Nell’underground nostrano, dopo anni ed anni di gavetta, sta uscendo alla luce un progetto solista black metal più che interessante, chiamato Hesperia. L’interesse è dovuto al connubio tra un black metal piuttosto essenziale, ma di volta in volta sempre più ricercato, ed un concept articolato verso l’approfondimento di tematiche storiche, religiose ed occulte.
Per capire davvero questo nuovo elemento sempre più in luce nell’underground, abbiamo fatto una lunga intervista con il mastermind Hesperus, che ha davvero spiegato l’essenza della sua creatura Hesperia senza risparmiarsi, mostrando, attraverso risposte ampie e dettagliate, il suo profondo coinvolgimento nel progetto. Un passaggio, su tutti, ci sembra significativo in merito: “Il metal è più spirituale: propone un vero e proprio codice di vita a chi lo vive e a chi lo ha vissuto, apportando in seno alla società dei cambiamenti reali come la diffusione di una determinata musica, di un certo abbigliamento, di un’attitudine e di una visione della realtà”.
Spazio dunque al black metal che parla della nostra penisola… e non solo.
BENVENUTO HESPERUS SULLE PAGINE DI METALITALIA.COM!
ALLA VIGILIA DELL’USCITA DEL NONO FULL-LENGTH DI HESPERIA, VUOI RIASSUMERE BREVEMENTE AI NOSTRI LETTORI LA STORIA DI QUESTO TUO PROGETTO SOLISTA?
– Salve a te, Paolo, e grazie dell’opportunità. Le primissime origini del progetto Hesperia risalgono al periodo in cui suonavo con i Sulphuria.
Questa black metal band marchigiana nacque nel ’91 e, come tale, all’inizio era influenzata non solo dall’allora nascente black metal, ma anche da tutto ciò che il metal aveva espresso negli anni ’80, death e thrash in primis, evolvendosi poi sempre di più verso un puro black metal con influssi sia nordici che ellenici.
Entrai a farne parte nel ’92. La band realizzò quattro demo, di cui tre con me. Fu dopo il primo demo che mi venne l’idea di proporre il cantato in italiano ed in latino, arrivando così a “Caelum Sanguineum”, ovvero il terzo demo del 1996, un lavoro totalmente cantato in italiano con un brano in latino, decisamente antesignano per i tempi.
Tuttavia, le mie idee a riguardo erano ben più radicali e fu per questo che lasciai la band l’anno successivo per fondare Hesperia: una concept one-man band totalmente incentrata sulla cultura della nostra penisola.
Hesperia è uno dei più simbolici, esoterici e oscuri tra gli antichi nomi usati per indicare l’Italia e parte delle terre d’Occidente: i Greci, guardando a ovest, vedevano che lì il Sole andava a morire lì, per questo l’Hesperia era la terra della sera e dell’oscurità, la terra dove il Sole muore.
L’idea era quella di partire dalle origini dell’Italia e attraversarne le varie epoche, sviscerandone i contenuti culturali, ma anche gli aspetti più oscuri: non volevo creare soltanto un progetto epico o identitario né limitarmi alla sola dimensione regionale, anche se negli ultimi due album ho ritenuto opportuno creare un focus specifico sulle Marche.
È lungo questa traiettoria che sono stati pubblicati otto album, con il nono in arrivo a fine agosto.
VUOI PRESENTARE TU AI NOSTRI LETTORI LE CARATTERISTICHE PRINCIPALI DEL NUOVO ALBUM? C’È QUALCHE CAMBIAMENTO IMPORTANTE DAL PUNTO DI VISTA STILISTICO NEL TUO NUOVO LAVORO RISPETTO AL PASSATO, SECONDO TE?
– L’album inizialmente doveva essere un seguito diretto di “Fra Li Monti Sibillini” e intitolarsi “Ritorno Fra Li Monti Sibillini”. Tuttavia lo trovavo un concept limitante e quindi quel titolo è rimasto soltanto per la terza parte del disco.
“Picenum”, infatti, non è semplicemente il seguito del lavoro precedente, ma una sua espansione verso il più vasto territorio del Piceno. La Regio V Picenum è la regione di epoca romana che corrisponde in parte al territorio attuale delle Marche, o meglio alla zona in cui si era stanziato il popolo dei Piceni seguendo il volo del picchio di Marte, oggi simbolo della regione. Era un territorio che comprendeva le Marche centro-meridionali fino a una parte del nord dell’Abruzzo.
Solo in seguito nelle Marche è stato incluso il territorio più a nord, il Montefeltro, di antica matrice celtica dei Galli Senoni, situato sopra l’ager Gallicus, ovvero il limite storico poi spostato al Rubicone.
Questo nuovo lavoro è un concept sulle Marche ed in particolare sul Piceno che, dopo un’intro incentrata sui Piceni guidati dal picchio, si divide in tre parti. “Picenum Parte I”: dedicata alla storia e alle leggende del periodo tra Medioevo e primo Rinascimento. “Picenum Parte II”: focalizzata sulle figure del folklore marchigiano. Infine la più vasta “Picenum Parte III” ovvero il “Ritorno Fra Li Monti Sibillini”.
In generale, eccetto l’intro, l’epoca di ambientazione principale è il Medioevo, con qualche escursione nei meandri del primo Rinascimento, visto non nella classica accezione solare, ma affrontato dal suo lato più oscuro.
Per quanto riguarda lo stile, l’album prosegue lungo la strada del suo predecessore ossia un black metal atmosferico di matrice anni ’90 più nordica che mediterranea, non per niente parliamo dei Sibillini, quindi di monti innevati e foreste, e non di mare e porti. Inoltre, visto il nuovo tema rinascimentale, oltre ai passaggi medievali ci sono sezioni di musica rinascimentale a volte composte da me, altre volte si tratta di riarrangiamenti di brani tradizionali dell’epoca da me risuonati, come ampiamente documentato nel booklet.
Il tenore generale è spesso più crudo e nero rispetto al disco precedente e, oltre alle influenze anni ’90, si possono trovare alcuni passaggi tipici del proto-black metal anni ’80, primi Bathory su tutti. Anche questa volta ci sono degli intermezzi, ma non costituiscono tracce a sé stanti: sono stati inclusi nella parte finale della maggior parte dei brani.
