Con “A Light So Dim”, i tedeschi Ultha ampliano ulteriormente un linguaggio che, pur conservando un legame evidente con il black metal, ha da tempo smesso di lasciarsi circoscrivere dalle categorie del genere.
Il nuovo album del gruppo originario di Colonia è un lavoro più vario e articolato rispetto ai predecessori, capace di accostare episodi particolarmente compatti e di maggiore intensità ai consueti passaggi dilatati e atmosferici, nei quali fanno tastiere, synth e nuove soluzioni vocali si fanno notare parecchio, senza rinunciare a quella dimensione immersiva che ha sempre caratterizzato la band.
Anche il modo di presentarlo riflette una precisa idea della musica: nessun singolo pubblicato in anticipo, nessun frammento destinato a preparare il terreno, ma l’album consegnato all’ascoltatore nella sua interezza. Una scelta che si accompagna a una concezione altrettanto precisa della forma album, intesa come un organismo nel quale brani, testi, artwork e sequenza d’ascolto contribuiscono allo stesso risultato emotivo.
Ne abbiamo parlato con il bassista/cantante Chris Noir, affrontando scrittura, influenze, identità stilistica e prospettive future della band.
AVETE SCELTO ANCORA UNA VOLTA DI PUBBLICARE UN NUOVO DISCO SENZA SINGOLI O ANTEPRIME DI ALCUN TIPO. IN UN’EPOCA DOMINATA DALL’ESPOSIZIONE COSTANTE, SI È TRATTATO PRINCIPALMENTE DI UNA SCELTA ARTISTICA O DI UNA DICHIARAZIONE D’INTENTI?
– Direi entrambe le cose. Nessuno di noi ha alcuna voglia della consueta frenesia promozionale che precede l’uscita di un disco. Dal punto di vista del marketing e delle vendite può avere senso per i gruppi più grandi e affermati, ma per la stragrande maggioranza delle uscite – indipendentemente dal genere – personalmente la trovo più goffa che efficace.
Credo che molte band ed etichette lo facciano oggi perché ‘si fa così’. Ma chi ha davvero bisogno di un teaser video di una band che suona nei locali davanti a cinquanta persone, con il batterista che annuncia il prossimo annuncio per un’uscita esclusivamente digitale che arriverà tra altri due mesi?
Dopo la nostra breve esperienza con una major, ci siamo resi conto che seguire quelle regole non aggiunge alcun valore a quello che facciamo, crea molto stress supplementare e, alla fine, tutto si perde comunque nel flusso incessante di annunci e singoli. Preferiamo quindi pubblicare l’intero disco in una volta sola, con convinzione, senza tutto il circo che precede l’uscita, e fidarci del fatto che le persone interessate lo troveranno.
Siamo anche molto fortunati ad avere un’etichetta come Vendetta, disposta ad accettare questo approccio e a fidarsi del nostro istinto: una cosa che oggi non si può dare per scontata.
QUESTO APPROCCIO RICORDA IN QUALCHE MODO L’EPOCA PRE-INTERNET, QUANDO SCOPRIRE UN ALBUM SIGNIFICAVA ASCOLTARLO PER INTERO, SENZA AVERNE AVUTO UN’IDEA PRECONFEZIONATA. QUANTO È IMPORTANTE PER VOI PRESERVARE QUESTA SENSAZIONE DI PRIMO CONTATTO NON FILTRATO?
– Questo aspetto ha sicuramente un ruolo importante. Abbiamo sempre concepito i nostri album come opere organiche e coerenti, e il loro impatto emotivo e tematico emerge davvero nella sua completezza soltanto quando vengono assimilati nel loro insieme. L’esperienza diventa ancora più intensa quando non hai già ascoltato metà delle canzoni in anticipo.
Sappiamo che non è esattamente in linea con lo zeitgeist attuale, ma crediamo sinceramente che si possa dare agli ascoltatori fiducia e permettere loro un coinvolgimento di questo tipo, più profondo, lasciando che la musica stabilisca una connessione più intensa e significativa.
