IF I DIE TODAY – Esplorando il dolore

Pubblicato il 05/08/2026 da

“Non ho sentito nulla”: così si chiama il loro ultimo lavoro (“I Felt Nothing” ), ma è ingannevole, come espressione, di quello che in realtà percepiscono gli If I Die Today – un gruppo che invece di sentimento ne ha parecchio e l’ha sempre veicolato col massimo impegno e la massima passione possibili.
Dopo una vita tra palchi, sale prove e studi di registrazione, i ragazzi piemontesi hanno affinato al meglio la propria formula, compiendo un ulteriore salto in avanti con il loro quinto album. All’approssimarsi dei vent’anni di attività, gli If I Die Today hanno espresso un urticante concentrato di metal, hardcore, punk e rock’n’roll con un’unità di intenti e un’abrasività da primi della classe.
Nel farlo non hanno rinunciato a piccole finezze, complessità e una scrittura che, sotto una coltre di scalciante rumore, sa essere variegata e fantasiosa quanto basta, per rendere la tracklist di “I Felt Nothing” avvincente dalla prima all’ultima note.
Del momento presente del gruppo, la sua storia e le sue idee abbiamo piacevolmente conversato con il bassista Andrea, orgoglioso del percorso compiuto finora e in particolare di quest’ultimo tassello della discografia.

“I FELT NOTHING” ARRIVA A CINQUE ANNI DA “THE ABYSS IN SILENCE”, ALBUM CHE TRASMETTEVA UN FORTE CARICO DI DOLORE, BASATO COM’ERA SUI TEMI DEL LUTTO E DELLA SUA ELABORAZIONE. DOPO UN DISCO COSÌ EMOTIVAMENTE DIFFICILE, DA QUALI BASI SIETE PARTITI PER “I FELT NOTHING”?
– “The Abyss In Silence” è stato il primo disco scritto con Morgan alla chitarra e dopo il mio ingresso al basso, un cambio di formazione che ci ha portati a deviare verso un riffing più influenzato dal metal: per capirci e per semplificare all’estremo, io ho sempre percepito “Cursed” come un disco scritto con due chitarristi (Tony e Mike) punk che esplorano il metal, mentre “The Abyss In Silence” è un disco da metallari che si dedicano al punk, almeno nelle intenzioni.
Con the “The Abyss In Silence” abbiamo iniziato a usare il doppio biamp sia per basso che per chitarra, in studio e nei relativi live, costruendo così il sound che è diventato inevitabilmente più maturo e coeso per le sessioni di “I Felt Nothing”. In questo disco abbiamo visto Mana (batteria) partecipare finalmente alla scrittura e agli arrangiamenti di ogni canzone.
Da un punto di vista emotivo e lirico “I Felt Nothing” risulta più esplosivo, diretto, figlio dell’urgenza di comunicare emozioni generate da fattori più esogeni una volta, se non elaborato, almeno esplorato il dolore che ha dato vita a “The Abyss In Silence”. A conti fatti quello, per vari fattori, risulta oggi un disco di transizione verso dove e cosa vogliamo essere, ciò che oggi è descritto alla perfezione da “I Felt Nothing”. Quindi, per sintetizzare, credo che abbiamo lavorato bene sui punti di forza coltivati negli album precedenti: suoni sempre più potenti, un cantato via via più aggressivo, respiri melodici con fraseggi di chitarra più epici; non ultimo, abbiamo aggiunto tanti bpm alla velocità media dei pezzi.

BANALIZZANDO MOLTO IL CONCETTO, GLI IF I DIE TODAY DI OGGI RAPPRESENTANO UN INCROCIO DI POST-HARDCORE ALLA CONVERGE, EXTREME METAL, SLUDGE E UN PIZZICO DI ROCK’N’ROLL AGLI ALTISSIMI VOLUMI. RITENETE CHE UNA DI QUESTE CORRENTI MUSICALI VADA A PREVALERE NEL NUOVO ALBUM, OPPURE UN PO’ TUTTE CONTRIBUISCANO AL RISULTATO FINALE?
– Un paragone che ci fa tanto piacere quanto impressione, grazie! Sarebbe inutile negare l’evidenza, quindi sì, i Converge sono da sempre uno dei riferimenti artistici principali per noi. Fa piacere sentire che molte delle nostre intenzioni sono arrivate a chi ascolta, questa volta come mai prima il nostro obiettivo era la resa live delle canzoni.
Il disco suona decisamente monolitico, ma abbiamo voluto inserire influenze più melodiche e, appunto, rock’n’roll per movimentare un po’ il mood generale, lasciandoci ad esempio influenzare da band come Cancer Bats e quel tipo di groove. In generale credo che da un lato prevalga l’approccio alla composizione incentrato sull’impatto e la velocità che Bannon e compagni ci insegnano da decenni, su un altro fronte che emerga un’interpretazione, se non originale, almeno personale, dovuta alla moltitudine dei nostri ascolti, che sono sempre stati a cavallo dell’hardcore in tutte le sue forme e del death metal di Göteborg.

