7.5
- Band: INTO DARKNESS
- Durata: 00:41:02
- Disponibile dal: 24/07/2026
- Etichetta:
- Dying Victims Productions
Quindici anni sono un arco temporale che, per molte band, finisce per diventare più un peso che una traiettoria. Nel caso dei death metaller italiani Into Darkness, però, quel lungo percorso fatto di demo, EP e split sembra aver sedimentato un linguaggio che oggi trova nel primo full-length “Route to the Outer Side” una nuova possibilità di articolazione. Otto tracce che non arrivano dal nulla, ma da una lunga fase di assestamento sotterraneo.
La matrice resta saldamente ancorata a un death metal di scuola europea, con profonde radici nella tradizione olandese di Asphyx, Pentacle e Soulburn. È da quel terreno fertile, fatto di riff robusti, tempi medi e atmosfere plumbee, che gli Into Darkness continuano a partire. Come era stato per il notevole ultimo EP “Cassini-Huygens”, però, emerge anche qui una indubbia attenzione alla costruzione complessiva dei brani e a una ricerca espressiva più ampia, probabilmente alimentata anche dal concept astronomico che accompagna il disco. Un aspetto interessante è proprio il modo in cui il tema viene affrontato: laddove alcune formazioni death metal contemporanee associano il cosmo a immaginari fantascientifici o a derive psichedeliche, gli Into Darkness scelgono una strada differente. L’astronomia viene osservata con sguardo sobrio, quasi contemplativo, mantenendo sempre una dimensione concreta e rigorosa che si riflette direttamente nella musica. Non c’è alcuna volontà di stupire attraverso effetti speciali o scenari futuristici, con l’universo che diventa invece una lente attraverso cui ampliare il respiro delle composizioni.
La sobrietà, del resto, è da sempre una delle caratteristiche che meglio definiscono la personalità della band: un termine che potrebbe essere facilmente confuso con semplicità, ma che in questo caso coincide invece con una precisa scelta stilistica. “Route to the Outer Side” vive soprattutto di riff, che si susseguono con naturalezza e sostengono l’intera architettura del disco senza bisogno di stratificazioni eccessive. Eppure la scrittura non appare mai spoglia: qua e là emergono arpeggi dal taglio evocativo, dettagli melodici ben calibrati e sviluppi narrativi che contribuiscono a dare profondità al quadro generale. Brani come “Uranus”, “Halley” e “Pluto” rappresentano probabilmente i momenti più emblematici dell’album: in questi casi il gruppo riesce a fondere efficacemente impatto e narrazione, lasciando che i tempi medi costruiscano tensione e atmosfera prima di aprirsi a improvvise accelerazioni. È qui che riaffiorano con forza le influenze della vecchia scuola olandese, talvolta contaminate da un’aggressività che richiama certo thrash metal tedesco. Il risultato è un equilibrio convincente tra pesantezza e movimento, tra immediatezza e capacità di evocare immagini e suggestioni. Gli stessi assoli, utilizzati con misura e buon gusto, non interrompono mai il flusso dei brani, ma ne ampliano il linguaggio, aggiungendo sfumature e contribuendo alla definizione di un’atmosfera sempre coerente. È un dettaglio che racconta bene la cura riposta nella scrittura: nulla appare superfluo o inserito per semplice esibizione tecnica.
Alla fine dei conti, ciò che colpisce maggiormente di “Route to the Outer Side” è la sua identità: gli Into Darkness rimangono fedeli a una visione che hanno appunto scolpito negli anni, fatta di equilibrio, sostanza e attenzione ai dettagli, restando lontani sia da quell’estremismo cavernoso di certa scena contemporanea, sia da derive più ariose e aperture melodiche forzatamente accomodanti. La band sceglie di lavorare all’interno di un perimetro ben riconoscibile, cercando al suo interno margini di variazione e approfondimento. In questo senso, questo primo album lascia la conferma che una certa idea di death metal, se gestita con consapevolezza e pazienza, possa ancora trovare forme di espressione credibili senza bisogno di reinventarsi troppo.
