24-27/06/2026 - TONS OF ROCK 2026 @ Ekebergsletta - Oslo (Norvegia)

Pubblicato il 23/07/2026 da

Report di Enrico Ivaldi.
Foto per gentile concessione di Karianne Eull.

Nel corso di tredici anni e undici edizioni (escludendo i due anni di stop dovuti alla pandemia), il Tons Of Rock è cresciuto in maniera esponenziale, passando dai quasi diecimila spettatori della prima edizione agli oltre centocinquantacinquemila registrati nelle ultime tre. Un percorso che lo ha portato a contendere allo Sweden Rock il primato di più grande festival della Scandinavia e ad affermarsi come uno degli appuntamenti musicali più importanti del Nord Europa.

Anche quest’anno il festival conferma la propria filosofia, proponendo una line-up capace di bilanciare metal estremo e rock, con headliner di caratura internazionale e ampio spazio a gruppi storici della scena norvegese, pressoché sconosciuti al di fuori dei confini nazionali ma autentiche istituzioni in patria, come Raga Rockers, DumDum Boys e D.D.E.
Cambia invece il layout di due dei palchi, come sempre intitolati alle opere di Munch. Se lo Scream Stage, il palco principale, rimane invariato, vengono invertite le posizioni del Moonlight Stage (quello coperto) e del Vampire Stage, quest’ultimo ormai sempre più assimilabile a un secondo main stage. Viene inoltre sensibilmente ampliato lo Storm Stage e fa il suo debutto il curioso Swamp Stage, un palco sospeso all’interno di un container, portando così a cinque il numero complessivo delle aree dedicate ai concerti.
Se il nuovo assetto appare chiaramente studiato per aumentare gli spazi fruibili in vista di un’affluenza di quasi quarantamila persone al giorno, va comunque segnalato come, nei momenti di maggiore affollamento, l’accesso ai due palchi interessati dalla riorganizzazione sia talvolta risultato difficoltoso: il problema si è manifestato soprattutto all’inizio dei concerti, per poi attenuarsi dopo un paio di brani, ma siamo convinti che gli organizzatori riusciranno a perfezionare questi piccoli dettagli logistici già a partire dalle prossime edizioni.

Nulla cambia, invece, per quanto riguarda i servizi extra-musicali, che continuano a rappresentare uno dei punti di forza del festival. Rimane infatti ampia l’offerta di stand gastronomici e punti ristoro (con prezzi sempre piuttosto elevati), merchandising, una farmacia mobile che distribuiva gratuitamente crema solare e borracce, oltre ai numerosi punti di rifornimento di acqua gratuita sparsi per tutta l’area. Immancabile anche l’ufficio postale.
Tra le novità di quest’anno troviamo un servizio di armadietti custoditi e la nuova area Arcade con cabinati vintage, uno stand dedicato agli strumenti musicali e due postazioni karaoke, dove era possibile esibirsi sulle proprie canzoni preferite e riceverne immediatamente la registrazione.
Cresce inoltre in maniera significativa l’area VIP, situata al centro del festival e accessibile tramite un upgrade del biglietto: al suo interno trovano posto ulteriori bar e una tribuna circolare che offre un’ottima visuale sia sullo Scream Stage sia sul Vampire Stage.

Ultimo, ma non meno importante, il capitolo dedicato ai trasporti da e verso il sito del festival, ancora una volta efficienti e quasi completamente privi di code, sia alle biglietterie sia agli ingressi. Evitando le due ore precedenti all’inizio delle esibizioni, quando si concentra il maggior afflusso e le attese per gli autobus si fanno inevitabilmente più lunghe, è possibile raggiungere il festival dal centro di Oslo in appena dieci-quindici minuti utilizzando le normali linee urbane.
Situazione analoga anche al termine delle giornate: il deflusso del pubblico risulta ordinato e scorrevole grazie alle numerose uscite laterali, che permettono di rientrare verso il centro attraversando, con una piacevole passeggiata, i boschi del parco di Ekeberg affacciati sul fiordo.

Da segnalare, purtroppo, una serie di cancellazioni dell’ultimo minuto che si aggiungono a quella, già annunciata, dei Twisted Sister: gli W.A.S.P. vengono sostituiti dagli Accept, Tom Morello dagli Hellacopters e Yungblud da Joan Jett & The Blackhearts.
Ma ora basta con le presentazioni: è arrivato il momento di raccontare questi quattro giorni di musica, resi ancora più memorabili da un meteo praticamente perfetto.

MERCOLEDÌ 24 GIUGNO

Il mercoledì inizia nel migliore dei modi, con sole e temperature che superano i venticinque gradi. Arriviamo verso la fine del set dei BLACK DEBBATH, che come ogni anno hanno il compito di aprire il festival con il loro stoner doom finemente ironico, e giusto in tempo per prendere posto sotto il Vampire per il set dei CAVALERA, impegnati nel loro tour celebrativo di “Chaos A.D.”. Suoni ottimi, un’energia devastante e i fratelli Max e Igor in formissima preannunciano un’ora scarsa memorabile ma, sfortunatamente, il tutto viene interrotto dopo soli tre brani a causa di un blackout elettrico che durerà quasi un’ora e che si scoprirà aver interessato l’intero distretto amministrativo di cui fa parte il sito del festival.
Purtroppo, quello dei brasiliani sarà l’unico concerto a subire una cancellazione parziale e l’intera programmazione odierna del Vampire Stage verrà ritardata di quarantacinque minuti, mentre, fortunatamente, anche grazie al veloce intervento dei tecnici, il resto non subirà grossi spostamenti e, sebbene l’inizio dello show dei PRESIDENT slitti di quasi quaranta minuti, il tutto verrà riallineato quasi secondo programma.
Quello dei President, al debutto in Norvegia, è un nome che ha suscitato parecchia curiosità tra i presenti, che nel frattempo si sono accalcati sotto il tendone del Moonlight, anche e soprattutto grazie a una campagna promozionale virale che li ha resi in pochissimo tempo una delle band più chiacchierate della scena metal-alternative.
Nonostante una certa staticità e una presenza scenica che denota ancora una certa inesperienza, i quarantacinque minuti di concerto passano in fretta e in maniera godibile, al suono di un metal moderno influenzato da Sleep Token e Bring Me The Horizon, seppur molto più lineare e commerciale; buona la prova del cantante e della band in generale, con i presenti che accompagnano il gruppo durante “Fearless” e “In The Name Of The Father”.

