7.5
- Band: SWEATY BETTY
- Durata: 00:41:29
- Disponibile dal: 04/09/2026
- Etichetta:
- Rise Above Records
Gli Sweaty Betty sono una vera chicca per gli appassionati di hard rock: provenienti dalle West Midlands e contemporanei di Black Sabbath e Judas Priest, condividevano con questi ultimi non solo l’area geografica ma anche l’ambiente musicale dell’epoca.
Nelle loro file militò Pete Boot, batterista dei Budgie, mentre alla voce troviamo Rik Staines, destinato qualche anno più tardi a fondare i Dark Star, nome di culto della futura New Wave of British Heavy Metal. Anche i chitarristi Dave Harrison e Bob Key avrebbero ritrovato, seppur per breve tempo, la strada dei Dark Star.
Il loro unico singolo, “Lady Of Mars” è ancora oggi considerato un piccolo classico dell’underground britannico.
Registrato tra il 1974 e il 1975 ma rimasto inedito per oltre cinquant’anni, “The Sweatier The Bettyer” vede finalmente la luce grazie al certosino lavoro della Rise Above Relics, sussidiaria della Rise Above, che ha recuperato e rimasterizzato i nastri originali. La scheda promozionale lo presenta come un album di ‘proto-metal’, definizione che, come vedremo, ci convince solo in parte.
Diciamo subito una verità scomoda: il ‘proto-metal’ non è un genere musicale, ma un’etichetta che, troppo spesso, semplifica, appiattisce e riduce il vastissimo universo dell’hard rock anni Settanta a una semplice preparazione di quello che sarà l’heavy metal: Black Sabbath, Deep Purple, Budgie, Sir Lord Baltimore, Leaf Hound, Granicus e decine di altre realtà erano, negli anni Settanta, ‘semplicemente’, hard rock.
Stiamo parlando di un’epoca in cui non esisteva la frammentazione maniacale dei generi che caratterizza il metal moderno (né una stampa specializzata così settoriale), pertanto nessuno sentiva il bisogno di classificare ogni sfumatura stilistica o sonora, nonostante le differenze fra una band hard rock e l’altra fossero spesso ancora maggiori di quelle che oggi separano molti sottogeneri del metal.
Si pensi, ad esempio, alla furia cosmica degli Hawkwind, alla potenza glamour degli Sweet, all’hard rock straripante degli UFO di Michael Schenker o a quello elegante e stratificato, colorato di blues e folk dei Thin Lizzy: gruppi profondamente diversi tra loro che, se fossero nati oggi, avrebbero probabilmente un sottogenere e un’etichetta ben precisa. Negli anni Settanta, invece, erano semplicemente hard rock.
Si parla di ‘proto-metal’, semmai, in casi molto più circoscritti come, nello specifico, quando la scrittura anticipa il linguaggio dell’heavy metal, pur restando ancorata a una produzione ancora tipicamente seventies. Ad esempio: i Judas Priest. Da “Sad Wings of Destiny” a “Stained Class” le composizioni sono già in odore di heavy metal, ma il suono non lo è ancora. Solo con “Hell Bent for Leather” e, ancora di più, con “British Steel”, scrittura e produzione finiscono finalmente per coincidere, sancendo, sia da un punto di vista sonoro che estetico, la nascita dell’heavy metal nella forma che ancora oggi conosciamo.
Gli Sweaty Betty, sebbene la scheda promozionale li presenti come ‘proto-metal’, sono stati un gruppo hard rock. La potenza dei Budgie e del loro drumming forsennato si fa subito sentire nella sabbathiana “Live Wire”, mentre “Concrete Horizons” si apre con un riff che richiama gli Spooky Tooth del 1969.
La prima cosa che colpisce è però la voce di Rik Staines, ulteriore conferma di come la generazione di musicisti formatasi negli anni Settanta, quando ci si faceva ancora le ossa tra soul, sale da ballo e blues, abbia regalato le interpretazioni vocali più ricche di sfumature alla primissima stagione dell’heavy metal britannico. La sua è una voce piena di colore, ricca di interessanti modulazioni timbriche, efficace anche nei Dark Star, pur se lì costretta entro coordinate stilistiche più rigide e, di conseguenza, con un ventaglio espressivo meno ampio.
“Yellow Bird” è un rilassante intermezzo country che ricorda come l’hard rock inglese abbia sempre avuto un cuore folk, profondamente connaturato ai paesaggi e alla cultura britannica, proprio come dimostrarono Led Zeppelin e Black Sabbath con i loro celebri intermezzi acustici e psichedelici.
Si torna poi a ruggire con “Die Trying”, che guarda apertamente ai Back Street Crawler di Paul Kossoff. La chiusura affidata a “Rock N’ Roll Singer” dimostra invece una band capace di assorbire tutte le sfumature dell’hard rock contemporaneo, comprese quelle più marcatamente rock’n’roll: i Faces avevano chiuso i battenti appena l’anno precedente e Rod Stewart, con i suoi primi lavori solisti – cui sembra strizzare l’occhiolino il brano – era ormai pronto a conquistare definitivamente il pubblico internazionale.
“The Gods Themselves”, ultima traccia del disco, è forse una delle composizioni più affascinanti dell’intero lavoro: come tutto l’album, è suonata con quella classe e quella naturalezza tipiche delle produzioni dell’epoca, fondendo elementi folk con una struttura di granitico hard rock.
Gli Sweaty Betty sono stati autori di un buon album, perfettamente in linea con molta della produzione underground britannica del periodo. Spesso dischi di questo tipo vengono accompagnati dalla retorica del ‘capolavoro perduto’, ma la realtà è probabilmente diversa, basta chiedersi cosa usciva quando gli Sweaty Betty erano chiusi in studio di registrazione. Nel 1975, i seguenti 33 giri attiravano i ragazzi dalle vetrine negozi: “Alive” dei Kiss, “Fly by Night” dei Rush, “Force It” degli UFO, “Fighting” dei Thin Lizzy e, soprattutto, “Sabotage” dei Black Sabbath; senza dimenticare “Bandolier” dei Budgie (da cui il batterista Pete Boot era appena uscito per entrare negli Sweaty Betty) che, pur non essendo il vertice della loro discografia, resta comunque un lavoro superiore a quello dei Nostri.
“The Sweatier The Bettyer” resta in ogni caso una singolare testimonianza che fotografa e restituisce tutta la forza di una formazione rimasta, come tante altre, ai margini della storia, ma è altrettanto facile comprendere perché questo disco, all’epoca, non riuscì a trovare uno sbocco discografico.
