7.5
- Band: THRONEUM
- Durata: 00:38:50
- Disponibile dal: 16/10/2026
- Etichetta:
- Godz ov War
È tempo di ritorno per i Throneum: il trio polacco è ormai tra le formazioni più longeve nell’underground del proprio paese, e in questo 2026 compie trent’anni dalla propria formazione, nei quali però non si è molto distinto né per originalità né per personalità, riprendendo molto da band come Profanatica o Slaughter Lord ma senza regalarci particolari emozioni.
Con questo nuovo “Love is The Law But Death Is The Frame” i tre hanno invece pensato di provare delle soluzioni diverse rispetto a quanto fatto nei primi album; già nel precedente “Oh Death… Oh Death… Determinate, Preach and Lead Us Astray…” era emersa la voglia di cambiare strada e di proporre un sound ben più criptico, capace di aggiungere qualcosa di nuovo al proprio discorso iniziale.
Come già possiamo sentire nell’opener “In The Garden”, dopo i primi tre minuti di estremismo sonoro c’è un intermezzo in clean molto enigmatico e inaspettato, che termina nel riff a plettrata alternata con il quale hanno iniziato il pezzo.
La seguente “The True Story” riprende a piene mani i Celtic Frost di “Into The Pandemonium” nella sezione iniziale, con Christiane Thomaßen come guest, la cui parte vocale è una litania sinistra che fa da contraltare al clima demoniaco dello screaming di The Great Exegete (unico membro fondatore rimasto nella band). Anche qui c’è una sapiente alternanza tra parti in pulito e altre distorte: questa tendenza torna in più punti nel disco, costituendo un punto di forza che aggiunge un pizzico di mistero nell’atmosfera delle canzoni.
In altri punti dell’album, come su “The Fallen Ones”, emerge anche una certa influenza dei Mortuary Drape nell’insistere su sezioni ‘malefiche’ in cui si intrecciano melodie di basso e chitarra.
In generale, è evidente la voglia di sperimentare e di inserire nelle canzoni qualcosa di più personale e ricercato rispetto a quanto fatto in passato, aggiungendo degli elementi nuovi ad un black/death onesto ma spesso già sentito. Nelle parti più sperimentali possiamo sentire pure echi degli Swans di “Children Of God” (soprattutto la finale “Eve-Salome-Judith-Rehab”) dove riemerge la già citata Thomaßen, sotto ad un riff che sembra ripreso da “Forgotten In Space” dei Voivod.
Questo è senza dubbio un album che ha qualcosa da dire, in grado di affascinare grazie alla capacità di creare un’atmosfera misteriosa ed esoterica. Se nel predecessore le composizioni erano per lo più lunghe ed estenuanti, qui i nostri sono riusciti a ribilanciare il tutto con un minutaggio delle tracce più contenuto (la media è di quattro/sei minuti, rispetto ai dieci/quindici del precedente). Se state cercando nel panorama black/death qualcosa di estremo che sappia stupirvi positivamente, quest’ultima opera dei Throneum è senza dubbio consigliata.
