Prima ancora di imporsi con la forza dei riff o con la complessità delle strutture, gli Ordh conquistano per la capacità di creare un’atmosfera.
Il loro debutto, “Blind in Abyssal Realms”, è un disco che prende le coordinate di certo death metal e le espande in una dimensione sospesa, fatta di melodie evocative, lunghe progressioni e un senso di continua esplorazione che talvolta va oltre i confini del genere.
Pur mantenendo un saldo legame con la tradizione, il gruppo statunitense prova ad evitare alcuni stereotipi, preferendo un approccio più immersivo. Nato dalle ceneri dei Barishi, gruppo attivo su territori sludge e progressive, il progetto rappresenta per il chitarrista Graham Brooks un nuovo inizio, libero da aspettative e vincoli stilistici. Abbiamo parlato con lui della nascita degli Ordh, delle influenze che hanno plasmato il disco, del ruolo degli Iron Maiden nella sua scrittura e della volontà di seguire esclusivamente il proprio istinto creativo, senza inseguire le tendenze del panorama attuale.
IL VOSTRO DEBUTTO, “BLIND IN ABYSSAL REALMS”, È STATO DESCRITTO COME ‘PROGRESSIVE DEATH METAL’, EPPURE SEMBRA SFUGGIRE A UNA CATEGORIZZAZIONE PRECISA. CONSIDERI QUESTA ETICHETTA UNA DESCRIZIONE SIGNIFICATIVA O PIUTTOSTO UNO STRUMENTO PER EVITARE LIMITAZIONI?
– A dire il vero non penso molto alle etichette di genere. Col senno di poi credo che quella definizione abbia senso, ma quando scrivo non c’è mai un ragionamento del tipo: “questo sarà progressive death metal”. Semplicemente, il nostro suono è uscito così.
IL PASSAGGIO DAI BARISHI AGLI ORDH È STATO UNA ROTTURA O UN’EVOLUZIONE? IN QUALE MOMENTO HAI CAPITO CHE QUESTO MATERIALE APPARTENEVA A UNA NUOVA ENTITÀ PIUTTOSTO CHE RAPPRESENTARE LA CONTINUAZIONE DEL PASSATO?
– I Barishi erano composti da me e da due ragazzi con cui andavo al liceo. Uno di loro ha deciso di dedicarsi alla propria carriera lavorativa, cosa assolutamente comprensibile. Mi sembrava strano continuare a suonare con quel nome senza di lui. Inoltre eravamo insieme da quasi dieci anni e sentivo il bisogno di ripartire da zero.
A TRATTI LA COMPONENTE DEATH METAL DELL’ALBUM SEMBRA PIÙ UNA SENSIBILITÀ DI FONDO CHE UNA FORZA DOMINANTE, DATO CHE LA MUSICA ASSUME SPESSO SFUMATURE MOLTO ATMOSFERICHE E PERSINO EUFORICHE. È STATA UNA SCELTA CONSAPEVOLE FIN DALL’INIZIO OPPURE QUALCOSA CHE È EMERSO NATURALMENTE DURANTE LA SCRITTURA?
– È stato del tutto inconscio. Faccio davvero fatica a scrivere partendo da una visione precisa. Di solito le cose vengono fuori, poi a orecchio decido se mi piacciono o meno e vado avanti da lì.
L’ALBUM TRASMETTE UN FORTE SENSO DI CONTINUITÀ NARRATIVA: I BRANI SI SVILUPPANO QUASI COME DEI VIAGGI, PIÙ CHE COME SEMPLICI RACCOLTE DI RIFF. QUANDO COMPONI HAI IN MENTE UN’IDEA DI RACCONTO?
– Grazie. Non necessariamente. Credo che gran parte di quella sensazione derivi dalla fase di editing. Una volta che lo scheletro del brano è pronto, mi riesce molto più facile modificare le varie parti e capire come interagiscono tra loro. Durante la scrittura faccio fatica a cambiare prospettiva e ad ascoltare la musica come farebbe un ascoltatore esterno. Per questo preferisco non provarci nemmeno. Il mio metro di giudizio è molto istintivo: deve funzionare a livello viscerale. In fase di rifinitura, invece, sì, mi interessa che emerga una sensazione di narrazione.
ALCUNI ASCOLTATORI POTREBBERO ACCOSTARE IL VOSTRO SOUND AL LATO PIÙ ATMOSFERICO E PROGRESSIVO DEL DEATH METAL CONTEMPORANEO, SULLA SCIA DI GRUPPI COME MITHRAS O BLOOD INCANTATION. SONO TERRITORI SONORI CHE ESPLORATE CONSAPEVOLMENTE OPPURE SI TRATTA DI SEMPLICI PUNTI DI CONTATTO?
