5-8/08/2026 - BRUTAL ASSAULT 2026 @ Jaromer - Jaromer (Repubblica Ceca)

Pubblicato il 22/08/2026 da

Report di Stefano Protti, Denis Bonetti e Davide Romagnoli
Introduzione di Stefano Protti

Esistono festival che non hanno mai smesso di crescere, sfiorando il gigantismo, e ci sono invece realtà che, dopo il fisiologico assestamento, hanno deciso di perfezionare la propria formula, concentrandosi sulla qualità senza dover necessariamente incrementare il numero di band coinvolte o la capienza.
Per ventinove edizioni, il Brutal Assault ha continuato a lavorare sulla propria offerta, eliminando i problemi di resa sonora che affliggevano in passato alcuni palchi (soprattutto l’Obscure), cercando di evitare, per quanto possibile, sovrapposizioni di orario e (non ultimo, diciamocelo) incrementando il numero e la qualità dei servizi (soprattutto quelli igienici).
Quest’anno, a fronte delle temperature record e della siccità dilagante, non sono inoltre mancati i punti gratuiti di approvvigionamento idrico, ad alleviare, sia pure per poco, l’afa che ha afflitto soprattutto il primo giorno di festival. Insomma, dal punto di vista organizzativo, i quattro giorni a Jaroměř sono il meglio che un appassionato di metal possa attendersi: un’occasione per confermare la vitalità di band ormai affermate e un’opportunità per curiosare tra i nuovi percorsi della musica estrema.

In questo contesto, sono le compagini metal e deathcore (The Ghost Inside, Paleface Swiss, i Vended di Griffin Taylor e Simon Craha), insieme a realtà affermate del post-black metal (Deafheaven, Alcest), a guadagnare sempre più popolarità tra i presenti e ad affiancare nella line-up una nutrita lista di nomi storici (tra cui Satyricon, Body Count, Carpathian Forest, Marduk, tra gli altri), in una line-up densissima che, come ogni anno, costringe spesso e volentieri a compiere scelte difficili in termini di quale esibizione presenziare.
Accanto a questa proposta ormai perfezionata, dobbiamo segnalare con piacere la doppia funzione del Keep Ambient Lodge (KAL), di giorno sede degli show più sperimentali (e dove si sono esibiti i nostri conterranei Petrolio, Ovo e Kariti) e, a notte inoltrata, teatro di infiniti set techno hardcore e industrial, perché, come dicevano i Belle and Sebastian, “Girls in Peacetime Want to Dance”, e figuriamoci in questi tempi di guerra ibrida.

MARTEDÌ 3 AGOSTO

Il warm-up del Brutal Assault nel tempo si è evoluto di pari passo al festival e, almeno in questo caso specifico, non è per forza un fatto positivo. Con l’area del festival aperta per meno di metà (ed altrettanti servizi e punti di ristoro) a confrontarsi con una marea di spettatori già presenti, la sensazione di divertimento nelle ultimissime edizioni non è stata particolarmente forte.
Se ci aggiungiamo poi per il secondo anno consecutivo la possibilità di pioggia pre-serale in arrivo, tutto sommato ci siamo goduti i set di AHAB e dei The Laws a sufficienza, ma non di più.
I tedeschi hanno inondato il palco Obscure con il loro funeral doom a tema nautico in continuità con quanto fatto negli anni precedenti: ormai il loro stile specifico sorretto tanto dal growl gorgogliante quanto dalle voci pulite di Daniel Droste è riconoscibilissimo dopo pochi minuti, ed è diventato un vero punto di forza anche per chi non conosce a memoria la loro discografia.
Il tempo a loro concesso permette solo l’esecuzione di quattro brani, tra cui riconosciamo quasi tutta produzione recente da “The Coral Tombs” e dal nostro preferito “The Boats Of Glen Carrig”. Il loro stile magari non è l’ideale per le grandi platee estive, ma è stato comunque apprezzato dai presenti.

Discorso differente invece va fatto per THE LAWS, ovvero la riproposizione live dei Sarcofago portata in giro dal bassista Geraldo Minelli.
La band è solida, la scaletta adeguata ma non abbiamo ricevuto chissà quali vibrazioni: forse perché i nostri suonano fin troppo puliti, riproponendo dal vivo canzoni che per quasi tutti rimangono impresse nella memoria per le loro rozzissime versioni da studio.
Capiamoci: è sempre bello sentire bordate come “The Black Vomit”, “Sex, Drinks & Metal” o “Midnight Queen” anche su un palco, ma non abbiamo ricevuto chissà quale sensazione di oscurità, emozioni che invece per esempio Mayhem o Beherit riescono ancora a darci quando li incrociamo su un palco. (Denis Bonetti)

 

MERCOLEDÌ 4 AGOSTO

I 200 STAB WOUNDS sono una band in rapidissima ascesa e lo si può notare dall’incredibile quantità di persone presenti davanti al palco Obscure nonostante una calura insopportabile.
Gli americani rappresentano, insieme a Frozen Soul, Sanguisugabogg o Undeath tutta una nuova scuola di death metal americano cresciuta però con i classici. Il quartetto di Cleveland si fa notare per una buonissima presenza sul palco e per brani magari poco originali ma rapidi e riconoscibili nelle strutture.
Le origini Cannibal Corpse, Suffocation o la vicinanza di Fulci e Sanguisugabogg è davvero facile da riconoscere, ma la loro è una buonissima prova, visto che in molti hanno affrontato un caldo quasi disumano e sono rimasti fino alla fine della loro setlist. (Denis Bonetti)

Che sia mera coincidenza o destino capriccioso, ogni volta che ci è toccato in sorte di assistere a uno show festivaliero degli ARMORED SAINT, è stato nel primissimo pomeriggio, sotto un sole spietato.
Oggi, nell’estate più calda mai registrata e di fronte a un già nutrito gruppo di sostenitori, un eroico John Bush in giubbotto di jeans e i suoi sodali salgono sul palco freschi della pubblicazione di “Emotion Factory Reset” nono e ben accolto album della band di Los Angeles.
Nella più classica tradizione dei festival, la scaletta segue il percorso di un greatest hits, dove tra i pezzi del nuovo album trova posto solo “Close To The Bone”, in un concerto che smorza un poco il tono funky che questo disco metteva in evidenza. Gran parte delle ovazioni vanno quindi ai classici “March of The Saint” e “Can U Deliver”, sui quali il pubblico, nei limiti di quanto permesso dalle temperature, si scatena nel singalong.
Per chi scrive, in ogni caso, l’apice dello show rimane “Win Hands Down”, probabilmente una delle migliori canzoni hard rock mai scritte in questo millennio, oltremodo nobilitata dal lavoro di Gonzalo Sandoval alle pelli. Ottimo concerto con cui iniziare la giornata, dunque, con l’allettante promessa di rivedere lo stesso John Bush nella prossima edizione, alle prese con il repertorio degli Anthrax di “Sound of White Noise”. (Stefano Protti)

Facciamo un giro in zona palchi principali perché siamo curiosi di ascoltare i VENDED, dove militano – letteralmente – i figli degli Slipknot, visto che la band include Griffin Taylor e Simon Crahan, i figli di Corey Taylor e ‘Clown’ Crahan.
Il genere da loro proposto è affine a quanto fatto dai celebri genitori, ma con un taglio più semplice, meno percussioni e strutture sì ben arrangiate ma anche meno violente. Le prove individuali sono buone, ma nel complesso non abbiamo trovato brani così esaltanti. Siamo comunque di fronte ad una band decisamente giovane, perciò rimandiamo ulteriori giudizi al futuro. (Denis Bonetti)