LA TRACKLIST SUONA PIUTTOSTO OMOGENEA IN TERMINI DI ENERGIA, IMPATTO E STRUTTURA COMPOSITIVA, ALMENO IN SUPERFICIE. ANDANDO PIÙ IN PROFONDITÀ, CI SONO DIVERSE SFUMATURE AD EMERGERE, CON ALCUNE CANZONI A SEGNALARSI PER ALCUNE ATMOSFERE PIÙ CUPE E TEMPI PIÙ DILATATI – PENSO A “RACHEL” – ED ALTRE DAL RETROGUSTO MELODICO PIÙ ACCENTUATO, PENSO IN PARTICOLARE A “LIGHT”, CHE AVETE SCELTO COME UNO DEI DUE BRANI DI PRESENTAZIONE DELL’ALBUM E PER IL QUALE AVETE GIRATO UN VIDEO ANIMATO. CHE SIGNIFICATO HA PER VOI QUESTO PEZZO?
– “Light” è forse il pezzo che ha reso gli If I Die Today quello che sono oggi: l’abbiamo scritta in lockdown, Morgan e io. Appena finite le registrazioni di “The Abyss in Silence”, complice l’impossibilità di dedicarci ai live, ci siamo chiesti quale fosse la direzione che avremmo voluto intraprendere, inoltre è la canzone con cui abbiamo convinto Mana a fare parte del progetto dopo l’uscita di Dudu. “Light” è stato lo spartiacque, forse non saremmo qua senza quella canzone.

IL BRANO PIÙ LUNGO È INVECE, APPUNTO, “RACHEL”, CHE VI VEDE UN PO’ SPERIMENTARE AL SUO INTERNO CON QUALCHE PASSAGGIO PIÙ TESO E AMBIGUO, FOSCO E PLUMBEO. COME È NATA QUESTA CANZONE E COSA VI HA SPINTO A OSARE UN PO’ DI PIÙ DEL SOLITO NELLA SUA ELABORAZIONE?
– Pensa che “Rachel” doveva essere la ballata del disco! Poi la ‘fotta’ di cui ho parlato prima l’ha resa la canzone che è, ma alla rabbia si aggiunge la sensazione straziante che Frez, il nostro cantante, ha saputo cogliere e interpretare con le parole: si tratta in fondo di un tributo verso l’attivista Rachel Corrie, uccisa a Rafah nel 2003 (l’attivista americana è stata uccisa da un bulldozer corazzato dell’esercito israeliano, mentre protestava contro l’occupazione del territorio palestinese, ndr), e parla di una tematica che ancora e soprattutto oggi non può essere trascurata, purtroppo è più attuale che mai.

IN “I FELT NOTHING” CI SONO DIVERSI OSPITI ALLA VOCE, CHE CONTRIBUISCONO A DARE UNA DIFFERENTE SFUMATURA NELLE TRACCE IN CUI COMPAIONO. COME MAI QUESTA SCELTA? PERCHÉ ERA IMPORTANTE PER VOI AVERE QUESTI INTERPRETI AD AFFIANCARE LA VOSTRA VOCE PRINCIPALE?
– Questa volta abbiamo optato per un approccio DIY: abbiamo lavorato con chi ci ha supportato e apprezzato nei nostri live, registrato con Dano che è il nostro fonico da dieci anni e più, infine ci è sembrato altresì naturale coinvolgere alcuni amici. “Monsters”, almeno nella prima parte, ha un sound un po’ più rock’n’roll e condividendo, oltre che la sala prove, anche molte serate con i Rope, il loro cantante Alex è stata un’idea quasi scontata, dal momento che oltre a dimostrare con i Rope un grande gusto per atmosfere più grunge e post-punk, è sempre stato uno screamer eccellente (vedi Tutti I Colori Del Buio, sua precedente band).
Mentre riascoltavamo invece le take di “Isolation”, è stato proprio Dano a immaginare sopra l’apertura finale la voce del Papero (con cui tra l’altro avevo già collaborato in uno dei mille progetti estemporanei nati durante la pandemia), che oltre a essere un punto di riferimento sia della storia dell’hardcore di Torino con i Lama Tematica, oggi si dimostra un alfiere del doom con i Tons.
Riguardo “Tar” e Santa, beh, gli InFall sono una delle band più affini a noi sia dal punto di vista personale che musicale (e ti dico già che a tal proposito qualcosa bolle in pentola per quest’autunno…) e quindi una collaborazione ci è parsa un’ottima scusa e “Tar”, un po’ per il ritmo veloce e insistente, un po’ con quella frase ripetuta all’infinito, era semplicemente la canzone perfetta da esaltare con il suo scream.
Infine Giulia (Mare) è nostra amica da… sempre? Siamo sempre stati ammaliati dalla sua voce tanto blues quanto potente e non avevamo mai avuto una guest femminile, abbiamo quindi provato a chiederle se avesse avuto voglia di tentare questo esperimento (su “End”, ndr): il suo entusiasmo e le sue capacità artistiche fuori dalla norma hanno fatto il resto. Quindi in sostanza sì, abbiamo ritenuto importante coinvolgere artisti di cui non solo abbiamo grande stima, ma che fossero anche buoni amici.