HO TROVATO DEGLI SPUNTI CHE MI HANNO RICORDATO SIA BURZUM CHE MAYHEM, SPECIALMENTE NELLA PRIMA PARTE DELL’ALBUM. IN GENERALE IL TUO RIFFING SUL NUOVO LAVORO LO REPUTO PIÙ SOFISTICATO RISPETTO AL PASSATO, CONCORDI?
– Pur non rappresentando le mie influenze primarie, entrambe le band mi hanno sicuramente influenzato, tralasciando la solita diatriba da tifoseria black metal che li coinvolge dal ‘93, quindi il tuo accostamento è sicuramente possibile e probabile. Sicuramente il Burzum che intendo io (come artista da apprezzare, ndr) arriva fino a “Hvis Lyset Tar Oss” o al massimo “Filosofem” mentre per i Mayhem arriviamo fino al periodo con Euronymous e non di più.
Sul riffing posso concordare in quanto c’è una maggiore presenza di armonia e ricerca di accordi/arpeggi che prevalgono rispetto alle classiche ritmiche dirette tipiche di certo black metal ‘metal-oriented’: il black metal è un genere che sicuramente è derivato dal metal, ma per come la vedo io ha un suo unico modo di creare delle tessiture armoniche e creare un caos ordinato che spesso lo ha condotto verso lidi molto distanti e personali.
Ridurre le sue tessiture a quelle tipiche del panorama metal rischia di diluirlo e mercificarlo, un po’ quello che è successo ai Dimmu Borgir passando ad “Enthrone Darkness Triumphant”, un album che non ho mai supportato nè sopportato. Se prendiamo le band da te citate troviamo proprio quella lezione di cui parliamo, cioè un riffing, o per meglio dire delle trame molto aperte ed armoniche, sicuramente peculiari per il genere.
QUALI SONO STATE LE TUE INFLUENZE MUSICALI QUANDO HAI INIZIATO AD ASCOLTARE MUSICA METAL E QUANDO HAI POI INIZIATO A SUONARE?
– Ho iniziato ad ascoltare metal con gli Iron Maiden e tuttora considero i loro primi sette album dei capolavori. Ascoltavo tutti i sottogeneri metal degli anni ‘80, ma prediligevo quelli più estremi, anche i più tecnici e quindi il death metal.
Tra le mie preferenze di sempre ti dico Bathory, Hellhammer/Celtic Frost, Coroner, primi Death, Possessed, Morbid Angel, primi Entombed (non quelli death’n’roll), Savatage, Running Wild, Cacophony, Motorhead, Mercyful Fate/King Diamond e Manowar.
Ad inizio ’90 ero stanco dell’inflazione di questo genere e ascoltavo molto volentieri i Bathory e quello che oggi definiamo proto-black metal, perché negli anni ’80 il black metal effettivamente indicava non tanto un genere musicale quanto un certo tipo di metal con testi satanici sulla scia dei Venom; mi chiedevo come mai nessuno facesse più musica del genere, ma poi arrivò “A Blaze in the Northern Sky” dei Darkthrone.
Lo considero ad oggi un capolavoro, il migliore dei Darkthrone, forse perché pur essendo a tutti gli effetti black metal, conserva un gusto per la struttura dei brani che ancora ricorda gli anni ’80. E’ anche stato il manifesto della svolta, il rifiuto del death metal inflazionato per un ritorno ai primordi dell’estremo, cioè quello che io e i ragazzi dei Sulphuria aspettavamo, anche se la band era già attiva.
Se guardiamo a questi primi anni ’90, le mie preferenze vanno ai primi quattro album degli Immortal, primi tre dei Satyricon, primi Graveland, primi Carpathian Forest e Limbonic Art.
Sicuramente nel mio background di ascolti c’è anche altro, come
il prog rock degli anni ‘70, sia italiano che estero, sia gruppi particolari come i Devil Doll ad esempio o la musica ambient.
GLI INIZI DELLE CANZONI HANNO UN RUOLO IMPORTANTE NELLA TUA MUSICA, SONO SPESSO NARRATI ED INTRODUCONO L’ASCOLTATORE NEL MONDO DEGLI HESPERIA. DA DOVE NASCE QUESTA IDEA?
– Oltre alle influenze musicali, sono molto affascinato dal teatro, dal cinema, dalla saggistica e dalla letteratura. Quando creo un album che parla di un’epoca e di una storia, il primo livello è puramente musicale, poi però c’è il livello della narrazione e, ancora più in profondità, quello dell’immersione vera e propria: devo far rivivere all’ascoltatore gli ambienti, gli eventi e la storia, trasportandolo indietro nel tempo. In questo senso Hesperia vuole porsi come un creatore di cancelli temporali, qualcosa che ha a che fare con la ritualità e con lo sciamanesimo.
Probabilmente agli ascoltatori più estremi interessa un black metal orientato solo sull’aggressione continua, ma questo non è un mio problema. Oltretutto, se tutto è caos, niente lo è davvero. È proprio lo stacco, la pausa, il silenzio che poi fa risaltare l’aggressione del momento successivo. Anche in questo risiede il mio modo di concepire l’estremismo: un’opera fatta di estremi opposti.
TROVO MOLTO INTERESSANTE LO SVILUPPO DEI TEMI LEGATI ALLA STORICITÀ PRESENTI NEI TUOI TESTI CHE SEGUONO INOLTRE ANCHE UNA PRECISA CRONOLOGIA; QUESTO SVILUPPO È ANDATO ANCHE DI PARI PASSO CON UNA PROPOSTA MUSICALE CHE SI È FATTA VIA VIA SEMPRE MIGLIORE E PIÙ INTRIGANTE.
DALLE ORIGINI MITICHE DELLA FONDAZIONE DELLE CITTÀ DA ENEA IN POI, AL PERIODO PRE ROMANICO DEI POPOLI ITALICI ALL’ESPANSIONE DI ROMA FINO AD ARRIVARE AL MEDIOEVO.
