EXUMER – Dietro la maschera della morte

Pubblicato il 06/09/2026 da

Chiamatela cult band o semplicemente Exumer: i tedeschi capitanati da Mem Von Stein e Ray Mensh, a sette anni di distanza dall’ultimo “Hostile Defiance”, sono tornati con il loro thrash metal dalle tinte sì teutoniche, ma fortemente influenzato dalle sonorità americane.
Un trademark iniziato nel 1985, esploso con l’incendiario “Possessed By Fire” e proseguito, seppur con una lunga pausa di oltre vent’anni, sino ai giorni nostri, confermando il proprio credo musicale con l’ultimissimo “Death Mask Messiah”, uscito qualche giorno fa per la Metal Blade Records.
Ed è proprio con il leader Mem che abbiamo avuto la fortuna di fare, i primi di agosto, una lunga chiacchierata transoceanica (da anni ormai risede a New York) parlando del nuovo album, del passato della band, di amicizie e di altro ancora. Buona lettura!

CIAO MEM E BENVENUTO. PER LA CRONACA HO APPENA TERMINATO DI VEDERE IL VIDEO DEL VOSTRO SECONDO SINGOLO “ALLOCATED SAVAGERY”. LA PRIMA DOMANDA E’ OBBLIGATORIA: COSA AVETE FATTO NEGLI ULTIMI SETTE ANNI? HO LETTO CHE LA GESTAZIONE DEL NUOVO ALBUM E’ STATA ABBASTANZA IMPEGNATIVA?
– Sì, confermo. E la ragione è da ricercarsi in diversi fattori. Torniamo al 2019: una volta pubblicato “Hostile Defiance”, abbiamo iniziato ad andare in tour, terminando il tutto nel mese di dicembre con la seconda tappa del tour europeo. E proprio mentre ci stavamo preparando per ripartire nell’anno successivo, è scoppiata la pandemia che ci ha praticamente portato via tutto il 2020 ed il successivo 2021.
In aggiunta a questo, ci sono stati anche alcuni cambiamenti di formazione. Due fattori che, di fatto, ci hanno impedito di lavorare con maggiore impegno e costanza sul nuovo materiale. Terminata la pandemia, consolidata la line-up… ecco che dovevamo nuovamente tornare in tour. Capisci bene che si è creato una sorta di circolo vizioso.
In sostanza, tra la pandemia, i cambiamenti nella formazione e la necessità di suonare live, non c’è stato abbastanza tempo per lavorare e registrare; siamo tornati effettivamente operativi solamente nel 2024. Quando registriamo un disco, vogliamo darci dentro al cento per cento, vogliamo fare un ottimo lavoro in modo che i fan abbiano qualcosa di qualità.
Non si tratta di pubblicare un disco ogni due anni: questo va benissimo per le band più giovani, per quelle che sono, insomma, alle prime armi. Ma per noi non è proprio l’ideale: è più importante puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Ed è quello che abbiamo fatto.

A PROPOSITO DI FORMAZIONE, HO NOTATO UN NOME PARTICOLARE ALLA BATTERIA, JEROME REIL, FIGLIO DELLO STORICO BATTERISTA DEI KREATOR ‘VENTOR’ REIL.
IN ITALIA SI DICE CHE LE MELE NON CADONO MAI TROPPO DISTANTI DALL’ALBERO, PER CUI, POSSIAMO CONFERMARE IL DETTO ‘TALE PADRE TALE FIGLIO’?

– Beh, cosa dire? Jerome è cresciuto suonando. È un polistrumentista: suona la chitarra, la batteria ed il pianoforte. Insomma, è cresciuto con la musica, mentre Ventor, beh è ‘solo’ un batterista; non suona più strumenti. Jerome suona la batteria davvero bene. Ma, ripeto, è un insegnante di musica, è un musicista a tutto tondo.

