8.0
- Band: ARMORY
- Durata: 00:39:12
- Disponibile dal: 23/10/2026
- Etichetta:
- Dying Victims Productions
Gruppi come gli Armory ci ricordano che per essere felici bastano colate di acciaio, velocità fuori controllo, una fervida immaginazione, un cantante dalla voce acuta a tenere le fila, passione e sudore in abbondanza. Il resto vien da sé.
Affacciatisi sul mercato a metà anni ’10 con il fulminante esordio “World Peace… Cosmic War”, gli svedesi non si sono rivelati un’effimera cometa, dando consistenza negli anni al loro discorso a base di purissimo speed metal. Mentre tutt’attorno a loro compagini più o meno giovani celebrano da qualche anno la rinascita del metal classico più genuino e sfaccettato, gli Armory continuano ad essere una delle formazioni più credibili e tetragone del filone.
Lo speed metal di loro competenza è una forma metallica tra le più incorruttibili, non propriamente propensa a meticciati o repentine deviazioni da una solida linea di condotta principale. Così, negli album arrivati successivamente a ““World Peace… Cosmic War”, così come in quest’ultimo “Echoes Of The Astrolith”, la classicità di vedute e dialoghi musicali radicati negli anni ’80 la fanno da padrone, fornendo nuovamente ettolitri di carburante alla verace passionalità metallica di questi musicisti nordici.
Nel corso degli anni i ragazzi di Göteborg sono rimasti ancorati alle loro influenze di partenza – Agent Steel, Judas Priest, Exciter e richiami alla NWOBHM – smussando giusto qualche isterismo ed estremismo concettuale, posizionandosi in un ecosistema musicale assai rassicurante, per chi si nutre di metal classico, ma senza cedere il fianco ad accuse di eccessivo immobilismo o stanco riciclo di idee.
Se sul piano dell’energia e della fragorosità dell’impatto “The Search” e “Mercurion” sono rimasti un filo indietro – neanche tanto, eh – al primo full-length, la qualità delle composizioni non ha avuto battute d’arresto. A livello di popolarità, pure lì, poco è cambiato, gli Armory erano e restano creatura underground e, dobbiamo ammetterlo, la cosa non ci dispiace. L’heavy metal vive al meglio lontano dai riflettori, ed “Echoes Of The Astrolith” è qui a dimostrarcelo.
C’è un’importante novità dietro al microfono, con l’ingresso di Chris Rostoff nel ruolo al posto di Petrus Andersson, cantante fin dai primi vagiti della formazione, uscito di scena nel 2025. Il cambio nel ruolo, delicato per qualsiasi band, non sposta gli equilibri, la voce di Rostoff non è lontanissima dal predecessore, anche se il maggior controllo e l’assenza di estremismi negli acuti, tanto cari al titolare al microfono precedente, giocano a favore del nuovo entrato.
Il disco vive, principalmente, di tempi frenetici e un costante dialogo chitarristico, diviso tra frammenti più affilati e d’attacco, movimenti avvolgenti, torsioni impreviste e melodie tesissime.
Un quadro generale in perfetta unione ai passati capitoli discografici, vivacizzati da registri vocali leggermente più ampi, con qualche passaggio più cupo e maligno a cambiare le atmosfere, prima di ripartire per un altro assalto dai toni esagerati e sopra le righe. “Interceptor Squadron”, scelta intelligentemente quale singolo, riassume in tre, intensissimi, minuti le qualità della formazione, con un ritmato ritornello a incunearsi tra incroci di assoli vertiginosi e velocità parossistiche.
Proprio la gestione dei tempi, di quando colpire a mille all’ora e quando, invece, rimanere su una relativa compostezza, appare come un piccolo cambio di vedute per gli Armory: non c’è bisogno di tirarsi sempre il collo, si può anche provare qualche cadenza più articolata, arrivando lo stesso a risultati apprezzabili.
Se i midtempo di “Cosmic Dreams” e le sue strofe dal clima misterioso e un po’ orrorifico segnano appunto questa nuova tendenza, rimangono centrali i brani più concitati e tipicamente speed metal.
“Frequencies Of Terror”, grazie sia alla duttilità vocale di Rostoff che alle tessiture chitarristiche, richiama gli Helstar di “Nosferatu”, “Sanity Disposed” parte sparatissima e travolge tutto e tutti, tra assoli impazziti, vocalizzi acuti in omaggio al miglior John Cyriis e un rallentamento centrale dall’adorabile sapore cosmico. “The Final Invention” e la conclusiva “Pillars of Fire”, allargando il minutaggio, si permettono qualche soluzione più anthemica e qualche piccola divagazione, buone per infondere un clima da film fantascientifico, come usavano appunto gli Agent Steel dei primi album.
Anche in questi frangenti, non cala l’animosità dei cinque, arrivati in questo quarto album a una perfetta padronanza della materia. Alcune piccole ingenuità ed eccessi della precedente produzione appaiono essere stati smussati, consegnandoci gli Armory al massimo della forma e della consapevolezza. Per tutti gli amanti del miglior speed metal e del metal classico più esagitato, questo è un graditissimo ritorno.