PENSI CHE L’ATTUALE TENDENZA A PUBBLICARE MOLTI SINGOLI PRIMA DELL’USCITA DI UN ALBUM RISCHI DI INDEBOLIRE L’IDEA DEL DISCO COME OPERA COESA? IN UNA SCENA IN CUI ALCUNI GRUPPI SVELANO METÀ DELLA TRACKLIST PRIMA DEL GIORNO DELL’USCITA, IL VOSTRO METODO SEMBRA QUASI RADICALE.
– Sì. Come dicevo, considerando il nostro modo di esprimerci e ciò che vogliamo comunicare con gli Ultha, pubblicare singoli in anticipo sarebbe controproducente. Naturalmente esistono altri artisti e gruppi per i quali l’album inteso come opera coesa ha un’importanza minima o secondaria: per loro questo approccio può funzionare perfettamente, e probabilmente meglio di quanto farebbe per noi.
Alcuni, inoltre, semplicemente non possono opporsi al modus operandi delle etichette. È una macchina più grande e, in una certa misura, se vuoi stare su un’etichetta devi seguirne le regole. Sta a te decidere fino a che punto sei disposto a scendere a compromessi.
In generale, credo che un certo livello di profondità atmosferica, tematica ed emotiva possa essere raggiunto soltanto attraverso un album realmente coeso e autosufficiente.
È ANCHE UN MODO PER DISTINGUERVI, O NASCE PURAMENTE DA UN’ESIGENZA INTERNA?
– Abbiamo superato da tempo l’età in cui si fanno le cose diversamente soltanto per il gusto di essere diversi. In più di dieci anni di attività come band non ci siamo mai seduti a tavolino chiedendoci cosa avremmo potuto fare per distinguerci o emergere deliberatamente.
Il fatto che la nostra band significhi qualcosa di speciale per molte persone è naturalmente un enorme onore, ma deriva semplicemente da ciò che siamo nel profondo e dall’autenticità della musica. Alla fine è questo che distingue una band dalle altre, quando ciò che produce riesce a parlare alle persone in maniera autentica.
DA UN PUNTO DI VISTA PRATICO, QUESTA SCELTA PUÒ LIMITARE VISIBILITÀ E PROMOZIONE. COME BILANCIATE L’INTEGRITÀ ARTISTICA CON LA NECESSITÀ DI RAGGIUNGERE UN PUBBLICO?
– Come dicevo prima, mi chiedo sinceramente se rifiutare i consueti meccanismi commerciali legati all’uscita di un album rappresenti davvero uno svantaggio per la maggior parte delle band.
Certo, non siamo più negli anni Ottanta e, se vuoi rimanere accessibile e in contatto con ascoltatori e fan, devi essere presente, per esempio, sui social media.
Ma anche in quel caso non devi diventare uno schiavo disperato dell’algoritmo per spremere qualche stream o qualche ‘interazione’ in più online. Insomma, non è tutto bianco o nero, ed il semplice fatto di avere un profilo Instagram per la propria band non significa dover fare ogni possibile stupidaggine escogitata da qualche azienda tecnologica avida o da qualche idiota del marketing per aumentare la propria portata.
Naturalmente sono consapevole del fatto che con gli Ultha parliamo da una posizione piuttosto privilegiata, dal momento che non viviamo della band: per noi, quindi, l’integrità artistica verrà sempre prima di tutto. E sono contento che sia così.
E, a essere onesto, con dozzine di dischi metal pubblicati ogni venerdì, la longevità e la portata della vostra musica dipendono esclusivamente dalla qualità e dalla risposta che riceve l’album. Le campagne di marketing spingono forte nelle settimane precedenti all’uscita, poi arriva un’altra spinta al momento della pubblicazione e dopodiché, da parte dell’etichetta, non succede granché.
A quel punto il bambino deve imparare a nuotare da solo. E se la musica non è buona, sincera o speciale, finirà semplicemente per annegare nelle acque poco profonde di un milione di uscite mediocri.
