WOUNDEAD – …e tu vivrai nel terrore!

Pubblicato il 14/07/2026 da

Nati dall’esperienza maturata da musicisti già attivi nell’underground estremo italiano, i Woundead si presentano con un approccio ben definito: recuperare lo spirito più primordiale del death metal senza mezzi termini. Con il debutto “Once Buried They Come Back to Life”, la band lombarda guarda soprattutto alla seconda metà degli anni Ottanta e agli albori del genere, costruendo un suono diretto, grezzo e fortemente legato a riff facilmente memorizzabili, atmosfere macabre e una dimensione horror che affonda le radici nella tradizione più classica.
Il chitarrista A. Dawson fa per noi una panoramica sulla genesi della band, l’influenza di realtà fondamentali come Necrophagia, Autopsy e Obituary, la volontà di privilegiare struttura e dinamica rispetto alla semplice velocità e il desiderio di mantenere un’attitudine istintiva anche per il futuro. Un confronto sulla filosofia che guida i Woundead e sul significato di suonare death metal nel 2026 mantenendo saldissimo il contatto con le proprie origini.

I WOUNDEAD NASCONO DA MUSICISTI CON UNA LUNGA ESPERIENZA NELL’UNDERGROUND ITALIANO. QUAL È STATA LA SCINTILLA CHE VI HA PORTATI A FONDARE LA BAND E QUALE IDEA AVEVATE IN MENTE FIN DALL’INIZIO PER DIFFERENZIARVI DA TANTE REALTÀ DEATH METAL CONTEMPORANEE?
– Il gruppo nasce un pò di anni fa dopo che mi venne chiesto di fare loghi per svariate band (Funest, Sepulcral, Coven of impurity, Gosforth, Morbid Sacrifice…). Avevo in mente questo nome, “Woundead”, e dopo averne fatto il logo tutto rimase nel cassetto per un po’. Qualche anno più tardi, parlando con J.V.Blood (voce, ndr) e G.Drool (batteria, ndr) decidemmo di dar vita ad una band death metal che suonasse più primordiale e old-school possibile.
L’dea fu sin da subito quella di creare un sound minimale alla Necrophagia, Autopsy, Impetigo e di non essere la classica band confusionaria che basa tutto sulla velocità, cosa che trovo noiosa.

IN “ONCE BURIED THEY COME BACK TO LIFE” SI PERCEPISCE INFATTI UNA FORTE VOLONTÀ DI RECUPERARE UN CERTO SPIRITO VECCHIA SCUOLA SENZA TRASFORMARLO IN SEMPLICE NOSTALGIA. QUANTO È STATO IMPORTANTE TROVARE UN EQUILIBRIO TRA OMAGGIO ALLA TRADIZIONE E RICERCA DI UNA VOSTRA IDENTITÀ PERSONALE?
– La parte più importante sta proprio nel bilanciare il nostro amore per la vecchia scuola senza però cadere nel ridicolo e finire nel calderone delle nuove band, dove un po’ tutte si somigliano ultimamente. Cerchiamo di essere riconoscibili per quanto sia possibile, dato che tutto è stato già detto nel nostro genere.

TRA I RIFERIMENTI CHE EMERGONO NEL DISCO C’È APPUNTO L’INFLUENZA DEI NECROPHAGIA, UNA BAND FONDAMENTALE MA SPESSO MENO CITATA RISPETTO AD ALTRI NOMI STORICI DEL DEATH METAL. COSA VI AFFASCINA DEL LORO APPROCCIO E IN CHE MODO HA INFLUENZATO LA SCRITTURA DI QUESTO VOSTRO PRIMO ALBUM?
– Rimasi folgorato la prima volta che sentii “Holocausto de la Morte”, non capivo davvero di che genere si trattasse: urla disperate, chitarre dal suono quasi black metal con melodie da manicomio e tutto quel riferimento all’horror italiano. Posso tranquillamente dire che i Necrophagia sono tra le mie dieci band preferite in assoluto.

ALCUNI BRANI SI SVILUPPANO ATTRAVERSO MIDTEMPO MOLTO MARCATI, CON RIFF ESSENZIALI MA ESTREMAMENTE EFFICACI. È UNA SCELTA ISTINTIVA OPPURE C’È STATO UN LAVORO PRECISO NEL VOLER PRIVILEGIARE ATMOSFERA E GROOVE RISPETTO ALL’IMPATTO PIÙ DIRETTO E FRENETICO? UNO DEGLI ASPETTI PIÙ RIUSCITI DELL’ALBUM È POI IL MODO IN CUI LE ACCELERAZIONI SI INSERISCONO NEI PEZZI SENZA SPEZZARNE IL FLUSSO. QUANTO CONTA PER VOI LA DINAMICA INTERNA DI UN BRANO RISPETTO ALLA SEMPLICE AGGRESSIVITÀ?
– La struttura di un brano conta più della mera velocità. Suoniamo la musica che vorremmo ascoltare in un’altra band e per fortuna sentiamo di riuscire nell’intento.

