SPEGLAS – Opera in bianco

Pubblicato il 19/04/2026 da

In un panorama sempre più saturo e frammentato, gli svedesi Speglas si muovono con passo misurato ma deciso, evitando – in un contesto dove vengono fusi elementi classic metal, black e death – tanto le scorciatoie dell’imitazione quanto l’ossessione per l’originalità a tutti i costi.
Il loro primo full-length, “Endarkenment, Being & Death”, arrivando dopo due EP molto ben accolti, non si presenta come un semplice debutto, ma come un’opera già consapevole della propria direzione, capace di condensare tensione espressiva, essenzialità compositiva e una sottile profondità concettuale.
Pur orbitando attorno a coordinate riconoscibili – tra il retaggio degli anni ’80 e ’90 e una sensibilità contemporanea che li avvicina a realtà come Morbis Chron/Sweven, Tribulation o Chapel Of Disease – la band sembra più interessata a scolpire una propria continuità interna che a inserirsi in una scena definita.

In questa intervista, il chitarrista/cantante Isak Rosemarin riflette sul processo creativo del gruppo, sul rapporto tra immediatezza e atmosfera, e su un approccio alla scrittura che privilegia l’efficacia rispetto all’eccesso. Emergono anche le influenze filosofiche che attraversano i testi, così come una visione lucida del concetto di identità artistica, intesa non come forma statica ma come traiettoria in divenire.
Ne risulta il ritratto di una band che, pur condividendo un contesto geografico e culturale con altre formazioni affini, rivendica una dimensione appartata, quasi volutamente isolata, in cui far evolvere con calma il proprio linguaggio.

“ENDARKENMENT, BEING & DEATH” SEMBRA PIÙ UNA DICHIARAZIONE D’INTENTI CHE UN DEBUTTO. IN QUALE MOMENTO AVETE CAPITO DI NON STAR PIÙ SEMPLICEMENTE ESTENDENDO GLI EP, MA DI STARE DEFINENDO UNA VERA IDENTITÀ “PROPRIA” DEGLI SPEGLAS?
– Abbiamo sentito che era arrivato il momento di fare qualcosa di più rispetto a prima, semplicemente. Un altro mini LP o EP non avrebbe avuto senso. Non sono sicuro di cosa sia davvero l’identità ‘propria’ degli Speglas. Questa volta la musica è uscita in questo modo; la prossima potrebbe cambiare, anzi, so già che cambierà, visto che abbiamo già scritto alcune cose. Ma l’identità, ovviamente, c’è comunque.

DUE DI VOI – TU E IL BATTERISTA JESPER NYRELIUS – SUONANO ANCHE NEGLI SWEVEN, SPESSO ETICHETTATI COME PROGRESSIVE DEATH METAL. QUANTO È CONSAPEVOLE LA SCELTA DI MANTENERE GLI SPEGLAS PIÙ ‘DIRETTI’ E LEGGERMENTE MENO ESPLORATIVI NELLE STRUTTURE?
– Come detto prima, il modo in cui scriviamo musica cambia leggermente ogni volta. Questa volta ci è sembrato giusto adottare un approccio più diretto, forse. Siamo pur sempre una band metal, quindi è naturale che questo faccia parte del nostro modo di lavorare, musicalmente parlando.

QUANDO SCRIVETE RIFF, PENSATE PIÙ IN TERMINI DI ATMOSFERA O DI IMPATTO FISICO? COSA VIENE DI SOLITO PRIMA: L’UMORE O IL MOVIMENTO?
– Dipende da cosa intendi per atmosfera e impatto fisico. Credo che possano coesistere. Quando scrivo riff è tutto piuttosto diretto: scrivo riff che trovo in qualche modo orecchiabili o interessanti. Probabilmente tendo un po’ di più verso l’impatto fisico con il riffing, anche se l’atmosfera è comunque parte del tutto.
Per quanto riguarda umore e movimento, non sono del tutto sicuro. Ovviamente c’è un certo umore nei riff e nei brani in generale. Cerco anche di mantenere un certo slancio, senza però tirare le cose troppo per le lunghe. Preferisco un riff breve e incisivo piuttosto che uno troppo lungo e stancante. Detto questo, ci sono ovviamente riff che richiedono più tempo. Ma di solito scrivo in modo piuttosto essenziale.

IL VOSTRO SUONO SEMBRA SPESSO SOSPESO TRA GLI ANNI ’80 E ’90, TRA METAL CLASSICO E SPUNTI PIÙ ESTREMI. CERCATE EFFETTIVAMENTE DI EVITARE LE CATEGORIE E I GENERI?
– Quando scrivo musica non penso davvero ai generi. Ma quello che ascolto influenza ovviamente ciò che scrivo, anche se in modo più inconscio. Molta della musica che amo viene dagli anni ’80 e ’90, quindi è naturale che influenzi la mia. Direi che non si tratta tanto di nostalgia o di fuga dalle categorie: è più il risultato di molteplici influenze inconsce.