Passando sotto il container che ospita il piccolo palco dello Swamp Stage veniamo incuriositi dai NEDGRAVD, giovanissimo gruppo di Oslo intento a suonare un death metal marcio e fangoso, figlio degli Infester e della scuola finnica più grezza. Decisamente sconvolgenti la bravura e la compattezza che questi quattro ragazzini nemmeno ventenni sfoggiano nella mezz’ora a loro disposizione, confermando tutto quello che di buono è stato detto riguardo al loro album di debutto. Una realtà da tenere assolutamente d’occhio per gli amanti del death metal più cavernoso e claustrofobico.
Arriviamo sotto il palco principale per l’ultima mezz’ora di esibizione dei TRIVIUM, che hanno raccolto un grande numero di fan del metalcore classico della prima decade degli anni Duemila. Discutere della bravura di una band con una tale carriera alle spalle è praticamente superfluo e anche chi, come il sottoscritto, non è mai stato un grande appassionato del genere non può negare come Matt Heafy e soci sappiano mettere in piedi uno show inappuntabile.

Sono le diciassette e quarantacinque quando, con quaranta minuti di ritardo, inizia il concerto delle BABYMETAL, uno dei nomi più attesi, vista la mole di presenti sotto il Vampire Stage e soprattutto l’ampia eterogeneità del pubblico, che abbraccia una vasta fascia d’età e gusti musicali. La cosa non stupisce più di tanto, in quanto quello delle Babymetal rimane un unicum nel panorama metal – perché di metal si tratta, che piaccia o no – capace di divertire nel suo surreale mix di elementi che rasentano l’estremo in alcuni punti ma che, per qualche motivo, funzionano in tandem con le melodie zuccherose del J-pop, il tutto sorretto da una band tecnicamente perfetta e precisa e dalle coreografie complesse e senza un minimo di pausa di Suzuka, Moa e Yuki. Siamo sicuri che, anche per coloro ai quali le Babymetal stanno ai poli opposti dei propri gusti musicali, quest’ora di show abbia rappresentato un divertente e curioso momento.

Mentre un grosso numero di persone ha già riempito in parte l’area sottostante il palco principale per i DUMDUM BOYS, vera e propria istituzione del rock norvegese, altrettante attendono sotto il tendone del Moonlight per i BLOOD INCANTATION, che tornano a un anno di distanza dalla loro apparizione all’Inferno Festival 2025, forti di un anno di tour incessante per la promozione dell’acclamato “Absolute Elsewhere”. Come un anno fa, la scaletta rimane la stessa e li vedrà impegnati nella riproposizione completa del loro capolavoro.
Il palco diventa un grande portale spazio-temporale in cui si mescolano Pink Floyd, krautrock e pesantissime esplosioni death metal figlie della migliore tradizione americana di Morbid Angel e Incantation, in un viaggio cosmico affascinante e unico. La facilità e la perfezione con cui gli americani riescono a riprodurre ogni piccolo dettaglio e dinamica di un disco per nulla semplice da rendere nella sua interezza è francamente sconvolgente, a prescindere che si parli di un palco al chiuso o, come nel caso odierno, di un grande festival estivo.
La reazione è, manco a dirlo, entusiasta e conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, il livello raggiunto dal gruppo del Colorado, che piaccia o no ormai una delle realtà più importanti della scena death moderna.


Il ritardo nella programmazione del Vampire ci permette di assistere all’inizio del concerto degli OFFSPRING (originariamente programmato quasi contemporaneamente ai Blood Incantation), per i quali, abbastanza prevedibilmente, avvicinarsi al palco diventa un’impresa vista la mole di gente presente.
Sulla professionalità dei californiani c’è poco da appuntare, figlia di un’esperienza di ormai quarant’anni, di cui almeno venticinque trascorsi da gruppo rock di fama mondiale. E di rock parliamo, appunto, perché, al netto di una discografia che fino alla fine degli anni Novanta ha regalato perle di punk rock immortali, è innegabile come oggi gli Offspring si siano adagiati sul ruolo di band che ripropone fedelmente brani come “Come Out And Play”, “Bad Habit”, “Gotta Get Away” e “Self Esteem”, anche con una certa energia, ma che purtroppo dimostra l’inesorabile passare del tempo.
L’impressione è quella di una rock band un po’ imbolsita che svolge il proprio compito con professionalità, ma senza quell’urgenza che l’ha contraddistinta negli anni migliori, adagiandosi (in parte comprensibilmente) su un rock energico ma di fatto innocuo. La gente però balla, canta e si diverte e, in fin dei conti, è esattamente questo ciò che una band come loro cerca. Missione compiuta, quindi.