PARLIAMO DEL NUOVO ALBUM “DEATH MASK MESSIAH” E DI UN ASPETTO CHE COLPISCE SUBITO, AL PRIMO ASCOLTO. E SI TRATTA DI QUEL TIMBRO DIRETTO ED ESSENZIALE CHE LO IDENTIFICA IMMEDIATAMENTE COME UN TRATTO DISTINTIVO DEGLI EXUMER. NON STO DICENDO CHE NON VIA SIA TECNICA, MA CHE L’ESSENZIALITA’, RIPRENDENDO QUANDO DETTO DA TE IN PRECEDENZA, E’ AL PRIMO POSTO DEL VOSTRO OBIETTIVO FINALE.
– L’unico intento che abbiamo da sempre, l’unica idea alla base di ogni nostro disco è quella di assicurarci che suoni come un album degli Exumer. Abbiamo il nostro suono caratteristico, abbiamo il nostro suono distintivo; e per noi questa è la cosa fondamentale. Tutto il resto è semplicemente un processo organico.
Quindi non ci mettiamo a dire: “Oh, questo disco deve suonare più estremo o più melodico”. Diventa semplicemente così perchè è il risultato di un processo organico e naturale. Ripeto, l’unica cosa su cui punta la nostra intenzionalità è proprio questa: vogliamo assicurarci che ogni disco che pubblichiamo sia riconoscibile dai fan come un disco degli Exumer. Vogliamo essere sicuri che gli ingredienti essenziali del nostro sound siano presenti e che tutto il resto sia la naturale conseguenza di questi fattori.
Quindi, se questo disco è più brutale dell’ultimo, è perché ci siamo sentiti più brutali. In “Hostile Defiance” per esempio, ci siamo detti: “Perchè non proviamo a sperimentare inserendo più brani downtempo e più melodie?“. Alla fine si è trattato comunque di un disco degli Exumer.
Ed è proprio questa l’idea che sta alla base di ogni nostro album: avremo il suono degli Exumer, ma sarà leggermente diverso da quello precedente. Ed uno degli esempi migliori in assoluto in questo senso sono gli AC/DC: dal primo album fino a “Back in Black”, non hanno mai deluso; ogni album è fenomenale. È la stessa cosa, ma non lo è; è sempre un po’ diverso. Ed è proprio questa l’idea, no? Insomma, è un disco degli AC/DC, è un riff alla AC/DC, ma è leggermente diverso.
Ed è proprio questo concetto che sta in cima alle priorità della nostra band. Non vogliamo reinventare nulla di nuovo. Vogliamo solo assicurarci che qualunque cosa facciamo sia interessante e diversa, un po’ diversa, in modo che non sia noiosa, perché altrimenti ci annoiamo noi.

SOFFERMIAMOCI ORA SULLA TITLE-TRACK: CHI E’ OGGI IL ‘DEATH MASK MESSIAH’?
– Eh, bella domanda. Allora, ci sono due temi in questo disco, ok? Il primo è molto specifico e riguarda la città di Waco, in Texas, l’incidente con David Koresh e i Branch Davidians, il secondo invece punta l’attenzione su quanto è successo in politica e nella vita di tutti i giorni negli ultimi dieci anni qui negli Stati Uniti. Sono cittadino statunitense e vivo a New York da ventotto anni ormai, per cui scrivo di cose che hanno qualcosa a che fare con me, di cui posso parlare.
Stavo ascoltando la radio e, in occasione del trentesimo anniversario dei fatti avvenuti a Waco, c’era questo giornalista che parlava del suo libro appena pubblicato; era in onda e parlava dell’incidente e di come il governo federale trent’anni fa, a questo punto trentatré (l’assedio di Waco da parte della setta religiosa dei Davidiani avvenne tra il febbraio e l’aprile del 1993, ndr), abbia dipinto un quadro e fornito una propria versione dei fatti. E invece quello che è successo davvero era completamente diverso.
E mi ha fatto pensare: “Questa cosa va avanti ancora oggi, giusto? Sono gli stessi temi, lo stesso copione si sta ripetendo proprio adesso”.
Parlava poi di David Koresh e di come stesse fuorviando i suoi seguaci. Diceva per esempio: “Non potete andare a letto con le vostre mogli”, ma lui andava a letto con le loro mogli. Era come se indossasse una maschera dietro cui nascondeva la sua vera identità. E questo mi ha dato l’idea. Ho pensato a questa maschera e mi sono detto: “È quello che fanno tutti i politici, no?” Dicono: “ehi, ci prenderemo cura di voi, le nostre politiche funzioneranno alla grande”. Poi, una volta eletti, salgono al potere e si dimenticano di tutte le cose che avevano promesso.
L’idea della morte invece mi è venuta nel momento in cui lo stesso giornalista ha aggiunto che “invece di raggiungere il Nirvana, i Branch Davidians hanno incontrato la morte e la distruzione”. Ecco l’immagine del Messia con la maschera di morte. Una maschera che oggi chiunque può indossare; tutti possono vestire i panni di un messia simile: chiunque si rivolge al pubblico dicendo determinate cose, facendone poi altre, completamente diverse. Ed anche i social media in questo senso sono una maschera della morte perfetta.