E’ sempre bello vedere degli eroi minori della scena in azione e i NOVEMBER’S DOOM non sono propriamente sempre in Europa, oltre a non essere una band particolarmente attiva in sede live.
Il contratto con la Prophecy e gli ultimi due album li hanno rimessi in pista e così non possiamo rinunciare a vederli con un po’ di aspettativa. Il caldo, ancora una volta, non è propriamente un alleato per generi come il doom/gothic ma i nostri la portano a casa, eseguendo bene e facendosi apprezzare per la voce di Paul Kuhr e il supporto del chitarrista Larry Roberts.
Assolutamente minimali, privi di backdrop ed effetti di alcun tipo, i nostri hanno proposto sul palco l’ultimo “Major Arcana” ma si sono concessi un paio di salti nel passato con estratti dai nostri dischi preferiti, “The Novella Reservoir” e “The Pale Haunt Departure”. Non nel contesto migliore, ma siamo stati felicissimi di vederli. (Denis Bonetti)

 

La nostra sorpresa del primo giorno: i GUILT TRIP. Quando ci rechiamo in posti come la fortezza di Josefov lo facciamo anche per tenerci aggiornati sui movimenti delle nuove band e avevamo avuto l’impressione che i i Guilt Trip fossero un nome da tenere d’occhio.
Così è stato: pur non inventando assolutamente nulla nella loro miscela di metal e hardcore che spazia dai Hatebreed agli Obituary i nostri sul palco si sono resi protagonisti di uno show ruvido, coinvolgente e sentito.
La band di Manchester era attesa da molti ed la loro reinterpretazione del metallic hardcore ha funzionato alla grande tra breakdowns, accelerazioni e un’attitudine decisamente divertita. Quando non ci si aspettano grandi  innovazioni ma solo divertimento, queste band sono vero ossigeno. Bravissimi. (Denis Bonetti)

Pur operando in un contesto musicale diverso (da una parte il thrash, in questo caso il black metal, per quanto sporcato di industrial), i SAMAEL hanno sempre mostrato alcune affinità con i loro conterranei Coroner, non ultima la capacità di esibirsi in show impeccabili, senza tuttavia eccedere in emotività.
Questo concerto non fa eccezione, con Vorph maestro di una cerimonia che inizia con l’immortale incipit di “Passage”, “Rain”, e si snoda lungo tutta la carriera della band (eccezion fatta, come da tradizione, per i primi “Blood Ritual” e “Worship Him”, ai quali il gruppo ogni tanto dedica show speciali a parte), con particolare attenzione per il repertorio di “Ceremony Of Opposites” ed il recupero di “Slavocracy” da “Solar Soul”, un album (almeno a parere di chi scrive) poco considerato dai più.
L’apparato scenico è ridotto ai minimi termini (solo alcune visual a sottolineare il tema o la provenienza delle canzoni), mentre nelle retrovie Xy si dimostra il solito impeccabile metronomo, destreggiandosi tra programmazioni, pattern ritmici e tastiere.
Nella setlist trovano posto anche due brani recenti, “Black Matter Manifesto” e “Hail To The Sun”, che mostrano una band ancora capace di maneggiare con cura la materia industrial.
Resta però il dubbio, considerata l’abbondanza di potenziali singoli sparsi lungo la loro vasta discografia, di cosa sarebbero stati i Samael se proprio dai Coroner avessero appreso l’arte di saper centellinare le uscite, selezionando nel tempo i pezzi migliori per un disco di reale impatto come “Dissonance Theory”. (Stefano Protti)

…E ora parliamo dei NEVERMORE. Non ne abbiamo accennato, quasi per pudore, nell’introduzione, e pure allo show ci siamo accostati con un misto di curiosità e timore di essere delusi.
Partiamo dai dati tecnici: cinquanta minuti circa di concerto, nove brani, di cui cinque estratti da “Dead Heart In A Dead World”, e un’ovazione sincera alla fine di “The River Dragon Has Come”.
Per descrivere il lato più emozionale del concerto, tuttavia, preferiamo prendere a prestito le opinioni dei cultori dei Nevermore di stretta osservanza che ci hanno accompagnato al festival e che riassumiamo così: “premesso che Warrel Dane rimane insostituibile, c’era bisogno di sentire queste canzoni suonate di nuovo da un palco”.
In effetti, ben lungi dall’essere un semplice rimpiazzo, Jack Cattoi si rivela un cantante di eccezionale talento (superba la sua prova in “Inside Four Walls” e “My Acid Words”), con una voce duttile che lo rende capace di seguire alla perfezione i percorsi tortuosi del precedente titolare dietro al microfono, mentre il nuovo bassista Semir Özerkan offre un’esecuzione concreta, che lascia Jeff Loomis finalmente libero di dedicarsi alle proprie canzoni, dopo anni di servizio presso gli Arch Enemy.
Non sappiamo ancora se la band sia pronta per un nuovo album (ma, forse, dopo questo show un po’ lo speriamo) oppure se rimarrà un gruppo di reduci alla Left to Die o Death to All da ascoltare dal vivo con piacere e nostalgia; confidiamo comunque nella coscienza di Loomis, affinché sappia giudicare con cura il nuovo materiale prima di darlo alle stampe. Per ora, vi consigliamo di non perderli nelle prossime date italiane. (Stefano Protti)

Non eravamo mai riusciti a vedere dal vivo i KYLESA, ed era uno dei nomi da verificare: fermi da una decade nella dimensione da studio, i quattro di Savannah si sono rimessi recentemente sulla strada e sul palco di Josefov hanno davvero riportato le lancette dell’orologio indietro, eseguendo brani dal passato tra cui “Time Will Fuse Its Worth” e il bellissimo “Stati Tensions”.
La loro proposta è uno sludge con forti influenze punk per gli amanti di Baroness, High On Fire o Mastodon. Rozzi, essenziali e spesso sopra le righe con occhiali da sole glam, cappellini da camionista e stivali da cowboy, hanno dato un tocco di rock’n’roll al Brutal Assault che in molti davvero ricorderanno a lungo. In attesa di un disco del ritorno. (Denis Bonetti)

A voler essere brutalmente sinceri, i SOLSTAFIR si sono sempre distinti per una certa incostanza negli show, alternando esibizioni particolarmente ispirate (ne ricordiamo una al Prophecy Fest del 2017) ad altre (soprattutto nei tour ordinari) dove prevaleva un fastidioso disimpegno da sala prove. Questa sera, tuttavia, la band sembra in gran forma e, complice l’ottimo suono del palco Obscure, si cimenta in un repertorio costituito da lunghe suite post-rock dai toni in crescendo, prendendo a modello “Sálumessa”, dall’ultimo “Hin Helga Kvöl”.
In queste vesti, Aðalbjörn Tryggvason trova finalmente la dimensione adatta per emozionare un pubblico che, in questa prima giornata, è stato abituato a ben altre sonorità e, da moderno pifferaio di Hamelin, ammalia i presenti, portandoli in un luogo immerso nel perenne crepuscolo del rimpianto. A dispetto di ogni previsione e diffidenza iniziale, scommessa vinta. (Stefano Protti)