Ritorniamo al coperto sotto il Moonlight dopo una veloce occhiata all’area merchandising per il ritorno in terra norvegese del tributo ai Bathory BLOOD FIRE DEATH, a due anni dal loro debutto assoluto al Beyond The Gates 2024 di Bergen. Oltre al nucleo principale formato da Faust alla batteria, Ivar e Blasphemer alle chitarre (rispettivamente Enslaved e Ruim), Apollyon (Aura Noir) al basso ed Erik Danielsson (Watain) alla voce, il collettivo scandinavo viene completato da ulteriori ospiti in base al brano proposto, per un’ora in cui viene tributato il meglio della musica del mai troppo compianto Quorthon.
A causa dei limiti di tempo imposti dalla scaletta di un festival come questo, i brani proposti lasceranno indietro il periodo più epico di “Hammerheart” per concentrarsi sul materiale più violento e diretto dei primi tre dischi dei Bathory, con l’eccezione di “Blood Fire Death”, dal quale verranno eseguite “A Fine Day To Die”, con ospite Gaahl, e l’emozionante title-track.
Da segnalare una “Call From The Grave” cupissima con ospite Attila, “The Return Of Darkness And Evil”, in cui compare Nergal, e il combo composto da “Raise The Dead” e “Born For Burning” con il bassista originale Frederick Melander. Un’ora che emoziona, gestita da musicisti professionisti che con i Bathory sono cresciuti e che ci ricorda quanto la musica di Quorthon riesca a essere tutt’oggi un tassello imprescindibile nell’evoluzione del metal estremo.


Arriviamo dunque al termine della serata con i BRING ME THE HORIZON, che avranno il compito di chiudere la prima giornata. A quattro anni dal loro debutto su questo stesso palco, che li vide allora esibirsi a metà pomeriggio, la responsabilità affidata agli inglesi oggi è molto più alta e delicata: dimostrarsi una delle realtà più grandi del panorama metal e rock mondiale.
Al netto dei gusti personali, non possiamo che confermare come Oliver Sykes e compagni siano oggi una delle realtà più importanti nate dalla scena estrema, e il loro progressivo (nemmeno troppo) allontanamento dalle radici deathcore in favore di una musica che abbraccia rock classico, elettronica e correnti moderniste ha dato i suoi frutti.
Uno show di primissimo ordine, non solo a livello musicale (e qui è impossibile non sottolineare come anche dal punto di vista strettamente tecnico la band sia cresciuta esponenzialmente), ma soprattutto a livello di intrattenimento, con numerose pause strategiche, ospitate azzeccatissime (tra cui le Babymetal in “Kingslayer” e il fan di turno in “Antivist”), una scenografia interattiva fatta di effetti speciali in tempo reale sulle riprese video e un impianto luci e proiezioni di altissimo livello.
Se proprio si vuole puntare il dito su qualcosa, si può notare come i brani del periodo “Sempiternal” e “That’s The Spirit” (a oggi il loro disco più maturo e bilanciato) emergano in maniera evidente rispetto al resto della scaletta, sia per il responso del pubblico sia dal mero punto di vista musicale, con veri e propri picchi rappresentati da “Shadow Moses”, “Happy Song”, “Doomed”, “Follow You” e “Can You Feel My Heart”. Ma parliamo di dettagli che vengono oscurati dal pacchetto generale di un concerto come questo, che mescola musica e intrattenimento interattivo come pochi altri. Pollice alto, quindi, anche per chi, come il sottoscritto, non può certamente considerarsi un fan accanito dei britannici.
Con la luce della notte scandinava ancora dalla nostra, ci incamminiamo verso il centro di Oslo, preparandoci mentalmente alle temperature nettamente più alte dei due giorni successivi.

 

GIOVEDÌ 24 GIUGNO

Con temperature che raggiungeranno quasi i trenta gradi (nulla a che vedere con quelle italiane, ma comunque ben al di sopra della media di una città come Oslo), mitigate però da nuvole di passaggio, la nostra giornata inizia leggermente più tardi. Per impegni esterni ci vediamo infatti obbligati a saltare gli APOCALYPTICA, originariamente nei nostri piani, e arriviamo giusto in tempo per assistere al concerto di ANGELL, figlio d’arte che già aveva impressionato positivamente durante l’ultimo Inferno Festival.
Le ottime impressioni avute allora vengono confermate in pieno anche oggi, con una mezz’ora compattissima fatta di death metal progressivo e articolato che risente inevitabilmente delle influenze dell’operato del padre (Ihsahn), specialmente nei brani più recenti, la cui vena sinfonica e drammatica li avvicina agli album solisti del frontman degli Emperor.
Ci basta metà del set delle leggende rock danesi D:A:D per ricordarci perché il loro sia un nome di culto nel panorama hard rock venato di glam ed estremamente influente per alcune band diventate molto popolari, come gli Hardcore Superstar: la loro è una musica che trascende i trend e, paradossalmente, suona sempre moderna e attuale, capace di trascinare il pubblico a prescindere dai gusti personali.

Arriviamo nei dintorni di un Vampire Stage stracolmo giusto in tempo per i SUICIDAL TENDENCIES, che scuotono il Tons Of Rock al ritmo del loro hardcore metallico venato di thrash, capace di ottenere un grande riscontro di pubblico nel periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. La formazione odierna, che vede Mike Muir unico reduce tra i fondatori, è completata dal fido Dean Pleasants e da Ben Weinman alle chitarre, Tye Trujillo al basso (figlio di Rob) e dal fenomenale Jay Weinberg alla batteria.
In particolare, questi ultimi tre risultano essere il cuore pulsante della band attuale, portando quell’energia e quell’urgenza di cui un gruppo come loro ha bisogno, riuscendo a sopperire ai limiti di un frontman come Muir che, nonostante i suoi classici interventi continui tra un brano e l’altro e quell’attitudine hardcore vecchia scuola che non sembra scemare, appare un po’ appesantito e meno in forma rispetto al resto del gruppo.
La scaletta fa il suo dovere, focalizzandosi sul periodo d’oro della band, tra cui spiccano “You Can’t Bring Me Down”, “War Inside My Head” e “Pledge Your Allegiance”, con la sola “Freedumb” a rappresentare il repertorio post-1990.
Precisissima la sezione ritmica, con il giovanissimo Tye protagonista in alcuni momenti e un Ben Weinman che si diverte come non mai su brani decisamente più lineari rispetto a quelli dei Dillinger Escape Plan. Una divertente celebrazione dei migliori anni del gruppo, caciarona come da copione ma estremamente godibile e, a tratti, coinvolgente, che anticipa di poco un’altra gloria del metal anni Ottanta, protagonista di lì a poco sul palco principale.