AL TERMINE DEL DISCO TROVIAMO INVECE UNA CURIOSA VERSIONE DI “UNCHAINED ANGEL” DEI NASTY SAVAGE, CON ALLA VOCE PROPRIO NASTY RONNIE? COME E’ NATA L’IDEA DI QUESTA COVER?
– Diciamo per prima cosa che il legame con i Nasty Savage nasce alla fine degli anni Ottanta e precisamente nel 1988 quando andammo in tour con loro in occasione della nostra prima uscita in terra europea, e da allora siamo rimasti amici!
Ecco perchè quando è arrivato il momento di trovare un brano da inserire nel nuovo album, che pensavamo fosse interessante da reinterpretare, sono andato da Ray (Mensh, chitarrista degli Exumer, ndr) e gli ho chiesto: “Ti ricordi di quel demo?”. Perché uno dei miei primi demo, ai tempi dello scambio di cassette nei primi anni ’80, era proprio “Wage of Mayhem” dei Nasty Savage.
In particolare, ho sempre amato la canzone “Unchained Angel”. Ho detto quindi a Ray: “Proviamo a ricreare l’atmosfera della canzone così come era suonata nel demo e non nella versione successiva presente nell’EP”. E lui di tutta risposta: “Mi sembra un’idea davvero fantastica perché così possiamo prendere quell’atmosfera, e darle un suono nuovo”. A quel punto ho presentato la cosa a Ronnie il quale ha semplicemente commentato: “Mi sembra fantastico”. Ed è così che è nato il tutto.
Si è trattato di un tributo nei confronti di una band che amiamo, con cui abbiamo un legame, con cui siamo stati in tour, di cui siamo amici.

A PROPOSITO DI DEMO, MENTRE RIASCOLTAVO “POSSESSED BY FIRE”, MI SONO IMBATTUTO IN UNA BAND CHIAMATA TARTAROS. TI RICORDA QUALCOSA QUESTO NOME?
– Certo (ride, ndr), è stata la mia prima band. Tra l’altro il batterista dei Tartaros, Syke Bornetto, in seguito ha suonato con noi. Quando infatti ho conosciuto Ray e abbiamo fondato gli Exumer, arrivò il momento di trovare un batterista ho detto: “Ehi, ma certo. Conosco la persona giusta, suonava con me“. E fu così che Syke ci raggiunse negli Exumer.

IN QUEL PRIMISSIMO LAVORO C’E UNA CANZONE DAL TITOLO “THRASH BANG”: UN BRANO SPEED METAL CON DIVERSI RICHIAMI ALLA NWOBHM. SULL’ONDA DI QUANTO FATTO CON LA COVER DEI NASTY SAVAGE, HAI MAI PENSATO DI REGISTRARE NUOVAMENTE QUEL DEMO?
– Oh, è troppo vecchio, o meglio, mettiamola così, è prima dell’era Exumer. Come detto, i Tartaros sono stati la mia prima band ma penso che per noi ormai c’è un’eredità e una storia legata fortemente agli Exumer. Non nego che possa essere un’idea interessante, potrei parlarne con Ray e vedere cosa ne pensa.
Tuttavia, se ci pensi, dal vivo non suoniamo più nemmeno i primissimi brani degli Exumer, tipo “Silent Death”, che era una vera bomba, o “Scanners”: insieme a “Mortal In Black”, facevano parte del primo demo. Non è una brutta idea comunque: ne parlerò con i ragazzi, vediamo cosa ne pensano.