L’australiano Samuel Wellings ha assunto il moniker di KIM DRACULA ispirandosi a un pezzo dei Deftones, anche se questo particolare non dissipa completamente la diffidenza verso un cantautore/performer/rapper diventato famoso per una cover di Lady Gaga su TikTok (“Paparazzi”) e autore di “A Gradual Decline in Morale”, un esordio in cui si combinavano nu metal, provocazioni alla Marilyn Manson, trap e continui disclaimer, che è proprio l’assetto con cui si presenta il buon Dracula nu-generation.
A onor del vero, la formazione che accompagna Wellings sul palco è ben lontana dall’immagine di Sfera Ebbasta, anzi, sembra quasi riesumata da un locale jazz newyorkese, e lo stesso leader dimostra di sapersi muovere sul palco con un repertorio curioso, quando non accattivante, in cui spicca il singolo “My Confession”, prima aperto da un basso alla Flea che evolve in un refrain smaccatamente pop, per poi chiudersi in uno scat esasperato.
Tuttavia, a mano a mano che il concerto prosegue e con esso si ripetono i trucchi di scena (con citazioni del tema di James Bond in un medley che riprende anche “Even Flow” dei Pearl Jam e poi ancora il tema di sax di “Careless Whisper” di George Michael) emerge la sensazione di trovarsi di fronte a un artista sicuramente dotato, ma forse un po’ fuori posto: un elemento di passaggio che ha sfruttato lo spazio vuoto venutosi a creare tra Sleep Token e Falling In Reverse, ma destinato, come d’altronde questi ultimi, a ben altri lidi (e successi), e nel quale l’eccesso di versatilità si fa, a un certo punto, fastidiosa.
Oppure forse siamo noi ad essere fuori posto e dovremmo una volta tanto accettare la brezza della novità. Dall’altro lato della medaglia, infatti, si potrebbe considerare come, a differenza di altri manichini del settore, fatti di make-up e basi pre-registrate, sentire una band di professionisti sciorinare assoli di sax, pattern di basso che vanno dal pop al post-hardcore, è comunque qualcosa che ci piace vedere su un palco.
Lasciamo dunque l’ardua sentenza definitiva ai posteri. (Stefano Protti, Davide Romagnoli)

In quest’ottica, meglio comunque l’attitudine farsesca e senza secondi fini dei VIOLENT MAGIC ORCHESTRA che, quietata la caotica euforia degli esordi, tornano al festival con un repertorio capace di rielaborare l’industrial metal trasfigurandolo tra pattern ritmici gabber (ben evidenziati da pezzi come “Martello Mosh Pit”) alternati a momenti più rarefatti e sognanti, con una coreografia di luci semplice ma efficace e in uno show che sembra sempre sul punto di perdere il controllo, mentre i membri cercano ininterrottamente lo scontro fisico col pubblico e tastiere ‘italo disco’ attraversano le casse a volumi improponibili.
L’effetto è quello di trovarsi di fronte a un concerto di Gabri Ponte che sfocia nel cannibalismo. Voi siete lì, vi guardate intorno e pensate: “Dio, tutto questo è ripugnante. Magari resto ancora un po’, per vedere come va a finire”. (Stefano Protti)

Nel mezzo della giornata non potevamo esimerci da una capatina all’Ottagon, uno dei palchi con la proposta migliore e con l’agibilità peggiore, per goderci lo show degli IOTUNN. Band rivelazione per alcuni, soprattutto con l’ottimo “Kinship”, i danesi sciorinano una prestazione maiuscola, che riesce a mettere d’accordo i vecchi fan dei Savatage e quelli dei Dark Tranquillity, arrivando a tangere alcune vette emotive e progressive degli ultimi tempi.
Gli Iotunn appartengono ormai a quella categoria piuttosto rara di band progressive capaci di ricordarsi, durante la composizione di brani che spesso superano con una certa serenità il minutaggio consentito a una telefonata di cortesia, che prima o poi bisogna anche arrivare da qualche parte.
Le aperture cosmiche rimangono, così come quel gusto quasi fantascientifico per melodie enormi e orizzonti ancora più enormi, ma dal vivo sotto si sente parecchio ferro, soprattutto quando il materiale di “Kinship” viene privato di parte della sua patina contemplativa e acquista una fisicità che su disco restava talvolta in secondo piano.
Del resto, mettere insieme progressive metal, death melodico, suite, atmosfere astrali e quel tipo di solennità nordica che nelle mani sbagliate trasforma rapidamente un concerto in una conferenza sulla mitologia norrena costituisce già di per sé un’impresa. Jón Aldará (già in forze nella formazione doom metal Hamferð) continua poi a essere uno di quei cantanti che rendono misterioso il motivo per cui altri esseri umani insistano a svolgere la stessa professione, passando dal registro pulito alle aperture più feroci con una facilità piuttosto irritante.
Di fianco ad altri paladini dell’heavy metal passati di qui in questi giorni, questi non arrancano di un soffio. Siamo molto curiosi di vedere cosa andranno a sancire col prossimo, imminente, nuovo lavoro. (Davide Romagnoli)

“Within”, uscito nell’anno in corso, ha ulteriormente attestato la propensione dei PROTEST THE HERO ad ammorbidire il proprio suono senza rinunciare all’esagitazione funambolica che da sempre caratterizza il loro repertorio.
Dal vivo, il cantante Rody Walker è accompagnato da musicisti estremamente dotati, in un approccio capace di separare la dimensione dello studio da quella live, con un’ottica non lontana da quella adottata dai The Ocean Collective.
Più che metalcore, quello dei Protest The Hero ricorda da vicino il progressive esagitato dei primi Mars Volta, dove convivono hardcore evoluto (il ricordo degli At The Drive-In), elementi funk (“Sequoia Throne”), influenze metal (“Bloodmeat”) e melodie cangianti (“C’est La Vie”) in una corsa a perdifiato, in canzoni che tuttavia non si perdono mai.
Il concerto scorre piacevolmente, anche se il livello di coinvolgimento del pubblico è minore di quello che ci si aspetterebbe in questi casi, complice la sensazione di avere di fronte una band dotata, che si diverte più a suonare per se stessa che per il mondo intorno. (Stefano Protti)

Uno dei gruppi che più ci aveva messo l’acquolina in bocca durante gli ascolti preparatori a questo Brutal Assault sono stati i flenseriani CRIPPLING ALCOHOLISM, reduci da un album eccelso come “Cam Girl” e già capaci di averci entusiasmati al Roadburn, pochi mesi fa.
Chiamare semplicemente noise rock quello che fanno significa d’altronde risolvere il problema con l’eleganza di chi archivia un incendio sotto la voce ‘problemi di temperatura’: dentro ci sono industrial, goth-wave, post-punk, synth luridi, melodie pop sufficientemente appiccicose da diventare sospette e una sensazione permanente che qualcosa di profondamente sgradevole stia accadendo nella stanza accanto.
“Cam Girl” ha portato questa formula a un livello di precisione ulteriore e pezzi come “I Have a Key to Your House”, “Ladies Night”, “Pay Pigs”, “Mr. Sentimental” o “Sweet Talk” vivono proprio di questo rapporto fra seduzione e repulsione, musica che potrebbe persino essere canticchiata sotto la doccia, ammesso che la doccia si trovi nel bagno di un motel dove sarebbe prudente evitare di guardare dietro la tenda.
In realtà, però, nella cornice madida di sudore umano dell’Ottagon della prima giornata, i bostoniani non brillano certo per intensità. La loro proposta resta interessante, in quella mistura talora marcescente e talora luminosa, ma ci appare – forse per i suoni, forse per la cornice open air, forse perché una musica così claustrofobica ha bisogno di pareti abbastanza vicine da restituirtene addosso l’odore – non all’altezza delle premesse, risultando un po’ confusa, imprecisa e fuori posto.
Ed è un peccato, soprattutto perché al Roadburn avevamo visto quanto lo stesso materiale potesse diventare inquietante nelle condizioni giuste. Nel contesto del Brutal Assault, circondati da gruppi impegnati con grande serietà a evocare inferni, demoni e apocalissi, i Crippling Alcoholism avrebbero persino il vantaggio di raccontare qualcosa di più banalmente contemporaneo: motel, pornografia, solitudine, relazioni marce, internet, stanze sporche. Stavolta, però, l’orrore resta in gran parte impigliato nelle casse. Peccato. (Davide Romagnoli)