Mancano pochi minuti alle diciotto e gli ANTHRAX inaugurano il loro show con “Among The Living”. Già dai primi minuti si nota come la band sia in un ottimo stato di forma, compatta e affiatata. Chi scrive non è mai stato un grande fan del gruppo newyorkese ma è impossibile non constatare come il concerto sia un’abbondante ora di metal che trasuda anni Ottanta anche negli episodi più recenti, complice il timbro di voce di Belladonna, efficacissimo anche nei brani che furono di John Bush e Neil Turbin.
Certo, se un’impronta simile impedisce alla band di scrollarsi di dosso quel feeling nostalgico e datato, dall’altra rappresenta sicuramente una delle caratteristiche più apprezzate dai suoi fan. Al netto dei gusti personali, comunque, è oggettivo il fatto che, tra le grandi band della scena thrash americana, gli Anthrax, insieme ai Testament, risultino senza dubbio tra quelli più in forma, almeno per quanto riguarda il lato live.


Le nuvole iniziano a coprire il sole e concedono un po’ di tregua in un pomeriggio particolarmente caldo poco prima che ALICE COOPER inizi il suo show fatto di hard rock, tematiche horror e teatralità da Grand Guignol. Ciò che salta subito all’occhio (e all’orecchio) è quanto, nonostante un’età che si avvicina alle ottanta primavere, il buon vecchio Vincent Furnier sia ancora uno showman incredibile, senza aver perso un minimo della sua aura misteriosa e inquietante.
Certo, non lo si vede più correre da una parte all’altra del palco, ma quello di stasera è uno show energico e privo di momenti di stanca, anche e soprattutto per la presenza della nuova chitarrista Anna Cara, in sostituzione della storica Nita Strauss, che in alcuni momenti ruba la scena con il suo chitarrismo virtuoso e preciso e una presenza scenica di forte impatto.
La scaletta, manco a dirlo, è una carrellata dei classici della sua carriera e non mancano “I’m Eighteen”, “No More Mr. Nice Guy”, “Feed My Frankenstein”, “Hey Stoopid” e “Poison”, con tanto di immancabile momento iconico in cui Alice viene puntualmente decapitato.
Curiosa la chiusura affidata alla cover di “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana, a far calare il sipario su un’ora e mezza scarsa di grande livello da parte di un’icona del rock che non ne vuole sapere di appendere maschere e mantelli al chiodo.


Con un buco di trenta minuti che ci dà la possibilità di seguire la folla verso il palco principale senza grossi stress, arriviamo così alla conclusione della giornata del giovedì, con quello che è forse l’headliner più atteso dell’intero festival.
A quattro anni dalla precedente calata norvegese a supporto del “Legacy Of The Beast World Tour”, tornano gli IRON MAIDEN con il loro “Run For Your Lives Tour”, nel quale la scaletta prevede esclusivamente brani del periodo d’oro della band fino a “Fear Of The Dark”, motivo per cui la giornata ha fatto registrare il tutto esaurito già nei mesi autunnali dello scorso anno.
Quella di questa sera sarà la prima data nella capitale norvegese senza Nicko McBrain e con Simon Dawson dietro le pelli, che si dimostra un batterista efficace e più che a suo agio, pur sapendo quanto sia praticamente impossibile sostituire un’icona di personalità e originalità come Nicko, che con la sua batteria ha contribuito ad alcuni degli album più significativi e importanti non solo del metal, ma del rock in generale.
Dopo le note di “Doctor Doctor” degli U.F.O., il palco esplode con i brani dedicati al periodo con Paul Di’Anno, introdotti da “The Ides Of March”: “Murders In The Rue Morgue”, “Wrathchild”, “Killers” e “Phantom Of The Opera” mantengono quell’urgenza quasi punk degli esordi, mentre il basso di Harris la fa da padrone, insieme a un Bruce Dickinson in grandissima forma.

Tutta la parte centrale è poi una vera e propria celebrazione dei Maiden al loro picco artistico e i presenti impazziscono letteralmente durante “The Number Of The Beast” e il trittico composto da “2 Minutes To Midnight”, una “Rime Of The Ancient Mariner” da brividi e “Powerslave”, tratte dall’omonimo capolavoro. Da qui in poi è un continuo andirivieni nella loro discografia, dalla suggestiva “Seventh Son Of A Seventh Son” a “Run To The Hills”, fino a tornare indietro alla canzone che dà il nome al gruppo e al suo debutto discografico.
Dickinson è semplicemente irreale nel suo modo di tenere il palco come un ragazzino e nel controllo della propria voce che, nonostante alcuni momenti in cui deve comprensibilmente abbassare o modificare alcune delle linee vocali più impegnative, come in “2 Minutes To Midnight”, sembra non aver perso un centesimo della sua potenza ed espressività. Il tutto risulta ancora più impressionante pensando che si stia avvicinando ai settant’anni, senza contare una forma fisica semplicemente invidiabile.
Stesso discorso per Harris, assolutamente perfetto, e per i tre chitarristi, che gestiscono le proprie parti con estrema confidenza, spartendosi i ruoli di protagonisti nei momenti giusti.
Lo storico discorso di Churchill anticipa una parte finale che vede “Aces High”, “Fear Of The Dark” e una “Wasted Years” da lacrime accompagnare i presenti verso la conclusione di uno dei concerti più memorabili dell’intera storia del festival, da parte di una band che non ne vuole sapere di gettare la spugna e che, al netto della flessione artistica degli ultimi lavori in studio, sa ancora come tenere altissima la propria reputazione quando si tratta di celebrare i propri picchi artistici.

