Report di Alessandro Elli, Andrea Intacchi, Carlo Paleari, Dario Onofrio, Giacomo Slongo, Giovanni Mascherpa, Maurizio Borghi, Luca Pessina, Sara Sostini e Stefano Protti
Foto di Benedetta Gaiani, Fabio Livoti e Pamela Mastrototaro
Ci troviamo, al termine di questa tredicesima edizione, a raccontarvi ancora una volta il nostro festival, non per mero esercizio di stile, ma perchè la narrazione della nostra musica preferita è quello che ha sempre mosso – e continua a muovere – le energie che investiamo quotidianamente nel costruire e mantenere Metalitalia per quella che è: un portale che da più di venticinque anni parla di musica metal in tutte le sue sfaccettature.
Dalle news, alle recensioni, passando per interviste, speciali, libri, video, podcast e molto altro, è proprio quel desiderio di vivere e parlare di qualcosa che ci appassiona e condividerlo con il nostro pubblico a spronarci, per il tredicesimo anno, a voler portare tutto questo in una dimensione ulteriore – quella di un festival, cercando di migliorarlo e renderlo sempre più piacevole da vivere per chiunque scelga di frequentarlo, all’interno di un locale, il Live Club, che ormai è un po’ la nostra seconda casa, e che ci accoglie e lavora con noi fin dalla prima edizione, affiancato da qualche anno dal Bloom di Mezzago, ritrovo del nostro warm-up.
Anche quest’anno, la vostra risposta è stata grande ed entusiasta, e nel ringraziarvi, ancora una volta, per tale fiducia, vogliamo ribadire come stiamo leggendo e considerando tutti i vostri feedback per incorporarli nel lavoro che ci accompagnerà verso l’edizione 2027 (di cui prossimamente annunceremo i primi dettagli).
Al netto di qualche imprevisto (la sostituzione dei Novembre per motivi di salute con i Nocturnal Depression, l’annullamento del meet & greet dei Paradise Lost per cause logistiche non prevedibili, comunicato non appena ne abbiamo avuto notizia), dal numero di volti sorridenti visti, ci sembra sia stato bello vivere tre giorni tra concerti, live painting, dischi, merch, libri, inchiostri e macchinette di tatuaggi della Metalitalia Ink, birre e buon cibo.
In attesa di rivedervi dal vivo l’anno prossimo, a voi il nostro racconto musicale. Buona lettura!

Coroner – Metalitalia.com Festival 2026 – 27 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
VENERDÌ 25 SETTEMBRE
I tre giorni di festival si aprono con le sonorità annerite dei DUIR: la band veronese – qui in formazione a quattro, senza gli strumenti tradizionali di TZ – è accolta da un Bloom già discretamente popolato. Freschi di pubblicazione del nuovo “Catarsi” (uscito in estate per AOP Records) e ben rodati da una discreta attività live, i nostri regalano una performance compatta e affilata, in cui il black metal plumbeo e atmosferico assume ancora più corposità tanto nel comparto percussivo quanto nei riff di chitarra, rivestendosi di quella carica unica che solo le assi di un palco sanno dare.
Questo però non va a scapito della parte più epica e folkeggiante, certo sicuramente meno in primo piano che su disco ma comunque mai assente del tutto: i Duir si rivelano perfettamente in grado di riportare gli squarci battaglieri e l’introspezione dolorosa e assorta (che li avvicina, in termini di paragone, a formazioni come Groza o Ellende) delle tormentate vicende sul fronte della Prima Guerra Mondiale, concept su cui si fonda il recente lavoro, nella dimensione dal vivo, arricchendoli con energia furiosa e presenza scenica da vendere. Siamo contenti infatti di constatare come quella sensazione di ‘freno a mano tirato’ che avevamo avuto nell’ascolto di “Catarsi” sia totalmente assente dal vivo, con la voce aspra e tagliente di Vox in Umbra a trainare il resto dei musicisti in una performance accorata e ferina.

Duir – Metalitalia.com Festival Warm Up – 25 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Mentre il locale via via va riempiendosi, molti si fermano a guardare anche l’operato di Davide Mancini (aka Dartworks), che in un angolo della stanza comincia il live painting (oramai parte integrante da anni del nostro warm-up) con pennellate verdi fluo, tratteggiando quello che piano piano diventerà il disegno completo (vi rimandiamo alle foto della serata per scoprirlo).
L’utilizzo di tinte fluorescenti su braccia e vesti incappucciate nere d’ordinanza ci lascia un po’ perplessi a livello visuale, ma dobbiamo notare come comunque, nel complesso, la band sia stata in grado di incorporare questa peculiarità senza che essa distolga troppo l’attenzione dal tipo di black metal suonato. Un’ottima conferma live per un gruppo che ha tutte le carte in regola per fare molto – e bene – in futuro. (Sara Sostini)

Live painting – Metalitalia.com Festival Warm Up – 25 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
I GAME OVER sono senza dubbio la parentesi più dura, fisica e movimentata di questa prima serata al Bloom di Mezzago, inserita volutamente in un cartellone orientato per larga parte verso sonorità più riflessive e atmosferiche. La loro presenza serve a dare una sterzata improvvisa alla scaletta, una scarica di adrenalina piazzata al momento giusto: operazione pienamente riuscita.
I thrasher emiliani arrivano al warm-up con una notevole quantità di palchi alle spalle, compresi appuntamenti di peso come l’apertura ai Megadeth a Ferrara lo scorso giugno, ma è forse proprio la dimensione raccolta del Bloom a esaltare maggiormente la natura diretta e senza fronzoli del loro attacco.
Il frontman Danny Schiavina, entrato in formazione non da moltissimo, si dimostra ormai perfettamente calato nella parte, muovendosi con sicurezza e assecondando l’irruenza della band. Il nuovo “When Darkness Falls” trova spazio attraverso i singoli più recenti, mentre non manca un’adeguata rappresentanza del precedente “Face The End”.
I ragazzi non saranno probabilmente la formazione più personale sulla piazza, ma dal vivo continuano a rivelarsi una certezza in termini di divertimento: qui le distanze si accorciano, il pubblico si stringe attorno al palco e la separazione fra chi suona e chi ascolta diventa quasi teorica. Una botta di energia che spezza gli equilibri della serata e prepara il terreno alle successive evoluzioni del cartellone. (Luca Pessina)