RISPETTO AL VOSTRO VECCHIO MATERIALE, “A LIGHT SO DIM” APPARE PIÙ VARIO E DINAMICAMENTE ARTICOLATO. COME SI È EVOLUTO IL VOSTRO PROCESSO DI SCRITTURA QUESTA VOLTA? DIRESTI CHE L’ALBUM FUNZIONA PIÙ COME UN MOSAICO EMOTIVO CHE COME UN’UNICA AFFERMAZIONE MONOLITICA?
– Siamo sempre stati attenti a dare ai nostri dischi un certo senso della dinamica: qualcosa che cresce e si ritrae, che trattiene il respiro, espira, quasi si spezza sotto il peso della tristezza in un momento e precipita nella frenesia più assoluta in quello successivo. In questo senso esiste una chiara continuità che conduce fino ad “A Light So Dim”. Penso però che questo nuovo album ampli parecchio la nostra gamma dinamica e, di conseguenza, anche quella emotiva.
A mio avviso, il motivo principale è che durante il processo di scrittura Ralph (Smidt, voce e chitarra,ndr) si è liberato ancora più di prima dalle aspettative e dalle convenzioni, lasciando entrare influenze e texture che in passato avremmo forse tenuto a distanza.
E dopo il relativo successo di “All That Has Never Been True” – che definirei un disco piuttosto coeso e omogeneo – eravamo tutti d’accordo sul fatto di non voler realizzare di nuovo lo stesso album. Era quindi importante uscire dalla nostra zona di comfort e sposare completamente la visione di Ralph di un disco vario, stratificato, in continua evoluzione e audace.
IN PASSATO LE VOSTRE COMPOSIZIONI SONO STATE SPESSO DESCRITTE COME MONUMENTALI E AMPIE. QUI CI SONO SOLTANTO UN PAIO DI BRANI MOLTO LUNGHI: SI È TRATTATO DI UN CAMBIAMENTO CONSAPEVOLE O DEL NATURALE RISULTATO DEL MATERIALE?
– Direi che è stato ‘consapevole’ soltanto nel senso che non vogliamo essere incasellati come ‘la band delle canzoni lunghissime’ (ride, ndr). Ma è una cosa che va avanti fin dall’EP “Belong”, uscito nel 2019.
Al di là di questo, cerchiamo sempre di dare a una canzone esattamente lo spazio di cui ha bisogno per ottenere l’effetto che desideriamo. E se funziona in quattro minuti, non la allungheremmo artificialmente solo perché dovremmo essere quelli delle canzoni interminabili.
Spesso scriviamo i nostri brani – anche quelli più lunghi – seguendo strutture abbastanza classiche da canzone pop. E, più spesso di quanto si possa pensare, la difficoltà maggiore consiste nel ridurre una montagna di riff e idee alla sua vera essenza, per ottenere il massimo impatto possibile. Che alla fine duri quattro o ventiquattro minuti, per noi è sinceramente un aspetto secondario.
LA TRACKLIST SEMBRA COSTRUITA CON GRANDE ATTENZIONE AL RITMO, QUASI COME UNA SUCCESSIONE DI PICCHI E VALLI EMOTIVI. AVETE CONCEPITO LA SEQUENZA DEI BRANI COME UNO STRUMENTO NARRATIVO IN SÉ?
– Assolutamente. Ancora una volta, tutto ruota attorno alla ricerca del massimo impatto possibile durante l’ascolto. La sequenza dei brani è parte integrante del concept complessivo di un album tanto quanto le canzoni, i testi e l’artwork.
In realtà trovo sorprendente quanto poca attenzione molte band sembrino dedicare a questo aspetto, almeno questa è la mia impressione. Un album come “A Light So Dim” può funzionare nel modo in cui funziona proprio perché le canzoni sono disposte esattamente in quell’ordine. Altrimenti l’effetto sarebbe completamente diverso e, quasi certamente, molto più debole.