Foto presa dai canali ufficiali del Festival


VENERDÌ 25 GIUGNO

Un venerdì che inizia prestissimo con EIVØR, che sale sul palco poco dopo mezzogiorno e che purtroppo dobbiamo saltare, arrivando a Ekeberg durante l’inizio del set dei QUEENSRŸCHE, sotto il sole cocente del Vampire Stage.
Quello di oggi è un tributo alle origini della band, con brani tratti da tutti i dischi fino a “Empire”, per la felicità dei molti fan presenti. Con i soli Michael Wilton ed Eddie Jackson come membri originali e forti di un cantante come Todd La Torre, che non fa rimpiangere Geoff Tate, il gruppo di Seattle onora i capolavori della prima decade della propria carriera nel migliore dei modi, snocciolando uno dopo l’altro brani storici come “Warning”, “Neue Regel”, “Operation: Mindcrime” e una “Queen Of The Reich” posta in apertura a mettere subito le cose in chiaro.
Suoni perfetti e una tecnica inappuntabile sono gli ingredienti di un grande concerto, che ancora una volta mette a tacere le voci di chi continua a criticare questi “Queensrÿche”.

Tutto è pronto sul palco principale per gli HELLACOPTERS, chiamati in fretta e furia il giorno prima per sostituire un Tom Morello costretto a cancellare parte delle date europee a causa delle condizioni di salute della moglie. Gli svedesi capitanati da Nicke Andersson non se lo fanno ripetere due volte e, in meno di ventiquattr’ore, sono sul palco di Oslo per ricordarci ancora una volta come si suona il rock’n’roll nel 2026.
Un’energia e una carica dal sapore vintage scaldano l’atmosfera a suon di brani come “Carry Me Home”, “Everything Is On TV” e “Soulseller”, fino ad arrivare a una tiratissima “The Devil Stole The Beat From The Lord” che infiamma la folla, in pieno delirio da party rock. La professionalità e il groove con cui gli svedesi calcano il palco sono invidiabili e non sarà facile per i The Hives, che si esibiranno sullo stesso palco più tardi, essere all’altezza.

Ci spostiamo all’ombra del Moonlight mentre gli AVATAR, che decidiamo di saltare, si esibiscono sul Vampire, in attesa dei DOGSTAR, il progetto americano che vede tra le proprie fila Keanu Reeves al basso. Non c’è un centimetro di spazio quando il trio di Los Angeles sale sul palco e non sappiamo quanti dei presenti siano lì solo per la curiosità di vedere Reeves in un festival rock e quanti, invece, li seguano attivamente.
Quello che è sicuro è che i Dogstar dal vivo sono un gruppo vero, che viaggia su binari a metà tra l’alternative e il post punk, ricordando in alcuni momenti i migliori Editors e Bloc Party; una formazione che sul palco ha grande feeling e suona parecchio bene, creando in più occasioni un muro di suono carico di riverberi e delay. Reeves è un bassista preciso e divide il palco con un’umiltà rara per un personaggio del suo calibro, capace di mantenere la musica sotto i riflettori e, ben presto, una piccola parte dei presenti, evidentemente poco interessata alla proposta musicale, lascia spazio a chi invece, come noi, rimane fino alla fine del concerto.
Una vera sorpresa, dunque, forse la più grande della giornata.

Soddisfatti degli Hellacopters e in vista dei prossimi a suonare sul Vampire Stage, saltiamo i THE HIVES (che comunque non deludono le aspettative, secondo le voci giunte alle nostre orecchie) e prendiamo posto per i BEHEMOTH, di ritorno a tre anni dall’ultima volta in quel di Ekeberg.
Con Nergal presente a Oslo già da un paio di giorni, vista la sua apparizione al tributo ai Bathory, i quattro polacchi, al netto di gusti o antipatie personali, rimangono una delle migliori realtà estreme in ambito live, con uno show ormai rodato da anni e senza grosse sorprese di sorta.
Chi i Behemoth li ha visti negli ultimi anni sa bene cosa aspettarsi: una compattezza invidiabile e un frontman come pochi, capace di sostenere da solo uno spettacolo fatto di effetti pirotecnici e cambi di costume continui, fino al grandioso finale di “O Father O Satan O Sun!”.
Nulla di nuovo da segnalare, quindi, se non forse il fatto che, per chi li ha visti un certo numero di volte negli ultimi anni, il tutto inizi a prendere un po’ troppo spesso i connotati di un déjà-vu – ma, a dire il vero, visto il risultato, non rappresenta ancora un limite.


