lo conoscete, beh…rimediate. Pezzi come “Cosmic Keys To My Creations & Times” o “The Majesty Of The Nightsky”, trasudano lo spirito e l’essenza della notte. Pochissimi dischi hanno saputo cristallizzare ed essere summa di un genere come questo e, dal vivo, gli Emperor riescono a ritrasmetterne tutto il fascino, compresa una scelta sonora che, dai livelli dei volumi alla distorsione delle chitarre, passando per i suoni di tastiera, rispecchia totalmente la produzione sporca, vagamente impastata ed in grado di erigere un vero e proprio muro sonoro annicihilente. Anche questa resa acustica rende completo il risultato finale, perché il rischio di un setup sonoro troppo “moderno” o pulito rappresentava un’incognita che avrebbe pregiudicato l’esito dell’intero show. La conclusione -rispettando in toto la traclkist originale- è con “I Am The Black Wizards” e “Inno A Satana”, forse i due punti più alti toccati dall’intera produzione degli Emperor. C’è ancora tempo, però, e Ihsahn annuncia che, fedele allo spirito rievocativo del concerto, suoneranno due pezzi (“Ancient Queen” e “Wrath Of The Tyrant”) direttamente dal loro demo del 1992. La cover di “A Fine Day To Die” dei Bathory (già presente nella ristampa del 1999 di “In The Nightside Eclipse”) conclude definitivamente un concerto unico ed irripetibile, una delle sette date che hanno permesso a tutti coloro che vi hanno assistito, di vivere un’esperienza che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata impensabile. Tutto perfetto, dunque ? Non proprio. Un paio di piccole critiche possiamo muoverle: innanzitutto un evento come questo (il ventesimo anniversario di “In The Nightside Eclipse”, per di più alla venticinquesima edizione del Wacken Open Air) avrebbe meritato un set un po’ più ricco; non che ci aspettassimo una band in paint (gli Emperor non l’hanno mai fatto, se non nel corso delle loro primissime apparizioni), ma qualche “orpello” scenico non avrebbe guastato; in secondo luogo, ci sentiamo di riportare un episodio che secondo noi ha un po’ stonato nel contesto dello show. Durante “Inno A Satana”, Ihsahn ha chiesto al pubblico un sing-along, qualcosa che forse non è esattamente ciò che ci si aspetta da una leggenda del Black Metal…
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Into The Infinity Of Thoughts
The Burning Shadows Of Silence
Cosmic Keys to My Creations & Times
Beyond The Great Vast Forest
Towards The Pantheon
The Majesty Of The Nightsky
I Am The Black Wizards
Inno A Satana
Ancient Queen
Wrath Of The Tyrant
A Fine Day To Die

 

AMON AMARTH – Black Stage, 19:00 – 20:15

Ormai i vichinghi di Stoccolma sono una vera e propria macchina da guerra, più imponenti di una drakkar e più letali dei loro progenitori; la risata di Johan Hegg è ormai uno di quei tratti distintivi che restano impressi e denotano una grande band, un po’ come “scream for me” per gli Iron Maiden o  “do you wanna die” per gli Slayer. E se di certo gli Amon Amarth sono ben lontani dalle leggende appena citate, comunque una folla come si è vista solo per i Motörhead testimonia quanto questa band sia amata. Si inizia con un po’ di ritardo e viene svelato un palco con due enormi teste di drago ai lati, mentre “Father Of The Wolf” da il via allo show. Gli svedesi sbrigano la pratica “ultimo disco” in apertura (ritornerà solo con “We Shall Destroy”)  e infilano uno dopo l’altro le loro hit, da “Varyags Of Miklagaard” a “Victorious March”, passando per “Guardians Of Asgard”, “Cry Of The Black Birds” e “War Of The Gods”; intanto incitano il pubblico che si lancia in moshpit sfrenati, circle pit e wall of death, tutto sotto lo sguardo compiaciuto degli Amon Amarth e la risata di Hegg che sembra sempre un vecchio amico con cui hai passato serate a bere birra. Certo che forse per il fatto di averli visti molte volte dal vivo (cosa che fa perdere un po’ della spontaneità che ci piace credere ci sia in ogni concerto) o per le quasi cento date del tour di “Deceiver Of The Gods”, i vichinghi sembrano avere un po’ meno mordente e danno la leggera l’impressione di star eseguendo un compito ben imparato, di aver perso un po’ della loro feroce istintività. Questo non significa che il loro show abbia pecche o sbavature, nè tantomento che gli Amon Amarth suonino con sufficienza o “al risparmio”; il loro resta, comunque, un concerto strepitoso ed i cinque svedesi sono gli imponenti jarl di decine di migliaia di fan adoranti. Commerciali, ammorbiditi, ripuliti: si possono muovere tutte le critiche che si vogliono a questa band, ma resta pur sempre il fatto che non sono molte i gruppi death metal in grado di riuscire a riunire sempre così tante persone. Così tuoni e fulmini danno il via agli encore, mentre Hegg colpisce il palco con un gigantesco Mjöllnir e parte “Twilight Of The Thunder God”, generando tra il pubblico una vera e propria battaglia. Stremati e doloranti, non abbiamo ancora dato abbastanza, così arriva la devastante conclusione con “The Pursuit Of Vikings”. Gli Amon Amarth sanno incarnare l’aggressività di una band death, l’epicità di una band viking e la spettacolarità dei grandi, riuscendo a rendere -sempre e comunque- ogni loro show un vero e proprio evento. Se proprio dovessimo trovare un difetto alla loro esibizione, possiamo lamentare che abbiano escluso dalla loro breve setlist la celebre “Death In Fire”.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Father Of The Wolf
Deceiver Of The Gods
As Loke Falls
Varyags Of Miklagaard
For Victory Or Death
Guardians Of Asgaard
Cry Of The Black Birds
We Shall Destroy
Asator
War Of The Gods
Victorious March
Twilight Of The Thunder God
The Pursuit Of Vikings

