Negli ultimi anni, parlare di guerra non è più un esercizio storico o narrativo, ma una realtà concreta per molti artisti provenienti dall’Europa orientale. È in questo contesto che assume un peso ancora più profondo la voce di Dmytro Ternushchak, frontman dei 1914, formazione black-death metal ucraina che ha costruito la propria identità artistica attorno alla memoria della Prima Guerra Mondiale. Un concept portato avanti con rigore quasi documentaristico, fatto di archivi, lettere e testimonianze, che oggi si intreccia inevitabilmente con l’esperienza diretta di un conflitto contemporaneo.
La musica dei 1914 non è mai stata semplice evocazione bellica: è racconto umano, tragedia individuale, resistenza collettiva. Tuttavia, alla luce degli eventi recenti, quel racconto assume una nuova urgenza e una dimensione ancora più personale. La distanza tra passato e presente si assottiglia fino quasi a scomparire.
In questa intervista, Ternushchak riflette sul significato di unità, sulla responsabilità della memoria storica e sul ruolo della musica in tempi di crisi. Ne emerge una visione radicale, priva di compromessi, in cui arte e realtà si fondono, dando vita a una testimonianza tanto lucida quanto dolorosa.
Per i fan italiani, i 1914 saranno presto in tour nel nostro paese, con una data confermata a San Donà di Piave (VE), e a settembre parteciperanno al Metalitalia Festival, offrendo l’occasione di vivere dal vivo la potenza dei loro racconti musicali.
“VIRIBUS UNITIS”, IL TITOLO DEL VOSTRO ULTIMO ALBUM, SI TRADUCE COME ‘CON LE FORZE UNITE’. AL DI LÀ DEL RIFERIMENTO STORICO, IN CHE MODO TI RELAZIONI PERSONALMENTE A QUESTO MOTTO RISPETTO AL PERCORSO E ALLA RESILIENZA DELLA BAND?
– È un grido d’aiuto. Molti credono ancora che questa non sia la loro guerra. La storia ci ha già mostrato questo atteggiamento: quando l’Europa distolse lo sguardo mentre Hitler annetteva la Cecoslovacchia, portava a termine l’Anschluss dell’Austria e divideva la Polonia insieme ai sovietici.
Sappiamo tutti come è finita: silenzio di fronte al male. Rifiuto di affrontarlo. Chiudere gli occhi davanti alla dittatura. Impotenza politica proprio nel momento in cui servirebbe forza.
Questo è il nostro messaggio ai popoli d’Europa: solo insieme. Solo uniti possiamo fermare il male.
Se la debolezza continuerà, saremo i primi a cadere e morire. E prima o poi inizierete anche voi a seppellire i vostri figli dopo attacchi con droni e missili. La dittatura e la guerra possono essere fermate solo insieme.
QUESTO ALBUM A VOLTE SPOSTA L’ATTENZIONE DAGLI ORRORI DELLA GUERRA ALLA FRATELLANZA E ALLA SOPRAVVIVENZA. ESPLORARE QUESTI PAESAGGI EMOTIVI HA CAMBIATO IL TUO APPROCCIO ALLA SCRITTURA RISPETTO AI LAVORI PRECEDENTI?
– No. Faccio sempre la stessa cosa: ricerca, archivio, lettura di centinaia di lettere e documenti. Nulla può sostituire questo approccio; è il fondamento del nostro lavoro. Anche in questo caso è stato lo stesso: ho passato sei mesi a studiare, leggere, scavare, cercare e mettere insieme tutto. Perché la storia deve essere raccontata. Completamente.
IL DOOM E IL VOSTRO TIPO DI BLACKENED DEATH METAL EVOCANO VIOLENZA E DISPERAZIONE. COME FATE A FAR EMERGERE TEMI COME FRATELLANZA E RESISTENZA IN PAESAGGI SONORI COSÌ CUPI?