Decidiamo quindi di sacrificare parte del set dei polacchi per poter assistere a quello degli ELDER, sotto il tendone del Moonlight. Forti di un ultimo lavoro a dir poco meraviglioso e di una discografia di altissimo livello, gli americani si confermano una delle espressioni più elevate di quel metal che mescola stoner, progressive e psichedelia, grazie a un muro di suono micidiale e a una capacità di costruire architetture musicali complesse e lisergiche, ma sempre coinvolgenti.
Bastano cinquanta minuti per capire che il futuro del genere che fu, in passato, dei Mastodon passa attraverso loro e poche altre band come Baroness e Dvne
Con la cancellazione improvvisa (e mai giustificata) di YUNGBLUD, originariamente headliner del venerdì, tocca a JOAN JETT & THE BLACKHEARTS provare a metterci una pezza, ma noi rimaniamo al fresco del Moonlight per attendere i MAYHEM nella loro ennesima apparizione (la terza in un anno) in terra madre.
Per chi vive a Oslo e dintorni, le possibilità di imbattersi in un concerto dei Mayhem sono diventate altissime ma, nonostante tutto, ciò non sembra incidere sul grandissimo numero di persone puntualmente presenti sotto il palco. Anche oggi, infatti, si registra il tutto esaurito ed è sinceramente una buona notizia constatare come l’età media di molti dei presenti sia decisamente più bassa rispetto al passato.
Per Attila e soci si può fare più o meno lo stesso discorso fatto per i Behemoth: un concerto ormai più che rodato, che passa in rassegna ogni singolo lavoro in studio delle leggende norvegesi, le quali mai come ora possono vantare una stabilità di formazione e un seguito invidiabili, merito di una professionalità e di una compattezza come poche altre. E poi, diciamocelo, non ci si stanca mai di sentire canzoni come “Funeral Fog”, “Freezing Moon” o “Buried By Time And Dust”.

Sono ormai le nove di sera quando lo Scream Stage si trasforma in un grande maxischermo sul quale viene proiettata la partita Francia-Norvegia di questo Mondiale che vede la storica partecipazione della nazionale di casa, mentre in contemporanea sugli altri due palchi iniziano i concerti di RIVAL SONS e POSSESSED.
Questi ultimi, nello specifico, si trovano di fronte a un’impresa non facile: attirare pubblico durante uno dei momenti di aggregazione e di sport più importanti della recente storia norvegese. Ma il metal, si sa, è capace di fare miracoli, a maggior ragione se c’è di mezzo una persona come Jeff Becerra, vero e proprio esempio di resilienza e attaccamento alla causa.
I californiani, a dire il vero, non sono un nome nuovo per il festival, dato che suonarono proprio su questo stesso palco già nel 2019, ma questa sera la situazione è, sulla carta, molto più delicata e fino a dieci minuti dal loro inizio il numero di persone presenti non raggiungeva la ventina. Bastano però poche note della storica “The Exorcist” e il Moonlight si riempie progressivamente fino a raggiungere un numero tale da impedire ai nuovi arrivati di avvicinarsi al palco.
I Possessed attuali sono una band molto diversa da quella dei tempi d’oro, composta da musicisti preparati che tributano nel migliore dei modi la storia di una delle formazioni cardine nell’evoluzione del death metal. Discorso a parte per Jeff, sempre più provato da un destino sfortunato e nefasto, al quale lui stesso ha però saputo mostrare il dito medio.
Certo, la voce non c’è più da tempo e la fatica di sostenere uno show su una sedia a rotelle sembra qualcosa di insostenibile, ma lo spirito combattivo di una persona che dovrebbe essere un esempio per chiunque è qualcosa di commovente e rischia di far scendere anche qualche lacrima. E non parliamo affatto di compassione, ma di un’ammirazione infinita che nasce da quella chimica unica tra l’affetto dei fan e la felicità di un artista che è caduto e ha avuto la forza di rialzarsi.
Il sorriso di Jeff, che a fine concerto va avanti e indietro per il palco godendosi gli applausi e il calore dei presenti, rappresenta senza dubbio il momento più intenso dell’intero weekend.

SABATO 26 LUGLIO

L’ultimo giorno di Tons Of Rock ci vede attivi sin dall’apertura dei cancelli per poter assistere allo show di apertura affidato ai PAIN di Peter Tägtgren. Il sole delle tredici non sembra intaccare assolutamente l’atmosfera del concerto – e nemmeno far desistere Peter ad indossare i pesantissimi costumi e pellicce di scena – capace di regalare un’ora abbondante di metal dai toni industriali ma intrisi di groove e melodia, con la solita ironia che ha sempre contraddistinto i Pain.
“I Just Dropped By (To Say Goodbye)”, “Party In My Head” o “Suicide Machine” fanno il loro lavoro benissimo aiutate da interventi scenografici come enormi palloni gonfiabili lanciati sulla folla e l’intervento di un personaggio travestito da alieno, nella più classica tradizione Hypocrisy, che si diverte ad importunare i musicisti sul palco. Un pubblico già discretamente numeroso sembra divertirsi e quando attacca “Zombie Slam” parte un coro collettivo che mette più di un sorriso sulla bocca di un Tägtgren soddisfatto e divertito.

Assistiamo a parte del concerto dei bravissimi e divertentissimi DDR, storica band norvegese tornata sulle scene a dieci anni dal loro ufficiale scioglimento che mescola rock ad una grossa componente di arrangiamenti di fiati, e propone versioni cover di classici norvegesi e non, prima di tornare sotto il Vampire per i BLACK LABEL SOCIETY.
Caldo e un sole accecante sono gli ingredienti perfetti per godersi il metal pregno di atmosfere southern del gruppo del chitarrista americano, qua completamente a suo agio con la sua band principale, e a tre anni dalla sua calata norvegese con i Pantera. Zakk è senza ombra di dubbio il protagonista principale su palco, prendendosi la scena in qualsiasi momento grazie alla sua presenza e un carisma raro al giorno d’oggi, tutto questo senza nemmeno dover parlare del suo status di vero e proprio guitar hero, caratteristica che riesce a dosare in alcuni momenti senza per forza rischiare di dover assistere alla performance tecnica di un fuoriclasse.
Il suo chitarrismo è al soldo di brani pesanti, groovy e sempre catchy, e i decenni di esperienza al fianco di una delle leggende del genere si sentono eccome, e lui ringrazia Ozzy con una stupenda versione di “No More Tears”.


