7.5
- Band: SPIDERS
- Durata: 00:34:06
- Disponibile dal: 25/09/2026
- Etichetta:
- Wild Kingdom
Sulle nostre pagine abbiamo parlato molto bene delle ultime due uscite discografiche degli Spiders, formazione svedese dedita al recupero programmatico delle radici degli anni Settanta. “Killer Machine”, soprattutto, ci aveva conquistato con la sua formula a base di hard rock, garage e glam, che riusciva ad essere graffiante e vellutata al tempo stesso. Il successivo “Sharp Objects” mostrava già una palette di colori più ampia, più melodica, che nella canzone “Sweet Boy”, in particolare, faceva un ulteriore passo nel passato, esplorando sonorità vicine a quelle degli anni Sessanta.
Il nuovo “Crystal Eyes” si muove esattamente nella medesima direzione, abbracciando definitivamente questo sound più avvolgente, glitterato, esemplificato perfettamente dalla copertina, con quella foto che, se non fosse per la cartucciera, non avrebbe sfigurato su un album da classifica. Gli Spiders guardano sempre al passato, ma questa volta il loro lato più ruvido viene tenuto a bada e levigato da cori doo-wop, melodie pop, arrangiamenti morbidi e ariosi, su cui si innestano la voce della sempre bravissima Ann-Sofie Hoyles e una componente elettrica che dà massa e sostanza al tutto.
Questo si traduce in un’alternanza dinamica tra episodi più energici, come “Creature Of The Night”, in cui il glam rock graffiante del passato torna prepotentemente, e canzoni più accattivanti, in cui il ritornello azzeccato diventa un aggancio immediato, perfetto per la dimensione live. In questa categoria troviamo episodi come “Do You Think About Me” o “I Quit You”, ancora sostenute nel ritmo, ma baciate da una vena melodica convincente e da un uso molto efficace dei cori.
Un altro segnale di quanto la band si trovi a suo agio anche senza spingere sempre al massimo arriva dalle due ballad, entrambe di ottima fattura, che rivelano un ulteriore lato della musica degli Spiders. La prima, “(Doomed To A) Life Of Misery”, è uno di quei casi in cui la malinconia diventa un luogo confortevole, accogliente, capace di consolare grazie ad un arrangiamento carezzevole, che però non indulge mai nella pura e semplice autocommiserazione. “A Little Too Late”, se possibile, si fa ancora più delicata ed intima, sussurrata con un fil di voce su un abito acustico giocato tutto su un arpeggio e poco altro.
È chiaro che, a fronte di quanto detto finora, il nuovo album degli Spiders si collochi in una posizione sempre più lontana rispetto a quanto trattiamo abitualmente. Serve avere una certa predisposizione per poterlo apprezzare, laddove un “Killer Machine” colpiva nel segno con l’irruenza liberatoria ed elettrica dell’hard rock più viscerale. Eppure, a conti fatti, l’album funziona tanto quanto i suoi predecessori: la musica degli Spiders sta cambiando, si evolve, eppure l’ascoltatore non resta mai con la sensazione di assistere ad un tradimento, ad un ammorbidimento dettato da pure ragioni commerciali. Merito di una scrittura curata e di un’attitudine che resta comunque ancorata alle proprie radici, ben esemplificata anche da una produzione pulita ma mai smaccatamente laccata. L’ennesimo centro, dunque, che ci lascia molto curiosi sulle scelte future di questa ottima realtà musicale.
