Report di Alessandro Bettiol ed Edoardo Goi
Introduzione di Alessandro Bettiol
Un tranquillo giovedì di inizio settembre, una tranquilla cittadina. Potrebbe essere questo l’inizio di un normale racconto senza tanti scossoni.
Ed invece il 3 settembre 2026 per Pordenone non è stato assolutamente un giovedì come gli altri: la parte italiana del tour dei Judas Priest, che consta di ben quattro tappe, inizia proprio da una città che negli ultimi anni ha creato molto dal punto di vista culturale, dalla letteratura ai fumetti. Anche la proposta musicale si è sempre più ampliata, da un cartellone legato al blues (ma che porta dentro alcuni nostri portabandiera come Yngwie Malmsteen) fino a tappe di tour estivi di gruppi importanti nel panorama rock e pop.
A far da cornice al notevole palco allestito troviamo il parco San Valentino, che ben si presta a contenere anche un gran numero di appassionati, con i suoi spazi verdi, gli alberi a fare da contenimento e, come questa sera, spazi per il merchandising e per mangiare (non tanti stand, per la verità).
Questa sera, per quanto fosse pieno per un terzo, il parco ha visto quasi quattromila persone di ogni età ascoltare, con un clima ideale, il ritorno in Italia dopo quindici anni di un gruppo come i Nevermore, con la formazione che sappiamo essere stata riunita e stravolta (ma per il risultato finale vi lasciamo al racconto tra poco), e l’ennesimo passaggio dei veterani Judas Priest, con una scaletta che prende a piene mani da molti loro capolavori.
Con queste premesse, gli ingredienti per una piacevole serata ci sono tutti – e forse ci sarà anche qualcosa di sorprendente, visti i ricordi di un Warrel Dane che ci ha lasciato troppo presto.
C’era grande attesa – tanto fra le fila dei fan quanto fra quelle degli addetti ai lavori – per il ritorno in Italia dei Nevermore a distanza di ben quindici anni dal loro ultimo concerto sul suolo patrio, anche se ‘solo’ come spalla dei leggendari Judas Priest.
Attesa e curiosità giustificate dal desiderio, radicato in entrambe le succitate categorie, di poter valutare in prima persona lo stato di salute della formazione ora capitanata dai membri storici Jeff Loomis (chitarra) e Van Williams (batteria), in particolar modo per quanto riguarda l’inserimento dei nuovi arrivati Jack Cattoi (chitarra), Semir Özerkan (basso) e, soprattutto, del nuovo cantante Berzan Önen, chiamato al gravoso compito sostituire una figura importante e ingombrante come quella del compianto Warrel Dane.
I Nevermore sono parsi consapevoli di tali aspettative fin dal momento in cui sono saliti sul palco, dando fuoco alle polveri con una tellurica versione di “Narcosynthesis”. Tutta la band è sembrata fin da subito caricata a pallettoni; i suoni già molto buoni, e l’esecuzione tecnica semplicemente impeccabile – anche dei nuovi membri, con Berzan semplicemente monumentale nell’interpretare le linee che furono di Dane, Semir puntualissimo al basso e Jack impeccabile alla sei corde, anche nelle numerosi parte soliste lasciategli da Loomis – hanno reso il concerto una sequenza di deflagrazioni soniche che buona parte del pubblico ha intonato a squarciagola, segno che, sebben la maggioranza dei convenuti fosse evidentemente lì per gli headliner (a giudicare dalle numerose magliette, alcune peraltro indossate da giovanissimi), anche i Nevermore hanno saputo richiamare una non trascurabile quantità di agguerritissimi fan.
I componenti storici Loomis e Williams hanno fatto trasparire tutta la loro soddisfazione attraverso i grandi sorrisi in accompagnamento a tutta la loro esibizione, che fra una “My Acid Words”, una “The River Dragon Has Come” e una “Final Product”, ha saputo ribadire con forza sul palco il motivo per cui i Nevermore sono a ragione considerati una delle band più importanti, capaci e innovative della scena a cavallo del nuovo millennio.
Infine, sebbene alcuni focolai di pogo fossero scoppiati già con “Inside Four Walls”, è con le brutali “Born” e “Enemies Of Reality” che il pit si è lasciato definitivamente andare al delirio, con i Nevermore che hanno terminato il loro breve set in trionfo fra le meritatissime acclamazioni dei presenti (già decisamente numerosi).
Da segnalare anche una toccante versione di “Believe In Nothing”, dedicata alla memoria del compianto Dane e cantata a gran voce da un pubblico commosso. (Edoardo Goi)
Con un cambio palco meticoloso e il classico brulicare di tecnici, fonici e roadies, in poco meno di venti minuti è tutto pronto per l’ingresso di Sua Maestà Rob Halford e dei Judas Priest.
Puntuali alle 21.10, con un grande telone a coprire in tutta l’altezza il palco e a raffigurare il logo del gruppo e del tour di “Faithkeepers”, dopo le note dell’intro (“War Pigs” dei concittadini Black Sabbath, con il pubblico che tiene il ritmo battendo le mani e cantando, e poi seguita dalla musica di apertura del tour), si inizia con lo srotolamento del telo e con con le cadenzate “You’Ve Got Another Thing Comin'” e “Metal Gods”, pescando subito a piene mani dal passato (visti gli oltre quarant’anni dei due album, “Screaming For Vengeance” e “British Steel” da cui sono tratti).