Sotto l’ombra del Moonlight Stage è invece il momento dei GAEREA freschi di pubblicazione del controverso “Loss” che ha spostato i portoghesi su lidi più ruffiani, inglobando una buona dose di melodia.
La curiosità nel vedere come i nostri se la cavano con dei nuovi brani che amplificano le soluzioni melodiche è alta: purtroppo le aspettative non saranno soddisfatte e, sebbene stiamo parlando di una band rodata e professionale dal vivo, canzoni come “Submerged” non reggono il confronto con la controparte in studio, soprattutto per la prova vocale del frontman che, al netto di movenze irritanti (ma qui dipende da gusti) e che sembrano scollegate con il genere musicale proposto, fatica parecchio a riprodurre le linee vocali pulite, lasciando quasi sempre il microfono per far cantare i presenti.
Dei suoni non proprio perfetti e con chitarre spesso soffocate dalla batteria, sono le aggravanti di un concerto che si rivelerà tutt’altro che memorabile.


Passa anche da Oslo il tour di addio dei SEPULTURA, curiosamente tre giorni dopo lo sfortunato concerto dei Cavalera, cosa che volente o nolente porterà ad un indiretto confronto tra il gruppo di Kisser e quello dei fratelli Igor e Max. A dire il vero quello dei Sepultura si rivelerà un concerto di tutto rispetto con una scaletta intelligentemente divisa tra classici (molti) e qualcuno dei brani migliori del periodo con Greene, suonati con una compattezza che solo decenni di esperienza possono dare. Certo, Derrik probabilmente non è mai stato il cantante giusto per il post-Max Cavalera e i Sepultura degli ultimi trent’anni sono un gruppo profondamente diverso da quello che erano stati fino a “Roots”.
L’inizio è affidato a una “Inner Self” micidiale alla quale si affiancano “Attitude”, “Territory” e “Refuse Resist”, con una “Arise” suonata a velocità folle che anticipa il finale di “Ratamahatta” e “Roots Bloody Roots” a rappresentare il periodo d’oro. Ben tre brani dal nuovo EP “The Cloud Of Unknowing” e la sola Kairos bastano per bilanciare un congedo tra nuovo e classico e se si vuole essere pignoli la presenza della sola chitarra di Kisser è la sola caratteristica che indebolisce la resa soprattutto dei brani con la formazione storica.
Un inchino vanno dunque ai Sepultura per tutto quello che hanno rappresentato per i loro fan da tutto il mondo, sempre se di vero addio si parli e non solo un arrivederci in attesa di quello che tutti sogniamo da tre decenni. Il tempo darà tutte le risposte, ma per ora un enorme grazie a Kisser e compagni è d’obbligo.


Si alzano i giri ulteriormente con i GATECREEPER che inaugurano una tripletta fatta di death metal sotto il tendone del Moonlight.
Il gruppo di Phoenix si rivelerà senza dubbio essere una delle migliori band estreme di questa edizione, con un muro di chitarre micidiale e una capacità innata della loro musica di coinvolgere grazie ad un death metal capace di prendere dalla scuola di Stoccolma mescolandola con qualche modernità mai eccessiva. Cinquanta minuti senza un minimo crollo d’intensità e che alla fine si fa sentire nelle orecchie dei presenti causa – o grazie – a volumi davvero sostenuti.


L’aria si fa più fresca e il sole si nasconde dietro timide nuvole giusto in tempo per i LEPROUS che tornano al Tons Of Rock dopo ben dieci anni, quando ancora la sede del festival era la Fortezza Fredriksten di Halden, ad un centinaio di chilometri sud di Oslo.
Chi ha visto i Leprous dal vivo sa bene quanto i cinque norvegesi siano una delle realtà migliori in ambito prog e non solo, con un bilanciamento tra tecnica individuale, una capacità innata di scrivere brani complessi ma sempre fruibili e diretti e di renderli al meglio su di un palco.
Il concerto di oggi non fa eccezioni, anzi probabilmente il fatto di suonare a casa loro ha fatto sì che la chimica tra il pubblico e la band fosse altissima. “Alleviate”, “The Price”, “From The Flame” e una stupenda versione di “Take On Me” degli A-ha sono i punti più alti con un Einar Solberg assolutamente perfetto anche nelle parti più impegnative, e un Baard Kolstad micidiale dietro alla batteria.
Da manuale la chiusura con la parte finale cupissima e cervellotica di “The Sky Is Red”, che sancisce un concerto di quelli da ricordare in questo 2026.


La festa death metal continua sul Moonlight, questa volta con i norvegesi BLOOD RED THRONE: i nostri pagano un po’ il dazio alla fenomenale esibizione precedente dei Gatecreeper soprattutto a livello di suoni, questa volta meno precisi con le chitarre troppo sacrificate rispetto a basso e batteria. Nulla da dire comunque sulla bravura dei cinque di Kristiansand, che hanno compattato la line-up con l’ingresso di Sindre Wathne Johnsen e Stian Gundersen entrambi dai Celestial Scourge, grande promessa del death norvegese.
La scaletta prova a prendere il meglio della sterminata discografia e il loro death metal, estremamente monolitico con brani che tendono ad assomigliarsi un po’ tutti, sembra scoraggiare qualcuno dei presenti che lascia il pit. Concerto dal minutaggio ben dosato che raggiunge a malapena i cinquanta minuti, solido e tiratissimo per una band che sembra essere sempre in forma.
Abbiamo anche il tempo di assistere a parte del set dei ACCEPT chiamati in sostituzione dei defezionari W.A.S.P. e protagonisti di un concerto granitico e compatto come tradizione vuole, avendo dalla loro tra i migliori suoni della giornata.
“Metal Heart”, “Restless and Wild”, “Fast As A Shark” e Balls To The Walls” sono classici senza tempo resi in modo impeccabile da una formazione di tutto rispetto che vede ormai il solo Wolf Hoffmann come membro storico.