RIMANENDO AL TEMA VOCALE, HO APPREZZATO MOLTO LA PROVA DI MARCO, CHE NON SI LIMITA A URLARE IN STILE HARDCORE MA FA PROPRIO SENTIRE TUTTO IL SENTIMENTO, IL TRASPORTO CHE PROVA CANTANDO I TESTI. AVETE PROVATO QUALCOSA DI DIVERSO DEL SOLITO SOTTO QUESTO PUNTO DI VISTA?
– Credo che Frez ci abbia regalato la sua migliore performance di sempre per timbro, metriche e soprattutto personalità, uscendo dagli standard e portando ad un livello superiore il suo screaming.
Mi piace pensare che la maggiore intensità della sessione strumentale gli abbia fatto sentire la necessità di andare oltre agli ottimi standard a cui ci aveva abituato. Sicuramente l’approccio in fase di composizione decisamente più libero, collettivo e partecipato (che è un modo educato di dire che ci siamo per anni rotti i coglioni a vicenda, senza pietà) ha dato ottimi frutti.

I TESTI PER VOI RIVESTONO UN RUOLO IMPORTANTE, IN QUESTO CASO QUALI SONO STATE LE PRINCIPALI FONTI DI ISPIRAZIONE? AVETE AVUTO DIFFICOLTÀ A TROVARE LE PAROLE ADEGUATE DA ‘INCASTRARE’ CON LA MUSICA, OPPURE IL PROCESSO È STATO PIUTTOSTO VELOCE?
– Dei testi si occupa al 100% Frez, la mia percezione come accennavo prima è che questa volta si sia lasciato trasportare dai fatti di attualità, da come va il mondo rendendo così il ‘flow’ generale ancora più fluido e naturale. Per rispondere alla tua domanda, la stesura delle parti vocali questa volta è stata molto più in armonia con la composizione strumentale rispetto al passato.

L’ALBUM SUONA MOLTO BENE, CON UNA PRODUZIONE CHE NON LASCIA INDIETRO NESSUNO STRUMENTO E HA UN IMPATTO COMPLESSIVO MOLTO FORTE, SENZA DOVER CARICARE I TONI A TUTTI I COSTI, MANTENENDO QUINDI NATURALEZZA E NITIDEZZA. DOVE AVETE REGISTRATO IL DISCO? A QUALI ASPETTI AVETE PRESTATO PARTICOLARE ATTENZIONE DURANTE IL LAVORO IN STUDIO?
– I Deepest Sea studio di Dano si trovano ai Dock’s Dora, a trecento metri dalla nostra sala prove, questo per reiterare l’idea di collettività a cui accennavo prima. L’obiettivo era quello di ricreare su disco ciò che ci piace di noi, ovvero la resa live, senza scadere in superproduzioni e rimanendo fedeli alle (tante) valvole.
Considera che buona parte delle take ritmiche sono state registrate in presa diretta proprio per dare un senso di genuinità e naturalezza. Ci siamo infine concessi il vizio di far pompare un mix già esuberante da Will Putney (produttore americano noto per aver lavorato, tra gli altri, con Every Time I Die, Body Count, Norma Jean; è anche chitarrista di Fit For An Autopsy, End e Better Lovers, ndr), che per la cronaca per la prima volta in vita nostra ci ha fatto dire sì alla prima versione del master.

QUASI VENT’ANNI DI IF I DIE TODAY: UN TEMPO CORPOSO, UN’AVVENTURA INIZIATA DA RAGAZZINI E ARRIVATA FINO ALL’ETÀ ADULTA, CON NEL MEZZO, POSSO IMMAGINARE, PARECCHI ALTI E BASSI, PERSONALI ED ARTISTICI. IN TUTTO QUESTO TEMPO, COSA HA TENUTO VIVA LA FIAMMA CREATIVA E L’UNITÀ DI INTENTI DEL GRUPPO?
– Qua la risposta è semplice: ci piace fare quello che facciamo. Spesso sento parlare di ‘sacrifici per la musica’, come fosse qualcosa che è obbligatorio fare: noi lo facciamo perché ci tiene vivi, è forse proprio l’opposto di un sacrificio. Ovviamente ci riusciamo anche grazie alle persone fantastiche che ci stanno accanto nella vita, diciamo però che tutti e quattro abbiamo costruito la nostra vita mantenendo la musica e questa band al centro, non è solo un hobby per noi, è una necessità.
Gli If I Die Today hanno cambiato molte volte formazione, quindi il merito va principalmente a Frez prima e subito dopo a Morgan che non hanno mai mollato; è però un dato di fatto che questa è la formazione che già oggi resiste da più tempo e con le personalità che meglio si amalgamano e si incastrano tra di loro.

