Ha ancora senso chiamare Yes una band che vede il solo Steve Howe come superstite della line-up classica della formazione britannica? Una domanda oziosa, utile per fare due chiacchiere davanti a una birra, ma priva di senso di fronte ad una performance di altissimo livello come quella portata in scena da Steve Howe e compagni nella cornice del Teatro degli Arcimboldi di Milano.
Certo, gli equilibri sono diversi ed appare evidente come ora l’intero show ruoti di fatto intorno alla figura del chitarrista settantasettenne, ma il curriculum degli altri musicisti, unito ad un approccio rispettoso e filologico, ha fatto sì che il pubblico milanese potesse assistere ad un concerto pienamente in linea con il sound e lo spirito di questi giganti del progressive rock.
Gli Yes, da un po’ di anni a questa parte, stanno costruendo dei tour tematici, suonando per intero uno o due album a seconda delle ricorrenze. Il nuovo tour, a questo proposito, nasce per celebrare il cinquantennale di “Tales Of Topographic Oceans”, lo storico doppio album pubblicato alla fine del 1973 che rappresenta ancora oggi il culmine della loro ambizione.
Il primo set dello show degli YES si apre alla grande con “Machine Messiah”, lunga composizione tratta da “Drama”, che ci permette fin da subito di concentrarci sulla performance di tutti i musicisti coinvolti. La sezione ritmica appare fin da subito molto solida ed affiatata, con Jay Schellen dietro le pelli a tenere alto il ritmo della performance, con il preziosissimo contributo di Billy Sherwood, che veste i panni di Chris Squire con una naturalezza invidiabile. Sullo sfondo, circondato da un anfiteatro di tastiere, troviamo Geoff Downes, figura non meno leggendaria dello stesso Howe, che ha scritto pagine immortali con gli Asia (e non solo).
Downes ha uno stile molto più sobrio rispetto a quello funambolico di Rick Wakeman, ma le sue partiture misurate riescono comunque a restituire tutta la maestosità della loro musica.
Jon Davison, invece, è in tutto e per tutto sovrapponibile a Jon Anderson per timbro e stile, e questo contribuisce molto a dare continuità agli Yes del 2024 con quelli degli anni Settanta. E poi, ovviamente, c’è lui, Steve Howe, un folletto canuto e raggrinzito che riesce comunque ad essere sempre il protagonista della scena, con la sua collezione di chitarre, le sue trame intricate e quello stile di chitarra così particolare da essere immediatamente riconoscibile.
La prima parte del concerto fa una breve carrellata sulla carriera della band, coprendo quasi ogni decade: facciamo un salto in avanti fino a “The Ladder” con “It Will Be A Good Day (The River)”; ci godiamo una versione particolarmente energica di “Going For The One”; ascoltiamo beati le trame celestiali di “I’ve Seen All Good People”, il primo vero megaclassico della serata; torniamo agli albori con l’elegante “Time And A Word”, mentre “Don’t Kill The Whale” ci riporta a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, con Geoff Downes a regalarci la sua versione del bellissimo assolo di Rick Wakeman.
Curiosa, invece, la scelta di riproporre la cover di “America” di Simon & Garfunkel, in una versione completamente strumentale: diciamo ‘curiosa’ perché la parte strumentale di questo brano non ha nulla a spartire con la versione originale, che veniva evocata soprattutto dalla linea melodica della voce e nel testo. Privata di entrambi, “America” diventa a tutti gli effetti un brano originale degli Yes, con un concetto stesso di cover che diventa decisamente elastico.
Dopo un intervallo di venti minuti abbondanti, eccoci arrivare al secondo set, che si apre con una splendida versione di “South Side Of The Sky”, un brano che racchiude molte delle caratteristiche che hanno reso immortale il sound degli Yes: regale ed elegante, la canzone si svela nota dopo nota, con il pianoforte di Geoff Downes in primo piano ed un uso semplicemente perfetto delle armonie vocali, molto curate anche in questa nuova versione della band.
Naturalmente i nostri non potevano ignorare il loro album più recente, da cui viene estratta l’efficace “Cut From The Stars”, ma è con la terza composizione che il concerto raggiunge il suo culmine. La particolarità di “Tales From Topographic Oceans” era quella di contenere una suite per ogni facciata del vinile, per un totale di quattro composizioni e settanta e passa minuti di musica. Un’impresa musicale rischiosa (e non esente da difetti), che però serviva a mostrare l’incredibile capacità strumentale e compositiva di una band che in quegli anni non si poneva limiti. E’ chiaro che sarebbe stato complicato – e anche controproducente – riproporre un’opera del genere nella sua interezza, per cui Steve Howe, nel celebrare quel disco, ha optato per una sorta di versione condensata, un medley della durata di venti minuti abbondanti, che raccoglie il meglio dei quattro capitoli e lo ristruttura in una nuova forma coerente e non meno affascinante.
Dopo aver raccolto le dovute ovazioni del pubblico, gli Yes si congedano, quindi, con un altro paio di classici senza tempo: il primo, ovviamente, è “Roundabout”, il loro brano più conosciuto, che viene accolto da grida di giubilo dal compìto pubblico degli Arcimboldi; mentre il finale è affidato a “Starship Trooper”, che suggella una serata all’insegna della musica d’alta scuola.
Chi scrive aveva già avuto modo di vedere all’opera gli Yes nella loro formazione classica e, in tutta onestà, eravamo pronti a trovarci di fronte ad una band un po’ incolore. Con piacere, invece, siamo stati smentiti, trovando sul palco una formazione che, raccogliendosi intorno ad un decano come Steve Howe, riesce a restituire ancora le ammalianti atmosfere del migliore progressive rock inglese.
Scaletta
Machine Messiah
It Will Be A Good Day (The River)
Going For The One
I’ve Seen All Good People
America (versione strumentale)
Time And A Word
Don’t Kill The Whale
Turn Of The Century
South Side Of The Sky
Cut From The Stars
Tales From Topographic Oceans Medley
Roundabout
Starship Trooper

