Quando si parla di musica tenebrosa, cimiteriale e funerea l’Italia, come si sa, ha ben poco da invidiare a chicchessia. Fra le entità che hanno saputo trasportare questo immaginario all’interno della scena metal, un posto d’onore spetta senza dubbio ai milanesi Cultus Sanguine.
Inizialmente inquadrabili in contesti decisamente vicini al black metal (memorabile, in tal senso, lo split con i norvegesi Carpathian Forest di “Through Chasms, Caves And Titan Woods” nel 1996, bissato poi dall’altrettanto storico split con i francesi Seth nel 2000), i Nostri, a partire dal leggendario debutto sulla lunga distanza “Shadow’s Blood” del 1997, hanno saputo distillare uno stile estremamente personale, che mescolava musica estrema, doom metal e dark sound tipicamente italiano in un sound che, da allora, non ha mai avuto eguali sulla scena.
Lo scioglimento, avvenuto all’indomani della pubblicazione del secondo full-length “The Sum Of All Fears” e del summenzionato split con i Seth “War Vol. III”, ha lasciato la scena dark metal nostrana priva di una delle sue formazioni più peculiari e prestigiose per quasi due decenni, sicché il ritorno in attività, concretizzatosi poi nel 2023 con la pubblicazione del terzo lavoro sulla lunga distanza – l’ottimo “Dust Once Alive” – è stato salutato con entusiasmo evidente dalla vasta schiera di accoliti e appassionati di questa oscura realtà meneghina.
In questo autunno del 2026, abbiamo avuto modo di accogliere il nuovo nato in casa Cultus Sanguine: la band lombarda ha infatti da poco dato alle stampe il brumoso e disperato “Tears Painted Sky”, pubblicato sotto l’egida della sempre attivissima My Kingdom Music.
Abbiamo quindi raggiunto il cantante – e autore dei testi – Joe per farci raccontare di tutto e di più sulla nuova opera targata Cultus Sanguine; scopriamo insieme cosa ci ha raccontato.

BENVENUTO SU METALITALIA, JOE. PER FORTUNA, DOPO UNO IATO DI BEN VENTIQUATTRO ANNI FRA IL SECONDO E IL TERZO ALBUM, STAVOLTA ABBIAMO DOVUTO ATTENDERE SOLO TRE ANNI PER ASCOLTARE IL SUCCESSORE DI “DUST ONCE ALIVE”. COME VALUTATE IL RESPONSO OTTENUTO DA QUEL DISCO? QUALI SONO STATE LE VOSTRE SENSAZIONI, AL MOMENTO DI METTERVI AL LAVORO SUI PEZZI CHE AVREBBERO POI COMPOSTO “TEARS PAINTED SKY”?
– Grazie a voi, è davvero un piacere essere qui su Metalitalia. In realtà, nonostante i ventiquattro anni intercorsi fra la pubblicazione di “The Sum Of All Fears” e “Dust Once Alive”, la nostra pausa è durata effettivamente ‘solo’ diciotto anni. Durante questo periodo, personalmente, non ho più suonato per molto tempo e mi sono dedicato ad altre cose della vita. Poi, a un certo punto, ho sentito che era arrivato il momento di tornare a fare musica.
La cosa più bella è stata scoprire che tutta la line-up di “The Sum Of All Fears” si è dimostrata immediatamente entusiasta e disponibile a rimettersi in gioco. Dopo così tanti anni eravamo quindi ancora noi, gli stessi musicisti, a creare nuovamente insieme.
A distanza di anni considero ancora “Dust Once Alive” un grande album. È un disco molto ‘nero’, come un baratro nel quale abbiamo riversato tutta la nostra angoscia e la nostra oscurità. Siamo molto soddisfatti di come è stato accolto: ha avuto buone vendite, ci ha permesso di tornare a suonare dal vivo e soprattutto ha fatto ripartire il nome Cultus Sanguine. Abbiamo ritrovato vecchi ascoltatori e ne abbiamo conquistati di nuovi, ed è stato sicuramente uno degli aspetti più importanti di quel ritorno.
