7.5
- Band: GHØSTKID
- Durata: 00:36:47
- Disponibile dal: 02/10/2026
- Etichetta:
- Century Media Records
Riprovaci ancora Sushi: dopo anni di militanza come frontman degli Eskimo Callboy – con un discreto successo all’interno della patria scena metalcore, senza tuttavia riscuotere grande seguito al di fuori dei paesi di lingua tedesca – la sua ex band, a seguito del cambio di cantante e di un rebranding all’insegna del politically correct, si è imposta come uno dei nomi di punta del metal contemporaneo, riempiendo palazzetti e conquistando posizioni di spicco nei bill dei festival.
Come se non bastasse il suo nuovo progetto Ghøstkid, lanciato poco dopo l’uscita dai Callboy e caratterizzato da un sound decisamente più dark (con un mix di nu, metalcore, emo e trap), non ha sfondato nel mainstream con i suoi primi due album (l’omonimo debutto nel mezzo della pandemia e “Hollywood Suicide” due anni fa), fino alla notizia qualche mese fa del reset della band con l’uscita di tutti e quattro i musicisti.
Arriviamo dunque ai giorni nostri, con l’uscita di “Follow The White Rabbit” e l’annuncio di una nuova formazione: una sorta di supergruppo della scena tedesca – il chitarrista dei Caliban, l’ex batterista dei Callboy e l’ex bassista dei We Butter The Bread With Butter – potenziale inizio di una nuova era che sulla carta si preannuncia interessante, facendo gli scongiuri circa la tenuta della stessa visti i non troppo incoraggianti precedenti.
In attesa di vedere l’impatto dal vivo della nuova line-up, possiamo dire che questo terzo disco (scritto insieme al collaboratore di vecchia data Sky Van Hoff, che nel curriculum può vantare collaborazioni con pesi massimi quali Rammstein e Sleep Token) si presenta come il più maturo nell’ancor breve discografia dei Ghøstkid, a partire dal riuscito concept lirico, che prende le mosse dal Bianconiglio di “Alice nel Paese delle Meraviglie” mescolandolo con l’estetica di “Donnie Darko”, per una metaforica e catartica discesa agli inferi nella mente del frontman.
Dopo l’inquietante intro “The End” – praticamente una confessione a microfono aperto dei dolori del giovane Sebastian – “Ivory” getta la maschera con un muro di chitarre compresse unite a punteggiature elettroniche: una formula oggigiorno piuttosto in voga nell’ambito modern metalcore (dai capostipiti Bring Me The Horizon passando per Architects e Bad Omens, fino ai connazionali Annisokay) ma dove a fare la differenza sono i ritornelli. Ebbene, stavolta possiamo dire che i ganci melodici funzionano piuttosto bene, così come nella successiva “Mother Death” o “Unconditionally”, mostrano una scrittura più a fuoco rispetto all’ultimo album.
Piuttosto azzeccati anche i rimandi al nu metal più ignorante della title-track, in cui Sushi mostra un buon flow, così come, quando i synth prendono il sopravvento (“Purple Snakes”, “Give Your Kids A Gun To Play”) ci si muove in una terra di mezzo tra i vecchi Callboy (più che altro sui ritornelli), i Deftones di “White Pony” e l’industrial del Reverendo Manson, con dei breakdown ben assestati senza però voler scimmiottare quanto fatto di recente dagli ex compagni.
Permane qualche frangente più contaminato, come “Neon” (grazie anche al featuring di Maz Universe, emo-rapper lussemburghese), ma le influenze trap sono stavolta incorporate in modo più funzionale, e anche un pezzo alternative pop/rock come “Lovely”, con le sue melodie solari, trova perfetta collocazione in coda ad una scaletta per il resto piuttosto cupa, come un raggio di sole uscendo dalla tana del Bianconiglio; discorso analogo per la conclusiva “White Rainbow”, chiusura atmosferica del viaggio e del disco con un tappeto di elettronica che sfuma in un fade out di chitarre, a simboleggiare l’arcobaleno dopo la tempesta interiore.
Confidando nella tenuta di questa nuova versione della band, possiamo dire che il ragazzo fantasma sembra finalmente aver trovato la propria dimensione, levigando ed affinando quelli che erano gli ingredienti dei due precedenti lavori, con un gusto melodico mai così a fuoco: la potenza mediatica dei Callboy resta ad un ordine di grandezza superiore, ma intanto ben tornato Sushi e lunga vita a questi Ghøstkid!