 

MEGADETH – Black Stage, 20:30 – 21:45

C’era abbastanza curiosità all’idea di vedere i Megadeth per la prima volta a Wacken. Il pubblico del festival tedesco tende ad aspettarsi grandi show e band entusiaste e cariche, sopratutto nei main event serali, qualcosa di piuttosto distante dalla band di Mustaine. L’inizio non è dei migliori, dato che c’è qualche problema di sound e ci vuole un attimo a riconoscere “Hangar 18”, l’opener. Si prosegue e la band pesca in egual misura dai “classici” e dal materiale più recente; dopo un inizio in sordina come d’abitudine per il “timido” Dave, lo show inizia a decollare, con il pubblico che si scatena in moshpit violenti e grande partecipazione, quando i Megadeth suonano, in successione, “Sweating Bulltes” e “Tornado Of Souls”. Bisogna dire che pochi gruppi (sopratutto tra i “big”) hanno un rapporto col pubblico simile a quello di Mustaine e dei molti “compagni di ventura” che si sono succeduti al suo fianco; non c’è calore o partecipazione dal palco, ma più il pubblico da segni di apprezzare, più la band si carica e trasmette energia. Abbiamo assistito a parecchi show dei bizzoso Dave e, bisogna ammetterlo, molti sono stati pessimi; non è il caso di questa sera. Nonostante una setlist che ha nella sua parte centrale i punti più deboli, tutte le persone accorse ad accalcarsi sotto il palco, “sentono” l’energia dei Megadeth e restituiscono altrettanta carica, così -come un motore diesel- i thrasher americani ci mettono il loro tempo ad entrare a pieno regime, ma alla fine anche la voce di Dave (che sappiamo non essere propriamente un’ugola d’oro) viene fuori bene. Così ecco un concerto come non se ne vedono molti da questo gruppo, con il loro frontman che ride, massacra gli astanti con la chiusure pre-encore (“Symphony Of Destruction” e ovviamente “Peace Sells” accompagnata da Vic Rattlehead) e trova anche il tempo per un breve discosto di ringraziamento, oltre che per gli immancabili selfie (e, ammettiamo, fa un certo effetto vedere un monumento della musica metal ridere quasi impressionato dalla folla, mentre si scatta una foto come un qualsiasi ragazzino). Alla fine possiamo dire che, come spesso accade, l’esecuzione musicale dei Megadeth è ottima, la voce di Mustaine al meglio di come può essere e l’interazione col pubblico poco più che inesistente (il che, per questo gruppo, significa calorosa e travolgente). Se, forse, era lecito aspettarsi una setlist più “classica”, di certo l’insieme del concerto è stato oltre le aspettative che vengono spesso disattese da una band, le cui performance live sono, troppo spesso, sotto la media.

(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
Hangar 18
Wake Up Dead
In My Darkest Hour
Skin O’ My Teeth
Sweating Bullets
Tornado Of Souls
Poison Was The Cure
She-Wolf
Trust
A Tout Le Monde
Public Enemy No. 1
Kingmaker
Symphony Of Destruction
Peace Sells
Cold Sweat
Holy Wars… The Punishment Due

 