– Onestamente, non ci interessa molto dei confini di genere come death, black o doom. Plasmiamo la nostra musica nel modo in cui la sentiamo in un dato momento, in base alla storia e al suo contesto emotivo. Se una certa storia nella mia testa richiede un’orchestra, ci sarà un’orchestra. Se serve un coro, ci sarà un coro. Se il rumore industriale è ciò che meglio trasmette l’intensità emotiva del momento, allora useremo esattamente quello. Dimenticate confini, regole e canoni stilistici. Fate ciò che sentite giusto. Fate musica per voi stessi, non per i critici ossessionati dal voler incasellare tutto in generi precisi.
IN GENERALE, I FAN DEL BLACK E DEL DEATH METAL TENDONO A ESSERE PIUTTOSTO CONSERVATORI NEI GUSTI E NON SEMPRE APPREZZANO LA SPERIMENTAZIONE MUSICALE, COME DIMOSTRANO ALCUNI CASI LEGATI A MORBID ANGEL O MY DYING BRIDE, VOLENDO PRENDERE DEI COSIDDETTI GRANDI NOMI. COME TROVATE UN EQUILIBRIO TRA SODDISFARE VOI STESSI E MANTENERE FELICI I FAN?
– Onestamente, tutto quello che faccio, lo faccio per me stesso. E per mia figlia. Se agli altri piace o meno la mia musica non mi importa più di tanto. Quando ho registrato il primo album non mi aspettavo che qualcuno lo ascoltasse. Volevo semplicemente dare sfogo a ciò che mi appassionava, a ciò che mi consumava completamente. Alla gente è piaciuto – bene. Ho continuato. E ha continuato a piacere.
Si chiama simbiosi, e sembra che esistiamo dentro di essa. Io faccio ciò che amo, e le persone ci trovano qualcosa di loro. Probabilmente è così che la musica dovrebbe funzionare, non come le formule dell’industria mainstream.
PER MOLTI ARTISTI, L’ORIGINALITÀ È PRECEDUTA DA UNA FASE DI APPRENDIMENTO E IMITAZIONE. COM’È STATO PER TE? COME DESCRIVERESTI IL TUO SVILUPPO ARTISTICO E IL PASSAGGIO VERSO UNA TUA VOCE PERSONALE?
– Onestamente, non ne ho idea. Amo il punk rock, l’industrial, la musica elettronica e il black/death/doom metal. Non sopporto la maggior parte dell’heavy metal o del rock classico, qullo dei pantaloni di pelle e le voci stridule. Disgustoso! Quindi non ci sono molti artisti che direi di imitare.
Sono cresciuto con il principio: niente dèi, niente padroni. Amo Black Flag, Misfits, Social Distortion, Dead Kennedys. Li imito?
Forse un po’ GG Allin. Ci siamo semplicemente messi insieme e abbiamo iniziato a suonare quello che volevamo. E ognuno nella band aveva la propria visione; il mio compito era solo quello di mettere tutto insieme in qualcosa di coerente.
MANTIENI UN FORTE IMPEGNO STORICO NEI TUOI TESTI. QUAL È STATO IL RACCONTO PIÙ SORPRENDENTE O EMOTIVAMENTE DIFFICILE CHE HAI INCONTRATO DURANTE LA RICERCA PER QUESTO ALBUM?
– Il finale della storia del protagonista. Sopravvive alla Grande Guerra per una sola ragione: ha un sogno. Il suo obiettivo è rivedere sua moglie e suo figlio. Vive la guerra aggrappandosi a quel sogno: la speranza di abbracciarli, di tornare a casa. Li ama, e questa convinzione lo tiene in vita. E alla fine riesce davvero a raggiungerli. Fugge dalla prigionia e affronta un lungo viaggio verso casa, perdendo amici lungo il cammino. Ma quella felicità dura solo due settimane. Dopo di che torna in Ucraina a combattere per l’indipendenza, perché la sua patria è stata occupata dai polacchi con il tacito consenso dell’Intesa. I francesi fornirono loro armi per occupare l’Ucraina occidentale, mentre da est avanzavano le forze bolsceviche.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, l’Ucraina dichiarò l’indipendenza, ma fu immediatamente smembrata dai suoi vicini. Così siamo finiti in oltre settant’anni di schiavitù nella cosiddetta ‘prigione dei popoli’, l’Unione Sovietica.
