DEVOID OF THOUGHT – Forme caleidoscopiche

Pubblicato il 24/07/2026 da

Nati da un’esigenza espressiva prima ancora che da un’idea rigidamente stilistica, i Devoid Of Thought hanno attraversato negli anni una progressiva mutazione che li ha portati da un thrash metal di matrice piuttosto classica a una forma di death metal sempre più libera, stratificata e sfuggente.
Con il nuovo omonimo album, uscito per Avantgarde Music qualche settimana fa, la band italiana sembra aver condensato questo percorso in una sintesi più definita, in cui aggressione, deriva lisergica e una sorta di tensione industriale convivono senza gerarchie nette.
Abbiamo parlato con il chitarrista/cantante Andrea Collaro per ripercorrere l’origine del progetto, la sua evoluzione e il modo in cui oggi il gruppo affronta composizione, identità sonora e dimensione live come parti di un’unica esperienza immersiva e in continua trasformazione.

Artista: Devoid Of Thought | Fotografa: Nicolette Radoi | Data: 24 giugno 2023 | Venue: Black Inside | Città: Lonate Ceppino (VA)

 

I DEVOID OF THOUGHT SONO SEMPRE SEMBRATI UNA REALTÀ NATA PIÙ DA UN’ESIGENZA ESPRESSIVA CHE DA UNA SEMPLICE VOLONTÀ DI SUONARE DEATH METAL. QUAL ERA L’IDEA INIZIALE ALLA BASE DELLA FONDAZIONE DELLA BAND E QUANTO SENTITE CHE QUELLA VISIONE ORIGINARIA SIA ANCORA PRESENTE OGGI IN QUESTO OMONIMO NUOVO ALBUM?
– L’idea iniziale alla base della band è sempre stata piuttosto rarefatta… Prima dei Devoid Of Thought suonavamo thrash metal sotto il moniker Warstorm, una band molto adolescenziale in cui cercavamo di reinterpretare il thrash in chiave moderna. I nostri riferimenti andavano dai Dark Angel ai Municipal Waste, passando per Voivod e Lamb of God, che cercavamo di amalgamare in qualcosa di personale.
Con il tempo il sound si è fatto più oscuro e aggressivo in maniera del tutto naturale, semplicemente perché stavano cambiando i nostri ascolti e le nostre esperienze di vita. Band death metal come Decapitated o Cryptopsy hanno iniziato a diventare sempre più importanti per noi, così come un certo thrash più progressivo alla Vektor, una band a cui dobbiamo molto. Da lì abbiamo iniziato ad allargarci anche verso territori fuori dalla classica palette thrash/death/black: doom, stoner, psichedelia, noise, industrial, ambient.
In generale, volevamo semplicemente una band metal che ci permettesse di suonare tutto quello che volevamo, senza dover rispettare canoni troppo rigidi. Anche la voce growl è arrivata in modo spontaneo: necessitavamo qualcosa di più aggressivo e quella tecnica è sembrata la conseguenza naturale. Lo stesso vale per l’accordatura delle chitarre, abbassate pian piano di due o tre toni: piccoli cambiamenti che però hanno trasformato radicalmente il sound, facendolo passare da molto thrash a molto più death metal.
L’idea iniziale era quindi quella di non lasciarci trascinare dai preconcetti e seguire il nostro percorso secondo le esigenze, intuizioni e sensazioni che capitavano. Tutto era un tentativo, un esperimento per vedere cosa succedeva, ma soprattutto per divertirci. Per noi il suonare insieme doveva rimanere qualcosa di piacevole, senza troppi paletti.
Il nome Devoid Of Thought nasce da qui: una sorta di ‘assenza di pensiero’, un lasciarsi guidare più dall’istinto e dalle sensazioni che dal controllo razionale o da una visione rigidamente definita. E direi che questa è ancora oggi la piccola fiamma che guida tutto quello che facciamo: quando scriviamo nuova musica ci ricordiamo sempre che deve piacere prima di tutto a noi e permetterci di entrare in quel determinato stato mentale. Se sentiamo che funziona davvero, allora la portiamo anche all’esterno.