AVANTASIA – True Metal Stage, 22:00 – 00:00

Avantasia soprattutto in Germania è un affare veramente grosso. Il progetto/gruppo capitanato dal cantante degli Edguy, Tobias Sammet, ad ogni pubblicazione scala la classifica di vendita tedesca fino alle primissime posizioni e fa segnare pienoni ogni qual volta si imbarca in un tour. Questa sera la posizione nel bill riservata ad Avantasia è ovviamente quella di headliner principale della giornata, con un set di due ore che pone la super band sopra a mostri sacri come Megadeth e Kreator. Non solo. lo show è anche trasmesso in diretta in ben 52 stati e quindi tutto deve essere assolutamente perfetto. Così, per fortuna, è. Già dall’apertura con la recente “Spectres” si viene investiti da un muro di suono impressionante, che in qualità batte di gran lunga quello degli appena esibitisi Megadeth, e dalla miriade di luci dell’impressionante impianto. Come sappiamo Avantasia è un’alternanza di cantanti ospiti che affiancano il quasi onnipresente Sammet e già sulle successive “Invoke The Machine” e “The Scarecrow” fa la sua comparsa sul palco il frontman dei Pretty Maids, Ronnie Atkins. Borchiatissimo e con un’attitudine da hard rocker con le palle, prende senza problemi il controllo della situazione, praticamente rubando la scena a Sammet e sfoderando una gran prestazione vocale, ruvida e aggressiva quanto basta a dare quel tiro in più ai pezzi, anche sulle parti solitamente cantante dall’oggi assente Jorn Lande. Il resto della band esegue in maniera pressochè perfetta le proprie parti, con la coppia di chitarre Sascha Paeth / Oliver Hartmann perfettamente in linea con una sezione ritmica metronomica. Lo show procede tra gli applausi di un pubblico molto partecipe e cambia atmosfera con le note più rilassate e melodiche di “The Story Ain’t over”, pezzo che vede l’ingresso in scena del cantante dei Magnum, Bob Catley. Il momento che soprattutto gli amanti del power metal classico attendono ad ogni show di Avantasia è la veloce e fantasitca “Reach out For The Light”, pezzo che nel 2000 aveva aperto col botto il primo album “The Metal opera” con il grande ritorno su sonorità di questo tipo dell’ex cantante degli Helloween, Michael Kiske. Anche oggi la sua performance in coppia con Sammet è da paura, al punto che il confronto tra i due è quasi improponibile e lo stesso giovane vocalist degli Edguy non nasconde la sua enorme ammirazione per il collega, praticamente inarrivabile sui vocalizzi più alti. la stessa coppia di cantanti si esibisce su “Avantasia”, al termine della quale Kiske si congeda momentaneamente per lasciare spazio a Eric Martin dei Mr. Big. Il cantante americano impone da subito la sua classe su pezzi come il lento “What’s Left On Me” o “Dying For An Angel” e con il suo incontrollabile carisma fatto di continue battute dona un taglio scherzoso e quasi folle allo show. Sul lentone “Farewell” è il turno anche della bionda Amanda Somerville, fino ad ora rimasta ai cori nelle retrovie assieme al cantante degli Heavens Gate, Thomas Rettke. Anche la sua è una performance coi fiocchi, affiancata dal solito Sammet e da Kiske nel finale. Si prosegue con “Shelter From The Rain” e “The Great Mystery” con Sammet, Kiske e Catley che si avvicendano ai microfoni. Unico momento dove il cantante degli Edguy si prende una pausa è “Twisted Mind”, eseguita solo da Atkins e Martin, mentre al contrario, la catchy “Lost In Space” vede il solo Sammet alla voce. Divertentissimo il siparietto che improvisa spostandosi sulla destra del True Metal Stage e andando praticamente sul Black Stage per scherzare con i ben più truci thrasher in attesa dei Kreator. Le due ore di show sono praticamente volate e “Sign Of The Cross” in medley con “The Seven Angels” cantata da tutti gli ospiti chiude l’ennesimo impeccabile spettacolo degli Avantasia. Unico neo il fatto che ormai sembra di assistere ad uno show un tantino standardizzato, in cui cambiano solo gli attori ma che fondamentalmente è sempre lo stesso. In futuro speriamo che il talentuoso mastermind Tobias Sammet riesca a introdurre qualche variabile per rendere il tutto meno prevedibile.
(Alessandro Corno)

SETLIST
Spectres (Sammet)
Invoke the Machine (Sammet/Atkins)
The Scarecrow (Sammet/Atkins)
The Story Ain’t Over (Sammet/Catley)
Prelude
Reach Out for the Light (Sammet/Kiske)
Avantasia (Sammet/Kiske)
What’s Left of Me (Sammet/Martin)
Dying for an Angel (Sammet/Martin)
Farewell (Sammet/Somerville/Kiske)
Shelter from the Rain (Sammet/Kiske/Catley)
The Great Mystery (Sammet/Catley)
Twisted Mind (Atkins/Martin)
Promised Land (Sammet/Martin)
Lost in Space (Sammet)
Sign of the Cross / The Seven Angels (Sammet/Kiske/Martin/Atkins/Catley/Somerville)

 

