ABORYM – Un nuovo ordine nel caos

Pubblicato il 30/09/2026 da

Aborym: un’entità musicale che prende il nome da un’entità demoniaca – e forse non solo quello.
Una band che ha vissuto un’esistenza sempre mutevole, fregandosene di etichette, del pubblico e di qualsiasi forma di condiscendenza.
Un’intransigenza che è perfettamente riassunta nella figura di Fabban, da sempre deus ex machina e unico membro costante della band, anche se questa nuova incarnazione – che altro non è che una re-incarnazione di un’altra esperienza musicale, come vedremo – sembra segnare un punto zero importante, un ritorno al passato non banale o nostalgico, che riporta il demone nel suo alveo naturale, ossia il metal estremo.
E vaffanculo a qualunque accusa di volersi accattivare qualcuno o voler tornare sui propri passi per comodità: ecco cosa ci hanno raccontato Fabban, Atum e Munholy, in un’intervista a più voci, ma in grande sintonia di intenti (e umana).

CIAO FABBAN E GRAZIE PER QUESTA NUOVA INTERVISTA. DIREI DI AFFRONTARE SUBITO L’ELEFANTE NELLA STANZA: CON “METACHAOS” HAI DECISO DI TORNARE ALLE RADICI EXTREME METAL DELLA BAND. PUOI SPIEGARCI QUESTA SCELTA? E, OVVIAMENTE, CHE RISPOSTA HAI PRONTA PER CHI TI ACCUSERÀ DI ESSERTI “RIMANGIATO LE PAROLE” SULLA PRESA DI DISTANZA DAL GENERE.
Fabban:
– La mia risposta è un gran bel dito medio alzato. Ho sempre fatto quel che cazzo che mi pare, sono da più di trent’anni in tutto questo e per inciso continuo a credere fermamente nell’irreversibile appiattimento di tutta una serie di generi musicali, come il black metal, o musica estrema in generale…
E ti do una notizia: non sono l’unico a pensarla in questo modo ma, a differenza di altri, io lo dico.
Non ho mai smesso di ascoltare questa roba, ma non è un caso che i miei ascolti puntino su vecchie band, gruppi dei miei tempi e dischi decisamente datati… I più recenti hanno varcato il ventesimo anno dalla pubblicazione. Per il resto, ascolto e seguo con molto più entusiasmo altri generi che considero più interessanti ed eccitanti a livello di proposte e novità: dalla musica elettronica all’industrial rock, grindcore, tanto death metal, punk, ebm…
Ho deciso di riportare Aborym su questi binari semplicemente perché così ha voluto l’universo dopo aver ritrovato Atum e Munholy, confidando nella sacrestana benedizione degli haters (che in realtà non sono poi così numerosi, visto il clamore generato in positivo dalla notizia di questo ritorno).

Inoltre, continuo a pensare che il movimento di contorno (o quella che alcuni chiamano ‘scena’) quasi interamente digitalizzato e occultato dal favoloso mondo del ‘world wide web’ e dell’anonimato a tutti i costi, soprattutto in Italia sia straripante di una quantità imbarazzante di imbarazzanti personaggi che scorreggiano con la bocca, e che usano i pochi neuroni nascosti nelle lontane periferie dal loro cervello per odiare chiunque rappresenti ciò che vorrebbero essere e mai saranno.
Basta leggere i commenti dei vari Sir Nulla (o di un solo personaggetto con i poteri magici attraverso i quali riesce a moltiplicarsi sempre rigorosamente sotto mentite spoglie) proprio su questo portale, divenuto tristemente famoso per queste invettive contro decine di gruppi italiani validissimi – mi vengono in mente Death Dies, Shores of Null, Nel Buio, Infection Code…
È un peccato e non ce l’ho con Metalitalia, ma un minimo di moderazione per tutelare gruppi e gente che da anni dà il culo e l’anima per la musica mi sembra qualcosa di lecito nonché un segnale forte per debellare questo cancro.