FIN DAGLI ESORDI SOTTO QUESTO NOME AVETE APPUNTO LAVORATO SU UN DEATH METAL PIUTTOSTO SFUGGENTE, LONTANO SIA DALLE FORMULE PIÙ CLASSICHE SIA DA CERTE DERIVE CONTEMPORANEE PIÙ CODIFICATE. NEL COMPORRE IL NUOVO ALBUM AVETE AVUTO LA SENSAZIONE DI DEFINIRE ULTERIORMENTE UNA VOSTRA IDENTITÀ PRECISA OPPURE PREFERITE MANTENERE LA MUSICA IN UNA DIMENSIONE VOLUTAMENTE INSTABILE?
– Il fatto che il nuovo album sia self-titled sottolinea proprio come sentiamo di aver trovato una nostra dimensione più definita. In “Outer World Graves” sperimentavamo molto tra una componente death metal più classica e una parte più astratta e sperimentale con connotati molto doom; lì rimanevano più distinte mentre qui sento che siamo riusciti a fondere meglio i diversi aspetti della band.
La dualità ‘bianco e nero’ del primo disco lascia spazio a qualcosa di molto più fluido e multiforme, che è ben rappresentato dall’immaginario del biodoma panspermico della track iniziale. In questo contesto il pensiero razionale smette di essere utile: la sua assenza diventa la matrice dell’atmosfera caotica del disco.
È la stessa sensazione che abbiamo sempre cercato di trasmettere dal vivo e che vogliamo incorporare nella produzione e nelle canzoni: una sorta di traduzione musicale dello stato di flow che si può raggiungere tramite la meditazione, lo sport o altre esperienze immersive. Nulla di esoterico o artificiosamente complesso: spesso la magia dell’arte è qualcosa di estremamente naturale e concreto.
Quella che dall’esterno può sembrare una ‘dimensione instabile’, noi la percepiamo più come una dimensione eterea, dove sound e concept non sono solidamente definiti come nella realtà quotidiana, ma più labili e scomposti in una forma caleidoscopica.

NEL DISCO CONVIVONO MOMENTI MOLTO AGGRESSIVI E APERTURE DECISAMENTE PIÙ SOFFUSE, QUASI RAREFATTE. QUANTO CONTA PER VOI IL CONTRASTO EMOTIVO NELLA SCRITTURA? CERCATE CONSAPEVOLMENTE QUESTI SALISCENDI UMORALI OPPURE EMERGONO IN MANIERA SPONTANEA DURANTE IL PROCESSO COMPOSITIVO?
– Il rapporto tra tensione e rilascio, è alla base di qualsiasi buona composizione, quindi è sicuramente qualcosa che ricerchiamo anche in maniera consapevole. A livello pratico però nasce in modo molto naturale: si costruisce una pressione sonora tramite certi riff o certe atmosfere che a un certo punto ha fisicamente il bisogno di essere sciolta in qualcos’altro, giocare su questa sottile linea ci entusiasma particolarmente. È un meccanismo che esiste in qualsiasi forma d’arte, non solo nella musica, ed è anche uno dei modi più efficaci per smuovere davvero l’ascoltatore.
Viviamo bombardati da input continui, così che tante emozioni finiscono per calcificarsi; riuscire a sbrogliare e tirare fuori sensazioni inattese diventa quindi qualcosa di molto fisiologico. Quindi sì, questi saliscendi emotivi sono ricercati consapevolmente, ma emergono anche in modo spontaneo durante la composizione.