LA PRODUZIONE DEL DISCO SUONA MOLTO ORGANICA. COSA SIGNIFICA PER VOI ‘UN BUON SUONO’ IN UN’EPOCA IN CUI TUTTO PUÒ ESSERE RIFINITO E CORRETTO ALL’INFINITO?
– Dipende dal tipo di musica. Un ‘buon suono’ può essere qualsiasi cosa: da un demo black metal molto grezzo a una traccia pop estremamente rifinita. Un certo tipo di suono può servire una canzone in modo specifico. Ma sì, personalmente preferisco che la musica metal sia meno levigata e più vicina a un suono da ‘sala prove ben registrato’, se ha senso.

IN ALCUNE MELODIE SI PERCEPISCE UNA SOTTILE ATMOSFERA DARK/FOLK. È QUALCOSA CHE COMPONETE ATTIVAMENTE O EMERGE IN MODO NATURALE DALLE VOSTRE ABITUDINI DI ASCOLTO?
– Direi che emerge in modo naturale, perché quando scrivo non rifletto davvero su come le melodie si leghino a uno stile preciso. Se dovessi analizzare la mia musica, probabilmente direi che tendo a privilegiare le tonalità minori e un certo senso di malinconia nelle melodie, cosa presente in molta musica folk, soprattutto scandinava.

PENSI CHE L’ORIGINALITÀ SIA UNA CATEGORIA SOPRAVVALUTATA NEL METAL DI OGGI? UNA BAND PUÒ ESSERE DAVVERO ECCEZIONALE E VALIDA SENZA RISULTARE PARTICOLARMENTE ORIGINALE? E SE SÌ, QUALE SAREBBE L’INGREDIENTE INDISPENSABILE PER DISTINGUERSI, OLTRE ALL’ORIGINALITÀ?
– Non direi che l’originalità sia sopravvalutata. È sempre positivo quando una band riesce a combinare elementi che la rendono riconoscibile. Detto questo, non è indispensabile. Una band può essere eccezionale anche senza essere completamente originale. In ogni caso, oggi nessuna band è totalmente originale: è sempre una combinazione di elementi. Forse è proprio questa la chiave: più ampia è la combinazione, maggiore è l’originalità. Venti influenze sono meglio di una o due.

LA RICORRENZA DEL BIANCO NELLE VOSTRE COPERTINE SUGGERISCE UNA FORTE CONTINUITÀ VISIVA. QUANTO È IMPORTANTE L’IDENTITÀ VISIVA DEGLI SPEGLAS NEL MODO IN CUI LA MUSICA VIENE PERCEPITA?
– Mi piace quando c’è un filo conduttore chiaro. Credo che nel tempo crei una sorta di narrazione, che trovo interessante. È anche piacevole a livello visivo. Inoltre lascia spazio alla musica, evitando una rappresentazione troppo impegnativa che potrebbe magari distogliere troppo l’attenzione dai pezzi, per così dire.

I VOSTRI TITOLI TENDONO A UN LINGUAGGIO ESISTENZIALE. QUESTI TEMI DERIVANO DA RIFLESSIONI PERSONALI, DALLA LETTERATURA O SEMPLICEMENTE DAL VOCABOLARIO NATURALE DELLA MUSICA ESTREMA?-
– Leggo libri di filosofia e ho anche una laurea triennale in musicologia, ambito in cui ho trattato il rapporto tra musica e filosofia. Ma è tutto a livello di interesse personale. Per questo disco le influenze principali sono la filosofia pessimista e l’esistenzialismo, ovvero autori come Cioran, Ligotti (anche se più scrittore horror) e Nietzsche. Nietzsche è l’influenza principale per questo album, sia a livello lirico che tematico.

MOLTE BAND DELLA VOSTRA ‘MICRO-SCENA’ VENGONO SPESSO ACCOMUNATE DA PUBBLICO E STAMPA. VI SENTITE PARTE DI UN MOVIMENTO COLLETTIVO O VEDETE GLI SPEGLAS COME FONDAMENTALMENTE SOLITARI NEL LORO PERCORSO?
– Sì, operiamo nella stessa area geografica. Ma siamo comunque molto concentrati su ciò che facciamo noi, il che ci rende più solitari che altro. Quindi sì, direi che siamo ‘soli insieme’, in un certo senso.

SE QUALCUNO SCOPRISSE GLI SPEGLAS TRA DIECI ANNI SENZA CONOSCERE SWEVEN, TRIBULATION O QUESTA SCENA, COSA SPERI PERCEPISCA COME VERAMENTE VOSTRO?
– È difficile dirlo, perché ci sono dentro. Guardo verso l’esterno, non verso l’interno. Quindi è complicato capire cosa ci renda unici. Ma se devo fare un confronto con i nomi che hai citato, direi che, anche se la nostra musica cambia, resteremo sempre legati agli elementi del metal estremo in un modo o nell’altro.

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