MISCREANCE – Una memoria fuori dal tempo

Pubblicato il 04/09/2026 da

Tra le realtà che negli ultimi anni hanno saputo rileggere il death-thrash metal più avventuroso senza cadere né nella sola celebrazione del passato né nella ricerca dell’estremo a tutti i costi, i Miscreance occupano ormai uno spazio ben definito. Il loro legame con la stagione di fine anni Ottanta e inizio Novanta rimane evidente, così come l’attenzione per Atheist, Death o Sadus, ma il quartetto italiano ha progressivamente dimostrato di possedere un gusto sufficiente per trasformare quelle coordinate in qualcosa di personale.
Dopo un debutto come “Convergence”, capace di inserirli rapidamente nel circuito internazionale, “Reminiscence” rappresenta un passo ulteriore, soprattutto sul piano degli arrangiamenti e della costruzione delle atmosfere.

La componente tecnica rimane intatta, così come le accelerazioni, i riff intricati e i continui cambi di tempo, ma questa volta la band concede maggiore spazio a ritmiche più articolate e a strumenti inconsueti, integrati nel tessuto dei brani. Il tutto accompagna un concept sospeso tra civiltà perdute, ritualità ancestrali e visioni futuristiche, immaginato come il resoconto di una realtà dimenticata dal tempo. Abbiamo quindi parlato con i Miscreance di come è nato “Reminiscence”, del rapporto con le proprie influenze e del difficile equilibrio tra memoria e rielaborazione.

“REMINISCENCE” VIENE PRESENTATO COME UNA SORTA DI ‘ALBUM PERDUTO’, PROVENIENTE DA UNA CIVILTÀ SCONOSCIUTA SOSPESA TRA PREISTORIA E FANTASCIENZA. RISPETTO AL DEBUTTO, IL DISCO DÀ L’IMPRESSIONE DI ESSERE UN LAVORO MOLTO PIÙ ORGANICO, QUASI PENSATO COME UN VIAGGIO CONTINUO PIUTTOSTO CHE COME UNA SEMPLICE RACCOLTA DI CANZONI.

COME È NATA QUESTA IDEA E IN CHE MODO HA INFLUENZATO CONCRETAMENTE LA SCRITTURA DEI BRANI, OLTRE ALLA COMPONENTE LIRICA E VISIVA?
Tommaso: – Il primo testo che è stato scritto è “Vision” ed è proprio a partire da lì che si è sviluppato tutto l’immaginario intorno al disco. Ricordo che stavo leggendo un saggio di Colin Wilson dal titolo “Da Atlantide alla Sfinge” (che consiglio tantissimo) e di aver letto proprio lì per la prima volta le parole “Honi Xuma”, che sono tra l’altro anche le uniche parole non inventate del disco!
Il nome si riferiva appunto ad un’allucinazione collettiva autoindotta come rito di preparazione alla caccia utilizzato da alcune popolazioni indigene. Il tema ci ha talmente tanto affascinato da arrivare non solo a scrivere il pezzo in sé, ma anche a costruirci intorno un intero concept che è stato decisivo anche nel definire il songwriting del disco. Credo fortemente che avere in testa ciò di cui si parla possa influenzare tantissimo la musica che si scrive e “Reminiscence” ne è stata la prova per tutti noi.

IL CONCEPT DEL DISCO PARE DESCRIVERE UNA CIVILTÀ CONTEMPORANEAMENTE PRIMITIVA E FUTURISTICA, QUASI UN CORTOCIRCUITO TEMPORALE. VI INTERESSA SOPRATTUTTO RACCONTARE UNA STORIA OPPURE UTILIZZATE QUESTA NARRAZIONE COME METAFORA PER AFFRONTARE TEMI PIÙ UNIVERSALI?
Tommaso: – Fondamentalmente volevamo raccontare una storia. Ci ha affascinato e soprattutto divertito scrivere un qualcosa da zero frutto solo della nostra immaginazione e costruirci intorno la musica. Il disco deve essere concepito come una reliquia ritrovata, al cui interno è possibile vivere un viaggio in una non-epoca della storia dell’umanità in cui l’essere umano ha avuto poteri psichici in grado di trascendere la realtà.
La Terra stessa aveva delle caratteristiche ‘soprannaturali’, spesso in simbiosi con la natura stessa di questa civiltà. Ma tutto ciò esiste solo grazie a un paradosso tale per cui, un futuro che noi ancora non conosciamo, per creare se stesso ha viaggiato nel tempo dando vita all’uomo così come ne abbiamo parlato. Il primo pezzo del disco, “Trait D’union”, parla proprio di questo ed è il punto di partenza della storia.