A brillare per intensità ed epos, invece, la solita conferma: AMENRA. Sugli Amenra, dopo tanti anni, comincia d’altronde a diventare difficile trovare nuovi aggettivi senza ricorrere direttamente alla patologia clinica.
Sul main stage Colin e soci riescono ad ammutolire un’audience caciarona e già col fegato saturo di Emperor – la double IPA del Brutal, non la band di Ihsahn – o di pils, facendola restare ad occhi chiusi per tutta la durata dello show.
Colin H. van Eeckhout continua a vivere ogni concerto come se qualcuno avesse dimenticato di informarlo che si tratta soltanto di musica, mentre attorno a lui la band costruisce il consueto muro di lentezza, volume e tensione nel quale persino ogni pausa sembra possedere un peso specifico.
Il solito commento che vuole gli Amenra essere capaci di fare solo due cose – l’arpeggino minore e la bordata sludge – non regge ancora una volta e ad ogni ripetizione fa chiedere “ancora, ancora”, rendendo vano il tentativo di ridurre la band a epigoni monchi dei Neurosis. Certo, la brillantezza e l’estro della band di Von Till lascia qui spazio ad una formula minimale fino all’osso, ma diamine se è efficace.
Poi arriva “A Solitary Reign”. A quasi dieci anni da “Mass VI”, continua a essere uno di quei brani che sembrano possedere dimensioni sproporzionate rispetto alla semplicità dei mezzi con cui sono costruiti: il crescendo, la voce che progressivamente si lacera, quella progressione melodica che sale e continua a salire senza concedere una vera liberazione. Uno degli zenith emotivi dell’intero linguaggio post-metal contemporaneo e, ogni volta che la suonano, per qualche minuto sembra davvero l’ultima canzone che questi uomini abbiano deciso di eseguire prima della fine del mondo.
Come i rappresentanti di ogni chiesa, gli Amenra possiedono soprattutto la rara qualità di lasciarsi prendere davvero sul serio. Niente “grazie Brutal Assault” di sorta, niente parole, solo immagini in bianco e nero da calendario gotico di Calvin Klein e tanto cuore. E forse facciata, ormai. Una facciata talmente coerente, però, da essere diventata quasi indistinguibile da ciò che dovrebbe nascondere. Ancora una volta, lodevole. (Davide Romagnoli)

Non si può dire lo stesso, in questo senso, delle WITCH CLUB SATAN, dove invece la facciata formale non riesce a reggere la mancanza di contenuto. Ed è quasi paradossale, perché il trio norvegese possiede sulla carta tutto ciò che servirebbe per costruire uno degli spettacoli più memorabili del festival: black metal primitivo, sangue, nudità, ritualità, stregoneria, provocazione, performance art, femminismo esoterico e abbastanza materiale iconografico da tenere occupato per un semestre un intero dipartimento di studi culturali.
Con le Witch Club Satan entra solitamente in scena quel genere di spettacolo davanti al quale il povero recensore dovrebbe teoricamente distinguere musica, performance, provocazione, rituale, teatro e deliberato cattivo gusto, salvo scoprire dopo cinque minuti che separare le cose sarebbe precisamente il modo peggiore per raccontarle. Quando funziona, il loro concerto possiede qualcosa della cerimonia pagana, qualcosa dell’happening e qualcosa di una riunione condominiale finita molto, molto male; e proprio questa libertà nel trattare l’immaginario black metal, prendendolo contemporaneamente sul serio e a martellate, rappresenta una parte importante del loro fascino.
Qui, però, qualcosa si inceppa. Vuoi per una scaletta non particolarmente estroversa, vuoi per suoni non particolarmente all’altezza, le tre norvegesi non riescono a entrare in nessun cuore. Sono le due di notte all’Obscure e la cornice è forse la migliore possibile, mentre l’attenzione ormai a brandelli brama un ultimo barlume di oscurità, qualcosa che mandi tutti a dormire con qualche immagine spiacevole ancora attaccata alla retina.
La band offre invece un black metal suonato malino e una visione ideologica new age che poco si confà alle derive più stregonesche a cui le Witch Club Satan ci avevano abituato negli ultimi tempi. Il problema diventa allora proprio quello scarto fra l’enormità della messinscena e ciò che riesce effettivamente a produrre: il rituale scade nella farsa, il sangue rimane sangue finto, la provocazione resta mera provocazione, senza che da questa somma emerga quella sensazione di pericolo che dovrebbe giustificare l’intero apparato.
Deludenti dal punto di vista della performance musicale ed espressiva, senza un degno repertorio da offrire e con davvero un impietoso confronto con le band black metal che hanno affastellato questo e i palchi intorno durante il weekend. Per una band che dovrebbe evocare una congrega satanica, la sensazione finale assomiglia stranamente a quella di essere capitati a un workshop. E alle due del mattino, dopo una giornata al Brutal Assault, era davvero l’ultima cosa di cui sentivamo il bisogno. (Davide Romagnoli)

 

GIOVEDÌ 6 AGOSTO 

Siamo arrivati alla fortezza con largo anticipo proprio per poter vedere i DECEASED di King Fowley, perchè certo, il loro  heavy/speed/thrash/death metal anni Ottanta non sarà lo stile predominante oggi, ma la loro costanza merita assoluto rispetto. Ci abbiamo messo pochissimo a capire come il leader di sempre sia in grado – pur non più giovane e in forma fisica smagliante, anzi – di scatenare il mosh e l’entusiasmo della gente. Tra un proclama e l’altro, “stay underground! Metal is supposed to be underground”, i nostri hanno sfoderato una scaletta breve ma intensa, tirando dentro classici come “Fearless Undead Machines” e “Fading Survival” che hanno davvero scatenato il circle pit nei presenti.
Probabilmente la band più rètro e fuori moda dell’intero festival, come pure uno degli show più genuini di questo Brutal Assault. (Denis Bonetti)

Ci era già capitato di incrociare i CASTLE RAT di Riley Pinkerton al Damnation Festival 2025, senza rimanerne particolarmente impressionati; non per le canzoni, che fanno di “The Bestiary” un buon album di doom tradizionale, quanto per la resa live del gruppo, che pare sempre più interessato all’aspetto teatrale più che a quello squisitamente sonoro.
Così, i pochi pezzi che compongono il set (“Dagger Dagger”, “Wizard”) sono intervallati da monologhi un po’ impacciati della cantante o da siparietti che, per quanto sia lodevole l’intento di omaggiare il lavoro fantasy di un artista come Frank Lanzetta, spesso tracimano in un dilettantesco cosplay.
A voler essere brutali, l’effetto è quello di assistere ad un programma da sagra del tipo ‘Concerto doom, seguirà anguriata’, ed è un peccato, perché, come scrivevamo poco prima, le canzoni dei Castle Rat sono ben scritte e Riley Pinkerton le saprebbe pure cantare, quando non impegnata a duellare di spada con la figurante The Rat Reaperess. (Stefano Protti)

Il Brutal Assault quest’anno ha riservato alcuni slot a formazioni dedite all’EBM e all’elettronica, omaggiando quella frangia estrema che in passato ha sempre trovato posto nelle rubriche dei periodici di musica estrema (tra tutti, Rumore e Grind Zone). I messicani HOCICO, sin da adolescenti, si sono immersi in questo mondo musicale e, a quasi quindici album dall’esordio (senza contare singoli, split e partecipazioni a compilation), possono godere di diritto di una posizione privilegiata sul palco principale del festival, trasformando il parterre in un rave tra ritmiche ossessive, interventi sparuti e taglienti di tastiere e strumenti a fiato tradizionali, usati per rendere ancora più straniante l’atmosfera.
Il concerto funziona soprattutto grazie al carisma del cantante Erk Aicrag, con brani come “Traitors” (per voce, tamburi, campionamenti e conchiglia/fischietto) che scatenano nel pubblico gli stessi moshpit di un’esibizione punk, mentre nella setlist trova posto una versione di “N.W.O.” dei Ministry, privata di qualsivoglia ambizione metal.
Una nota di merito va al bassista/percussionista, che per tutta la prima parte del concerto suona uno skateboard riadattato a basso. (Stefano Protti)