Il protagonista muore nel giugno 1919, nell’ultimo giorno della battaglia decisiva contro i polacchi. Viene sepolto in una fossa comune anonima. Sua moglie, rimasta sola con due figli che non vedranno mai il padre, emigra negli Stati Uniti e passa il resto della vita a piangerlo. Racconto tutta questa storia nel libro che accompagna l’album. È abbastanza sorprendente dal punto di vista emotivo? Perché si tratta della tragica storia dell’Ucraina e delle decine di migliaia di ucraini morti combattendo per la libertà, non di ricerche accademiche o storie di fantasia.
GUARDANDO AI SINGOLI BRANI, LE BATTAGLIE ALPINE SUL FRONTE ITALIANO, COME IN “SÜDTIROL OFFENSIVE”, HANNO UN PESO STORICO PARTICOLARE. PER NOI ITALIANI QUESTI EPISODI POSSONO ESSERE MOLTO SENTITI: HAI CONSIDERATO COME QUESTA PARTE DELLA STORIA POTREBBE ESSERE PERCEPITA DAGLI ASCOLTATORI DELLA REGIONE?
– Sì, certo che ci ho pensato. Ho persino usato deliberatamente il termine che i soldati austriaci usavano per gli italiani all’epoca: Katzelmacher. Non come insulto, ma per autenticità storica, perché il brano è raccontato dal punto di vista di un soldato dell’esercito austro-ungarico. È così che lui lo avrebbe percepito. Anche in quel contesto, mostra rispetto per i soldati italiani, riconoscendo che hanno sfondato le difese austriache e riconquistato la loro terra.
Personalmente ho cercato di affrontare tutto questo con grande rispetto per l’Italia e il suo sacrificio. Abbiamo usato campionamenti dal film antimilitarista italiano “Uomini contro” (anche il video di “1916” ne riprende in parte le idee), canti di guerra italiani autentici e molte storie e fotografie storiche nel libro che accompagna l’album.
Tutto è stato realizzato con profondo rispetto per l’eroismo e la vittoria del popolo italiano.
Il mio bisnonno e suo fratello servirono nell’esercito austro-ungarico. Combatterono sul fronte italiano e da allora hanno sempre rispettato gli italiani. Sono cresciuto con questa consapevolezza.
HAI MAI AVUTO MODO DI VISITARE I CAMPI DI BATTAGLIA ALPINI, FORTIFICAZIONI O MEMORIALI? QUESTI LUOGHI HANNO INFLUENZATO IL MODO IN CUI HAI COMPOSTO O ARRANGIATO I BRANI?
– Sì, diverse volte, nei dintorni di Bolzano, lungo il fiume Soča e una volta nelle Dolomiti. Sono luoghi incredibilmente potenti. Luoghi di follia ed eroismo. Sogno di tornarci un giorno, magari dopo la guerra. Se ci sarà mai un ‘dopo’.
LA VOCE DI AARON STAINTHORPE IN “1918 PT. 3” AGGIUNGE UNA DIMENSIONE SOLENNE AL BRANO. COSA TI HA SPINTO A COINVOLGERLO E IN CHE MODO HA INFLUENZATO IL NUCLEO EMOTIVO DELLA CANZONE?
– Amo il metal britannico – e il punk britannico – fin da quando ero bambino, quindi i My Dying Bride sono sempre stati una band molto importante per me. Aaron ha una voce davvero unica, quasi liturgica, e ha portato esattamente l’atmosfera di cui questo brano aveva bisogno: un senso di profondo dolore, morte e sofferenza.
A PROPOSITO DI AARON, COSA PENSI DELLA SEPARAZIONE DAI MY DYING BRIDE? RIESCI A IMMAGINARE LA BAND SENZA DI LUI?