DIVERSI BRANI DI “ONCE…” RIMANGONO FACILMENTE IMPRESSI GIÀ DOPO POCHI ASCOLTI. QUANDO SCRIVETE CERCATE CONSAPEVOLMENTE IL FATTORE MEMORABILITÀ OPPURE LASCIATE CHE SIANO I PEZZI A PRENDERE FORMA IN MODO SPONTANEO?
– Entrambe le cose: i brani nascono molto velocemente, ma il fattore memorabilità conta moltissimo per noi. Se pensi ad esempio a “Stronger Than Hate” dei Sepultura, lo puoi tranquillamente cantare come fosse un pezzo heavy metal, stesso discorso per tutte le band di fine anni ’80 e primi ’90. Le canzoni avevano un senso, una struttura e soprattutto dei riff ben suonati che rimanevano impressi.

COME ACCENNATO, A LIVELLO COMPOSITIVO, “ONCE…” SEMBRA GUARDARE SPESSO PIÙ AGLI ANNI OTTANTA CHE AI NOVANTA, SOPRATTUTTO NEL MODO IN CUI VENGONO COSTRUITI I RIFF E GLI ARRANGIAMENTI. SENTITE DI AVERE UN LEGAME PARTICOLARE CON QUEL PERIODO DI TRANSIZIONE TRA THRASH ESTREMO E NASCITA DEL DEATH METAL?
– Diciamo che molte delle death metal band che ascoltiamo, all’inizio della loro carriera erano una sorta di thrash estremizzato, vedi Malevolent Creation, Death, Possessed, Morgoth, Master, Nocturnus, Massacra, Sepultura, Loudblast, per citarne alcune. Per cui trovo naturale che il nostro approccio al genere derivi tutto sommato più dalla metà/fine degli anni ’80, anche se poi possiamo comunque giungere ai primi anni del decennio successivo.

LA PRODUZIONE DEL DISCO RESTITUISCE UNA SENSAZIONE MOLTO ‘UMANA’, QUASI DA BAND CHE SUONA INSIEME NELLA STESSA STANZA, LONTANA DA CERTE SONORITÀ IPERCOMPRESSE MODERNE. QUANTO ERA IMPORTANTE PER VOI MANTENERE QUESTO TIPO DI RESA SONORA?
– Per questo ci siamo affidati ai Macabro Bunker Recordings, dove sapevamo già di trovare il feeling giusto. Il disco è stato registrato in un solo giorno. Puro istinto ed esperienza, sia nostra che di M. Desekrator dietro al mixer.

L’IMMAGINARIO HORROR È UNA COMPONENTE CENTRALE DELLA VOSTRA MUSICA. COSA RAPPRESENTA PER VOI QUESTA ESTETICA E PERCHÉ PENSATE CONTINUI A FUNZIONARE COSÌ BENE ALL’INTERNO DEL DEATH METAL PIÙ CLASSICO?
– Beh, essendo italiani abbiamo un occhio di riguardo per tutto ciò che è orrorifico, dalla cinematografia alle tradizioni del paese. Questo è un argomento che sarà sì un clichè nel genere, ma si sposa a pennello per una band come Woundead.

I CINQUE ALBUM FONDAMENTALI NELLA STORIA DEL DEATH METAL, SECONDO I WOUNDEAD. E SPIEGATE PERCHÈ!
– Domanda divertente e praticamente impossibile… tra i miei dischi preferiti trovi sicuramente “The Ten Commandments”, “Bitterness”, “Where No life Dwells”, “Blessed are the Sick”, “Legion”, “Hate”…
Per quanto riguarda Woundead nello specifico, cito sicuramente i Necrophagia con “Holocausto de la Morte”, un disco a dir poco malato, con riff e arpeggi dissonanti e voce disgustosa. Assolutamente un cult. Poi “Slowly We Rot” degli Obituary: lentezza e pesantezza guidati da una voce unica. Quindi i Baphomet con “The Dead Shall Inherit”: capolavoro dell’underground e disco fin troppo sottovalutato, anche qui ci sono ritmiche pazzesche e una voce da oltretomba. “Altars of Madness” dei Morbid Angel: classe allo stato puro, senza rinunciare alla violenza del genere, e faccio scegliere a te (dato che sarebbero sei altrimenti) tra gli Autopsy di “Mental Funeral” e i Delirium di “Zzooouhh”, entrambi death grezzo e ossessivo!

“ONCE…” DÀ L’IMPRESSIONE DI UN DEBUTTO RAGIONATO E COSTRUITO CON ESPERIENZA, PUR MANTENENDO UN’ATTITUDINE MOLTO ISTINTIVA. DOPO QUESTO PRIMO ALBUM, QUALE PENSATE POSSA ESSERE L’EVOLUZIONE NATURALE DEI WOUNDEAD NEI PROSSIMI ANNI?
– Abbiamo già cinque brani scritti per un secondo album, e no, non c’è la minima traccia di evoluzione. Suonerà ancora grezzo, ignorante e alla vecchia maniera.

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