Quando abbiamo iniziato a lavorare a “Tears Painted Sky” non volevamo semplicemente ripetere ciò che avevamo fatto con “Dust Once Alive”; volevamo vedere dove ci avrebbe portato naturalmente la nostra musica e, fin dall’inizio, le sensazioni sono state molto forti, perché ci siamo accorti che i nuovi brani erano davvero validi.
La composizione è stata più istintiva e veloce rispetto al disco precedente e i pezzi ci sembravano più immediati, in alcuni momenti anche più veloci, pur mantenendo quella componente oscura, malinconica e opprimente che rappresenta l’essenza dei Cultus Sanguine. È stato proprio questo equilibrio tra la nostra identità e la voglia di andare avanti a dare forma a “Tears Painted Sky”.
EFFETTIVAMENTE, IL NUOVO ALBUM SEMBRA PROSEGUIRE IL PERCORSO DI EVOLUZIONE SONORA INIZIATO PROPRIO CON “DUST ONCE ALIVE”, CON LA RICERCA DI UNO STILE COMPOSITIVO SEMPRE PIÙ DINAMICO E STRATIFICATO, PUR SENZA RINUNCIARE A NESSUNA DELLE PECULIARITÀ CHE AVEVANO CARATTERIZZATO GLI STORICI ALBUM DEGLI ANNI NOVANTA.
È UNA COSA CHE VI ERAVATE PREFISSATI FIN DAL MOMENTO DELLA REUNION, O SI TRATTA DI QUALCOSA CHE SI È SVILUPPATO NATURALMENTE UNA VOLTA RIMESSA IN MOTO LA MACCHINA CREATIVA?
– Sì, credo che questo sia proprio uno dei nostri marchi di fabbrica. Anche chi ci ascoltava negli anni Novanta ci dice che, fin dalle prime note, si riconosce l’identità dei Cultus Sanguine, e per noi è una cosa molto importante. Non è però qualcosa che ci siamo prefissati a tavolino. Credo che in ogni nostra release ci sia una naturale evoluzione, anche nei piccoli dettagli, nel modo di comporre, negli arrangiamenti e nel modo di esprimere certe atmosfere.
Allo stesso tempo, questa evoluzione non deve mai sconvolgere quello che è il nostro marchio identificativo. Penso che “Tears Painted Sky” sia semplicemente un altro passo di questo percorso: siamo cambiati noi, è cambiata la nostra esperienza, ma quando iniziamo a suonare siamo ancora, in qualche modo, i Cultus Sanguine.
DI PARI PASSO, ANCHE LA PRODUZIONE DI “TEARS PAINTED SKY” SEMBRA VOLER PROSEGUIRE IL PERCORSO INAUGURATO COL DISCO PRECEDENTE, ALLA RICERCA DI UN SUONO MENO CRIPTICO E PIÙ AVVOLGENTE. IN CHE MODO AVETE APPROCCIATO QUESTO PARTICOLARE ASPETTO, NELLA REALIZZAZIONE DEL NUOVO ALBUM?
– Sono felice che tu abbia colto questo aspetto, perché per noi suono e atmosfere sono strettamente legati. Credo sia una naturale evoluzione, sia dei musicisti sia dei mezzi che abbiamo oggi a disposizione. Con il tempo impari a conoscere meglio il tuo strumento e a capire cosa vuoi realmente ottenere, e questo inevitabilmente si riflette anche nel modo di registrare un album.
Per “Tears Painted Sky” abbiamo lavorato al Moonhouse Studio di Milano insieme a Danilo Di Lorenzo, un ottimo tecnico che ha saputo entrare molto bene in sintonia con noi e soprattutto capire cosa volevamo trasmettere attraverso questo disco. Per noi era importante avere un suono più definito e avvolgente, ma senza perdere quella componente oscura, malinconica e opprimente che è parte fondamentale dell’identità dei Cultus Sanguine.