FLESHGOD APOCALYPSE – Headbanger Stage, 22:05 – 22:50

Incredibile. E’ l’unica parola che si può usare per descrivere l’ascesa dei Fleshgod Apocalypse nel corso degli ultimi anni. Chi scrive ricorda ancora la disavventura che la band ha avuto al Metalfest del 2012 e quando li incontrò in Croazia. Tutto si poteva pensare ma, augurando tutto il bene ai nostri conterranei, mai si sarebbe potuto immaginare di vederli, a due anni di distanza, esibirsi al Wacken Open Air. Si potrebbe dire molto sull’importanza di avere un’etichetta come la Nuclear Blast e della spinta che può dare per arrivare a questi traguardi, ma -al netto di tutto questo- resta una band che ha pubblicato tre full length impressionanti, raggiungendo una perizia tecnica ed una velocità d’esecuzione mostruose. Purtroppo il tendone del’Headbanger Stage non è il miglior palco per sottolineare gli intrecci tecnici dei cinque deathster ed il sound non risulta pulitissimo, cosa che penalizza non poco una band come i Fleshgod Apocalypse. I nostri connazionali, però, sanno tirare dritti, complice un pubblico piuttosto numeroso ed entusiasta (vista anche l’orario ed il fatto che, sul True Metal Stage, stanno suonando gli Avantasia). La setlist di quarantacinque minuti è interamente incentrata sul “periodo Nuclear Blast” (cioè “Agony” e “Labyrinth”) e non concede molto spazio ai fronzoli. Come abbiamo anticipato, il sound rende difficile giudicare la prova della band, ma -in fondo- in un concerto contano la partecipazione e l’affetto del pubblico che, in questo caso, ci sono stati sicuramente. Non possiamo che sperare di rivederli al W:O:A, magari in uno dei main stage (visto che lo avrebbero,forse, meritato più di altri) ed augurare ai Fleshgod che il loro successo sia solo agli inizi, mentre possiamo registrare una band che, come pochissime altre, sa avere un respiro internazionale, come testimoniano i numerosi fan accorsi al loro concerto.
(Lorenzo Ottolenghi)

SETLIST
The Hypocrisy
Minotaur (The Wrath Of Poseidon)
The Deceit
Pathfinder
The Violation
The Egoism
Elegy
The Forsaking

 

KREATOR – Black Stage, 00:15 – 01:30

E’ l’una di notte, giusto il tempo per una birra prima di quello che per noi sarà l’ultimo show a cui assisteremo per questo Wacen Open Air. Numerosi thrasher, molti dei quali decisamente provati dalla maratona metallica di questi giorni, si accalcano contro le transenne e riempiono la platea antistante il Black Stage. Ci siamo, Mille Petrozza e compagni stanno per entrare in scena e non resta che tirare le cinghie dello zaino, sistemare lo smartphone nella tasca anteriore dei pantaloni, allacciare le stringhe degli anfibi, liberarsi del bicchiere ormai vuoto e raggiungere il centro della platea. “Pare di prepararsi a una battaglia”, commentiamo, e in effetti se non proprio di battaglia si tratterà, potremo parlare di qualcosa di molto simile a un tafferuglio urbano. Quando il grande telo nero marchiato W:O:A si abbassa, due individui con passamontagna in tenuta da sommossa popolare si stagliano sul bordo del palco brandendo due bengala rossi e questo fa letteralmente da innesco a un’esplosione di pogo e circle pit che già dalla prima “Phantom Antichrist” sferza la gran parte dell’area tra mixer e stage, sollevando grandi quantità di polvere. La prestazione della band è impeccabile, con il solito Mille pronto a fomentare il pubblico in ogni modo tra una “Warcurse”, che lo vede armato di un fucile spara fumo, e una “Endless Pain”, o ancora sulle note ritmate della sempre trascinantissima “Phobia”. La folla è in delirio totale e tira fuori tutte le energie residue scatenandosi sotto i colpi di pezzi da novanta come “Enemy Of God” e “Violent Revolution”, ottime rappresentanze del recente corso del gruppo thrash tedesco ad oggi più seguito in assoluto. Dal palco si alzano fiammate, colonne di fumo e lo show volge verso il suo atto finale con la devastante accoppiata “Flag Of Hate” / “Tormentor”, assalto sonoro definitivo sul quale al centro del pogo dove noi ci troviamo è un’impresa riuscire a stare in piedi. Si chiude con Mille che urla il solito “The Kreator will return!” uno degli show più aggressivi e travolgenti dell’intera edizione del festival.
(Alessandro Corno)

SETLIST
Phantom Antichrist
From Flood into Fire
Warcurse
Endless Pain
Pleasure to Kill
Hordes of Chaos (A Necrologue for the Elite)
Phobia
Enemy of God
Civilization Collapse
The Patriarch
Violent Revolution
United in Hate
Flag of Hate / Tormentor

2 commenti
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