ALLO STESSO TEMPO, TRA LE VOSTRE INFLUENZE CITATE FIGURANO ANCHE BAND COME ENTOMBED E DEMILICH. COME RIUSCITE A CONCILIARE QUESTE RADICI OLD SCHOOL CON UN SUONO COSÌ AMPIO?
– In realtà non ho purtroppo mai ascoltato i Mithras, mentre i Blood Incantation mi piacciono molto. Questo disco è finito per muoversi in una direzione simile alla loro, ed è curioso perché non sono stati la nostra principale fonte di ispirazione.
Durante la scrittura continuavo a pensare che mi sarebbe piaciuto ottenere qualcosa con elementi simili a quelli degli Opeth dei primi tempi, ma con una produzione leggermente più moderna. Quasi tutto il metal che ascolto è vecchio o, comunque, ha un suono old school.
Prima del mix finale, quando ero io a smanettare con la produzione, il disco aveva un’atmosfera decisamente anni Novanta. Penso che l’estetica più moderna e quell’ampiezza di cui parli siano soprattutto il risultato di aver affidato il mix ad Andrew Oswald, che sa davvero quello che fa.
L’ALBUM COMPRENDE SOLTANTO CINQUE BRANI, TUTTI DI DURATA CONSIDEREVOLE. COSA TI ATTRAE DELLE COMPOSIZIONI LUNGHE E COME FAI A MANTENERLE COINVOLGENTI DALL’INIZIO ALLA FINE?
– Il mio amore per gli Iron Maiden. Al cento per cento. Amo tutta la loro produzione, ma i miei pezzi preferiti sono sempre stati quelli più epici. “Rime of the Ancient Mariner” in particolare, anche se li adoro praticamente tutti.
HAI APPUNTO PARLATO ANCHE IN SEDE DI PRESENTAZIONE DEL DISCO DEL TUO AMORE PER LA SCRITTURA EPICA DEGLI IRON MAIDEN. CI SONO ASPETTI SPECIFICI DEL LORO MODO DI COMPORRE CHE HAI CERCATO DI TRASPORTARE IN UN CONTESTO DEATH METAL?
– Assolutamente, sono la mia band preferita. Il senso della melodia epica e delle armonie dei Maiden mi ha sempre ispirato e, a un certo livello, ho sempre pensato che potesse funzionare bene anche in un linguaggio più cavernoso. Più che prendere idee concrete dal loro repertorio, è stato il loro approccio verso l’esplorazione e quel senso di meraviglia ad affascinarmi.
LA COPERTINA REALIZZATA DA PAOLO GIRARDI SI SPOSA PERFETTAMENTE CON IL CARATTERE ULTRATERRENO DELL’ALBUM. QUANTO STRETTO È STATO IL VOSTRO DIALOGO CON LUI PER FARE IN MODO CHE IMMAGINE E MUSICA FOSSERO PERFETTAMENTE ALLINEATE?
– In realtà è stato tutto molto semplice. Credo di avergli detto il titolo dell’album, forse gli ho mandato un demo e gli ho semplicemente detto: “vortice”. Tutto il resto è frutto della sua incredibile mente e del suo talento.
“BLIND IN ABYSSAL REALMS” SEMBRA PUNTARE MENO SULL’IMPATTO IMMEDIATO E MOLTO DI PIÙ SULL’IMMERSIONE. IN UNA SCENA CHE SPESSO PREMIA INTENSITÀ E IMMEDIATEZZA, PENSI CHE GLI ORDH STIANO VOLUTAMENTE ANDANDO CONTROCORRENTE?
– Non direi. Come dicevo prima, scrivo semplicemente la musica che sento mia, senza preoccuparmi troppo di cosa sia di moda o meno nella scena. Mi sembra che il disco stia piacendo a molte persone, cosa che ovviamente mi lusinga e mi fa molto piacere. Detto questo, se questo tipo di metal fosse il meno popolare del mondo, continueremmo comunque a suonare esattamente così. Non ho né il tempo né il desiderio di seguire la scena in quel modo.
COME ACCENNATO, LA VOSTRA MUSICA È STRATIFICATA E MOLTO AMPIA, A TRATTI QUASI CINEMATOGRAFICA. COME AFFRONTATE LA SFIDA DI TRASPORRE TUTTA QUESTA PROFONDITÀ DAL VIVO SENZA PERDERNE I DETTAGLI? AVETE NOTATO CHE ALCUNI BRANI DELL’ALBUM ASSUMONO UN CARATTERE DIVERSO UNA VOLTA PORTATI SUL PALCO?
– È inevitabile che qualche dettaglio vada perso nel passaggio al live. Speriamo però di essere abbastanza affiatati e di conoscere così bene i brani da riuscire a colmare quegli spazi con altre piccole sfumature che emergono quasi inconsciamente. Avere delle tastiere dal vivo sarebbe sicuramente d’aiuto.