In questo senso, credo che una produzione più pulita non significhi necessariamente un suono meno oscuro. Al contrario, quando ogni elemento trova il proprio spazio, le atmosfere possono diventare ancora più profonde. Abbiamo cercato di dare maggiore corpo alle chitarre, profondità alle tastiere e spazio alla voce, in modo che tutto contribuisse alla stessa sensazione, senza che un elemento prevalesse sugli altri.
È stato un lavoro molto intenso e che ha richiesto parecchio tempo, con grande attenzione riguardo anche ai dettagli più piccoli. Abbiamo ascoltato e riascoltato moltissimo, cercando di capire cosa funzionasse davvero per ogni brano. Credo che alla fine questo lavoro si percepisca in ogni nota: la produzione non è semplicemente il vestito del disco, ma è parte integrante delle sue atmosfere e del modo in cui volevamo raccontare “Tears Painted Sky”.
”TEARS PAINTED SKY”, A LIVELLO CONCETTUALE, AFFRONTA IL TEMA DEL LUTTO E DI TUTTE LE ISTANZE AD ESSO COLLEGATE. SI TRATTA DI UN ARGOMENTO CHE DA SEMPRE ATTRAVERSA E CARATTERIZZA LA PROPOSTA ARTISTICA DEI CULTUS SANGUINE: QUALI MOTIVAZIONI VI HANNO SPINTO A CONCEPIRE UN’OPERA AD ESSO SPECIFICATAMENTE DEDICATA?
– È vero, il tema della perdita e del lutto attraversa i Cultus Sanguine da sempre e credo che continuerà a farlo anche in futuro. Non è qualcosa che abbiamo deciso di affrontare semplicemente per costruire il concept di un album: è un elemento che fa parte della nostra sensibilità e del nostro modo di concepire la musica.
Personalmente sento molto forte l’influenza che questi temi hanno avuto nella mia formazione, sia artistica sia personale. Da sempre mi interessano gli aspetti più oscuri dell’esistenza e soprattutto ciò che accade all’essere umano quando si confronta con la perdita: il dolore, il vuoto, l’assenza, il silenzio che rimane dopo che qualcuno o qualcosa non c’è più.
Con “Tears Painted Sky” abbiamo voluto approfondire proprio questa dimensione, senza cercare risposte o consolazioni. Il lutto non è soltanto il momento della perdita, ma è tutto quello che viene dopo: il confronto con l’assenza, i ricordi, la rabbia, la solitudine e quella sensazione di vuoto che può diventare quasi una presenza.
È un tema che sentiamo profondamente nostro e che, attraverso la musica, possiamo esplorare senza doverlo necessariamente spiegare. Forse è proprio questo il motivo per cui continua a tornare nei Cultus Sanguine: perché il dolore e la morte fanno parte dell’esistenza e rappresentano una fonte inesauribile di emozioni, immagini e atmosfere.
TI ANDREBBE DI SCENDERE PIÙ NEL DETTAGLIO RIGUARDO ALL’ASPETTO LIRICO DI “TEARS PAINTED SKY”, SPIEGANDOCI IL MODO IN CUI AVETE DECISO DI SVILUPPARE IL CONCEPT E SOFFERMANDOVI IN PARTICOLARE SUGLI ASPETTI AFFRONTATI NEI TESTI DEI SINGOLI BRANI?
– Il concept di “Tears Painted Sky” si sviluppa attraverso diverse forme della perdita, del dolore e dell’assenza. Non abbiamo voluto raccontare una storia unica e lineare, ma affrontare queste sensazioni da prospettive differenti. Ogni brano rappresenta quindi una sorta di frammento dello stesso universo emotivo.
“Tears Painted Sky” è il cuore del disco: un’immagine di dolore che sembra arrivare fino al cielo, ma senza lasciare spazio a una vera possibilità di redenzione.
“Inner Solitude” parla della solitudine più profonda, quella che non dipende necessariamente dall’essere fisicamente soli, ma dal sentirsi separati dal resto del mondo.
“When Silence Devours” affronta il momento in cui il silenzio diventa quasi una presenza e finisce per divorare lentamente tutto ciò che rimane. È anche il brano che abbiamo scelto come primo singolo perché rappresenta molto bene l’atmosfera generale dell’album.