NEGLI ANNI SIETE RIUSCITI A MANTENERE UN’ATTIVITÀ LIVE PIUTTOSTO ASSIDUA, SIA IN ITALIA CHE ALL’ESTERO. QUALI SONO LE ESIBIZIONI ALLE QUALI SIETE MAGGIORMENTE LEGATI?
– Gli ultimi quattro anni siamo stati decisamente fortunati in quanto ad attività live, abbiamo deciso di suonare ovunque ci venisse chiesto sempre con la stessa professionalità e voglia, in un paio di occasioni abbiamo a stento fatto stare tutta la backline nel locale, ma ce l’abbiamo fatta stare! I featuring, le coproduzioni e le date future danno grandi indizi su quelle che sono le realtà che abbiamo nel cuore ma devo dire che non c’è un concerto che tornando indietro eviterei di fare: dalle sale prova, ai centri sociali, i club fino ai grandi palchi con gli schermi giganti a lato. A livello personale sono legatissimo al live con i The Dillinger Escape Plan, al Magnolia nell’agosto del 2015 dove dovetti sostituire Morgan al basso, forse la scintilla che innescò questo nuovo corso?

DATA LA VOSTRA LUNGA MILITANZA SULLA SCENA, VOLEVO SAPERE COME VEDETE LA SCENA HARDCORE-METAL ITALIANA OGGI RISPETTO AI VOSTRI ESORDI. COSA È CAMBIATO DAL 2007 AD OGGI? QUALI SONO LE BAND ALLE QUALI VI SENTITE PIÙ VICINI, PER SONORITÀ E ATTITUDINE?
-Noi siamo sicuramente cambiati, come dicevo prima ci siamo avvicinati molto di più anche a situazioni autogestite, cosa che ci ha permesso di portare la nostra musica dove forse prima non arrivava e allo stesso tempo di continuare a partecipare a eventi più grandi: come sempre un grazie in particolare a Hellfire! Negli ultimi anni abbiamo incontrato vecchi amici e nuovi amici che come noi hanno deciso di non mollare. Devo dire che, complice l’attenzione sulla musica estrema catalizzato da varie realtà nate negli ultimi dieci anni, c’è una gran bella comunità!
Tra gli altri (mi scuso già perché sicuramente dimenticherò qualcuno) per noi è sempre un piacere e motivo di festa condividere il palco con InFall, Viscera///, Woijtek, Norse, Rope, Despite Exile, Thirst Prayer, Magnitudo, Low Standard High Five, Northwoods, Frana, Ape Unit, Spleen Flippers, Shortfuse, Pugnale, Irma, Hyperwulff, Respect For Zero, Regrowth, Load Rejection e così via. Infine, per gli amanti di atmosfere più punk/hardcore del torinese, è un paio di anni che potete sentirmi gridare nei Pigro con un paio di ex Cibo.

SPOSTANDO INVECE L’OCCHIO SU QUANTO ACCADE FUORI DAL VOSTRO PAESE, COME VEDETE LO STATO DI SALUTE DEL POST-HARDCORE/METAL? STIAMO PARLANDO DI UNO STILE SONORO CHE ORMAI DA TEMPO APPARTIENE SIA AL MONDO HARDCORE CHE A QUELLO METAL E HA MOSTRATO UN ECLETTISMO E UN’ELASTICITÀ NOTEVOLI, RIUSCENDO AD ESSERE MOLTO DINAMICO E ADATTABILE A DIVERSI CONTESTI.
AL DI LÀ DEGLI ULTIMI DUE ALBUM DEI CONVERGE USCITI QUEST’ANNO, QUALI SONO LE USCITE CHE VI HANNO COLPITO E I GRUPPI CHE VI HANNO CATTURATO NEGLI ULTIMI ANNI?

-Il progetto che più ci ha esaltato da oltremare sono sicuramente stati i Better Lovers, anche perché sia Every Time I Die che The Dillinger Escape Plan sono due band fondamentali per noi, al pari dei Converge. Ci sono un mucchio di realtà piccole che mantengono viva la fiamma, che a giudicare da cosa vedo sotto il palco nell’ultimo anno in particolare, sta tornando a bruciare. Condivido infine con piacere una perla del 2024 che è il disco “Provisional Living” dei canadesi Terry Green, consigliatissimo!

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