Artista: Devoid Of Thought | Fotografo: Benedetta Gaiani | Data: 18 agosto 2023 | Evento: Frantic Festival | Venue: TikiTaka Village | Città: Francavilla al Mare (CH)

 

PUR MUOVENDOVI IN TERRITORI VAGAMENTE DEFINIBILI AVANTGARDE, NON SEMBRATE INTERESSATI A SEGUIRE APERTAMENTE MICRO TREND CONTEMPORANEI. VI SENTITE DISTANTI DA TERMINOLOGIE CHE OGGIGIORNO MOLTI, SOVENTE A SPROPOSITO, TENDONO A USARE – VEDI ‘DISSONANT’, ‘COSMIC’, ECC. – OPPURE PENSATE CHE CERTI PUNTI DI CONTATTO SIANO INEVITABILI QUANDO SI LAVORA SU STRUTTURE COSÌ LIBERE E STRATIFICATE?
– Le etichette sono soprattutto una conseguenza del bisogno umano di catalogare le cose. Per descrivere bisogna nominare e questi termini possono anche essere d’aiuto. Il problema è che spesso queste definizioni rischiano di sviare l’ascoltatore.
Molti parlano di ‘dissonanza’ senza sapere davvero cosa significhi musicalmente, oppure usano ‘cosmic’ come etichetta estetica generica, associandola automaticamente a immaginari sci-fi. Per quanto certi elementi possano anche appartenerci, non è quello il messaggio della nostra musica.
Sì, esiste una componente di questo tipo nelle storie o nelle atmosfere che evochiamo, ma non ci ispiriamo soltanto ad Asimov, per esempio…
Capisco che certe etichette possano aiutare l’ascoltatore a orientarsi, e personalmente faccio fatica persino a definire la nostra musica semplicemente ‘death metal’. Certo, ci sono blast beat e growl, ma siamo molto lontani da un sound canonico. Penso sia più interessante lasciare che la musica parli da sola, senza preoccuparsi troppo di inserirla in una categoria precisa.

NEL DISCO PARE EMERGERE CON PIÙ FORZA UNA CERTA ESTETICA INDUSTRIALE E LISERGICA, QUASI UNA SENSAZIONE DI ALIENAZIONE CHE ATTRAVERSA BUONA PARTE DEL LAVORO. DA DOVE NASCE QUESTA COMPONENTE? È QUALCOSA CHE AVETE CERCATO DELIBERATAMENTE OPPURE IL RISULTATO NATURALE DELL’EVOLUZIONE DEL VOSTRO SOUND?
– Per ‘estetica industriale’ mi viene in mente soprattutto un richiamo alla modernità: strutture architettoniche, mentali e sociali tipicamente appartenenti ad un’umanità contemporanea.
Credo che questa componente sia entrata nella nostra musica per osmosi. Negli ultimi quattro anni siamo stati in tour più volte, abbiamo vissuto quotidianità abbastanza frenetiche e inevitabilmente tutta la macchina ultra-capitalistica in cui siamo immersi lascia un segno.
Nel nostro caso questa pressione finisce per trasformarsi in quella sensazione di claustrofobia che attraversa il disco. Ancora una volta ritorna il concetto di tensione, in questo caso psicologica e profondamente traumatica prodotta dall’industrializzazione dell’essere umano, che da individuo in armonia con la natura diventa un ingranaggio di una macchina enorme e disumanizzante.
Dall’altra parte esiste invece la componente lisergica, che è altrettanto presente nel disco sotto diverse forme. Da una parte abbiamo questa macchina industriale che ci logora sempre di più, amplificata anche dal progresso tecnologico, social media… dall’altra esiste il desiderio di evasione, di libertà mentale, di accesso a stati percettivi altri.
Nel nostro caso questa dualità si traduce in una continua giustapposizione tra claustrofobia urbana e libertà naturalistica ed esistenziale. Sono due pulsioni che si scontrano ma allo stesso tempo convivono e si fondono nel nostro sound.
Vogliamo evocare nell’ascoltatore la sensazione di estraniamento, disforia e sogno, e quindi la solennità del death metal si accompagna a sound più stratificati. Un esempio è il forte utilizzo di effettistica sulla voce proprio per renderla il più sovrannaturale possibile. Quando ne parlavo con Avantgarde lo descrivevo come “un disco death metal su cui avevo rovesciato per sbaglio sopra dell’LSD”.