COM’È NATA QUESTA IDEA DI UN RACCONTO CHE ATTRAVERSA I SECOLI?
LA PORTERAI AVANTI PER LE EPOCHE SUCCESSIVE AL MEDIO EVO?
– L’idea di Hesperia nacque inizialmente come un connubio tra i Bathory del periodo epico ed i Satyricon di “Dark Medieval Times”.
Diciamo che la lezione dei Bathory era quella di parlare del proprio passato come identità culturale ovviamente declinata in senso italico, mentre quella dei Satyricon mi affascinava per il fatto di rievocare ed esplorare le epoche passate, ma dato che l’Italia è ricca di storia e di sfaccettature in ogni sua epoca, non volevo limitarmi al solo Medioevo.
Successivamente Hesperia si è arricchita di altre influenze che ho ritenuto necessarie per affrontare argomenti complessi, come ad esempio i quattro dischi della tetralogia dell’Eneide o la bilogia su Roma. Servivano il cinema, il teatro, la letteratura, l’ambient ed è così che è nato quello che io chiamo il “Metallo Italico”, inteso non tanto in senso meramente geografico, ma prettamente culturale.
Arrivando a “Fra li Monti Sibillini” subentra il Medioevo ed ecco che sono tornate in maniera massiccia le influenze si “Dark Medieval Times”, presenti già nel periodo del demo “Il Ritorno di una Civiltà Arcaica”. Per il tema medievale ho deciso di concentrarmi sui Monti Sibillini e quindi su una dimensione regionale per via delle numerose leggende legate alla figura oscura e affascinante della Sibilla Appenninica.
Con “Picenum” si prosegue con il Medioevo, affrontando però anche in parte il Rinascimento, ma in modo inconsueto ovvero analizzandone i lati oscuri, come l’eccidio dei Da Varano a Pergola da parte di Cesare Borgia durante un invito a cena – tema dell’intermezzo rinascimentale incluso alla fine del brano “La Roccaccia”.
Continuerò a percorrere le varie epoche ed il prossimo album è già in cantiere; tornerò su scala nazionale con un cameo di riguardo per le Marche nel finale. Sarà un’unica storia oscura, forse la più nera finora trattata da Hesperia, tanto da sembrare persino inusuale per questo progetto.
Allo stato attuale questo decimo album a cui sto lavorando è quello che mi sta richiedendo più studio in assoluto sia a livello concettuale che musicale, tanto da aver richiesto la consulenza di uno storico. Sarà qualcosa di veramente tenebroso e cinematografico, basato però su personaggi e documenti reali tra superstizioni, il riaffiorare di oscurità medievali, l’Inquisizione, la pestilenza e figure del folklore finora da me mai trattate, ma sempre analizzate da un punto di vista archeologico-antropologico.
HO NOTATO COME GLI HESPERIA SIANO UNO DI QUEI POCHI CASI IN CUI I TESTI SIANO UGUALMENTE INTERESSANTI RISPETTO ALLA MUSICA E FACCIANO DA VERO CATALIZZATORE PER ATTRARRE NUOVI ASCOLTATORI. CREDI AMCHE TU CHE IL CONCEPT PORTATO AVANTI IN QUESTI ANNI SIA IL PUNTO FORTE DEL TUO PROGETTO?
– Come accennavo poco fa, dietro ai testi e al concept di Hesperia c’è uno studio enorme, un lavoro di costante approfondimento.
Inizialmente questo approccio veniva forse accolto con una certa riserva ed è uno dei motivi per cui il progetto è rimasto a lungo più di nicchia, percepito come ‘eccessivamente colto’ rispetto ai temi trattati di solito nel genere.
Oggi però il vento sta cambiando. In mezzo ai soliti cliché satanici, pagani o fantasy, molti ascoltatori avvertono il bisogno di qualcosa di più reale e documentato, di un contatto con un’oscurità vera. È un po’ la stessa differenza che c’è tra il guardare un film con una trama inventata da romanzo ed il guardare un’opera tratta da una storia vera, resa nel modo più fedele possibile.
Tornando quindi alla tua domanda, penso che questo rigore sia stato inizialmente un punto debole o un ostacolo per l’avvicinamento di parte del pubblico, ma che oggi stia diventando il vero punto di forza di Hesperia. Ovviamente bisogna tener presente che non parliamo di mainstream, ma di un genere estremo come il black metal. Eppure, con gli ultimi due album usciti per Hammerheart Records, gli ascoltatori sono aumentati in modo davvero notevole, tanto da sorprendere sia me che l’etichetta stessa.
CI SONO ALCUNE CANZONI CHE GIÀ DAL TITOLO TRASUDANO STORIA, UNA STORIA CHE ATTRAVERSA I SECOLI, DALL’ANTICHITÀ AI GIORNI NOSTRI.
PRENDIAMO AD ESEMPIO “CASTRUM PITINI: IL CASTELLO SOPRA LA NECROPOLI PICENA E IL CIMITERO”: IN EFFETTI STIAMO PARLANDO DI UN LUOGO REALE CHE È STATO OGGETTO DI UN IMPORTANTE PROGETTO DI RESTAURO, ULTIMATO DI RECENTE GRAZIE ANCHE AI SOLDI CHE ERANO STATI STANZIATI PERMLA RICOSTRUZIONE DEI LUOGHI COLPITI DAL TERREMOTO MARCHIGIANO DEL 2016.
SI TRATTA DI UN CASTELLO MEDIEVALE DEL XIII SECOLO, MA COME SPESSO ACCADE COSTRUZIONI DI EPOCA MEDIEVALE SORGONO SU SITI BEN PIÙ ANTICHI.
QUI SI VA DAL PALEOLITICO A DIVERSI SECOLI AVANTI CRISTO, IN UNA INTERESSANTISSIMA SOVRAPPOSIZIONE DI STORIE, CULTURE, RELIGIONI NEL MEDESIMO SITO ATTRAVERSO I SECOLI.
CHE ARIA RESPIRI QUANDO TI TROVI IN UN POSTO SIMILE E QUAL È L’EMOZIONE CHE VUOI TRASMETTERE IN MUSICA AFFINCHÉ ANCHE GLI ALTRI SIANO IN GRADO DI PROVARLA PUR TROVANDOSI FISICAMENTE ALTROVE?