LA COPERTINA DI “REMINISCENCE” COLPISCE SUBITO PER IL SUO CARATTERE STRANIANTE, SEMBRA RACCONTARE QUALCOSA DI IMPOSSIBILE, SOSPESO TRA ARCHEOLOGIA, FANTASCIENZA E ALLUCINAZIONE. RESTANDO IN AMBITO METAL, RICHIAMA ANCHE QUELLA VENA SURREALE CHE CARATTERIZZAVA ALCUNI ARTWORK DEI DISHARMONIC ORCHESTRA. QUANTO È STATO IMPORTANTE COSTRUIRE UN’IDENTITÀ VISIVA COSÌ PECULIARE E QUANTO AVETE LAVORATO INSIEME ALL’ARTISTA PERCHÉ L’IMMAGINE RISPECCHIASSE FEDELMENTE IL CONCEPT DELL’ALBUM?
Tommaso: – Per noi l’aspetto visivo, soprattutto delle copertine, è sempre stato uno degli aspetti più importanti e su cui abbiamo investito sempre molto tempo e ricerche. Crediamo molto nel fatto che la copertina debba riflettere la musica che si sta ascoltando e un concept come quello di “Reminiscence” può trovare la sua rappresentazione visiva solamente in qualcosa di astratto e ‘impossibile’, come hai detto tu stesso.
La copertina infatti, nonostante non includa nessun elemento reale di ciò di cui parliamo nel disco, ha comunque una potenza d’immagine maggiore e riesce a trasmettere inspiegabilmente lo stesso ciò di cui trattiamo. Mona Shiraz in questo è stata superlativa: dando solo qualche indicazione sui colori che volevamo, è riuscita a dare veramente una forma a “Reminiscence”. Non potremmo essere più soddisfatti di così.

Andrea G.: – Aggiungo che, proprio perché la copertina racconta una completa astrazione dalla realtà, abbiamo deciso di dare un’identità precisa ad ogni canzone integrando degli artwork per ogni pezzo affidandoci alle visioni di Gabriele Tarantino, che ha fatto un altrettanto grande lavoro di approfondimento del concept attraverso le sue tavole/allucinazioni mistiche. I disegni di Gabriele sono presenti nei booklet di CD ed LP, una per pagina, una per canzone. Su LP abbiamo fatto un booklet enorme di sedici pagine in formato 33×33, in modo da poterli apprezzare al meglio.

“REMINISCENCE” È IL VOSTRO PRIMO ALBUM CONCEPITO E PUBBLICATO DIRETTAMENTE SOTTO L’EGIDA DI UNA REALTÀ INTERNAZIONALE COME SEASON OF MIST. IN CHE MODO QUESTO HA CAMBIATO IL VOSTRO APPROCCIO? AVETE AVUTO MAGGIORE LIBERTÀ E RISORSE PER SVILUPPARE LA VOSTRA VISIONE OPPURE, AL CONTRARIO, AVETE AVVERTITO UNA RESPONSABILITÀ DIVERSA SAPENDO DI ESORDIRE DIRETTAMENTE NEL ROSTER DI UNA LABEL COSÌ PRESTIGIOSA?
Andrea G.: – Comincio col dire che abbiamo solo parole di ringraziamento per tutto il supporto che le nostre precedenti etichette ci hanno fornito: Danex Records, Unspeakable Axe e Desert Wastelands hanno fatto di tutto perché il nostro disco avesse la miglior diffusione possibile e sono stati sempre dietro alla release al 100%, senza di loro non saremmo mai arrivati a questo punto.
Il vantaggio di lavorare con una label incredibile come Season Of Mist è che dietro le quinte lavorano veramente un sacco di persone, ognuna ha un suo ruolo preciso e tutti sono super preparati e competenti, e per promuovere un’uscita che ha tanto altro oltre alla musica questo risulta veramente fondamentale.
La nostra preoccupazione prima di far uscire l’album, era che il concept non sarebbe stato capito o considerato del tutto, visto che ad oggi è molto difficile richiamare l’attenzione degli ascoltatori ‘mordi e fuggi’.
Il team della Season of Mist ha fatto un grande lavoro di promozione e comunicazione che noi non saremmo stati minimamente in grado di architettare.