LE CHITARRE SEMBRANO GIOCARE CONTINUAMENTE TRA RIFF MOLTO CONCRETI E APERTURE PIÙ SIBILLINE, COSTRUENDO TENSIONE SOPRA RITMICHE SPESSO SOSTENUTE. QUANTO LAVORO C’È DIETRO QUESTO TIPO DI DINAMICA? PARTITE DA STRUTTURE PRECISE O LASCIATE SPAZIO A UNA COSTRUZIONE PIÙ ISTINTIVA E STRATIFICATA?
– Molto di questa dinamica nasce in maniera spontanea, anche perché la band è costruita in modo che ognuno abbia un ruolo abbastanza definito, pur senza rigidità particolari. Claudio, con il suo background jazz e black metal, riesce a creare ritmiche incessanti ma allo stesso tempo molto articolate; Marek al basso gli si incastra perfettamente, alternando momenti violentissimi alla Cryptopsy ad altri più melodici e sospesi, quasi doom. A livello chitarristico invece Lorenzo porta una componente più granitica e ritmica, vicina a band come Immolation o Morbid Angel, mentre io tendo a occuparmi maggiormente della parte psichedelica e delle lead più atmosferiche.
In questo disco però i ruoli si mescolano molto di più e le due chitarre sono diventate quasi gemelle. Lorenzo si occupa anche di molte parti lead e ci scambiamo continuamente tra ritmica e solista a seconda delle esigenze del brano.
Un ruolo enorme lo gioca anche l’effettistica. In fase di produzione abbiamo lavorato tantissimo su riverberi, delay, armonizzatori e layering per ottenere quella specie di alone costante che avvolge il disco, anche nei momenti più aggressivi. Volevamo mantenere sempre quella ‘patina’ sonora, quella pasta ambientale che rende tutto più stratificato e immersivo.
Anche dal vivo abbiamo sempre amato sostituire i classici momenti di pausa e interazione col pubblico con rumori, droni e improvvisazioni ambientali, proprio per dare la sensazione di trovarsi in un mondo separato dalla realtà quotidiana.
C’è anche più spazio all’improvvisazione e alla libertà di riadattarsi al momento, alcune parti sono molto elastiche e tendono a essere volutamente leggermente diverse a seconda delle condizioni pur rimanendo fedeli al sound che presentiamo sulle registrazioni

ASCOLTANDO IL DISCO SI POSSONO INFATTI COGLIERE ALCUNI ECHI DI MORBID ANGEL, IMMOLATION O GORGUTS, MA SEMPRE IMMERSI IN UN CONTESTO POCO INQUADRATO. QUALI SONO OGGI LE INFLUENZE CHE SENTITE DAVVERO VIVE NEL VOSTRO MODO DI SCRIVERE? E QUANTO È IMPORTANTE, PER VOI, EVITARE CHE IL RIFERIMENTO DIVENTI CITAZIONE DIRETTA?
– Band come Vektor e Voivod continuano a essere fondamentali per noi, così come i Bölzer. Anche band con cui abbiamo condiviso diverse tournée come Ad Nauseam e Artificial Brain sono nostri riferimenti. Ovviamente non possiamo non citare anche i Blood Incantation perché hanno contribuito a rendere più accessibile una certa sperimentazione nel death metal, anche verso un pubblico abituato a sonorità più classiche. Detto questo, non credo che il nostro sound sia realmente simile al loro. Abbiamo accordature diverse, un approccio differente alla produzione, all’effettistica e alla scrittura. Più che altro esistono parallelismi tematici, soprattutto legati a certi riferimenti psichedelici.
La cosa importante è riuscire a creare un immaginario e un’identità sonora realmente personali. Il riff death metal esisterà sempre e continuerà a riecheggiare attraverso le generazioni, usato come un mezzo d’espressione pari al tremolo picking per il black metal.