– Come hai detto tu, c’è una stratificazione incredibilmente interessante in quel luogo. Nei pressi di un’antica necropoli picena sorge la rocca medievale di parte ghibellina, che fu scenario di sanguinari scontri, anche e soprattutto con la Chiesa. In seguito, sulla stessa altura, fu costruita una chiesa e un cimitero che poi vennero sconsacrati.
In passato il luogo è stato purtroppo anche oggetto di vandalismi, ma ora è stato in gran parte recuperato e sistemato. Nei pressi di Macerata lo conoscono tutti, con la sua torre senza aperture (si accedeva da sotto terra) che svetta come un sinistro obelisco sull’altura e c’è il detto “Pitì bruttu lu vidi dapertuttu”. Negli anni ’80 sui giornali locali potevi leggere di profanazioni di tombe, presunti rituali oscuri e storie nate attorno a quel sito.
Molti ragazzi della nostra generazione che abitavano nei dintorni si recavano lì all’epoca, attratti unicamente dalla suggestione e dal brivido di respirare quell’aura nera e orrorifica nello stile del regista Mario Bava.
Ricordo che a volte con gli amici all’epoca, prima di recarci al pub o al bar, la notte passavamo di lì, oppure alla Roccaccia, o a Sfercia dove si trova la rocca dei Da Varano, semplicemente per respirare quell’atmosfera tenebrosa: questi sono i luoghi di cui parlo, della mia giovinezza da metallaro.
L’intento effettivamente è quello di trasportare lì l’ascoltatore, trasponendo tutte le mie reminiscenze e sensazioni nel brano e trasmetterle a chi lo ascolta. Però se io ci sia riuscito o meno non sta a me affermarlo.
IN ITALIA CI SONO ALCUNI GRUPPI CHE, COME GLI HESPERIA, CERCANO DI PORTARE AVANTI LA STORIA E LE TRADIZIONI DELLA PROPRIA ZONA.
NE CONOSCI QUALCUNO?
ESISTE AI GIORNI D’OGGI UNA ‘SCENA’ IN ITALIA DOVE CI SONO STRETTI CONTATTI TRA LE BAND CHE SUONANO QUESTO SOTTOGENERE MUSICALE CHE LI ACCOMUNA?
– Se parliamo prettamente di tradizioni locali, della propria regione o zona di provenienza, folclore o dialetto, ci sono da anni ormai diverse band che trattano queste tematiche. Gli Imago Mortis sono tra quelli con cui sono in contatto e che mi vengono subito in mente. Considera che Abibial (basso e voce degli Imago Mortis, ndr), è stato graditissimo ospite in “Fra li Monti Sibillini” alternando la sua voce alla mia nel brano “Cecco d’Ascoli – Atto II”.
Abibial da sempre ha un profondissimo approccio storico-documentale diretto alla tradizione della sua zona, il territorio di Bergamo, il dialetto, eccetera e ha scritto anche un volume a riguardo.
Secondo me loro sono una delle migliori band black metal in Italia.
In generale in Italia c’è sempre stato, soprattutto nel black metal e generi affini, fin dagli anni 90, ma anche prima, un approccio settoriale verso le tradizioni regionali, più di quelle nazionali.
Mi ricordo i primi passi di Hesperia col primo album del 2003, quando l’album inizialmente autoprodotto fu ristampato dalla label Il Male Production, etichetta di Porz dei Malnàtt.
Gli stessi Malnàtt di Bologna avevano un approccio totalmente intriso di regionalismo e dialetto e la stessa label aveva un’attenzione particolare per l’attitudine regionale dei gruppi. Delle band di quel periodo e di quell’etichetta non credo ne siano sopravvissute, a parte una piccola ma molto longeva realtà regionale chiamata L’Occ Dal Coruv.
Ricordo anche un paio di amici che parteciparono come ospiti in album di Hesperia, ma che purtroppo oggi ci hanno lasciato:
il primo è M, alias di Marco De Rosa, un vero fulcro del black metal italiano underground, per diversi motivi tra cui le varie band da lui portate avanti.
Inizialmente per i suoi The True Endless aveva adottato il dialetto novarese in alcuni brani.
Il secondo è Ant, che col suo progetto one-man band Frentrum ha dedicato un album alla sua regione, l’Abruzzo, intitolandolo “Aprutium”.
E’ stato pubblicato postumo per opera della collaborazione di varie persone e band, alcuni dei quali hanno messo la voce nei vari passaggi del disco e per me è stato veramente toccante mettere la mia voce su uno di questi brani.
Poi mi viene in mente un altro progetto solista che ha dedicato alla Basilicata il suo album: “Lucania” di Omnia Malis Est, tra l’altro anche ex commilitone di etichetta ai tempi recenti di “Roma vol. II”.
Sempre in tema Basilicata, ci sono gli Ecnephias e i relativi progetti di Mancan (il leader della band, ndr) che spesso hanno affrontato argomenti a carattere regionale o locale. Inoltre anche lui fu ospite in un album di Hesperia tempo fa.
Per finire, vorrei ricordare una vecchia gloria degli anni ‘80 che ha dedicato tutta una carriera cantando in latino e parlando spesso anche delle tradizioni delle zone abruzzesi, con le sue abbazie e i suoi riti popolari: i The Black di Mario Di Donato.
Ho avuto anche la fortuna di collaborare con lui scrivendo delle parti di organo nel suo album “Requiem” ed è stato ospite in un cameo su “Metallvm Italicvm”.
Riguardo alla tua domanda sull’esistenza di una scena, la mia risposta è no, se parliamo di qualcosa che include coesione e univocità di intenti e obiettivi comuni. Se però per scena intendiamo un insieme di gruppi sparpagliati, seppur in contatto o anche in collaborazione in cui ognuno ha obiettivi ben distinti, allora questo si.
Tuttavia non c’è una direzione comune, o se c’è stato un tentativo non è stato duraturo in nessun caso.