“My Wounds Are Eternal” è il confronto con ferite che non si chiudono. Alcuni dolori non scompaiono con il tempo, semplicemente imparano a vivere dentro di noi.
“Le Tue Ossa Sono Fredde” è l’unico brano in italiano e forse quello che porta il concetto della morte nella sua forma più concreta e fisica. Il titolo stesso è un’immagine molto semplice ma estremamente forte: ciò che rimane quando la vita è ormai completamente scomparsa.
“Pale Presence” è legato invece alla figura dell’assenza, a quella presenza pallida e quasi spettrale che rimane quando qualcuno non c’è più. È il ricordo che continua a manifestarsi.
“Grey, Cold And Unforgiving” rappresenta una realtà priva di consolazione, fredda e indifferente. È probabilmente uno dei momenti più duri e disillusi dell’album.
“Rise To Nowhere” parla di una risalita che non conduce realmente da nessuna parte. Ci si può rialzare, continuare a camminare, ma non sempre questo significa trovare una via d’uscita.
“Funeral Farewell” è, come suggerisce il titolo, il momento dell’addio. È il confronto diretto con la morte e con quel rituale che sancisce definitivamente una separazione.
Nel complesso, credo che i testi seguano un filo comune: non c’è una vera ricerca di consolazione.“Tears Painted Sky” parla della perdita, del dolore e dell’assenza per quello che sono, senza cercare necessariamente una luce alla fine. È proprio questa mancanza di redenzione che, secondo me, rende il concept coerente con il titolo e con l’atmosfera dell’intero album.
COME GIÀ ACCADUTO IN PASSATO CON “IL SANGUE”, “VERRÀ IL TEMPO DEI MORTI” E “GLI UOMINI VUOTI”, ANCHE IN QUESTO NUOVO ALBUM NON MANCA UN BRANO CANTATO IN ITALIANO, LA SPLENDIDA “LE TUE OSSA SONO FREDDE”. IN SEDE DI RECENSIONE ABBIAMO TENUTO A SOTTOLINEARE COME L’UTILIZZO DELLA LINGUA MADRE RIESCA A DARE UN TOCCO ANCORA PIÙ PROFONDO, DISPERATO E FUNEREO ALLA MUSICA DEI CULTUS SANGUINE.
IN CHE MODO TI APPROCCI ALL’UTILIZZO DELL’ITALIANO, NEI VOSTRI BRANI, E PENSI CHE CI POTRÀ MAI ESSERE, IN FUTURO, UN ALBUM DEI CULTUS SANGUINE INTERAMENTE CANTATO IN LINGUA MADRE?
– Credimi, non è mai una decisione presa a tavolino. Quando scrivo, parto quasi sempre dall’inglese, ma può capitare che una frase, un’immagine o una parte di testo mi nascano spontaneamente in italiano. Se quello che viene fuori mi piace e sento che funziona meglio così, non cerco di tradurlo: lo lascio in italiano.
Nei primi due album, per esempio, si trattava generalmente di alcune parti dei brani. “Gli Uomini Vuoti”, invece, ha una storia particolare: avevo scritto il testo molti anni prima di ricominciare a suonare e, quando siamo tornati a lavorare con i Cultus Sanguine, l’ho ripreso e adattato alla musica.
“Le Tue Ossa Sono Fredde” è nata in maniera ancora diversa. Avevo questo titolo che continuava a girarmi in testa e mi piaceva moltissimo, perché era un’immagine semplice ma estremamente fredda e funerea. Da lì è nato tutto il testo e poi il brano.
Non credo quindi che ci sarà mai un album dei Cultus Sanguine interamente cantato in italiano; potrebbero esserci uno o due brani, oppure nessuno: dipende semplicemente da come deciderà di toccarmi ‘Madama Ispirazione’. Non voglio forzare la lingua: se un testo nasce in italiano e funziona, rimane così. Se nasce in inglese, rimane in inglese. Per me deve essere prima di tutto qualcosa di naturale.