“DEVOID OF THOUGHT” NON SEMBRA UN DISCO COSTRUITO ATTORNO A SINGOLI IMMEDIATI O A MOMENTI ‘FACILI’, MA PIUTTOSTO UN LAVORO CHE ACQUISTA PROFONDITÀ COL TEMPO E CON I RIASCOLTI. QUANDO COMPONETE, PENSATE MAI AL POTENZIALE IMPATTO IMMEDIATO DEI BRANI OPPURE VI INTERESSA SOPRATTUTTO COSTRUIRE UN’ESPERIENZA IMMERSIVA E COERENTE NEL LUNGO PERIODO?
– A nostro parere in ogni canzone ci sono diversi momenti che possono essere considerati immediati o comunque accessibili. Principalmente però abbiamo cercato di mantenere il disco relativamente compatto, sotto i quaranta minuti proprio per invogliare le persone ad ascoltarlo più volte e a prendersi il loro tempo.
Durante la composizione cerchiamo proprio di creare momenti il più ipnotici possibili per creare quella sensazione di vortice mentale estenuante e onirico.
Parlando con molta umiltà, penso che l’arte contenga inevitabilmente una componente di trascendenza, e questa cosa non può avvenire in trenta secondi. Serve ripetizione, ritualità, immersione, per arrivare a quello stato di trance o di flow che permette all’esperienza di manifestarsi davvero.
Il nostro obiettivo non è semplicemente creare un momento d’ascolto piacevole o immediatamente memorabile, ma costruire un’esperienza dentro cui l’ascoltatore possa entrare. In fondo, con i dischi registrati cerchiamo sempre di tradurre in forma concreta e portatile quello che succede durante i nostri live.
Quando suoniamo dal vivo ci aspettiamo che il pubblico entri insieme a noi in questo stato di “Devoid Of Thought”, condividendo la stessa esperienza immersiva che viviamo noi mentre eseguiamo quei brani. E quindi sì, il disco richiede tempo, attenzione e partecipazione: soprattutto in una musica così densa di elementi, servono più di pochi secondi o di un paio di ritornelli per entrare davvero nel suo mondo.

UN MATERIALE COSÌ STRATIFICATO E PIENO DI DETTAGLI RISCHIA INEVITABILMENTE DI TRASFORMARSI DAL VIVO. COME STATE AFFRONTANDO LA DIMENSIONE LIVE? I BRANI MANTENGONO QUESTA COMPONENTE STRANIANTE E ATMOSFERICA ANCHE SUL PALCO OPPURE TENDONO AD ASSUMERE UN IMPATTO PIÙ DIRETTO E FISICO?
– Crediamo che questa musica trovi la sua forma più autentica proprio dal vivo, mentre il disco fisico rappresenta più che altro un ricordo da portarsi a casa per poter rivivere quell’esperienza. Cerchiamo infatti di suonare musica che sia il più possibile fedele a ciò che accade realmente quando noi quattro siamo in sala prove. Spesso preferiamo testare i brani dal vivo prima ancora di registrarli, capire dove ci portano e che sensazioni ci restituiscono, per poi costruire il disco in base a quell’esperienza.
Una cosa che ci ha aiutato molto negli ultimi tempi, soprattutto nei concerti italiani, è stata la presenza del nostro tecnico luci, che conoscendo perfettamente i brani riesce a legare ogni riff a colori, flash e movimenti specifici. Questo contribuisce enormemente a creare quella sorta di commistione sensoriale che aiuta sia noi sia il pubblico a trascendere lo astato mentale quotidiano.
Sicuramente la dimensione live ci porta ad avere un approccio più muscolare e fisico ma lo stesso tipo di set-up che usiamo in studio viene interamente riprodotta dal vivo per ricreare le atmosfere il e i diversi momenti di contrasto il più fedelmente possibile.

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