Così era dieci anni fa, così è oggi… non è cambiato niente, non ho cambiato idea io. La scena, per quelli che hanno più o meno la mia età, era quella che vivevamo tutti insieme nelle strade, nelle piazze, ai concerti, fatta di tape-trading, di flyer, di fanzine e di gente appassionata che supportava le band locali, quelle italiane e straniere, senza inutile odio e sentimenti di rivalsa. Qualcosa che esiste ancora oggi ma che è spesso insudiciata da questi fantasmini inconcludenti, senza palle… e “Senza ‘na casa, senza ‘na famija, co’ le pezze ar culo” per citare l’immortale Mario Brega. Quindi direi che non mi sono rimangiato niente, anzi il ritorno di Aborym andrebbe considerato come un gesto di enorme altruismo, per il bene della musica estrema.
Prendetelo come un dono prezioso, che migliorerà le scialbe esistenze di qualcuno e che forse darà una bella ripulita al cesso sporco di merda degli ultimi anni.

PERSONALMENTE, HO SEMPRE TROVATO ABORYM UN’ENTITÀ INDEFINIBILE, CHE HA AFFRONTATO E DECLINATO GENERI DIVERSI CON CORAGGIO E IL GIUSTO TASSO DI MENEFREGHISMO, TOCCANDOLI SEMPRE CON RICERCA E CONSAPEVOLEZZA. ANIME DIVERSE CHE SI SONO SUCCEDUTE NEGLI ANNI NELL’’INVOLUCRO’ DELLA TUA CREATURA. COME DEFINIRESTI LA FASE ATTUALE DI ABORYM (NON SOLO IN TERMINI MUSICALI)?
Fabban:
– (Ci pensa, ndr) Risponderò utilizzando un termine che hai appena pronunciato: menefreghismo, la fase attuale di Aborym è questo. Sia a livello attitudinale che artistico. Ho quasi cinquant’anni e con i miei amici ho intenzione di cavalcare l’onda dei prossimi anni con questa mentalità, fregandocene di tutto e a cazzo dritto. E duriamo tutta la notte.

TI VA DI PRESENTARCI I NUOVI MEMBRI DELLA BAND – RACCONTANDOCI ANCHE COME HAI ASSEMBLATO QUESTA FORMAZIONE?
Atum:
– Inizio con un aneddoto: mi sono trasferito in Spagna undici anni fa, e per almeno 10 anni non facevo che pensare “cazzo devo scrivere a Fabban, voglio tornare a suonare insieme a lui e creare qualcosa di epico, ho suonato con tante band e adesso è il momento”. Detto questo, l’universo mi ha ascoltato, e dopo un incontro fugace molti anni fa a Roma, arrivò l’occasione di rivederci; l’anno scorso Fabban venne a Barcellona per una breve vacanza con sua moglie e ci vedemmo; ovviamente l’istinto ‘animale’ prese piede e, dopo una bellissima serata, mi lanciai alla cieca su quello che era l’obiettivo che entrambi sentivamo dentro, riformare in qualsiasi modo possibile la vecchia formazione.
Devo essere onesto, all’inizio la cosa non fu accolta con molto entusiasmo da Fabban, che ovviamente non era molto propenso a fiondarsi di nuovo, così velocemente, nella scena del metal estremo.
Eppure, vedendo la sua reazione e fidandomi del mio istinto e di ciò che andava oltre il livello superficiale, senza nemmeno troppa sorpresa, vidi la sua faccia e pensai “ok, ‘sta cosa si fa, è arrivato il momento”. E niente, pochi giorni dopo Fabban aveva già pronta una demo per il primo brano, e dopo qualche giorno ho contattato Munholy per sondare in che modo avrebbe digerito un’eventuale partecipazione: mi ha risposto dopo pochi minuti con un “Sì”, semplice e diretto. Il resto è storia recente.
Per quanto mi riguarda era solo questione di tempo, sapevo che prima o poi, in qualche modo ci saremmo rivisti e riuniti, come era logico che accadesse.
L’epoca Malfeitor è stata una tappa importantissima nella carriera di noi tre, ed è fantastico sentire che, nonostante tutte le vicissitudini che ci allontanarono vent’anni fa, siamo ancora qui come amici e musicisti, e che tutte le esperienze passate non hanno fatto altro che rafforzare il nostro legame, che, per dirla in termini pratici, ci ha permesso comporre un disco in pochi mesi.
Fabban: – Non è altro che la prima formazione originale di Malfeitor, quella di “Unio Mystica Maxima”. Tre amici che si conoscono a memoria, uniti da una chimica rarissima tra musicisti. Abbiamo qualche anno in più, ma molta più conoscenza ed esperienza dalla nostra parte, e se hai ascoltato il disco (l’intervista è stata raccolta ai primi di Agosto, ndr) capirai di cosa parla Atum, che è la mente dietro questa reunion.
Munholy: – L’autunno era appena cominciato, i primi freddi rendevano Helsinki decisamente malinconica… Ero sul tram e stavo facendo il mio solito tragitto rientrando a casa. Mi arriva un messaggio da Atum: “cosa ne pensi se scriviamo qualcosa insieme a Fabban?”.
Un sorriso si è acceso sul mio viso, mia moglie mi ha chiesto cosa fosse successo e perché stessi sorridendo, prima di spiegarle tutto risposi al messaggio con un “assolutamente sì”. E in quella buia giornata d’autunno si accese un bagliore che avrebbe illuminato il nostro percorso… ed eccoci qua dopo quasi venti anni!