Fare black metal alle tre del pomeriggio sotto il sole cocente di Josefov è un po’ come organizzare una seduta spiritica nell’area giochi dell’Ikea: volendo ci si può anche impegnare moltissimo, ma l’ambiente continua ostinatamente a remare contro.
È dunque con una certa dose di compassione preventiva che ci avviciniamo ai BLACKBRAID, progetto di Sgah’gahsowáh ormai definitivamente uscito dalla dimensione di curiosità dell’underground americano per assumere quella di realtà internazionale del genere.
E invece, malgrado una luce capace di vanificare qualsiasi tentativo di evocare foreste notturne, spiriti ancestrali e morti rituali, il concerto funziona sorprendentemente bene. La band ha ormai raggiunto una compattezza notevole e il materiale dei tre album, partendo dalla furia melodica di “Celestial Bloodlust” e passando attraverso “The Spirit Returns”, “The River of Time Flows Through Me” e la più recente “The Dying Breath of a Sacred Stag”, mostra dal vivo quanto dietro l’apparato concettuale legato alla spiritualità e all’immaginario nativo americano ci sia soprattutto un ottimo autore di black metal.
Blackbraid conosce bene la grammatica scandinava degli anni Novanta, la porta verso territori più melodici e atmosferici e riesce, nei momenti migliori, a evitare che l’identità del progetto diventi un semplice elemento decorativo appoggiato sopra riff già sentiti. “Twilight Hymn of Ancient Blood” e soprattutto la conclusiva “Barefoot Ghost Dance on Blood Soaked Soil” confermano una scrittura capace di alternare ferocia, aperture epiche e una malinconia quasi naturalistica senza perdere mordente.
Rimane semmai la curiosità di capire quanto possa crescere ulteriormente uno spettacolo del genere nelle condizioni che gli competono: buio, freddo, magari qualche albero nei dintorni e possibilmente un astro solare meno entusiasta. Promosso dunque, e soprattutto da rivedere: preferibilmente quando il sole ci avrà fatto la cortesia di togliersi di mezzo. (Davide Romagnoli)

Per gli SLOPE si è spesso accennato ai primi Faith No More e ai Red Hot Chili Peppers come nomi tutelari, ma le loro radici si allungano fino ai Funkadelic, e a quella scena funk rock che negli anni novanta aveva fatto la fortuna di formazioni come gli F.F.F.
Spostati per una variazione di line-up dallo scomodo Octagon al più amplio palco Obscure, la band tedesca fa quello che sa fare meglio, ovvero divertire, partendo dalle origini più hardcore di “Goodbye Mr. Dandy”, passando per il crossover di “It’s Tickin’” e “Fury Funk” (dove l’influenza dei Faith No More, fino a “The Real Thing” compreso, si fa sentire con prepotenza) e per il crossover funk di “I’m Fine”, in uno show dove la band è consapevole di essere il cosiddetto manufatto alieno all’interno del bill, ma fa di questo un punto di forza, una piacevole rottura di continuità rispetto alle asprezze altrimenti presenti.
Nota di merito a “Trainsurfing”, poco più di due minuti di punk che oscillano su un ritmo disco da far invidia a George Clinton. (Stefano Protti)

“Yeah! Yeah! Die! Die! (Death Metal Symphony in Deep C)” è da considerarsi un lavoro bizzarro persino all’interno della complicata discografia dei WALTARI (di cui vi consigliamo almeno l’ascolto dal pantagruelico “Big Bang”). Nata per essere eseguita esclusivamente dal vivo da un’orchestra sinfonica e dalla band stessa, la sinfonia univa le grandi passioni musicali (avant-garde metal, musica classica e musica dance) che si agitano nella vulcanica mente del leader Kärtsy Hatakka in un’opera lirica moderna.
A trent’anni esatti dalla pubblicazione del disco, i finlandesi hanno deciso di commemorare l’evento riproponendo l’intera partitura, accompagnati dalla Bohemian Symphony Orchestra di Praga e da Tomi Koivusaari (Amorphis, già presente nella registrazione originale) al growl.
Se il disco, riascoltato oggi, conserva gran parte del suo fascino (a patto che si possa chiudere un occhio sul concept fantascientifico un po’ ingenuo), dal vivo lo show soffre dei limiti che da sempre (più o meno dagli esperimenti di Deep Purple e New Trolls) affliggono questa proposta: l’incapacità di amalgamare in modo omogeneo i suoni, senza che ci sia una sensazione di stridore tra le varie anime sul palco.
Non fraintendeteci: tutti on stage danno l’impressione di divertirsi un sacco, dagli orchestrali felici di esibirsi lontano dalla loro zona di confort sino al compositore Hatakka (per l’occasione pittato come il Joker del telefilm anni ’60); nel parterre, purtroppo, l’attenzione si fa intermittente, con passaggi che hanno buona presa sul pubblico (“Deeper Into Mood”) e altri (su tutti “The Struggle For Life and Death of Knowledge”) che rendono bene l’idea di mappazzone. (Stefano Protti)

Con gli ANTIMATTER, invece, subentra una di quelle delusioni che fanno più male proprio perché arrivano da qualcuno a cui si vuole bene. Mick Moss rimane uno dei cantautori più sottovalutati degli ultimi vent’anni e la sua voce, soprattutto, continua a essere un’arma fenomenale: calda, fragile, immediatamente riconoscibile, capace con pochissimo di trasformare il fatalismo in qualcosa di quasi confidenziale.
Peccato che per buona parte dello show qualcuno sembri aver deciso di verificare fino a quale pressione sonora possa resistere un basso prima di ottenere il permesso di demolire direttamente le mura di Josefov. I volumi stellari dello strumento schiacciano infatti ogni dinamica e, cosa ancora più grave per una band come questa, finiscono per uccidere quella poesia decadente fatta di silenzi, chiaroscuri e piccoli cedimenti emotivi su cui si regge buona parte della proposta.
Il mix appare incoerente, con strumenti che emergono e scompaiono senza un vero equilibrio, mentre proprio la voce di Moss, elemento che dovrebbe stare al centro di tutto, viene ridotta al rango di uno strumento fra gli altri.
È un peccato quasi metodologico: trattare gli Antimatter come una normale rock band ad alto volume equivale un po’ a illuminare un film noir con i fari di uno stadio, perché tecnicamente si vede tutto molto bene, solo che nel frattempo è scomparso il motivo per cui eravamo lì. Anche la scaletta, almeno nella sua prima metà, fatica ad aiutare, procedendo senza particolare mordente e lasciando l’impressione di uno show che tarda a trovare un proprio centro emotivo; fortunatamente il finale recupera intensità, Moss torna progressivamente a prendersi lo spazio che gli compete e per qualche momento riaffiora quella capacità degli Antimatter di trasformare la malinconia in qualcosa di fisico, quasi tattile.
Troppo tardi per ribaltare del tutto il giudizio, abbastanza però per ricordarci perché continuiamo ad amarli alla follia. Una mezza delusione, dunque, e proprio per questo forse più frustrante di una brutta esibizione vera e propria: quando sai esattamente quanto può essere bella una cosa, sentirla arrivare soltanto a metà fa parecchio più rumore di quel basso. (Davide Romagnoli)

Una programmazione oltremodo ostile ha posto in contemporanea Ovo, Draconian e BODY COUNT, ponendo gli spettatori di fronte a scelte difficili. In questo caso, la band guidata da Ice-T ha avuto la meglio, e possiamo dire di non aver avuto nemmeno un rimpianto, in un concerto che chiama in causa i veri Slayer (il medley di “Post Mortem/Raining Blood”) e quelli rimasticati dai Body Count stessi (“Manslaughter”),  spiegando poi il concetto di crossover (“There Goes the Neighborhood”, con un duetto da brividi tra Juan of the Dead e l’intramontabile Ernie C (classe 1960).
Ice-T è un maestro di cerimonie perfetto, che dal palco non si nega nulla, moshpit (“Ne ho visto uno da voto sette, Brutal Assault; cerchiamo di migliorare”), crowd surfing e ovviamente wall of death, capace di essere il buffone grandguignolesco di “Psychopath” e l’attivista sarcastico che non dimentica la situazione americana attuale (“No Lives Matter”).
Certo, i Body Count non sono stati i primi a promuovere il crossover hard rock/metal/rap, ma rimangono quelli che hanno proseguito questo discorso senza inciampi o esitazioni, riuscendo ad unire modelli musicali apparentemente lontani (Hendrix, Slayer Pink Floyd) e al tempo stesso abbracciando nei testi quel concetto di “Freedom of Speech” in un prosieguo di carriera oltremodo dignitoso.
In ogni caso, sentire in chiusura “Cop Killer” declamata dal tenente Tutuola, il nostro agente di “Law & Order – Unità Vittime Speciali” preferito, rimane un cortocircuito deliziosamente disorientante. (Stefano Protti)