“CONVERGENCE” AVEVA IL VANTAGGIO DI RACCOGLIERE IDEE SVILUPPATE NEL CORSO DI DIVERSI ANNI, MENTRE IL SECONDO ALBUM ARRIVA INEVITABILMENTE CON ASPETTATIVE DIVERSE. AVETE PERCEPITO UNA PRESSIONE MAGGIORE DURANTE LA COMPOSIZIONE DI “REMINISCENCE”? C’È STATO UN MOMENTO IN CUI AVETE SENTITO IL PESO DEL COSIDDETTO “SECONDO ALBUM”?
Tommaso: – Dal mio punto di vista, il processo di creazione di “Reminiscence” è stato molto più sereno, bello e divertente di quel che è stato “Convergence”, che ha avuto una genesi abbastanza travagliata. Nonostante ciò, credo un po’ tutti abbiamo nutrito un po’ di preoccupazione per l’inevitabile confronto tra i due album: “Convergence” è stato accolto benissimo e al di sopra delle nostre aspettative iniziali, per cui c’è capitato di pensare di non riuscire a superarci… però quando abbiamo sentito il disco finito ogni dubbio è stato spazzato via e siamo fiduciosi che piacerà anche di più!

Andrea G.: Per me è esattamente il contrario di come l’ha vissuta Tommaso, ma siamo una bella coppia per questo: ci completiamo!
Durante la composizione “Convergence” forse non ci siamo resi conto fino in fondo di aver fatto qualcosa di speciale, fino a quando non è uscito. Il giudizio sulla nostra musica fino al momento dell’uscita era praticamente soltanto il nostro e l’unica pressione era quella del tempo che sembrava non passare mai.
Dopo aver avuto veramente tantissimi feedback – di cui tantissimi fortunatamente positivi – per me la preoccupazione è stata quella di non riuscire a eguagliare quel qualcosa che avevamo fatto con più leggerezza e spensieratezza.
Il genere che suoniamo è molto legato al sound, e il passo per finire ignorati perché, o è troppo uguale a quello prima, o è troppo poco interessante e unico rispetto a quello prima, è molto breve.
Devo dire che questa sensazione è durata solo fino al momento in cui ho ricevuto le copie fisiche: come ha detto Tommaso, una volta messo sul piatto l’LP i miei dubbi sono stati risucchiati dall’intro di “Trait d’Union”!

L’INTRODUZIONE DI PERCUSSIONI TRIBALI, BONGHI E PERFINO DEL DIDGERIDOO È PROBABILMENTE L’ELEMENTO PIÙ SORPRENDENTE DEL DISCO. COME AVETE LAVORATO PER INTEGRARE QUESTI STRUMENTI SENZA FARLI SEMBRARE SEMPLICI TROVATE ESOTICHE, MA PARTE INTEGRANTE DEL LINGUAGGIO MUSICALE DEI MISCREANCE?
Andrea G.: – Fortunatamente nel nostro percorso abbiamo trovato un musicista incredibile come Leo di Angilla, che è un percussionista professionista (di Jovanotti, tra gli altri). Gli abbiamo solo spiegato il concept (come abbiamo fatto a chiunque lavorasse a questo progetto) per farlo immergere nella storia, e detto dove volevamo che suonasse. Per il resto, giustamente, abbiamo dato completa carta bianca, sia perché è un gigante nel suo lavoro, sia perché noi non abbiamo neanche le competenze per provarci. Quindi sempre meglio avere le idee chiare ma affidarsi a chi lo fa davvero piuttosto che improvvisare, la differenza poi si sarebbe sentita.
Leo si è divertito e ha fatto un lavoro pazzesco, oltre ad averci detto che siamo dei fuori di testa, che prendiamo per il più grande complimento possibile. Oltretutto non è stato banale spiegare cosa volevamo perché non ci sono tantissimi esempi nel nostro genere (oltre a qualcosa su “Grin” dei Coroner), cosa che mi fa tornare sul perché in questi casi è meglio lavorare con professionisti che sanno quello che fanno!

I VOSTRI BRANI SONO RICCHI DI CAMBI DI TEMPO, RIFF E DETTAGLI MA RARAMENTE DANNO L’IMPRESSIONE DI VOLER OSTENTARE LA TECNICA. SOPRATTUTTO DAL VIVO, IL VOSTRO REPERTORIO MANTIENE UN IMPATTO INDUBBIO. QUANDO COMPONETE, QUANTO È IMPORTANTE STABILIRE IL CONFINE TRA COMPLESSITÀ E SCORREVOLEZZA?
Tommaso: – Quando abbiamo scritto “Convergence” questo confine non si è mai posto: molto spesso infatti ci siamo ritrovati a voler scrivere pezzi musicalmente sfidanti per noi perché semplicemente fa parte del nostro modo di comporre ed è una cosa che ci diverte molto. Con “Reminiscence” direi che forse c’è stato un lavoro anche su quest’aspetto per la prima volta e credo abbiamo trovato il giusto compromesso nello scrivere pezzi musicalmente complessi ma che siano memorabili.

