Sono passati ben undici anni dall’ultimo passaggio in Italia dei Primus, e nell’occasione – a parte un breve set iniziale di classici – Les Claypool e soci si erano dedicati a restituire la loro versione della colonna sonora di “Willy Wonka”.
Un concerto che avevamo gradito, seppur molto particolare, ma che aveva ovviamente lasciato un discreto desiderio di assistere a uno show più convenzionale.
Che poi, parlare di “convenzionale” nel caso dei Primus è dura: esplosi nel generico alveo del metal alternativo nei primi anni Novanta, il trio californiano è sempre stato musicalmente indefinibile, fatto salvo per il preponderante ruolo del basso di Claypool.
E, sempre in tema di imprevedibilità, prima dell’inizio di questa serata non c’erano nemmeno certezze sul taglio di questo tour europeo; Milano è stata infatti scelta come prima (e seconda…) data dopo quelle americane, il cui tema era “Claypool Gold”: una serie di show particolari distinti in due set, di cui uno dedicato ai pezzi dei Primus e l’altro a una selezione da altri progetti di Claypool, dalla Frog Brigade al Delirium condiviso con Sean Lennon.
Spoiler: superato l’intervallo tra i due set, i Primus hanno serenamente continuato con i loro pezzi, per la gioia e la tranquillità dei millecinquecento presenti – un sold-out di tutto rispetto per il Magnolia.
Facciamoci quindi trascinare dalle note registrate di “Clown Dream” di Danny Elfman ed entriamo nello schizoide mondo dei Primus!
La band entra alla spicciolata, con un sorridente Larry LaLonde a farsi carico delle prime note; si torna parecchio indietro nel tempo, con “Those Damned Blue-Collar Tweekers” a definire quello che sarà, complessivamente, il trend di tutto il concerto: pezzi ricercati e che ben si prestano a lunghe divagazioni, alternati a qualche brano più immediato e trascinante, comunque reso più psichedelico dall’evidente desiderio di offrire una prestazione ad altro tasso tecnico al pubblico del Magnolia.
Les Claypool trasmette come sempre un carisma semidivino: in maniche lunghe e bombetta inizia il suo show of hands senza mostrare alcuna fatica, mentre alle sue spalle abbiamo finalmente il piacere di sentire all’opera il nuovo batterista John Hoffman, e diciamo che nel corso delle due ore al suo cospetto possiamo capire perché abbia superato i provini nonostante altri seimilacentonovantanove candidati…
Prima del secondo pezzo tratto da “Sailing The Seas Of Cheese”, ossia una “American Life” che assume forme cupe e decisamente lisergiche – quasi a trasmettere l’incubo in cui si è trasformato, per molti, il sogno americano – arriva il primo di ben quattro estratti dal “Brown Album”; un disco ben poco citato, ma che personalmente amiamo.
Nel secondo set, anzi, la doppietta “Bob’s Party Time Lounge” e “Shake Hands With Beef” è una delle fasi più esaltanti del concerto, con quel passaggio amabilmente schizofrenico da note colate in acido alla cadenza robusta e cattiva del secondo brano. C’è comunque prima spazio per l’ultimo singolo, e ovviamente parliamo della pulsante “The Ol’ Grizz”; e a seguire Les mette in atto un simpatico siparietto su quanti pezzi abbiano dedicato nella loro carriera agli animali, per poi offrire a un pubblico esaltatissimo l’iconica “Wynona’s Big Brown Beaver”: teste che sbattono, gambe che saltano nonostante la disidratazione e facce stupidamente felici si diffondono per tutto il Magnolia.
La pausa tra i due set è lunghetta, ben venti minuti, e si riprende con l’introspettiva “Restin’ Bones”, introduzione di una lunga sequenza tratta dal “Brown Album” già citato. La band sembra scaldarsi sempre più, la naturale leggerezza con cui sciorinano parti mostruose si fa sempre più evidente, e tocca a un altro paio di brani a tema animale: come non inanellare “John The Fisherman” e “Last Salmon Man”, e di conseguenza amare sempre più il nostro redneck di fiume preferito?
Il loro grande successo “Pork Soda” viene celebrato da una coppia di brani di tutto rispetto: “Welcome To This World” e l’iconico riff di “My Name Is Mud”, resa in maniera ancora più allucinata che su disco, prima del gran finale, durato a percezione un paio d’ore: “Over The Electric Grapevine” e “Southbound Pachyderm” si prestano alla perfezione a trasportarci su lidi mentali sempre più sconnessi ed euforici, con innesti continui (compreso un breve omaggio a “Schism” degli amici Tool”), assoli e fill-in che trasformano il tempo stesso dei brani, oltre a quello vissuto dagli astanti.
Difficile criticare i Primus, anche quando dovessero scegliere di proporre solo cover suonate con il banjo – e siamo sicuri che sia successo, o un giorno succederà. Stasera, poi, abbiamo assistito a un ritorno davvero eccellente, che forse ha perso il confronto solo allorché l’indomani abbiamo letto la scaletta della seconda serata, con qualche roboante classico in più (da “Too Many Puppies” a “Jerry Was a Race Car Driver”), ma è inutile viaggiare nel tempo sulla carta: quel che è certo è che tra il senso di meraviglia nel vedere le mani di Les apparentemente ferme, il gusto del grottesco e i pezzi solidi anche sotto trattamento allucinogeno, restano ancora una delle band più originali e inimitabili del rock.
Setlist:
Those Damned Blue-Collar Tweekers
Duchess And The Proverbial Mind Spread
American Life
The Ol’ Grizz
Wynona’s Big Brown Beaver
Frizzle Fry
Restin’ Bones
Bob’s Party Time Lounge
Shake Hands With Beef
John The Fisherman
Last Salmon Man
Welcome To This World
My Name Is Mud
Over The Electric Grapevine
Southbound Pachyderm