EXUMER, GERMANIA, ANNI OTTANTA. UN PERIODO FANTASTICO PER IL THRASH METAL TEDESCO. ESSEN, AMBURGO, FRANCOFORTE: DA OGNUNA DI QUESTA CITTA’, E NON SOLO, SONO NATE MOLTISSIME BAND. COSA RICORDI DI QUEL PERIODO? COSA HA FAVORITO LO SVILUPPO DEL GENERE E LA NASCITA DI NUMEROSI GRUPPI?
– Il periodo era quello della Guerra Fredda, un periodo molto particolare e delicato. Erano trascorsi quarant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ed anche a livello culturale c’era una grossa divisione tra il vecchio ed il nuovo: da una parte coloro che arrivavano da un certo vissuto, con certe regole e norme sociali, e poi c’era… la gioventù. E fu proprio qui che il thrash metal, ed il metal in generale, colpì nel segno; in quelle persone che si sentivano al di fuori di quelle regole, di quel sistema comune.
Per noi fu un’autentica valvola di sfogo. In particolare il thrash, che portava con sé l’ideologia hardcore e punk, mescolandola alla musica metal; univa il meglio di entrambi i generi. In quel modo riuscivamo ad essere noi stessi, il nostro look era decisamente ribelle, mentre a livello musicale il nostro sound era riuscito a diventare più tecnico rispetto al punk. Era una combinazione davvero interessante. E penso che questo sia stato uno dei veri motivi per il quale molti adolescenti dell’epoca riuscirono a far sentire la propria voce, come noi, o come i Kreator, o i Sodom.

ORIGINI TEDESCHE CHE PERO’ HANNO SUBITO PARECCHIO FASCINO ED INFLUENZA DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO. NEL VOSTRO ALBUM DI DEBUTTO “POSSESSED BY FIRE”, INFATTI, LO STILE DEGLI SLAYER RISUONA IN DIVERSI PEZZI. UNA SCELTA CALIBRATA O UNA SEMPLICE ADORAZIONE VERSO QUEL MODO DI INTENDERE IL THRASH METAL?
– Abbiamo sempre voluto emulare il sound americano, del resto le band preferite da me e Ray all’epoca erano proprio gli Exodus, gli Slayer, i primi Metallica. Sono state queste le influenze maggiori e ci dicevamo che avremmo voluto suonare come loro; non come i Venom, tanto per intenderci.
Per cui abbiamo sempre cercato di catturare quel suono, pur non essendo così facile. Ecco perchè quando ascolti gli Exumer, vi è sempre un qualcosa che rimanda al thrash metal di stampo americano ma… dato che siamo cresciuti in Germania, suona pure tedesco. Insomma, è un mix interessante.

1985, 2026: QUAL’ E’ LA DIFFERENZA PIU’ GRANDE TRA QUESTI DUE PERIODI PER UNA METAL BAND?
– Senza ombra di dubbio l’accessibilità. Oggi è tutto più semplice, più fruibile, ok? Una band è ‘accessibile’ ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Che si tratti del vostro agente, dei vostri fan o di chiunque altro, la gente può contattarvi in qualsiasi momento, se lo desidera.
Nel 1985 aspettavamo che uscisse un disco, non vi erano altri modi per capire la reazione del pubblico. Me l’hai detto all’inizio dell’intervista che avevi appena terminato di ascoltare il nostro ultimo singolo rilasciato. Nessuno nel thrash metal pubblicava singoli in quegli anni; al massimo rilasciavi EP; questa era la cosa più breve che si potesse trovare.
Sono queste quindi le differenze tra passato e presente. Certo, con tutta questa disponibilità si perde ovviamente un po’ di quel fascino che c’era una volta. Ricordo, quando ero ragazzino, il momento in cui uscì “Black Metal”: andai in questo negozio di dischi, era il 1982, e comprai l’album. Guardai la foto sul retro e pensai “Wow!“. Avevo già “Welcome To Hell”, acquistato circa sei mesi prima e mi dicevo “Ma cosa fanno tutto il giorno questi ragazzi? Com’è la loro vita?“. Erano le domande di un quattordicenne. Guardavo la copertina, leggevo ogni singola parola e cercavo di capire cosa pensavano quei ragazzi. E’ questo il fascino di cui parlavo poco fa.
Oggi tutto ciò è un po’ svanito. Ed il motivo è perchè hai accesso a tutto. Se voglio sapere come sta Cronos dei Venom, indovina un po’? Posso andare su Facebook, diventare suo amico e seguire la sua timeline su Instagram. So quando è in tour, so quando non è in tour, so se porta sua figlia alla comunione. Ora posso sapere tutte queste cose; non c’è più spazio per il fascino o la curiosità.