COME AVETE LAVORATO SUI PEZZI? AL DI LÀ DELL’INNESTO RECENTE DEGLI ALTRI MUSICISTI, SONO PARTE DELLA BAND A TUTTI GLI EFFETTI?
Fabban:
– Assolutamente. Questi sono i nuovi Aborym e andremo avanti insieme per molti anni e per molti dischi. L’iter è stato esattamente quelli dei tempi di Malfeitor, una profusione quasi maniacale di idee, strutture o addirittura brani completi scritti e pensati con una disinvoltura prodigiosa e miracolistica, vista la difficoltà che negli ultimi anni ho avuto nel trovare gente con una ‘fame’ simile e con questa abnegazione.
Abbiamo scritto insieme “Metachaos” nel giro di quattro mesi e per me questo è qualcosa che pensavo non potesse esistere nelle umane concezioni. E prendere con me questi due amici è stata la cosa migliore che potessi fare. Siamo sempre stati qualcosa che noi chiamiamo ‘unio’ e il compendio è nelle nove tracce di “Metachaos”.
Munholy: – Ogni canzone è nata in modo naturale, viviamo in 3tre stati diversi, per ora, e lavoriamo a distanza, ma le nostre menti sono connesse sulla stessa frequenza sonora; ognuno ha sistemato il pezzo del puzzle al posto giusto, la primordialità dell’unire, l’antico verbo ‘simballo’, quindi come un quadro di Escher siamo andati oltre l’ordinario, il metachaos…
Atum: – È stato un processo talmente naturale e veloce che ancora faccio fatica a processarlo. Una giornata tipica di composizione funzionava in questa maniera: alle nove di mattina Fabban invia un’idea di synth con melodie e struttura; verso pomeriggio avevo già registrato una demo di batteria; verso sera avevamo già i riff e lead di Munholy, e via chat ci dicevamo “ragazzi qua esce fuori un disco della madonna”.
Ecco, immagina quattro mesi di composizione con questo ritmo, il risultato è quello che il pubblico potrà ascoltare il 25 settembre, forse il miglior disco della mia carriera come musicista. Ti dico solo che un buon 80/90% della batteria è stato registrato in studio al primo take, tanto era l’impegno e il lavoro che c’è stato in pre-produzione.

