THROES – The Colorless Light Of Emptiness

Pubblicato il 09/10/2026 da
voto
7.0
  • Band: THROES (USA)
  • Durata: 00:34:41
  • Disponibile dal: 16/10/2026
  • Etichetta:
  • Church Road Records
Streaming non ancora disponibile.

C’è in fondo poco da dire e molto da subire, con il secondo album degli americani Throes. Musica punitiva, cocciuta, bastonatrice, ovviamente senza speranza, quella offerta con nessuna gentilezza dalla compagine dell’Idaho. Siamo dalle parti di uno sludge metal dall’impronta primigenia, quella delle commistioni con l’hardcore e a forme sonore generalmente spigolose, dure, scalcianti, per nulla propense agli ingentilimenti e alle progressioni che hanno reso in seguito la materia sludge un composto dalle molteplici e sgargianti sfumature.
Nel caso dei Throes, per l’appunto, il materiale è velenoso, rumoroso, tendente all’abominevole, nel segno di una rabbia e di una natura pessimista che si riversano, in essenziale e verace contiguità, nelle composizioni di “The Colorless Light Of Emptiness”. Un gran bel titolo, di quelli che fanno pensare, quello scelto, ed è probabilmente ciò che di più ‘pensato’ vi è al suo interno; le forme soniche proposte nella tracklist ci parlano al contrario di un sentire istintivo, di un’assenza di calcoli e grandi pianificazioni.
Strutture concise, chitarre grosse e abrasive, ritmiche d’assalto e mai moderate nei toni, una voce sgraziata e imbelvita, si saldano assieme e ci prendono per la gola, in un assalto rigoroso che guarda, nella postura e negli effetti, a una efferata commistione di sludge e post-hardcore/metal. Un incrocio spogliato di ardimenti intellettuali, volto piuttosto a un’azione spietata, come poteva accadere tra fine anni ’90 e primi 2000.

In molti punti, per la pesantezza, la claustrofobica ossessività, il torbido malessere indotto, “The Colorless Light Of Emptiness” ricorda i primordi di tutto ciò che in seguito abbiamo imparato a conoscere come post-metal: i Neurosis più arcigni, i primissimi Cult Of Luna e The Ocean, qualcosa degli Isis, filtrati nel caso dei Throes da un piglio più brutale, dalle parti di ‘gentaglia’ quale Eyehategod e Iron Monkey.
Ai paladini dello sludge più intossicato, la band dell’Idaho si rifà per il senso di catastrofe aleggiante un po’ ovunque, quello che dà un taglio corrotto, putrido e morboso a una traccia come “Eat Glass”. Qui, tra accelerazioni scomposte e impaludamenti soffocanti, si coglie la pura essenza di una simile formazione, per certi versi smaccatamente vintage, per come ripercorre strade non propriamente così frequentate nei tempi odierni.

In una “Ape/Person/Animal/Human” sembra di percepire le atmosfere malate del vecchio catalogo Relapse: il genere poteva oscillare tra il death metal, il grind, appunto lo sludge o il post-metal, in ogni caso si percepiva un denominatore comune, una devianza marcata e sghemba che non potevi non associare alla rinomata casa discografica americana. Proprio alcune inflessioni marce, figlie del death metal privo di ammorbidimenti e sinuosità, danno ancora più fervore a una formula non fantasiosa, poco eclettica, eppure assai efficace. Nella presentazione di parla anche di analogie coi Converge e, pure qua, queste vanno da ricercarsi soprattutto nelle prime pubblicazioni del gruppo di Jacob Bannon e Kurt Ballou: un’assenza di limiti alla propria rabbia che non concede troppi raffinamenti e poesia, richiede al contrario dedizione, foga e spirito combattivo.
Ci sarebbero, a dire il vero, alcune parentesi dilatate e, per quanto sgranate nel suono e non troppo ammansite, capaci di infondere un pizzico di atmosfera alla musica: rimangono abbastanza ai margini, ma denotano se non altro la capacità di poter fare anche altro, non solo picchiare duro a oltranza.

Inizialmente, a chi scrive tutto questo carico di ossessiva violenza era sembrato un po’ limitato e limitante, per modi molto spicci e le rare variazioni di tonalità e umore fra le diverse tracce.
C’è da ammettere che, dando il giusto tempo a “The Colorless Light Of Emptiness” per mettere in circolo in noi il suo liquido mefitico, tutto il discorso prende senso, scorre meglio e piace proprio per la sua schietta e non edulcorata veemenza. I nostri, pur non possedendo idee rivoluzionarie, songwriting da fuoriclasse o un tocco particolare nel modellare la loro musica, sanno quello che fanno, ciò che amano, lo ripropongono con forza e attitudine, senza mollare un attimo quanto a intensità e voglie distruttive.
Un album più che gradevole, insomma, di quelli che non puntano a primeggiare nelle classifiche di fine anno, ma puntellano e rafforzano lo stato di salute dell’underground più vero e sincero. Per avere buoni incubi la notte, serve anche una buona dose di Throes.

 

TRACKLIST

  1. Western Violence
  2. Revenge Death
  3. Joy
  4. Eat Glass
  5. Ape/Person/Animal/Human
  6. Spiritual Debt
  7. The Line
  8. Pain
  9. Beg
  10. Basura
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