A tal proposito nel 2006, insieme ad altre persone, concepii un portale chiamato Scena Italica, ancora esistente, seppur in standby per lavori in corso all’indirizzo www.scena-italica.org.
All’epoca ci fu un enorme lavoro dietro: non si trattava di un circolo o roba simile, ma di un semplice concetto che accomunava diverse band italiane.
L’idea era riunire sotto una mappa dell’Italia, divisa per regioni, chiunque facesse musica principalmente metal, ma non solo, con un approccio legato agli elementi della nostra cultura. Non era quindi soltanto una classificazione geografica, ma profondamente identitaria, un’iniziativa atta a valorizzare questo tipo di peculiarità insomma.
Furono organizzati anche due eventi e aderirono nomi ben noti della scena degli anni ’80 e ’90: ci tengo a ribadire che aderire non significava entrare in un clan, ma condividere un’idea e venire localizzato all’interno della mappa come realtà culturale, tutto qui.
Anche solo questo tipo di operazione fu assai critica e riuscita solo a livello formale.
L’Italia, nonostante una forte identità nazionale, vede prevalere su questa delle identità territoriali e regionali ancora più forti, a volte perfino provinciali o locali ed è forse anche per questi motivi che la coesione è scarsa e difficilmente si potrà assistere alla creazione di una vera scena italica, intesa in questo senso e con una direzione ben condivisa.
Ma forse è proprio questa una delle peculiarità italiane: il forte regionalismo e la valorizzazione di realtà culturali molto circoscritte.
In quegli anni ero più giovane e avevo molto a cuore il fatto che potesse esistere una scena coesa in Italia, ma sinceramente ora, visti i trascorsi, alla soglia dei miei cinquantatrè anni non me ne frega più molto.
Se devo cadere, cado da solo e mi rialzo. Se devo vincere vinco da solo; un lupo solitario ero e tale rimango.
UNO DEI FATTORI CHE HA CONTRIBUITO IN MODO DETERMINANTE ALLO SVILUPPO POSITIVO DEGLI HESPERIA NEL CORSO DEGLI ANNI È STATA LA PRODUZIONE, SEMPRE MIGLIORE E PIÙ PROFESSIONALE.
LA SCELTA È STATA DETERMINATA DA FATTORI ESTRANEI ALLA TUA VOLONTÀ, COME AD ESEMPIO MANCANZA DI BUDGET O STRUMENTAZIONE AD INIZIO CARRIERA, OPPURE I PRIMI ALBUM DOVEVANO SUONARE IN MODO PIÙ PRIMORDIALE E INVECE ORA LA TUA MISICA HA BISOGNO DI SUONI PIÙ ADEGUATI AI TEMPI E PIÙ PULITI?
– Sono diversi i fattori che hanno contribuito all’evoluzione sonora di Hesperia.
Il primo in assoluto è stata l’educazione dell’orecchio e devo dire che all’inizio della mia carriera il mio era veramente compromesso (ride, ndr)!
A quei tempi ero ancora all’università ed ero abituato ad ascoltare in continuazione black metal sulle cuffiette di un CD walkman a tutto volume, perché amavo quell’effetto fragoroso e saturato. Per me quello era il suono ideale da riprodurre, a prescindere dal monitoraggio reale di come il suono fosse stato concepito in fase di mix e mastering.
Il primo album di Hesperia fu registrato con un quattro tracce analogico a cassetta e non con il computer: da un lato i mezzi tecnici non c’erano, ma dall’altro non li volevo nemmeno. Un altro punto fondamentale è che su quel disco la mia intenzione ferrea era far fare tutto al basso: non ci sono chitarre né tastiere. Il basso doveva coprire ogni registro, svolgere il proprio ruolo e sostituire le chitarre e le tastiere tramite sovraincisioni, diventando addirittura più centrale di quanto lo fosse ad esempio per band come Necromantia o Barathrum.
Volevo un suono di basso primordiale in mille salse, e che la registrazione fosse come la colonna sonora di un vecchio film riesumato o di un oscuro peplum registrato in ambiente. Avendo un registratore portatile a batterie, alla fine usavo un ottimo Marantz di ultima generazione, potevo anche spostarmi: diverse parti di voce furono infatti registrate direttamente all’interno di grotte.
Oltretutto, con il riferimento sonoro che avevo in testa, la distorsione non mi bastava mai, volevo che tutto stridesse al massimo: oltre a quella del multi-effetto inserivo un pedale Boss con il Turbo Overdrive al massimo, registrando tutto completamente in clip, con le lancette costantemente sul rosso. Ricordo un aneddoto divertente: andai nella sala prove di un gruppo death metal di mia conoscenza – i Cancrena ovvero la band del produttore esecutivo di Hesperia – e quel suono sparato in un amplificatore faceva letteralmente vibrare i piatti della batteria da soli, tanto che il batterista mi chiese disperato se potevo regolarlo. La resa sonora fu ulteriormente rovinata dal fatto che le quattro tracce non bastavano per tutte le idee, quindi feci vari riversaggi da nastro a nastro con ulteriori sovraincisioni, degradando inevitabilmente il segnale.
Da lì in poi, attraverso l’esperienza del mix in studio e del mastering di quel disco e dei successivi, è iniziata la mia vera educazione su come si lavora per ottenere un suono ad hoc ed il mio orecchio si è abituato a essere meno compromesso dal rumore; inoltre arrivai ad usare il basso come una chitarra che dal secondo album decisi di introdurre anche le chitarre.
Attualmente, da diversi album a questa parte, mi occupo io stesso del mix iniziale oltre che della registrazione e poi il tutto viene coronato in uno studio professionale con lo stem mastering.
Negli ultimi tre dischi questo processo è stato portato a termine in Francia ai WSL Studio dove hanno registrato Nordjevel, Ad Hominem, In The Woods… ed altri che hanno dato al suono una veste decisamente internazionale.
Ma la cosa fondamentale per Hesperia è che, nonostante la produzione oggi sia limpida e potente, il suono deve rimanere organico: non deve mai sembrare plastificato. Lo devi sentire bene, ma deve conservare tutta la ruvidità e la crudezza di un suono black metal.