I CULTUS SANGUINE SONO DA SEMPRE CONOSCIUTI PER IL TONO LUTTUOSO, MACABRO E CIMITERIALE DELLA LORO PROPOSTA. QUAL È IL VOSTRO RAPPORTO COL SUDDETTO IMMAGINARIO? IN CHE MODO QUESTO TIPO DI TEMATICHE È ARRIVATO AD AVERE SU DI VOI UNA TALE FASCINAZIONE, E QUALI FATTORI AMBIENTALI PENSATE ABBIANO CONCORSO, NEL NOSTRO PAESE, ALLA NASCITA DI TANTE REALTÀ LEGGENDARIE ARTISTICAMENTE ATTRATTE DA ESSE?
– Musicalmente sono sempre stato attratto dalla musica tetra e dalle atmosfere più oscure. Fin da ragazzino preferivo gruppi che trasmettevano inquietudine, malinconia e una certa dimensione funerea, piuttosto che una semplice aggressività.
Credo che questa sensibilità sia sempre stata parte di me. Da bambino, una delle mie prime letture importanti è stato Edgar Allan Poe, e la sua influenza su di me è stata enorme. Il suo modo di raccontare la morte, la solitudine, la follia, il dolore e gli aspetti più oscuri dell’animo umano ha contribuito a formare il mio immaginario molto prima che iniziassi a scrivere musica.
Con il tempo tutto questo si è naturalmente riversato nel mio gusto musicale, nei testi e anche nell’aspetto estetico dei Cultus Sanguine. Non abbiamo mai cercato di costruire a tavolino un’immagine macabra o cimiteriale: era semplicemente il mondo che sentivamo più vicino e nel quale riuscivamo a esprimerci meglio.
Fin dagli esordi, infatti, pur partendo da una matrice estrema e avendo inevitabilmente dei punti di contatto con il black metal, non abbiamo mai seguito completamente i suoi canoni. Abbiamo sempre cercato una nostra strada, più legata alla malinconia, alla morte, al silenzio e a una certa dimensione cimiteriale. Credo che proprio questa componente abbia contribuito a rendere riconoscibile il suono dei Cultus Sanguine.
Quanto all’Italia, penso che il nostro Paese abbia un rapporto molto particolare con questi temi. Abbiamo una storia, un patrimonio artistico e architettonico e una quantità incredibile di luoghi legati alla morte, alla religione, alla decadenza e alla memoria. Penso che tutto questo, insieme alla cultura underground che si è sviluppata soprattutto tra gli anni ottanta e novanta, abbia creato un terreno particolarmente fertile per tante realtà che hanno fatto dell’oscurità una forma di espressione artistica.
A LIVELLO PRETTAMENTE MUSICALE, QUALI SONO STATI E QUALI SONO I VOSTRI ATTUALI PUNTI DI RIFERIMENTO? QUAL È IL VOSTRO RAPPORTO COL COSIDDETTO ‘DARK SOUND’, ITALIANO O INTERNAZIONALE CHE SIA? CI SONO DELLE RALTÀ CHE SONO STATE, O CONTINUANO A D ESSERE TUTT’ORA, DELLE FONTI DI ISPIRAZIONE PER IL VOSTRO OPERATO?
– Personalmente, come dicevo prima, il ‘dark sound’ fa parte di me da sempre. Prima ancora di essere un musicista sono un fan di questo genere: ascolto e compro moltissimi dischi e continuo a cercare musica nuova, senza però dimenticare quella che mi ha formato.
Da ragazzino mi sono innamorato soprattutto dei Celtic Frost e dei Christian Death, due band che considero tra le mie influenze più importanti e che hanno sicuramente lasciato un segno profondo nel mio modo di concepire la musica.
Insieme a loro ci sono tantissimi altri artisti che hanno contribuito a costruire il mio immaginario musicale. Per quanto riguarda la scena italiana, non posso non citare i Death SS, che considero tra i veri padri di questo modo di intendere l’oscurità nella musica. Ho inoltre la fortuna di conoscere e di essere amico di molti gruppi italiani ed europei che, in modi molto diversi, hanno fatto del lato più oscuro della musica la propria essenza.