Risultano subito protagonisti i due chitarristi Ritchie Faulkner e Andy Sneap, posti ai lati del palco, che con i loro assoli e tapping sciorinano un affiatamento palpabile, soprattutto nel dividersi le parti. Se è pur vero che Rob ormai ha spento le settantacinque candeline, è altrettanto vero che tiene il palco da veterano qual è e riesce a trasmettere un carisma incredibile. Il suo muoversi continuamente da una parte all’altra del palco, il soffermarsi a contemplare i suoi chitarristi e dimostrarne apprezzamento (e chiamando il pubblico a fare lo stesso) lo rendono il fulcro dello show.
Lo spettacolo si infiamma a partire da “Breaking The Law”, vero e proprio spartiacque che rende la scaletta della serata di Pordenone un piccolo regalo per ogni fan. Se da una parte trovano ovviamente spazio dei classici che non possono mai mancare, come “Painkiller” e “Living After Midnight”, dall’altra i Judas decidono di regalare le versioni dal vivo di piccole perle che nel tempo avevano via via trovato sempre meno spazio.
“The Sentinel” lascia tutti incantati grazie anche a effetti anni Ottanta, data la strobo con gli scintillii dati dalle luce che si riflette sui mille specchietti, e gli scroscianti applausi alla fine sono il giusto tributo per un’interpretazione molto sentita. La rocciosa parte ritmica, con un metronomo come Scott Travis e Ian Hill al basso sempre un passo dietro sul palco (pur essendo l’unico membro rimasto dall’inizio della storia dei Judas), è una garanzia e dimostra come ogni cosa giri con la giusta velocità anche nel prosieguo delle canzoni, dettando il battito di ogni ascoltatore galvanizzato dal riscoprire gemme dell’immensa discografia, come una perfetta “Desert Plains”.
Rob, dal canto suo, sa nascondere molto bene alcuni limiti ormai dovuti all’età e ne esce sempre vincitore, facendo cantare il pubblico, allontanando o riavvicinando il microfono, ma dimostrandosi comunque sempre coinvolgente. Prova ne sono i giochi di voce, in cui vocalizza e chiede ai presenti a Pordenone di fare altrettanto, con cui introduce quel gran pezzo di “Panic Attack”, accolto da un boato degli astanti.
Se però ci si può aspettare, man mano che la serata volge al termine, che anche la voce possa risentirne, veniamo smentiti completamente, tra gli acuti a fine di “Victim Of Changes” e una “Painkiller” che rasenta toni altissimi, ultrasuoni che la rendono la giusta conclusione prima del rientro sul palco.
Fino a ora abbiamo assistito a un gran concerto, in cui è difficile trovare sbavature; è praticamente impossibile non rimanere concentrati grazie a suoni altissimi e a un uso massivo di immagini sui numerosi ledwall.
Si viene come assorbiti verso il palco e la breve intro di “The Hellion” ci riporta velocemente a quella che sarà la tripletta conclusiva. Una più tranquilla “Electric Eye”, l’immancabile entrata in scena di Rob sulla sua Harley per cantare “Hell Bent For Leather” e l’inno per concludere la serata “Living After Midnight”, con infine “We Are The Champions” dei Queen per i saluti. S
e nella parte finale sono state poche le sorprese per quanto riguarda i brani scelti, ormai formula consolidata (e forse troppo cristallizzata), qua e là durante la serata sono stati raggiunti picchi di potenza sonora notevoli, come in “Steeler” e “No Surrender”. Sfruttando effetti visivi quali raggi laser, fasci di luce, riflessi su una strobo, i Judas Priest hanno percorso quasi quarant’anni anni di musica (pezzi presi da “British Steel” del 1980 fino a “Firepower” del 2018) con lo stesso trasporto e passione che li contraddistingue.
Quando si pensa alla storia dell’heavy metal, alle radici del movimento in Inghilterra, Rob Halford è una di quelle figure che occupa un posto di primo piano. Questa sera, a Pordenone, in un’ora e mezza concentrata, ha saputo ancora una volta dimostrare che la classe non conosce età.
Se per i Nevermore possiamo dire che siamo rimasti piacevolmente estasiati da un livello qualitativo ineccepibile, per i Judas Priest lo siamo stati altrettanto, perché hanno curato ogni passaggio, ogni movimento sul palco affinchè il risultato finale fosse uno spettacolo. E così è stato, ancora una volta.
Negli sguardi dei molti presenti c’era la soddisfazione, dai più veterani alle giovani leve, tutti sicuri di esser stati parte di un rito collettivo del quale l’officiante è Mr. Halford. Lunga vita a Rob, lunga vita ai Judas Priest. (Alessandro Bettiol)
Setlist:
War Pigs (intro)
Faithkeepers Intro
You’ve Got Another Thing Comin’
Metal Gods
Breaking The Law
The Ripper
The Sentinel
Desert Plains
Lightning Strike
Turbo Lover
Steeler
Delivering The Goods
Panic Attack
Victim Of Changes
No Surrender
Painkiller
The Hellion
Electric Eye
Hell Bent For Leather
Living After Midnight
We Are The Champions (outro)