COME NASCE UN BRANO DEGLI HESPERIA? INIZIA DA UNA BASE MUSICALE OPPURE SONO I TESTI INIZIALMENTE AD ISPIRARE LA MUSICA?
– L’ispirazione iniziale deriva sempre dalla tematica: prima quella generale dell’album e poi quella del singolo capitolo, cioè del brano.
Sicuramente c’è anche la componente classica della composizione alla chitarra per cui, a volte, esercitandomi o improvvisando nascono dei riff che, anche se non composti appositamente per quel determinato tema, si rivelano perfetti per un’atmosfera o un passaggio specifico, finendo per scatenare l’ispirazione per altri riff e soluzioni musicali.
Fino a “Caesar [Roma Vol. I]” componevo con la chitarra tutti i brani di un album o almeno le sue linee principali prima di passare alla registrazione, che poi immancabilmente doveva essere modificata per l’inserimento degli altri strumenti.
Negli ultimi tre dischi l’approccio è cambiato radicalmente, e sfrutto fondamentalmente l’improvvisazione: compongo direttamente mentre registro, permettendo ai vari strumenti di interagire e ragionando non più soltanto come un compositore solista, ma più come una band intera e come un regista. A volte inizio da un’idea di tastiera, altre volte dalla chitarra, altre ancora proprio dalla linea di batteria.
A volte mi viene un’idea notturna prima di coricarmi: in quel caso prendo la chitarra che tengo appesa in camera, perché ne tengo una diversa in varie stanze dell’abitazione e registro al volo.
Altre volte mi viene in mente un motivo trainante per la voce e lo canticchio per fissarlo.
E’ capitato addirittura di svegliarmi quando avevo appena sognato un motivo, e quando accade corro subito a imprimere un promemoria di registrazione. Ovviamente poi alcune di queste idee vedono la luce nel disco, mentre altre vengono scartate.
HAI MAI PENSATO DI INTRODURRE NEL SOUND DEGLI HESPERIA UNA MAGGIOR QUANTITÀ DI STRUMENTI ACUSTICI PER SVILUPPARE LE PARTI FOLK?
– In realtà gli strumenti acustici e folk sono già da tempo una componente fondamentale e rilevante nel sound di Hesperia. Già a partire da “Fra Li Monti Sibillini” è subentrata una quantità notevole di strumentazione folk per ricostruire ed evocare le atmosfere medievali.
C’è un lavoro di stratificazione enorme nel mix, per fare in modo che tutti questi elementi acustici si incastrino alla perfezione con la matrice elettrica ed estrema, risultando ben armonizzati.
Credo che con “Picenum” la resa di queste parti sia migliorata ulteriormente a livello di produzione, proprio perché, dovendo affrontare anche il periodo rinascimentale, il suono di tali strumenti richiedeva una definizione ancora più nitida, pulita e brillante.
LA HAMMERHEART, SE NON SBAGLIO, STA PUBBLICIZZANDO MOLTO BENE IL TUO LAVORO. SEI CONTENTO DI QUESTA ETICHETTA?
– La Hammerheart Records ha fatto la vera differenza per Hesperia, è stata la svolta decisiva. Ha spinto il progetto nella maniera di cui aveva bisogno, sia attraverso la rete distributiva che si appoggia anche a realtà come Napalm Records e Indie Merch e sia nella promozione, oltre che nella produzione di supporti fisici veramente da collezione.
Per “Picenum”, in particolare, è stato realizzato un doppio vinile gatefold con inserto, disponibile in due colorazioni: nero e glacier marble in duecentocinquanta copie per colore, con le prime cento corredate anche da un poster in formato A1, oltre alla versione in CD digipack.
Hanno creduto profondamente nei lavori di Hesperia, li hanno ascoltati e apprezzati in modo sincero. E che stiano facendo un ottimo lavoro lo confermano anche i dati digitali che per una realtà di nicchia come Hesperia indicano numeri prima impensabili, ma lo sono in molti casi anche per una black metal band italiana in generale, a dire il vero.
Quindi sì, direi che sono estremamente soddisfatto.
FAN E STAMPA HANNO ACCOSTATO NEGLI ANNI IL TUO SOUND A DIVERSI ALTRI ARTISTI; QUALI, IN PARTICOLARE, TI FA PIACERE SENTIRE ACCOSTATI AL TUO NOME E QUALI INVECE NON HANNO NULLA A CHE VEDERE CON LA TUA PROPOSTA MUSICALE?
– Non parliamo di importanza ma di analogie sonore ovviamente; diciamo che spesso mi sento onorato da certi accostamenti storici. A volte la proposta di Hesperia è stata accostata ai Nokturnal Mortum, probabilmente per l’approccio viscerale alle tradizioni della propria terra e l’uso di strumenti folk integrati nel black metal. È una band che apprezzo davvero molto e tra l’altro sono in contatto con K. Varggoth fin dai primi tempi di Hesperia. È stato uno dei pochi ad aver apprezzato il progetto fin dagli albori ed è stato anche ospite con una parte vocale su “Metallvm Italicvm”.
Nelle ultime produzioni è emerso spesso l’accostamento con i primi Satyricon e per me è un grande onore, in quanto considero il loro “Dark Medieval Times” un capolavoro inarrivabile.
Poi hanno parlato di un suono in stile Immortal e, come ti dicevo, i loro primi quattro album, fino a “Blizzard Beasts” per me sono stati fondamentali.
Ho letto un po’ di tutto, anche accostamenti che secondo me non c’entrano molto come i Summoning: pur amando molto i loro primi due lavori, non ci vedo chissà quali somiglianze reali con quello che faccio, se non sporadicamente.
Infine ho letto anche chi ha citato Emperor e Limbonic Art, questi ultimi rientrano assolutamente tra i miei ascolti e riferimenti preferiti.
CHI È HESPERUS NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI? IN COSA LA TUA VITA HA INFLUENZATO IL TUO MODO DI FARE MUSICA?
– Probabilmente una persona che passa molto tempo a riflettere, approfondire e cercare di cogliere il legame viscerale con ciò che la circonda, in primis il territorio.