Il caso degli ultimi AMORPHIS è quello di un destino intellegibile: autori, a intervalli regolari, di album mai meno che apprezzabili (l’ultimo, “Borderland”, è del 2025), all’insegna di melodie ariose, riff groovy e sfumature elettroniche, i finlandesi potrebbero competere allo stesso livello di Paradise Lost e Katatonia, superando quest’ultima almeno in termini di duttilità del cantante (non ce ne voglia Jonas Renkse, ma Tomi Joutsen è un intrattenitore di altro livello), eppure non hanno mai ottenuto la medesima credibilità delle due band sopracitate.
Ben venga, dunque, uno slot serale per questa band, che recupera per l’occasione due brani da “Tales from the Thousand Lakes” (in particolare una “Silver Bride”, dall’innodico refrain) e propone un repertorio dominato dai giochi delle tastiere e composto da estratti più recenti, in cui spiccano “The Moon” (altro pezzo potenzialmente da alta classifica, tratto da “Halo”) e il pop a tutto tondo di “Dancing Shadow”, un pezzo che può rivaleggiare, come orecchiabilità, con “Opaline” dei Katatonia. (Stefano Protti)

Per spiegare perché mezzo Brutal Assault si sia trovato a ondeggiare con le braccia sul coro finale di “Autre Temps” degli ALCEST, bisogna tornare all’inizio di un concerto che sfrutta la scenografia semplice di un tempio lunare, che accompagna la band dall’uscita di “Les Chants de l’Aurore”, e delle larghe strisce di stoffa grigia a mimare colonne mosse dal vento. Qui, ad “Améthyste”, i francesi fanno seguire i due singoli di “Spiritual Instinct”, “Sapphire” e “Protection”, in un concerto dove tutto funziona alla perfezione: sia la resa sonora, che esalta la coralità dei brani e la trama shoegaze che percorre anche i momenti più ruvidi dell’esecuzione, come in “Écaille de Lune pt. 2”, sia l’affiatamento tra i musicisti, con Neige sempre più propenso a lasciare le melodie vocali a Pierre Corson per dedicarsi a scream e chitarre.
Reduci dalla collaborazione con il pianista Nicolas Horvath, gli Alcest si presentano al meglio della forma, facilitati da un palco che offre loro le migliori condizioni possibili. Da qui, l’emozione ormai tracimata negli ultimi minuti dello show, prima con la cavalcata elettrica di “Kodama” e poi con la “Autre Temps” di cui sopra. Per chi scrive, uno degli highlight del festival intero. (Stefano Protti)

 

VENERDÌ 7 AGOSTO

La terza giornata del festival inizia sotto un sole appena più clemente del solito, con i RATOS DE PORÃO, storica formazione brasiliana che ha appena fatto tappa anche in Italia.
Capitanati dall’imponente cantante João Gordo, i musicisti suonano quasi ammassati gli uni sugli altri, nonostante l’ampiezza del palco che li ospita, e scaldano il pubblico con una miscela di hardcore e D-beat. La scaletta è tagliente, ricca di recuperi storici (“Amazônia Nunca Mais”) e caratterizzata da decisi toni politici, di cui l’iniziale “Alerta Antifascista” è solo un assaggio.
Difficile, forse nemmeno lecito attendersi un concerto dal suono variegato, il quartetto alterna riff e slogan (“Paranoia Nuclear”), perché questa è la sua specialità, concedendosi solo qualche frammentario passaggio metal (“Morrer”). Relegati ai margini temporali del programma, nel primissimo pomeriggio, i sudamericani non se ne fanno cruccio e dimostrano, di fronte a un pubblico comunque abbastanza folto, di essere quella macchina da palco forgiata macinando concerti e chilometri, come nelle migliori tradizioni del movimento punk. (Stefano Protti)

Pur condividendo con i Panopticon la medesima capacità di descrivere paesaggi sonori, i SAOR differiscono da questi ultimi per le origini geografiche: se per la creatura di Austin Lunn è il folk degli Appalachi a sfumare la ferocia del black metal, nel caso del progetto di Andy Marshall sono le melodie e gli strumenti tradizionali scozzesi a caratterizzare un suono che, con il passare degli anni e degli album, si avvicina sempre di più a quello degli Alcest (citati piuttosto chiaramente in “Aura”).
Il concerto propone una scaletta di lunghi brani che comprende anche la title-track dell’ultimo disco (“Amidst the Ruins”), in cui al black metal atmosferico si alternano delicati passaggi folk di cornamuse e flauti, eseguiti dal vivo dalla polistrumentista Ella Zlotlos, qui anche al controcanto. Il tutto si traduce in un alternarsi di atmosfere fumose e improvvise aperture al sereno, capaci di dare un pur minimo sollievo alle temperature di questo agosto. Buon concerto, che, come nel caso dei Blackbraid, beneficerebbe di uno slot notturno. (Stefano Protti)

I CORROSION OF CONFORMITY tornano sul palco del Brutal Assault nel mezzo di un lungo tour per supportare l’ottimo “Good Man/Baad Man”, uscito quest’anno, che di fatto si spartisce la scaletta con lo storico “Deliverance”.
Se a proposito di brani seminali come “Albatross” o “Clean My Wounds” (quest’ultima posta in chiusura di show) c’è poco da dire, se non l’irruenza divertita con cui vengono ancora eseguiti, i brani del nuovo disco mostrano una band ancora capace di muoversi con disinvoltura tra i paradigmi della propria musica, tra boogie sudisti (l’iniziale “Asleep On The Killing Floor”) e sludge blues sguaiati che potrebbero trovar posto nel repertorio degli ZZ Top di “Mescalero” e “XXX” (“The Handler”).
I due membri storici, Woody Weatherman e soprattutto Pepper Keenan, orchestrano la band con disinvoltura, ma è il nuovo bassista Bobby Landgraf (già negli ultimi Down) a commuovere per la gioia evidente di stare sul palco e suonare quelle canzoni. C’è tempo, nella scaletta, per una “Diablo Blvd.” (sempre a proposito degli ZZ Top) dal sempre un po’ ignorato “America’s Volume Dealer” e, ovviamente, per “Vote With A Bullet”, il brano che cambiò in un colpo solo suono e destino della band. Concerto degno di nota ma con una piuttosto marcata differenza tra vecchio e nuovo repertorio. (Stefano Protti, Davide Romagnoli)

A chi scrive è capitato di vedere i CORONER lo scorso anno, al Luppolo Festival, in uno show memorabile in cui avevano presentato in anteprima un brano (“Sacrificial Lamb”) del tanto atteso “Dissonance Theory”.
La band che si presenta oggi sul palco principale del festival è reduce da un prevedibile successo di critica e da un altrettanto (ma forse meno atteso) plauso del pubblico. La setlist è composta per una buona metà dalle canzoni del nuovo album, a cominciare da “Consequence”, un piccolo capolavoro di thrash metal e accenni melodici che apre lo show.
Come nel caso dei Samael, gli spettatori si trovano davanti a un gruppo rodato da centinaia di concerti e da infinite ore in studio, che suona a memoria e con la precisione chirurgica che ci si aspetterebbe da un gruppo progressive navigato (ottimo, in questo senso, il lavoro sottotraccia del tastierista/effettista Daniel Stössel). Certo, il suono che scaturisce dalle casse è freddo, calcolato, eppure non suscita mai noia o fastidio grazie ad una scaletta in cui i nuovi pezzi (tra cui una “Simmetry” dalle pulsioni industrial) non hanno nulla da invidiare ai pochi recuperi storici concessi, tra cui l’incedere spietato di “Metamorphosis” e il piccolo malevolo classico “Grin (Nails Hurt)”. (Stefano Protti)