NON MANCANO POI GLI OSPITI, TANTO PER CITARE QUALCUNO: TOMMY TALAMANCA E PATRICK MAMELI. ANCHE IN QUESTO CASO, COME SONO NATE QUESTE COLLABORAZIONI?
Fabban: – Storicamente Aborym è sempre stata una band apertissima alle collaborazioni, spesso trasversali e in molti casi improbabili e anche su “Metachaos” abbiamo avuto modo di lavorare con vecchi e nuovi amici.
Nel caso di Tommy e Patrick si è concretizzato un sogno per me e per gli altri, sono un fan di Sadist e Pestilence e seguo queste band dalle prime demo.
Chris Cannella, poi, è un grande professionista e persona enormemente disponibile: anche nel suo caso avere un ex Deicide e attuale chitarrista di Malevolent Creation è tanta roba e siamo riusciti a coinvolgerlo sul brano più vicino al suo stile.
Tapio Wilska è un buon amico di Munholy e Noralf di Helheim è un chitarrista molto raffinato ed intelligente. Tutti hanno fatto un lavoro incredibile e di livello, un punto a favore e valore aggiunto per questo disco.
Ho coinvolto i Brisen poiché hanno avuto una virata stilistica molto interessante e sono stati tra i pionieri della scena extreme capitolina, quindi è più che un onore averli avuti a bordo. Ad eccezion fatta per loro, che hanno lavorato su partiture drone elettroniche e per Patrick Mameli e Tapio che hanno agito sui microfoni, tutti gli altri hanno scritto e registrato lead di chitarra, e strada facendo abbiamo scoperto il potenziale altissimo di Munholy sui lead solo, che non sono mai stati la sua tazza di tè, per così dire. Per bilanciare gli assoli sui vari brani ha iniziato a scriverne diversi, uno meglio dell’altro, e ora sappiamo di avere questo talento a bordo.

HO TROVATO I BRANI MOLTO DIRETTI – IL CHE NON SIGNIFICA ‘SEMPLICI’, COME DEL RESTO VALEVA ANCHE PER I VOSTRI DISCHI NON PRETTAMENTE METAL – CARICHI DI UN’AGGRESSIVITÀ MOLTO PIÙ PRIMORDIALE, AL DI LÀ DEL GENERE IN SÉ: È RAGIONEVOLE PENSARE A UN VALORE CATARTICO, PER QUESTO DISCO?
Fabban: – Una catarsi al contrario. Voglio dire, è stato come un volersi liberare rindossando camicia di forza e catene, o come un’auto-maledizione.
Capisco sia difficile da credere, ma quando ci siamo ritrovati a comporre musica insieme non avevamo la benché minima intenzione di presentarci come Aborym, anzi, all’inizio pensavamo ad un nuovo progetto, con un nuovo nome e tutto quello che ne consegue… Poi le cose sono andate così, e abbiamo capito che quello che stavamo scrivendo puzzava di Aborym, di Aborym dei primi album – ed eccoci qui. L’accidentalità è sempre stata una delle anime di questa band.
Atum: – Esatto. Ho poco da aggiungere. Questo disco è nato come qualcosa di spontaneo e senza limiti tra tre amici, per questo il risultato è stato, a parer mio, di altissimo livello; non ci siamo posti nessun limite dal primo giorno, non avevamo nemmeno un nome in testa, ci interessava solo comporre dei pezzi, ed è quello che abbiamo fatto per almeno due mesi.
Ovviamente ad un certo punto, vista anche la situazione di stallo nei vecchi Aborym, ci siamo guardati in faccia e abbiamo capito che quella roba suonava 100% Aborym. Da quel momento le cose si incanalavano verso la direzione che l’universo aveva previsto.