Amo visitare luoghi naturali o piccoli borghi, preferibilmente non affollati: cerco di evitare le città e le metropoli o le spiagge, soprattutto se è estate, preferendo la montagna e la stagione fredda perché l’affollamento mi crea forte stress.
Sono appassionato della cultura del mio paese ma anche di quella di altre realtà, in particolare del nord ed est Europa.
Apprezzo molto anche il cinema, con un focus sull’horror e sul vecchio espressionismo.
Probabilmente questa serie di preferenze mi ha portato anche all’affinità con il black metal, gli scenari che descrive e le sue tematiche soprattutto se parliamo di black metal invernale o pagan e folk.
La musica, e quindi Hesperia, è quello che faccio per passione, ma ovviamente non è il mio lavoro; diciamo che è come un secondo lavoro ma non retribuito. La grossa soddisfazione però è quella di vedere la tua musica pubblicata da una grande etichetta su dei supporti veramente degni, distribuita o promossa ampiamente senza dover pagare e questo oggi come oggi non è un traguardo da poco.
Tutto ciò che ho studiato e quella che è stata a lungo la mia professione hanno influenzato profondamente il progetto Hesperia. I miei studi universitari in architettura, portati avanti durante la mia giovinezza a Firenze, mi hanno messo in contatto con un substrato metal all’epoca in fortissimo fermento nei primi anni ’90.
C’era la Contempo Records, sui cui scaffali potevo vedere tutte le maggiori novità di importazione internazionale con l’avvicendarsi prima del death e poi del black metal, ricordo file intere di vinili appena usciti come “Deathcrush”, “Aske, “Pure Holocaust” o “Under A Funeral Moon”.
C’era l’Auditorium FLOG, dove ho vissuto concerti storici: ricordo i Death, i Samael dell’epoca di “Blood Ritual”, i Tiamat di “Clouds”; poi arrivò Rock Bottom, che all’inizio aveva davvero tutto l’underground black metal possibile, come i demo dei Behemoth ed il primo album dei Summoning, quando ancora erano nomi sconosciuti ai più. Era un periodo precedente a internet o addirittura a quelli che sarebbero diventati i riferimenti per la reperibilità del genere in tutta Italia, ovvero prima Sound Cave e poi Pagan Moon.
La mia esperienza di studi a Firenze perciò ha influito probabilmente molto anche per tali motivi.
Oltretutto, gli studi e la professione di architetto mi hanno dato un metodo e un approccio preciso su come strutturare e progettare un’opera e la mia musica. Ma, soprattutto, mi hanno trasmesso la visione dell’arte come Gesamtkunstwerk, l’opera totale che fonde le arti visive alla musica e a tutto il resto, ossia quello che è stato fatto con “Caesar” con un video per ogni brano e con lo stile teatrale dell’opera.
Ho cercato sempre di più di avvicinarmi a questo concetto, e per il decimo album che ho in serbo realizzerò qualcosa che calzerà ancora di più con questa visione rispetto a quanto fatto finora. Anche la percezione della materia e dei materiali mi permette di rendere concrete certe sensazioni musicali: l’uso dei suoni e dei diversi strumenti è per me come l’uso dei materiali applicati all’opera antropica che deve integrarsi in quella naturale.
Da qui deriva anche il concetto di ‘genius loci’, l’imparare a carpire lo spirito profondo di un luogo, un’attitudine che ogni architetto deve possedere.
Attualmente ho lasciato la libera professione per dedicarmi all’insegnamento.
Essere docente ti dà un altro tipo di metodo, ma se lo fossi stato fin dall’inizio non sarebbe stata la stessa cosa: sarei stato probabilmente più teorico che pragmatico.
Il contatto pluriennale con la realtà e con l’applicazione concreta delle arti è stato fondamentale per la mia formazione, anche come musicista e compositore.
Il mio atteggiamento per tutto il resto, una volta appreso il metodo da chi insegna un determinato settore, è di proseguire da autodidatta. Anche per la musica in adolescenza presi delle lezioni, ma una volta appreso il metodo, nei successivi trentacinque anni ho approfondito molto da autodidatta sia nella teoria che nella pratica e non finisco ancora di approfondire, infatti nel prossimo album ci saranno dei grossi apporti musicali anche a livello esoterico.
Inoltre c’è da dire che Hesperia è formalmente una one-man band, ma dietro il sipario c’è una ristretta équipe di persone che lavora da sempre alla riuscita del progetto.
Io sono sicuramente il regista e l’esecutore, ma c’è chi lavora al mio fianco per la realizzazione delle foto e dei set che decido, chi produce il mastering per lo studio come la fondazione e associazione Forart che supporta il progetto fin dai primordi, i fonici che si sono avvicendati nei vari album e, naturalmente, la label che oggi investe nel progetto, ovvero l’Hammerheart Records.
QUAL È IL MESSAGGIO CHE VUOI TRASMETTERE CON GLI HESPERIA?
– Hesperia non è una semplice rievocazione storica né un esercizio di stile: vuole aprire veri e propri cancelli temporali e lo fa attraverso la ritualità musicale. L’intento è immergere letteralmente l’ascoltatore in quel contesto trasformando ciò che era il là e l’allora nel ‘qui’ e ‘ora’ ovvero un concetto legato a doppio filo al rito e allo sciamanesimo.
Ogni volta che l’album viene riprodotto, si rinnova questo processo per metterci in contatto profondo con ciò che fu, slegando chi ascolta l’opera dal contesto moderno di una realtà ormai ridotta a consumo veloce e frenesia.
Se io ci sia riuscito o meno, non spetta a me dirlo.
Dal prossimo album qualcosa cambierà ancora, per creare un’opera che non solo cita e fa rivivere delle fonti, ma le usa come base per qualcosa di più profondo.
COSA NE PENSI DELLA COMPENETRAZIONE DI METAL ESTREMO E POLITICA? SONO DUE COSE CHE CI POSSONO STARE OPPURE SONO DUE MONDI CHE NON HANNO IN TEORIA NIENTE IN COMUNE ED È MEGLIO CHE RIMANGANO SEPARATI?