– Possiedo ogni album dei My Dying Bride in cassetta, vinile e CD: quasi sessanta elementi. Sono un vero fan. Ma non commenterò decisioni prese da adulti tra loro. Hanno fatto la loro scelta, è una loro questione, e la rispetto. Da fan sono triste, perché l’ultimo album “A Mortal Binding” è un capolavoro e ha riportato lo spirito del periodo di metà anni ’90 che amo tanto.
Ma hanno scelto un’altra strada e dobbiamo accettarlo. Sono sicuro che i MDB pubblicheranno altri grandi album, e Aaron ha già pubblicato un ottimo disco con High Parasite, che ho subito comprato in vinile. È una musica profondamente radicata negli anni ’90 – dark, old-school gothic rock/doom. Come se fosse il 1995 e stessi portando a casa cassette di Paradise Lost, Anathema, Katatonia, Tiamat. Come disse il cieco, vivremo e vedremo.
“1919 (THE HOME WHERE I DIED)” PARLA DI UN SOLDATO CHE TORNA A CASA VIVO FISICAMENTE MA SEGNATO EMOTIVAMENTE. QUANTO ERA IMPORTANTE CHIUDERE L’ALBUM SU UNA NOTA DI CONSEGUENZE PERSONALI PIUTTOSTO CHE DI AZIONE SUL CAMPO?
– Forse è colpa mia se non ho comunicato pienamente la storia del protagonista agli ascoltatori. Ho inserito gran parte nel libro, ma non ho considerato che molti si sarebbero limitati ad ascoltare l’album senza approfondire il contesto storico. Come ho accennato, il protagonista muore nel giugno 1919, nell’ultimo giorno della battaglia decisiva contro i polacchi. Viene sepolto in una fossa comune anonima. Sua moglie, rimasta sola con due figli che non vedranno mai il padre, emigra negli Stati Uniti e passa il resto della vita a piangerlo.
Era tornato nella sua patria, l’Ucraina. In quel momento Leopoli era già stata occupata dai polacchi, e passando per Stanislav l’eroe si unì all’Esercito Galiziano Ucraino (UGA), che combatteva per liberare l’Ucraina occidentale. I polacchi, pienamente sostenuti dall’Intesa – che fornì loro 15.000 fucili e munizioni – oltre a istruttori militari americani e francesi, riuscirono a disperdere l’esercito ucraino.
L’Ucraina combatteva su più fronti: contro i bolscevichi a est e contro le forze polacche e rumene che occupavano l’Ucraina occidentale e i Carpazi. È una storia triste di una guerra che non finisce mai davvero.
MOLTE VOSTRE CANZONI METTONO IN LUCE I LEGAMI PERSONALI IN CONDIZIONI ESTREME. PENSI CHE QUESTE STORIE RISUONINO IN MODO DIVERSO PER UN PUBBLICO MODERNO CHE NON HA MAI VISSUTO LA GUERRA?
– Sì. Penso che alla maggior parte del pubblico non importi poi così tanto. Hanno una casa calda, comfort, un iPhone e un iPad. Pianificano viaggi, vacanze, feste con amici, hanno la loro vita. Ed è fantastico, sia chiaro. Vengono ad ascoltare musica, bere birra, divertirsi. Per loro il tema di una guerra astratta è molto distante. Quindi probabilmente sembriamo scimmie in costume che raccontano storie dell’infanzia della loro nonna. Ma tutti vedono le notizie. E molto presto tutto potrebbe cambiare drasticamente. E allora la guerra smetterà di essere metal storico e diventerà una realtà terrificante.
Credete a un ucraino.
DOPO QUATTRO ALBUM E ANNI DEDICATI ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE, QUALE PENSI POSSA ESSERE LA PROSSIMA DIMENSIONE INESPLORATA DELLA GUERRA O DELLA CONDIZIONE UMANA CHE I 1914 POTREBBERO AFFRONTARE MUSICALMENTE?
– Siamo una band che si chiama 1914. Non 1812, non 1939, e nemmeno 2014. Continueremo a fare ciò che facciamo, perché la Grande Guerra è una fonte inesauribile di storie, ispirazione, documenti e arte.
E io continuerò a raccontarvi tutto questo.