VI VA DI RACCONTARCI UN PO’ DI COSA PARLANO I BRANI?
Fabban: – Ogni brano ha un testo che rappresenta qualcosa in cui, in un modo o nell’altro, l’essere umano è precipitato, qualcosa che lo proietta verso la de-umanizzazione, le perversioni, gli eccessi, la violenza e il pericolo. Tutto è raccontato in maniera spietata e diretta, proiettando ogni cosa verso la realtà, sfruttando diversi immaginari o collanti reali; qualcosa in cui la tecnologia ricopre un ruolo fiammante; la tecnologia è potere, le macchine disegnano il futuro, lo completano, lo migliorano e il concetto di sintesi riveste un ruolo esoterico quando è contestualizzato nella musica.
In “Altar of the Lacerated”, ad esempio, il collegamento al ‘reale’ è una parafrasi delle deviazioni mentali e carnali di Jeffrey Dahmer, in “Creatures of the Night” non si parla di mostri o demoni ma di una generazione tossica divoratrice di sostanze stupefacenti e dei relativi eccessi. Il testo di “Red Latex Baphomet” prende in prestito l’enigmatica figura esoterica per parlare di bondage, di sottomissione, di dominazione e di perversione carnale attraverso il ciclo della trasformazione… “Solve et Coagula”.
In “Satiate with my Sperm” ho voluto sostituire il sangue con lo sperma nel classico immaginario vampirico; credo che il vettore e il fattore vitale e riproduttivo, così come quello legato alla morte e alle infezioni, sia lo sperma e non più il sangue.
Nel processo di de-umanizzazione, in modo cosciente o incosciente, tutto ciò che gli uomini e le donne cercano nell’amore e nell’odio, nelle liberazioni attraverso le perversioni e i delitti o i crimini, nelle droghe così come nell’esoterismo è qualcosa di reale, concretamente vivibile, una dinamica esperienziale trascendentale. In tante cose mi sono ispirato (anche per quanto riguarda l’aspetto visuale dell’artwork) al Wiener Aktionismus, l’Azionismo Viennese di Nitsch e dell’Orgien-Mysterien Theater, “Teatro delle Orge e dei Misteri”, Günter Brus e altri.
Il “Metachaos” è l’eone mefitico in cui tutto questo prende vita o si avvicina alla morte attraverso ogni tipo di eccesso e di inibizione morale, de-umanizzando gli esseri viventi e liberando i loro istinti primordiali.

È PASSATO PIÙ DI UN ANNO DALL’USCITA DI “CULTURA DEL CHAOS”, LA BIOGRAFIA DI ABORYM CHE HA IN QUALCHE MODO CONSACRATO – SE MAI CE NE FOSSE STATO BISOGNO – IL VOSTRO STATO DI CULTO. UN LIBRO CHE HO TROVATO MOLTO GUSTOSO E GENUINO, IN CUI TI SEI APERTO CON TOTALE CANDORE ANCHE A LIVELLO PERSONALE. QUANTO È STATO TERAPEUTICO IL LAVORO CON MARIANO (FONTAINE, CURATORE DEL LIBRO, NDR), E QUANTO PENSI ABBIA INFLUITO METTERE UN PUNTO FERMO NELLA VOSTRA STORIA PER LE ATTUALI SCELTE DELLA BAND?
Fabban: – Mariano Fontaine è riuscito a ripercorrere più trent’anni di storia di questa band e nel mio piccolo l’ho aiutato in questo scavare a fondo nel passato, aprendo arbitrariamente diversi “Vasi di Pandora” che hanno in molti casi liberato ricordi dolorosi e aneddoti inquietanti sia nella sfera della band che in quelle personali: terapeutico, senza dubbio, ma per quanto mi riguarda terribilmente doloroso. In molti casi, ricostruendo il passato, lo strazio è stato gigantesco, ma è stata un’esperienza che mi ha fatto bene.
Ai tempi ero io a comprare e leggere libri e biografie di gruppi o artisti, cosa che faccio tutt’oggi; ma quando è uscito “Cultura del Chaos” sui miei Aborym ho realizzato quanto di indelebile e profondo abbiamo fatto tutti insieme in tutti questi anni. E la soddisfazione è mastodontica. Il libro di Fontaine sarà ristampato in inglese, spero presto.