– Se per politica intendi la mera propaganda che quindi passa in primo piano usando la musica solo come un tramite, non la trovo molto in sintonia con l’universo metal in cui la creazione musicale è da sempre al centro, ma la vedo più consona ad un certo punk, OI! o RAC da contestazione, sia che si parli di destra che di sinistra.
Però, se per politica intendi trasmettere un concetto generale o un messaggio profondo su come possa essere intesa la vita all’interno della società, allora il discorso è diverso.
Del resto, nell’antica Grecia il concetto di politica significava letteralmente ‘l’arte della polis‘ ed il polites era il cittadino: l’arte di far vivere bene una comunità, di governarla o di condurla.
Sotto questa luce, è assolutamente possibile che anche l’universo metal trasmetta un suo pensiero, seppur remoto, metaforico o allegorico.
A volte questo messaggio è più diretto, a volte meno, a seconda dell’attitudine delle singole band.
Il metal apre spaccati sonori verso mondi spesso passati (se non fantastici), e si nutre di un immaginario antico, nostalgico: offre quindi alternative storiche o concettuali per staccare la spina da un’epoca moderna vista spesso come deleteria. In questo esprime inevitabilmente un pensiero che può essere definito ‘tradizionale’ o riferito ad una società di tipo ‘tradizionale’ intesa nell’accezione più antica del termine.
Allo stesso tempo, però, il metal è anche ribellione.
Lo è stato e lo è ancora nell’uso di strumenti e sonorità e testi estremi; lo è perché non si pone solo come qualcosa di evasivo rispetto alla realtà, ma diventa un vero e proprio stile di vita, opposto a una società basata sull’omologazione.
Il black metal è la sua quintessenza e, in quanto tale, propone un concetto che, nel suo nichilismo distruttivo, ha spesso creato delle fratture con l’epoca contemporanea molto fastidiose per il sistema, proponendo una sorta di azzeramento in favore di un ritorno a un passato remoto; per quanto possa sembrarci singolare o buffo, un concetto come il “Pre-Historic Metal” ripreso ultimamente dai Darkthrone, volente o nolente, estremizza e porta ai minimi termini questo concetto.
Deve comunque essere presente una reale convinzione, una forte attitudine, uno spirito dietro a quello che vediamo, altrimenti resta solo facciata e immagine.
Da sempre il metal ha un approccio teatrale e spettacolare: nelle copertine, nei costumi o nel corpse paint del black metal e del metal primordiale, e questo rischia di rimanere solo una patina superficiale se non veicola una profonda convinzione interiore, cioè se non è lo specchio dello spirito, la manifestazione del proprio daimon inteso nell’accezione greca originaria ovvero spirito divino, guida interiore, forza superiore.
Quindi banalizzare o irridere questi aspetti significa a mio avviso non apprezzare appieno tutto il pacchetto e il genere stesso, svuotandolo della sua vera essenza e lasciandolo come un involucro vuoto che, per quanto possa piacere o meno, resta pur sempre in superficie. Il metal, e a maggior ragione il black metal, non è un genere da ‘jeans e maglietta’, ma possiede una sua profonda e significativa scenicità ed un suo spirito.
Detto questo, vedrei il metal, non solo estremo, come qualcosa di non meramente politico, poiché la politica è un fatto terreno e materiale.
Il metal è più spirituale: propone un vero e proprio codice di vita a chi lo vive e a chi lo ha vissuto, apportando in seno alla società dei cambiamenti reali come la diffusione di una determinata musica, di un certo abbigliamento, di un’attitudine e di una visione della realtà.
Tutto questo ha finito per allargarsi straordinariamente e inaspettatamente rispetto a quella che negli anni ’80 era una delle tante sottoculture giovanili, creando un circuito globale di fanzine, magazine, portali come il vostro, concerti e nuove generazioni con idee diverse dalle precedenti.
Concludendo, più che parlare di politica in senso stretto, parlerei a tutti gli effetti di un fenomeno socio-antropologico.
C’È MAI STATO UN CONCERTO DEGLI HESPERIA MAGARI CON UNA LINE-UP DI SESSION? PENSI IN FUTURO CI POTREBBE ESSERE SPAZIO PER PORTARE LA TUA MUSICA SU UN PALCO?
– Difficilmente la musica di Hesperia potrà essere portata su un palco. Semmai avrebbe più senso in un luogo naturale come i Monti Sibillini, ma anche in quel caso lo trovo complicato.
Personalmente concepisco la musica ed il black metal in particolare come qualcosa da vivere in maniera strettamente introspettiva: l’affollamento spezzerebbe l’incantesimo.
Per me è un’esperienza su cui concentrarsi al massimo, sia come musicista che come ascoltatore.
Ho vissuto concerti anche molto grandi in passato e ricordo sempre volentieri il Monsters of Rock del ’92, ma con il tempo, come ti dicevo, ho sviluppato un forte rifiuto per il sovraffollamento.
A volte mi capita di frequentare qualche concerto piccolo, da pub o da club di nicchia, ma per il resto preferisco godermi la musica in solitudine.
C’è stata però un’unica eccezione in cui ho suonato dal vivo, indossando il costume di scena, quello che indossavo nei primi album di Hesperia: è stato come session per una band di amici.
Prima ti parlavo dell’iniziativa chiamata “Scena Italica”, con quell’iniziativa finimmo per organizzare veri e propri eventi cultural-musicali con tanto di conferenza, convivio e concerto. La prima edizione dello Scaenarivm Italicvm si tenne nel 2009, e la seconda nel 2011.
Fu proprio durante l’edizione del 2011 che salii sul palco come basso per la band d’apertura che avrebbe dovuto fare da spalla ai Malnàtt di Bologna ed ai Draugr, altra realtà regionale importante per l’Abruzzo, dal cui scioglimento sono poi nati Atavicus e Salvans, e che all’epoca vedeva ancora Jonny alla batteria (R.I.P).
Alla band di spalla mancava il bassista e si rischiava anche di compromettere l’organizzazione della scaletta: è solo per questo motivo che salii sul palco, altrimenti sarei rimasto molto volentieri nel mio ruolo di organizzatore.