Tra quelli che mi vengono in mente posso citare Mortuary Drape, Shining, Black Oath, Abysmal Grief, Epitaph, L’Impero delle Ombre, Bethlehem o i geniali Mater A Clivis Imperat. Sono realtà molto diverse, ma legate tra loro e ai Cultus Sanguine da un filo nero perché condividono quella capacità di creare un’atmosfera, un’identità e un mondo proprio attraverso la musica.
Credo che questo sia il punto fondamentale: più che cercare di assomigliare a qualcuno, mi interessano gli artisti che riescono a creare un universo riconoscibile dopo poche note. È sempre stata questa, per me, la vera forza del ‘dark sound’.
VOI AVETE AVUTO MODO DI VIVERE DA PROTAGONISTI L’EPOCA D’ORO DELLA MUSICA ESTREMA ITALIANA E INTERNAZIONALE, E POI AVETE POTUTO OSSERVARE DALL’ESTERNO IL MODO IN CUI ESSA SI È SVILUPPATA NELLE PRIME DECADI DEL NUOVO MILLENNIO. ORA CHE SIETE DI NUOVO IN PISTA DA QUALCHE ANNO, COME VALUTATE IL MODO IN CUI ESSA SI È EVOLUTA, SIA IN PATRIA CHE ALL’ESTERO? PENSATE CHE CI SIANO DEGLI ASPETTI POSITIVI, NELL’APPROCCIO ATTUALE, O VI MANCA QUALCOSA DEI TEMPI PASSATI?
– La prima cosa che mi viene da dire è che eravamo giovani, innocenti ed entusiasti. Scherzi a parte, i primi anni Novanta avevano una frenesia incredibile intorno alla musica estrema. C’era la sensazione che stesse succedendo qualcosa di nuovo e importante, e tantissimi gruppi in quegli anni stavano dando vita ai loro capolavori. I dischi uscivano in sequenza e spesso bastava una nuova release per scoprire un mondo completamente diverso.
Oggi, fortunatamente, c’è ancora moltissima qualità e ci sono tantissime band interessanti, sia in Italia sia all’estero. È cambiato però il modo di vivere la musica: tutto è molto più veloce, immediato e accessibile. Puoi ascoltare praticamente qualsiasi cosa in pochi secondi, mentre ai nostri tempi cercare un disco, una demo o una band poteva richiedere settimane, attraverso riviste, fanzine, lettere e tape trading. Forse proprio quella difficoltà rendeva ogni scoperta più preziosa.
Quello che a volte sento mancare nella scena attuale è la sensazione che ci sia qualcosa di veramente personale da dire. Ci sono musicisti tecnicamente incredibili e produzioni straordinarie, ma non sempre dietro alla musica percepisco una necessità reale di esprimersi. Per fortuna ci sono ancora molte eccezioni e continuiamo a scoprire gruppi che hanno una loro identità e qualcosa da raccontare.
Alla fine credo che sia questo che conta davvero: al di là delle epoche, delle tecnologie e delle mode, quando una band ha qualcosa di autentico da dire, quella musica riesce ancora ad arrivare.
IN SEDE DI RECENSIONE ABBIAMO TENUTO A COMMEMORARE LA RECENTE SCOMPARSA DEL VOSTRO VECCHIO BATTERISTA, VITO ‘DRAUGHAR’ RIZZI. VI VA DI AFFIDARCI UN SUO RICORDO, COME MUSICISTA E COME PERSONA?
– È una perdita che mi provoca ancora molto dolore. Conoscevo Vito dal 1986 e, anche se negli ultimi anni non ci vedevamo più tanto spesso, il legame e i ricordi sono rimasti. L’ultima volta che ci siamo visti è stato circa due anni fa, a un nostro concerto. Abbiamo avuto modo di parlare a lungo, una di quelle belle chiacchierate che, a distanza di tempo, assumono un significato ancora più importante.