Problemi al mixer ritardano di quindici minuti il concerto di A.A. WILLIAMS, con la cantautrice chiamata a confermare le buone impressioni suscitate dall’ultimo “Solstice”, in un contesto relativamente lontano da quelli del Roadburn a cui è abituata.
Per nulla intimidita, la londinese prima ammalia il pubblico con “For Nothing” (dal gioiello “As The Moon Rests”), un sinuoso numero alla Chelsea Wolfe, per poi proporre il repertorio più recente, che passa dal refrain solenne di “Splinter” (uscito solo su EP nel 2024) fino ai singoli del nuovo album: l’epica “Poison” (per chi scrive, uno dei brani più riusciti della Williams), il melodramma “Wolves” e la filastrocca pop “Little by Little”.
L’atmosfera raccolta del palco Octagon favorisce l’interazione tra il pubblico e il trio di musicisti, che recupera una “Melt” dall’esordio “Forever Blue”, che vedremmo bene come colonna sonora di qualche moderno film di James Bond, per poi chiudere con una “Evaporate” che mostra legami saldi con le melodie sospese di The Gathering e The Third and the Mortal.
Una scommessa vinta, che sconta solo la sovrapposizione con lo show dei Primus, costringendo gli amanti dell’alternative (tra cui chi scrive) a dover scegliere tra due valide opzioni. (Stefano Protti)

Gli ANIMALS AS LEADERS, da parte loro, sembrano ormai una specie di compendio definitivo del bricolage applicato al progressive metal: tapping, poliritmie, incastri impossibili, chitarre a otto corde e quella sensazione permanente che da qualche parte, dietro al palco, ci sia un enorme banco da lavoro pieno di brugole. Tutto perfetto, naturalmente, e Tosin Abasi continua a fare cose con lo strumento che costringono periodicamente a chiedersi se la chitarra sia davvero stata progettata per quello.
Il problema è che una parte consistente dell’architettura sonora, basso compreso, arriva dalle basi, e a un certo punto la magia del ‘suonato’ lascia spazio a quella del play along di lusso.
Tecnicamente inattaccabile, certo; e immaginiamo che chiamare un bassista vero inciderebbe in maniera spiacevole sugli introiti della tournée.
In compenso renderebbe probabilmente la proposta più viva, più fisica e meno meccanica, soprattutto per una band il cui principale argomento continua a essere proprio la capacità strumentale. Dopo i primi due o tre “wow, che figata questa parte”, dunque, comincia lentamente a insinuarsi lo sbadiglio, e con esso quella particolare forma di selezione naturale propria dei festival: qualcuno decide di andare a sentire qualcos’altro, qualcun altro scopre improvvisamente che la pils possiede un richiamo filosofico molto più urgente. (Davide Romagnoli).

All’estremo opposto dello spettro stanno i PRIMUS, che di artificiale sembrano avere ben poco e portano sul palco una verità quasi ostinatamente old-school: tre musicisti, strumenti, amplificatori e un immaginario talmente personale da risultare ancora immediatamente riconoscibile trent’anni dopo, anche perché una buona parte di quell’immaginario se la sono inventata loro.
Les Claypool resta un animale da palcoscenico irripetibile e, quando partono i classici immortali, riescono a muovere le anche persino alle statuette demoniache che affastellano la fortezza e fanno da silenziosi guardiani al festival. Tutto molto bello, dunque, e per lunghi tratti anche irresistibile.
Proprio questa fedeltà assoluta a se stessi, però, porta con sé il problema opposto rispetto agli Animals As Leaders: qui la materia è viva, suonata, umana fino all’ultima nota, ma comincia talvolta ad avere addosso la polvere del proprio museo. Funk storto, cartoni animati malati, groove gommosi, virtuosismo bassista e quella provincia americana deformata che i Primus hanno trasformato in linguaggio continuano a funzionare magnificamente, pur dando ogni tanto l’impressione di assistere a qualcosa di ormai perfettamente codificato. Bello, molto bello. Forse persino troppo sicuro di esserlo.
E qua e là affiora un po’ di mestiere: quello dei grandi professionisti che hanno inventato il proprio gioco e ormai conoscono perfettamente ogni casella del tabellone. (Davide Romagnoli).

Tutto si può dire di NERGAL, tranne che non abbia intuito e capacità di riconoscere il talento. Certo, l’idea di rileggere interamente “Sventevith”, della sua band principale, per i suoi trent’anni di vita insieme ai MISÞYRMING poteva essere letta come il mero tentativo di ravvivare la credibilità del musicista polacco o come una semplice operazione nostalgia; invece, si è rivelata una decisione incredibilmente oculata.
Gli islandesi non sanno solo suonare black metal (condizione necessaria ma non sufficiente per approcciarsi a questo repertorio), ma lo sanno interpretare e vampirizzano il repertorio dei primi Behemoth, rileggendola secondo una sensibilità quasi orchestrale, capace di esaltare le melodie contenute nel disco, con Nergal, finalmente libero dalla chitarra elettrica e al netto delle pause necessarie tra un pezzo e l’altro, nel ruolo di cantante e performer a tutto tondo.
Un’esibizione emozionante, che da una parte è un omaggio di una nuova generazione di artisti a chi ha contribuito all’affermazione di un genere e, dall’altra, un vero e proprio passaggio di consegne verso una band in crescita costante. (Stefano Protti)

In genere, ai festival la regola non scritta è cercare quelle band che non si avrà la possibilità di vedere in altre occasioni durante l’anno.
I MARDUK, in questo contesto, rappresentano una piacevole eccezione, visto che chi scrive ha timbrato la sua presenza per l’ottava volta (la seconda, quest’anno) e pensa di non essere nemmeno tra i veterani.
Con una scaletta variata rispetto a quella presentata nel tour con Immolation e Mayhem di pochi mesi fa, la compagine di Morgan mostra inizialmente il suo lato brutale con “Werewolf” e l’immortale “Baptism by Fire”, per poi dare respiro con le cupe melodie di “Sulphur Souls” e “Shovel Beats Sceptre” (unico estratto dall’ultimo disco “Memento Mori”), in una setlist che predilige “Frontschwein” e, ovviamente, “Panzer Division Marduk” (la cui title-track è posta in chiusura del concerto) e che ripesca due classici dell’ultimo periodo, “Cold Mouth Prayer” (dall’ottimo “Rom 5:12”) e “The Hangman of Prague”.
In poche parole, una garanzia del black metal. (Stefano Protti)

SABATO 9 AGOSTO

Un concerto dei The 3RD AND THE MORTAL è, a suo modo, un piccolo evento. Inattivi a livello discografico dal 2002 (se escludiamo un paio di compilation e live successivi), i norvegesi hanno ripreso negli ultimi due anni una modesta attività live, fatta di partecipazioni mirate a festival e di qualche data singola (curiosamente, in Cile e Colombia), che ha permesso a un piccolo nucleo di appassionati e curiosi di lasciarsi affascinare dalle tenui tonalità goth del loro repertorio.
Lo slot assegnato loro non è, per durata (quaranta minuti) e orario (14:30), certo clemente, ma la band (la cui line-up ha subito poche variazioni nel corso dei decenni) non si lascia intimorire, proponendo interamente estratti dal debutto “Tears Laid on Earth”, all’insegna di un doom atmosferico che mostra legami con gli Anathema di “Eternity” e un amore sconfinato per le melodie folk (“Death Hymn”, la toccante “Salva Me”).
L’unico limite di questa proposta musicale è dato dal contesto, perché, nonostante la bella prova dei musicisti e la voce ammaliante di Kari Rueslåtten, il palco Obscure non assicura l’atmosfera intima necessaria a uno show di questo tipo e molte sfumature vengono perse nella pur piacevole esecuzione, con il rischio di sembrare una copia minore dei The Gathering. Da rivedere, ma nella dimensione più raccolta di un locale o di un teatro. (Stefano Protti)