COME ASCOLTATORE, VECCHIE COMPOSIZIONI COME “FEAR LIGHTS THE PATH” O “NO FIRE, ONLY SMOKE” DAVANO LA SENSAZIONE DI ESSERE IMMERSI IN VIAGGI PROFONDAMENTE COINVOLGENTI. PENSI DI AVER RINUNCIATO A QUALCOSA ALLONTANANDOVI DA QUEL TIPO DI FORMA ESTESA?
– Onestamente, non direi. Brani di “A Light So Dim” come “Her Still Singing Limbs” o “To Part the Abelia Springs” mi sembrano almeno altrettanto immersivi e intensi dei due pezzi che hai citato.
E poi, se gli ascoltatori desiderano un viaggio emotivo e immersivo, dovrebbero davvero provare ad affrontare l’album nella sua interezza. Ha molto più da offrire di una ‘semplice’ canzone lunga costruita sulla scia di una blast-beat.
IN QUESTO DISCO C’È UNA PRESENZA PIÙ MARCATA DI TASTIERE E VOCALI FEMMINILI. COME SONO ENTRATI IN GIOCO QUESTI ELEMENTI E QUALE FUNZIONE VOLEVATE AFFIDARGLI?
– Tastiere e veli di synth sono una componente importante del nostro universo sonoro fin dal secondo album: a volte più in primo piano, altre più sullo sfondo, a seconda di ciò che richiede una canzone. Un tempo dicevamo di voler arrivare a un punto d’incontro tra Neurosis ed Emperor attraverso questo approccio.
In realtà, l’idea originaria di Ralph per questo album era di puntare ancora di più sugli strati di synth e allontanarsi ulteriormente dal metal estremo, esplorando davvero territori alla Tangerine Dream, ma il processo di scrittura ci ha portati alla fine in una direzione diversa.
Per quanto riguarda le voci femminili, Ralph e io siamo piuttosto limitati per quanto concerne l’estensione vocale. Io, soprattutto, posso fare praticamente soltanto quella cosa che faccio. Ralph è sicuramente più versatile e insieme possiamo creare parecchie texture differenti, ma per sfruttare appieno il potenziale dei brani dal punto di vista vocale e trasmettere emozioni più complesse di quelle che siamo in grado di esprimere, Ralph era molto interessato a coinvolgere delle cantanti come ospiti. Per noi è anche importante dare spazio alle voci femminili, quando ne abbiamo l’opportunità.
Naturalmente, la ciliegina sulla torta è il coro femminile di quaranta voci alla fine di “To Part the Abelia Springs”: anche dopo averla ascoltata per la centesima volta, mi vengono ancora i brividi.
VENITE SPESSO CATALOGATI IN MANIERA GENERICA COME BAND BLACK METAL, EPPURE LA VOSTRA MUSICA È A VOLTE ANDATA OLTRE QUESTA ETICHETTA. COME VIVI PERSONALMENTE QUESTA DEFINIZIONE?
– Personalmente non ho problemi se qualcuno ci definisce una band black metal e capisco perché lo faccia. Anche se, come hai detto tu, nella nostra musica ci sono moltissime altre influenze, il black metal inteso in senso ampio rimane comunque una parte integrante del nostro linguaggio artistico.
Le persone – e i fan del metal in particolare – adorano semplicemente catalogare le cose, quindi se l’etichetta black metal è quella che viene scelta per noi, va bene così, anche se molte persone che appartengono ai veri circuiti black metal non sarebbero affatto d’accordo (ride, ndr).
A essere completamente onesto, non saprei nemmeno in quale sottogenere metal specifico inserirci, e non mi interessa davvero dove vengano collocati gli Ultha, né dove siano collocate le band che ascolto personalmente. Se spacca, spacca, no?
SOPRATTUTTO IN “A LIGHT SO DIM”, CI SONO MOMENTI CHE RICHIAMANO IL POST-PUNK E ALTRE INFLUENZE NON METAL. SONO ELEMENTI INSERITI CHE EMERGONO ORGANICAMENTE DURANTE IL PROCESSO DI SCRITTURA?