Vito non è stato soltanto un musicista e un batterista dei Cultus Sanguine: era un amico, una persona con cui ho condiviso una parte importante della mia vita e della storia della band, per questo la sua scomparsa è una ferita ancora aperta, che fa male. Mi dispiace profondamente che un uomo, un padre, un amico e un musicista abbia dovuto andarsene così presto. Credo che alcune persone continuino a vivere nei ricordi di chi le ha conosciute. Ciao Vito!
TORNANDO A “TEARS PAINTED SKY”, AVETE GIÀ PIANIFICATO AL SUA PROMOZIONE IN SEDE LIVE? QUALI SONO I VOSTRI PROGETTI, IN TAL SENSO, E QUALI GLI OBIETTIVI CHE VORRESTE RAGGIUNGERE?
– Sì, abbiamo già diverse date confermate e altre che sono attualmente in definizione. La prima sarà il ‘release funeral’ di “Tears Painted Sky”, il 7 novembre al Centrale di Erba. Sarà un concerto-evento diverso dai nostri soliti, pensato come una vera e propria serata celebrativa per il nuovo album e, proprio per questo, sarà un appuntamento unico. Insieme a noi ci saranno L’Impero delle Ombre, i Fol e altri amici e musicisti che contribuiranno a rendere la serata ancora più speciale.
Abbiamo pensato a un evento che non fosse semplicemente un concerto, ma un momento in cui portare sul palco tutto l’universo di “Tears Painted Sky”, anche attraverso alcuni elementi scenici e la presenza di ospiti che fanno parte della nostra storia e della scena a cui siamo legati.
Nel nuovo anno continueremo con altre date in Italia e in Europa. Stiamo lavorando per costruire una serie di appuntamenti scelti con attenzione, cercando di portare il disco in luoghi e contesti che sentiamo affini alla nostra musica.
Più che porci degli obiettivi precisi, vogliamo continuare a suonare e portare il buio della nostra musica dove ci saranno le condizioni giuste per poterlo fare. Dove ci sarà un luogo, un pubblico e un’atmosfera capaci di accogliere i Cultus Sanguine, ci sarà buio.
PICCOLA CHIOSA AUTOCELEBRATIVA DALLA QUALE OGNI MODESTIA È BANDITA; LASCIATE UN MESSAGGIO AI NOSTRI LETTORI: QUALI SONO, A VOSTRO AVVISO, I PUNTI DI FORZA DI “TEARS PAINTED SKY”, E PERCHÈ UN ASCOLTATORE CHE ANCORA NON VI CONOSCESSE DOVREBBE SCEGLIERE DI APPROFONDIRLO? QUALE APPORTO POTREBBE DARE QUESTO ALBUM ALLA SCENA DARK METAL, NOSTRANA E NON? C’È, A VOSTRO AVVISO, UN VUOTO CHE QUESTO ALBUM POTREBBE COLMARE?
– “Tears Painted Sky” è un album per chi ha bisogno di buio. Qui non troverete luce, speranza o felicità: troverete la consapevolezza della fine, la puzza della tomba, l’aria malsana, il dolore e quella sensazione di morte che rimane addosso.
Per me questo è il dark metal: non qualcosa che deve necessariamente cercare una via d’uscita, ma la capacità di entrare nelle zone più oscure dell’animo umano e rimanerci dentro senza paura. “Tears Painted Sky” nasce esattamente da questa esigenza e non cerca compromessi.
Se qualcuno ancora non conoscesse i Cultus Sanguine, gli direi semplicemente di entrare nel nostro mondo senza aspettarsi luce alla fine del percorso. Se ha fame di oscurità, in questo disco troverà di che saziarsi.
Non so se “Tears Painted Sky” possa colmare un vuoto nella scena dark metal, e sinceramente non è questo il motivo per cui lo abbiamo realizzato. Ma, se riuscirà anche solo a riportare a qualcuno quella sensazione di freddo, inquietudine e oscurità che per noi è sempre stata l’essenza di questa musica, allora avrà fatto esattamente ciò per cui era stato concepito.