IN GENERALE, DA DOVE NASCE QUESTA ATTRAZIONE PER UNA SCRITTURA COMPLESSA? È UNA SFIDA CHE PONETE PRIMA DI TUTTO A VOI STESSI COME MUSICISTI O È SEMPLICEMENTE IL MODO PIÙ NATURALE CHE AVETE DI ESPRIMERVI?
Andrea G.: – Come ha detto Tommaso prima, è ormai una cosa talmente radicata che non ci pensiamo neanche più. All’inizio del progetto, questa cosa è nata come un mix fra sfida ed emulazione, ad oggi è semplicemente un processo naturale e nostro marchio di fabbrica.
E comunque è anche bello ‘sfidarsi’ a vicenda: non tutti i nostri riff sono super intricati, semplicemente una volta arrivati in sala prove con le proprie composizioni, ognuno ci mette del suo e il riff di quattro note diventa improvvisamente e naturalmente un giro infernale con dieci cambi di tempo, sette variazioni e quattro armonizzazioni.
Personalmente è una delle mie sensazioni preferite, perché credo sia la massima espressione dell’unità di un gruppo!
Non riuscirei a concepire una situazione dove ognuno si scrive le proprie parti che poi rimangono intoccate per sempre.

RESTANDO IN ITALIA, IL MODO IN CUI OGGI FONDETE TECNICA, ATMOSFERA, SPERIMENTAZIONE E UNA CERTA COMPONENTE ‘VISIONARIA’ RICHIAMA INEVITABILMENTE I PRIMI SADIST, PUR CON UNA PERSONALITÀ DIFFERENTE. È UN PARAGONE CHE SENTITE VOSTRO OPPURE IL VOSTRO PERCORSO È NATO SEGUENDO COORDINATE COMPLETAMENTE DIVERSE?
Andrea G.: – Eh, magari! I Sadist l’hanno fatto in un’epoca in cui bisognava essere veloci sia in fase di composizione che in fase di uscita, e noi non lo siamo in nessuno dei due campi.
Da parte loro ho sempre percepito tanta volontà di sperimentazione pura, basta sentire la differenza fra i primi due, e penso che un tassello importante di questo siano stati gli anni ‘90, in cui c’era un grande bisogno collettivo di reinventare per non riproporre quanto già detto in un mercato super saturo.
Noi lo facciamo per motivi abbastanza simili, ma con la coscienza che comunque stiamo percorrendo un sentiero già, seppur poco, battuto.

NEGLI ULTIMI ANNI MOLTE BAND HANNO RECUPERATO IL DEATH E IL THRASH METAL DELLE ORIGINI, MA TALVOLTA IL RISULTATO È UN ESERCIZIO DI STILE PIÙ CHE UNA RIELABORAZIONE INTERESSANTE. QUAL È IL VOSTRO CRITERIO PER CAPIRE QUANDO UN RIFERIMENTO AI CLASSICI FUNZIONA DAVVERO E QUANDO INVECE RISCHIA DI TRASFORMARSI IN PURO CITAZIONISMO?
Tommaso: – Banalmente quando sono totalmente indistinguibili, il che fa perdere di ‘senso’ al gruppo, a meno che esso non sia dichiaratamente citazionista, e allora può solo che avere delle accezioni positive la somiglianza. Però spesso capita di notare, anche nel nostro caso, che molta gente sembra concentrarsi di più nell’elencare stile ‘macchinetta’ tutte le band a cui si può assomigliare, piuttosto che sulla musica in sé. A mio avviso, anziché concentrarsi su cosa c’è di uguale nei dischi insindacabili del passato, bisognerebbe concentrarsi su cosa certi nuovi lavori hanno di interessante da proporre.

DOPO DUE ALBUM CHE HANNO GIÀ DEFINITO UN’IDENTITÀ PIUTTOSTO RICONOSCIBILE, DOVE VEDETE I MISCREANCE NEI PROSSIMI ANNI? PENSATE CHE “REMINISCENCE” RAPPRESENTI IL PERFEZIONAMENTO DELLA VOSTRA FORMULA OPPURE IL PRIMO PASSO VERSO UNA FASE ANCORA PIÙ SPERIMENTALE?
Andrea G.: – Per ogni tassello che viene aggiunto, pensiamo sempre a quello che dobbiamo ancora aggiungere.
Cominciando un nuovo disco da zero, partiremo già con dei tasselli in più rispetto a quelli con cui abbiamo cominciato a comporre “Reminiscence”, e penso che inevitabilmente ne uscirà qualcosa di diverso e più sperimentale.
È solo un modo di intendere la musica: così come raramente riusciamo a ripetere i riff o i ritornelli, difficilmente riusciremo a ripetere un’intera proposta traslandola su una nuova uscita, e ci piace così!

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