Sono le otto di sera e per la prima volta durante tutto il weekend fa la sua comparsa una leggera pioggia a rinfrescare l’aria, proprio in tempo per l’inizio degli A PERFECT CIRCLE, una delle band più attese dal pubblico che ha già occupato ogni spazio possibile attorno al Vampire Stage.
Dopo Tool e Puscifer, si chiude oggi il cerchio per Maynard Keenan che dal 2023 in poi ha portato sui palchi del festival ognuno dei suoi tre gruppi principali, per la felicità dei fan dell’universo Tool. Tornati recentemente con l’ottimo singolo “Starless”, gli americani vedono per questo tour in formazione, oltre ai fondatori Keenan, Howerdel e Freese, anche Greg Charles Edwards (al posto di James Iha) e Matt McJunkins.
Bastano un’ora e dieci minuti per stregare completamente i presenti con uno show praticamente perfetto in cui passano in rassegna tutti gli album, dall’ormai storico debutto al recente “Eat The Elephant”. Un concerto fatto di suoni senza sbavature, giochi di luci dinamici e una scenografia che avvolge la musica con proiezioni e elementi fortemente atmosferici. “Disillusioned”, “The Contrarian” e “Talk Talk” ci ricordano quanto l’ultima prova in studio abbia poco da invidiare ai due ingombranti album precedenti, che sono rappresentati da “3 Libras”, “Judith”, “The Outsider” e la lunga “The Package”, piazzata in apertura.
Che gli A Perfect Circle siano dei musicisti straordinari nel saper creare un tipo di rock mai troppo cervellotico, emozionante e progressivo è fuori da ogni dubbio, così come fuori da ogni logica è la capacità di Maynard nel calarsi dentro al mood di ogni suo progetto in maniera unica, mantenendo il suo classico stile ma adattandolo a seconda delle esigenze, trovando in questo progetto una dimensione più classicamente rock a livello vocale, libera dalle rigide strutture dei Tool.
Da segnalare una pesantissima versione della marziale “Counting Bodies Like Sheep To The Rhythm Of The War Drums” a spezzare l’eleganza dei singoli brani con la sua angolarità industriale, ciliegina sulla torta per uno quello che si candida come lo show migliore di questa edizione.


La quasi contemporaneità degli A Perfect Circle con il concerto dei DEATH TO ALL ci obbliga ad assistere solo agli ultimi tre brani della scaletta, ma avendoli già visti quattro anni prima sullo stesso palco, possiamo confermare gli ottimi ricordi.
I Death To All sono la cosa più vicina ai Death che si possa avere oggi, e vedere sul palco Di Giorgio, Hoglan e Koeble, insieme al bravissimo Max Phelps il cui compito è difficile a dir poco rendere giustizia a veri e propri capolavori immortali del metal estremo e non solo è sempre un’emozione grande e questa sera a noi bastano le conclusive “Crystal Mountain”, “Spirit Crusher” e “Pull The Plug” a far scendere più di una lacrimuccia.

Lo Scream Stage si è nel frattempo trasformato in un enorme cameretta di un qualsiasi teenager negli anni Ottanta e Novanta, con enormi boombox e cassette con i gruppi più famosi di quegli anni come Metallica, Tool, Nirvana, Prince, Def Leppard, NWA tra gli altri: esattamente quello che serve per un party in pieno stile ‘Woodstock ’99’ come preme per ricordare ogni volta Fred Durst.
Alle nove e mezza precise esplode la festa dei LIMP BIZKIT che non si fanno spaventare dal compito di accompagnare questa edizione del festival verso l’uscita ,e lo fanno con un’ora e mezza divertente e irriverente, in cui Durst e un Borland con un costume vistosissimo come da copione, sono senza nessun dubbio gli attori principali.
Pochissimo spazio al repertorio recente, gli americani ci consegnano una sorta di best of in cui vengono suonati tutti i successi della loro carriera. Si parte con “Break Stuff” e la massa di gente inizia a saltare all’unisono in un delirio totale che non fa altro che aumentare l’ego di Fred e la sua voglia di istigare ulteriormente i presenti, proprio mentre arriva il trittico “My Generation”, “Rollin'” e “Take A Look Around”, prima di una “Nookie” curiosamente tagliata ma in cui viene dilatata a dismisura la parte centrale per accumulare tensione – una cosa che, piaccia o meno, il frontman è bravissimo a fare.
I suoni sono buoni ma con qualche problemino saltuario sulle chitarre che spariscono per qualche attimo e la band è parecchio in forma e sembra aver assimilato, in qualche modo, anche la perdita del bassista Sam Rivers. Chiudono la sempre toccante cover di “Behind Blue Eyes” e nuovamente “Break Stuff” questa volta suonata per intero e in cui esplodono fuochi d’artificio, e torri pirotecniche piazzate in mezzo al pubblico, per uno spettacolo visivo e sonoro che raggiunge le zone di Oslo immediatamente sottostanti alla collina.

Il Tons Of Rock, sebbene sia evidente la deriva degli ultimi anni che lo allinea ai festival mainstream europei, mantiene sempre una solida anima metal mescolando ancora di più i generi e creando un evento capace di aggregare un ventaglio enorme di persone che partecipano per divertirsi senza pregiudizi di sorta, accogliendo qualsiasi genere proposto con rispetto.
Un evento che, dal punto di vista della mentalità organizzativo (e di quella del pubblico), di sicurezza e di vivibilità è ancora avanti anni luce rispetto agli standard italiani – purtroppo, aggiungiamo.

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