– Succede in maniera molto organica. Ralph, che scrive tutti i brani almeno nelle loro strutture di base, porta con sé molte idee e influenze che non sono affatto tradizionalmente ‘metal’, semplicemente perché è ciò che gli piace, e le inserisce nei riff e nelle fondamenta dei brani che concepisce. Man mano che sviluppiamo il materiale, anche le influenze e le idee del resto della band entrano naturalmente nel mix.
E anche se il black metal è sicuramente una componente, ovviamente ci sono molti altri ingredienti. Soprattutto per me, in quanto bassista: potrei elencare a memoria un sacco di bassisti di band (post-)punk che ammiro davvero, ma quasi nessuno proveniente dal black metal, il che spesso dipende semplicemente dal fatto che in quel genere un bassista a volte non c’è proprio (ride, ndr).
SI HA INSOMMA LA SENSAZIONE CHE GLI ULTHA OPERINO IN UNO SPAZIO IN CUI LE REGOLE STILISTICHE VENGONO DELIBERATAMENTE SFUMATE. È LA VOSTRA FILOSOFIA?
– Gli Ultha sono la somma delle cinque persone che fanno questa musica. E dal momento che nessuno di noi è influenzato esclusivamente dal metal e tutti ascoltiamo e consumiamo una grande varietà di forme d’arte, spesso molto diverse tra loro, il risultato è che anche l’arte che creiamo è inevitabilmente diversa. Quindi non è che “facciamo questo di proposito”: gli Ultha sono semplicemente il prodotto delle cinque persone che siamo.
ARRIVA MAI UN MOMENTO IN CUI VI IMPONETE DEI LIMITI DAL PUNTO DI VISTA STILISTICO, O ALL’INTERNO DEGLI ULTHA È TUTTO CONSENTITO, PURCHÉ RISULTI SINCERO E COERENTE?
– Finché tutti nella band sono soddisfatti del risultato, non c’è nulla che escluderemmo categoricamente. È davvero un processo continuo, una costante evoluzione.
“Sister Faith & Sister Chance” o “What’s Yours Is Yours to Carry” sono canzoni che probabilmente non avremmo realizzato ai tempi di “All That Has Never Been True”, e sicuramente non avremmo fatto nemmeno su “Converging Sins”, che è ancora più vecchio.
Alla fine deve semplicemente sembrarci giusto in questo momento, rispetto a dove ci troviamo come band e a ciò che vogliamo esprimere. Deve risultare autentico quando lo riascoltiamo e quando lo eseguiamo dal vivo, e deve inserirsi nell’atmosfera del mondo degli Ultha.
LE PUBBLICAZIONI SPLIT E GLI EP SONO STATI UNA PRESENZA RICORRENTE NELLA VOSTRA DISCOGRAFIA. LI CONSIDERATE UN’ESTENSIONE ESSENZIALE DELLA VOSTRA PRODUZIONE CREATIVA? E C’È GIÀ QUALCOSA IN LAVORAZIONE IN QUESTA DIREZIONE DOPO “A LIGHT SO DIM”?
– Le pubblicazioni più brevi, come EP e split, ci danno lo spazio per sperimentare senza la pressione – o la struttura concettuale – di un album completo. Ci permettono di prendere delle deviazioni, esplorare idee differenti e pubblicare canzoni nelle quali crediamo ancora, anche se non avrebbero senso all’interno della narrazione di un album. In questo senso, queste uscite sono davvero il nostro parco giochi e una parte importante del nostro processo creativo in continua evoluzione.
Con gli split – nei quali spesso facciamo cover di brani di band che ammiriamo – puntiamo a fare tre cose: rendere omaggio agli artisti originali, far conoscere ai fan degli Ultha una band che magari non conoscono ancora ma che ci ha influenzati in un modo o nell’altro, e anche documentare la nostra amicizia con altri gruppi.
Per quanto riguarda i progetti attuali… ovviamente sono top secret (ride, ndr).