PER IL NUOVO DISCO VI SIETE ACCASATI SU AVANTGARDE: UN CERCHIO CHE SI CHIUDE, PER CERTI VERSI, TRA DUE ENTITÀ CENTRALI NEL BLACK METAL ITALIANO, MA ANCHE UNA CHIARA COINCIDENZA DI INTENTI TRA PERSONALITÀ CHE NEGLI ANNI HANNO LASCIATO BEN POCO SPAZIO E INTERESSE A CRITICHE O ALLA NECESSITÀ DI ESSERE ‘TRUE’. COME AVETE DECISO QUESTO ACCORDO?
Fabban: – Roberto Mammarella è una persona che parla poco e che agisce molto, acta non verba… e spesso lo fa prima degli altri e senza farsi vedere. Ho lavorato con lui ai tempi di “Sursum Luna” di Funeral Oration anche se in quel frangente non ho avuto a che fare con lui in maniera diretta.
Inoltre, sono un sincero fan di qualsiasi cosa abbia marchiato a nome Monumentum, nonchè un fedele e sincero estimatore di quell’ormai raro criterio di come si governa e si conduce un’etichetta discografica, sia a livello artistico che gestionale, e lo sono dai tempi di Obscure Plasma Records. Ho inviato un demo di tre brani con rough mix a diverse case discografiche e abbiamo ricevuto diverse proposte; Roberto ha fiuto, esperienza come scouting, ha aperto le porte prima di tutti gli altri e non ci abbiamo pensato due volte a firmare.
Peraltro esiste anche una storia romantica dietro tutto questo: il debut di Aborym, “Kali Yuga Bizarre”, fu pubblicato nel 1999 da un’altra etichetta meneghina. Il destino spesso traccia la strada da percorrere e la nostra è passata più volte da Milano.

 CI SARÀ MAGGIOR SPAZIO PER ESIBIZIONI LIVE? QUALCHE DATA È GIÀ FISSATA, DA QUANTO HO POTUTO LEGGERE SUI SOCIAL.
Atum: – Assolutamente sì. Questo è l’obiettivo della nuova incarnazione di Aborym, presentarci al pubblico e mostrare cos’è veramente l’extreme industrial metal”: Violenza sonora senza compromessi, live, senza filtri. Il sound moderno con attitudine old-school.

RECENTEMENTE HAI CURATO ANCHE DELLE RISTAMPE DI MALFEITOR; COS’ALTRO ASPETTA FABBAN, DAL PUNTO DI VISTA MUSICALE, NEL FUTURO PROSSIMO?
Fabban: – Se tra le righe mi stai chiedendo se ci sarà un ritorno di Malfeitor la risposta è no, per quanto creda fermamente nel concetto di ‘cambiamento’. Temo di non voler affrontare nuovamente quel tipo di ‘oscurità’, che all’epoca era reale e concreta, e che ha seriamente rischiato di compromettere la mia e le nostre vite, in parte furono pesantemente danneggiate in quegli anni. Insieme ci siamo avvicinati davvero troppo a quelle tenebre.
Ora abbiamo Aborym, un nome che esige energie, duro lavoro e passione e sono convinto ci dedicheremo a tutto questo per i prossimi anni.

E PER CHIUDERE… COSA HAI ASCOLTATO NEGLI ULTIMI TEMPI?
Fabban: – Immediatamente ultimato il mixing e mastering di “Metachaos” ho ripreso a divorare musica, spesso rigorosamente in vinile.
Mi ha smisuratamente colpito il disco di Nel Buio, “Maledicti In Aeternvm” di Death Dies, proprio ieri ho gustato il ritorno di Cultus Sanguine e poi tantissimo grindcore: Terrorizer, Repulsion, Genocide Pact.
Ciclicamente riascolto i primi Morbid Angel, ultimamente diversi dischi di Ratos De Porao e Chaos UK, poi Duran Duran, Alice Cooper – e poi, fammi pensare… Lycia, Brighter Death Now, Raison D’Etre, Devil Doll, Кино, Massive Attack, e proprio ieri ho rimesso in circolo “War Master” dei Bolt Thrower!

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