7.5
- Band: SPIRIT ADRIFT
- Durata: 00:48:02
- Disponibile dal: 10/04/2027
- Etichetta:
- 20 Buck Spin
Solitamente la parola ‘sorpresa’ richiama alla mente momenti piacevoli, per lo più brevi ma comunque intensi: un evento inaspettato, un regalo, un qualcosa che, in qualche modo, rompe gli schemi.
L’evento in questo caso è sì sorprendente ma, ahinoi, non così gradito: preannunciato senza una data ben precisa all’inizio del mese scorso, allegato al singolo “Eternal Celestial Energy”, è uscito invece venerdì (a sorpresa, appunto!) l’ultimo capitolo degli Spirit Adrift, band e anima sonora di Nate Garrett, il quale ha riversato tutta la sua passione nei confronti dell’heavy metal, sfruttandola come specchio della sua personalità, nei sei album rilasciati in soli dieci anni di carriera.
Dal primo “Chained To Oblivion” passando all'”Enlightened in Eternity” (punto più alto per chi scrive) del 2020 sino al qui presente “Infinite Illumination”, ogni disco degli Spirit Adrift ha costituito una tappa importante del viaggio introspettivo dello stesso Garrett.
Un percorso scalfito da momenti bui, periodi di maggiore serenità fino al luglio dello scorso anno quando con un semplice post comunicò la triste diagnosi che aveva colpito la moglie Nicole: una sentenza che ha radicalmente stravolto la vita personale e di conseguenza professionale del musicista americano andando inevitabilmente ad incidere anche sulla prosecuzione delle attività della sua band principale.
E così, dopo aver dato addio alle scene live con un ultimo show celebratosi il 20 marzo scorso in quel di San Antonio, ecco il capitolo discografico finale.
Costellato ancora una volta dalla classica miscela heavy-doom-stoner, “Infinite Illumination” si discosta leggermente dalle produzioni che lo hanno preceduto, non tanto dal punto di vista stilistico quanto dall’approccio globale assorbito da tutti e gli otto brani che lo compongono, contrassegnati da una solida vena malinconica, quasi a sottolineare il ruolo conclusivo del disco.
Bastano infatti le prime note della title-track per farci entrare nella ‘dimensione Garrett’: il suo lento incedere, i riff di stampo sabbathiano, il perpetuarsi di certe melodie attestano ancora una volta il marchio degli Spirit Adrift, lasciando forse un leggero amaro in bocca per la mancanza di un vero stacco più incisivo e trascinante.
La mancanza dei diffusi cambi di ritmo che avevano praticamente caratterizzato i precedenti album (qui manifestatisi, invece, nella sola seconda parte del full-length) non deve comunque essere interpretata come un punto debole. Come si scriveva qualche riga sopra, la creatività, ma soprattutto lo stato d’animo di Nate ha fatto scaturire l’andamento fatalmente trasognato di buona parte delle varie tracce, con uno sviluppo più lento e riflessivo, ripreso egregiamente a livello visivo grazie alla portentosa cover realizzata dall’artista Arik Roper.
Ecco quindi che brani come “I Am Sustained” e “White Death” ci riportano al lato più manovriero di Garrett, lasciando maggior libertà all’alternanza heavy-doom che aveva sicuramente fatto la fortuna di altri episodi.
Una struttura sognante e pensierosa riflessa anche nella definitiva “Where Once There Was An Ocean”, la cui sequenza di riff finali disegna il perfetto contraltare al leggero e semplice accordo della già menzionata “Infinite Illumination”, marcando quell’aspetto dantesco che ha bollato il cammino artistico di Nate.
Quanto al voto, permetteteci per una volta di andare oltre la singola valutazione della singola pubblicazione, celebrando a dovere la storia, seppur breve, di una band ed in particolar modo dell’artista che si cela dietro al suo nome – quel Nate Garrett, in grado, con la sua semplicità e passione di diffondere, sia in studio sia nelle esibizioni dal vivo, qualcosa di più della naturale ed ovvia proposta musicale, certamente non così innovativa ma capace di cogliere l’aspetto più intimo della musica stessa.