I COFFINS, dal canto loro, affrontano il problema della complessità musicale con una soluzione decisamente più radicale: eliminarla alla radice.
Il death-doom dei giapponesi possiede un titolo di studio inferiore all’asilo, conosce forse tre verbi e li coniuga tutti al presente indicativo, possibilmente mentre qualcuno gli tira addosso una bombola del gas. “B.T.C.D.”, “Spontaneous Rot”, “Forced Disorder”, “Decapitated Crawl”, “Evil Infection”, “Slaughter of Gods”: già i titoli spiegano abbastanza bene il programma didattico.
Poco più di mezz’ora infestata da sole e metallo fuso, riff che sembrano trascinati fuori da una fonderia, growl cavernosi e un mosh pit praticamente ininterrotto che trasforma la platea in un esperimento sulla resistenza delle articolazioni umane. Ignoranza a pallettoni, dunque, praticata però con una tale convinzione e una tale efficacia da rendere qualsiasi obiezione teorica abbastanza ridicola.
Ogni tanto serve anche ricordarsi che il metal può essere una cosa estremamente semplice: qualcuno suona un riff osceno, qualcun altro urla e un centinaio di persone iniziano immediatamente a prendersi a spallate. Concerto stupendo. Probabilmente anche Socrate, dopo il terzo circle pit, avrebbe smesso di fare domande. (Davide Romagnoli)

Pur non essendo particolarmente riusciti, sia “Ordinary Corrupt Human Love” che “Infinite Granite” hanno permesso ai DEAFHEAVEN di comprendere i propri limiti e, al tempo stesso, di acquisire una maggiore dimestichezza con la forma canzone.
Per quella che è la loro prima partecipazione al Brutal Assault, il quintetto regala e si regala uno show perfetto, dominato dai pezzi del nuovo “Lonely People With Power”, dove a una scrittura ritrovata si affiancano versioni live decisamente più irruente di quelle previste su disco (stupenda la ripresa di “Doberman”). Paradossalmente, i Deafheaven attuali sono concettualmente più vicini a band shoegaze come i Ride di quanto non lo siano mai stati in passato, per coesione dei suoni e capacità di disegnare melodie chitarristiche (straordinario, in questo senso, il lavoro di Kerry McCoy e Shiv Mehra) in filigrana al cantato principale; al tempo stesso, sono una band post-black metal ritrovata, che non sente il bisogno di scavare nel proprio passato, dal quale vengono recuperate solo “Brought to the Water” e la “Dream House” di “Sunbather”.
Il pubblico risponde con calore, per quello che, a parere di molti, è stato il miglior concerto di questa edizione. (Stefano Protti)

In una giornata che finirà per assumere quasi i contorni di un piccolo congresso internazionale del black metal nelle sue varie degenerazioni – dai Deafheaven ai Satyricon, passando per nomi più o meno ortodossi e relative escrescenze post – i DER WEG EINER FREIHEIT non sfigurano affatto, anzi illuminano l’Ottagon con quella particolare forma di post-black esistenzialista che negli anni è diventata la loro cifra più riconoscibile.
Nikita Kamprad e soci possiedono ormai la capacità di far convivere furia e contemplazione senza far percepire il passaggio fra le due come un semplice cambio di marcia, costruendo brani che sembrano continuamente tendere verso un punto situato qualche metro più in alto rispetto al palco. Anche il materiale più recente trova una trasposizione particolarmente convincente: “Xibalba”, da “Innern”, si inserisce con naturalezza accanto a “Marter”, “Immortal”, “Eos”, “Ruhe” e “Aufbruch”, confermando come la maggiore apertura melodica degli ultimi lavori abbia aggiunto luce alla loro musica senza privarla del senso di vertigine originario.
In mezzo alle mura di Josefov, con il poco sole rimasto che filtra dentro l’Ottagon e il riverbero delle chitarre che sembra allungarne ulteriormente i corridoi, il risultato possiede per lunghi tratti qualcosa di autenticamente trascendente.
Categoria pericolosissima, quest’ultima, perché nel post-black bastano un tremolo picking e due riverberi in più per ritrovarsi improvvisamente a contemplare una fotografia di una montagna sì, ma su Tumblr. I Der Weg einer Freiheit, per fortuna, riescono ancora a evitarlo. (Davide Romagnoli)

Meno estroversi, forse anche meno immediatamente illuminanti dei tedeschi, poco prima di loro in scaletta all’Ottagon, gli AFSKY si ritrovano invece al Brutal Assault attraverso una di quelle circostanze che nei festival generano rapidamente una piccola mitologia: la defezione all’ultimo minuto dei The Ruins of Beverast, con conseguente chiamata del progetto di Ole Luk.
E se per molti perdere i primi rappresentava inizialmente una pessima notizia, bastano pochi minuti perché cominci a circolare il sospetto che il sostituto possa essere persino più desiderabile del titolare. Afsky lavora su una materia più scarna e introversa, un black metal malinconico attraversato dal folk e da melodie che sembrano emergere lentamente dal rumore, senza cercare la monumentalità dei Der Weg einer Freiheit; brani come “Frosne vind”, “Tid”, “Oh måneløse nat” e “Natmaskinen” costruiscono piuttosto una forma di mestizia ostinata, quasi rurale, che dal vivo conserva intatta la propria ruvidità.
Il problema, semmai, è riuscire materialmente a vederli: l’Ottagon è ancora una volta pienissimo e la concomitanza con il finale dei Deafheaven produce quella particolare tragedia logistica da festival in cui qualunque decisione comporta immediatamente il rimpianto per ciò che si sta perdendo dall’altra parte della fortezza. Chi sceglie Afsky trova comunque un concerto solido, intenso e perfettamente all’altezza della giornata; forse meno abbagliante di quanto visto da lì a poco con i Der Weg, ma capace di trasformare una sostituzione d’emergenza in uno di quei cambi di programma dei quali, alla fine, nessuno sente più il bisogno di lamentarsi. (Davide Romagnoli)

C’è una nota malinconica nel salutare l’esibizione dei BORKNAGAR. I due palchi principali, il Sea Shepherd e il Marshall, stanno per essere smontati e i superstiti del Brutal Assault sono assiepati sotto l’Obscure, a ripararsi per la prima volta dal fresco della sera. Il festival sta per finire, non resta che gustarsi l’esibizione di Øystein, ICS Vortex e dei suoi sodali, con Lazare (già nei Solefald) alle tastiere, che si sobbarca anche la maggioranza delle parti vocali di pezzi che sono, o almeno sarebbero, in un mondo appena più giusto, delle potenziali hit di classifica, come il soffio epico di “A Nordic Anthem”, le influenze heavy metal classiche di “Moon”, il gospel scandinavo di “Voices” e soprattutto “Up North”, un brano di progressive rock dall’incipit indimenticabile scritto da ICS Vortex, che suona come un inno d’amore verso la Norvegia tutta (“Where the sun cast shadows at night / Where the day and evenings are bright / The place where I belong / Up North”).
Qualche problema di bilanciamento tra voci e strumenti non guasta più di tanto un’esibizione che ha comunque il gusto agrodolce della fine dello spettacolo.
Loro tornano in Scandinavia, noi in una Pianura Padana che non è mai stata così tanto distante dal concetto di ‘nord’. (Stefano Protti)

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