PARLANDO INVECE DI CARRIERA, QUAL E’ STATO IL MOMENTO CHE TI HA REGALATO PIU’ SODDISFAZIONE?
– Beh, il primo riguarda uno dei primi concerti che abbiamo tenuto dopo la reunion del 2008. Eravamo a Los Angeles, e non sapevamo come sarebbe andata quella serata; eravamo appena tornati a suonare dal vivo a quel punto avevamo suonato solo tre o quattro volte in Europa. Tuttavi i promotori di Los Angeles ci dicevano: “Non preoccupatevi, andrà alla grande”. Ma noi non ne sapevamo nulla anche perchè, sino a quel giorno, non avevamo mai suonato negli Stati Uniti; non sapevamo quindi cosa aspettarci.
Ricordo che il giorno del concerto stavamo andando in auto verso il locale: era una vecchia fabbrica di maglieria. E mentre ci avvicinavamo, entrando nel parcheggio, ho visto dei fan. “Ok, fantastico, ci sarà gente!“. Poi arriviamo davanti al locale e vedo una fila che praticamente gira tutt’intorno all’edificio. E penso: “Ci sono parecchi locali in questa zona, dev’esserci più di un concerto in programma“. Allora mi giro verso il promoter e gli chiedo se vi fossero altri show previsti per quella serata, visto appunto il numero di metallari presenti. “No, sono qui per voi“. E io: “Cosa?“. Non ci volevo credere.
E, guarda un po’, è stato uno dei concerti più belli che abbiamo mai fatto. In pratica c’è stato il tutto esaurito, anzi forse più del dovuto. La gente si tuffava dalla balconata, era il caos totale. E’ uno dei miei ricordi più cari; non lo dimenticherò mai. E’ stata un’autentica sorpresa: eravamo stati lontani dalle scene per venticinque anni, siamo tornati ed è successo tutto questo. Incredibile!
E un’altra cosa fantastica per quanto mi riguarda è che mio figlio di sette anni ama davvero la mia musica, la nostra musica. Quando siamo in macchina mi dice: “Ehi, papà, puoi mettere la tua canzone?“, che sarebbe “Death, Mask, Messiah”. E’ fantastico! Certo, non riguarda al 100% la band, è un aspetto più personale.

C’E’ UNA PAROLA CHE CIRCOLA SPESSO LEGGENDO LE VICENDE DELLA SCENA METAL ANNI ’80 ED È ‘AMICIZIA’. COSA MI PUOI DIRE A TAL PROPOSITO DEL TUO AMICO RAY MENSH?
– Ma certo! All’apparenza sembra un tipo tosto ma credetemi, è una delle persone più dolci che vi siano, dal cuore tenero. Se non lo conosci bene potrebbe sembrarti un duro, ma è l’esatto contrario. La storia dice che io Ray ci siamo incontrati durante un concerto degli Slayer nel 1985, dove tre le altre cose decidemmo di fondare gli Exumer.
In realtà ci eravamo ‘conosciuti’ due anni prima: ero con degli amici, ed eravamo sul treno mentre ci stavamo recando al Monsters of Rock Festival del 1983. Per quella edizione Ozzy avrebbe dovuto esibirsi ma, proprio all’ultimo, il suo show venne annullato. Io e uno dei miei amici eravamo così sconvolti che ci mettemmo a piangere. Stavamo impazzendo. Bene, quando ci siamo visti agli Slayer, Ray si ricordava di me, del viaggio in treno e di quell’episodio.
E’ uno dei miei amici più cari. Adoro quel ragazzo: è venuto al funerale di mio padre, insomma, le nostre famiglie sono legate da un doppio filo. Sarà mio fratello fino alla fine dei miei giorni!

QUALI SONO I PROSSIMI PASSI DEGLI EXUMER?
– Il 2027 sarà un anno molto intenso. Per il resto del 2026 invece non abbiamo programmato molti concerti subito dopo l’uscita dell’album: ne faremo un paio in autunno per presentarlo mentre la maggior parte dei nostri concerti inizierà nel 2027, a partire dal 12 febbraio, quando il tour prenderà avvio.
Per questa volta abbiamo deciso di non partire in tour subito dopo la release dell’album, dando così alla gente la possibilità di assaporarlo meglio, di familiarizzare con le varie canzoni così da conoscerle meglio quando andremo a suonarle dal vivo.

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