Game Over – Metalitalia.com Festival Warm Up – 25 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Eravamo particolarmente curiosi di rivedere i THE FORESHADOWING dal vivo: il gruppo di Marco Benevento e Alessandro Pace ha attraversato più di vent’anni di carriera con alterne fortune, ma sempre all’insegna del doom metal melodico e dalle atmosfere goticheggianti.
Alla vigilia dell’uscita di “Ozymandias” (il prossimo 20 novembre), il Bloom diventa il banco di prova per testare il singolo “The Wave Is On The Right Side”, accolto con calore dal pubblico: è un piacere ritrovare le vocalità crepuscolari, baritonali e stentoree di Marco, davvero uno dei marchi di fabbrica della band fin da “Days Of Nothing”, da cui viene estratta una “Eschaton” plumbea e densa, per gran gioia di chi li segue dall’esordio. La stessa gioia viene manifestata durante l’esecuzione di “Second World” e “Oionos” (omonime dei bellissimi capitoli centrali della loro carriera), in cui forse si perde leggermente il bellissimo gioco di voci, cori e controcori, ma che dimostrano di mantenere inalterata la propria bellezza.
La formazione vede i due veterani affiancati dal terzo decano Francesco Sosto alle tastiere (dai suoni un leggermente offuscati qui e lì durante la performance), con la presenza ormai più che consolidata di Giuseppe Orlando alla batteria (il cui tocco inconfondibile ha comunque contribuito a consolidare il suono ipogeo dei nostri, anche in assenza del basso) e del ‘nuovo’ innesto Gabriele Giaccari (Shores Of Null) a dare ancora più corpo e sostanza alle chitarre.
L’accattivante refrain di “Our Nightmares Call”, dall’ormai penultimo lavoro “New Wave Order” (ritorno sulle scene dopo uno iato di otto anni, se si esclude l’interlocutorio EP “The Forsaken Songs”), viene ripreso a suon di battimani dal pubblico, ma sono “The Forsaken Son” e poi “Fall Of Heroes” in chiusura a raccogliere il consenso maggiore, a testimonianza di come i The Foreshadowing siano stati in grado di navigare le acque più impervie dei tempi moderni senza perdere la rotta: il loro doom metal ha saputo mutare con loro e gli anni che passano, lasciando dietro di sè le sfumature più funebri o tetragone, ma mantenendo inalterato quel gusto per pesantezza, melodia e malinconica epicità che ce li rende tutt’oggi cari.
In attesa di ascoltare quindi il nuovo lavoro, li salutiamo contenti di questa conferma. (Sara Sostini)

The Foreshadowing – Metalitalia.com Festival Warm Up – 25 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Tornano dopo lungo letargo, i DARK LUNACY, per portare sul palco nella sua interezza uno dei suoi dischi più rappresentativi, “The Diarist”. Nel 2026 scoccano i vent’anni della sua pubblicazione, e il quartetto ha deciso di dargli una celebrazione come si deve. Fermi discograficamente a “The Rain After The Snow” del 2016, non sapevamo bene cosa aspettarci da questo ritorno sulle scene.
I primi minuti di spettacolo sono quasi ‘maledetti’: durante “Aurora” Mike Lunacy deve cambiare più volte il microfono perché non si sente proprio nulla, e allora tocca al pubblico, bello caldo, entusiasta e su di giri, cercare di riempiere il vuoto vocale. Per “Play Dead” gli inconvenienti tecnici sono risolti e Mike, visivamente contento di essere sul palco e di rimettersi in dialogo coi fan, può finalmente sfoggiare la sua aspra vocalità e far decollare lo show. Si percepisce come il gruppo abbia lavorato duro in questi mesi per ridare slancio e pathos ai pezzi di “The Diarist”, a partire proprio dal cantante, in ottima forma vocale e compiaciuto dell’accoglienza ricevuta da un Bloom abbastanza pieno e, come già detto, tutt’altro che freddo verso chi sta suonando.
Il concerto cresce d’intensità minuto per minuto, ritroviamo tutta la formazione – la stessa dell’ultimo disco in studio, peraltro – carica e affiatata, eccellente nel trasportaci nel mezzo dell’assedio di Stalingrado della Seconda Guerra Mondiale, raccontandoci tante piccole/grandi esperienze umane di quei tempi cruenti.
Ad accrescere il fascino dello spettacolo, le spiegazioni di alcuni pezzi offerte da Mike, cui brillano gli occhi per l’emozione mentre racconta degli slittini posseduti dalle famiglie della città, oppure del ticchettare del metronomo nelle radio locali, quando per lo sfinimento lo speaker non era in grado di proferire verbo.
Sale sul palco – per “Snowdrifts” e “On Memory’s White Sleigh” – Lucia Amelia Emmanueli, ai tempi delle registrazioni di “The Diarist” appena diciassettenne, ora cantante impegnata con Ghost Heart Nebula e Monochrome, The City.
Un viaggio affascinante e per conto nostro insperato, quanto a caratura della performance, che dopo averci accompagnato fedelmente per tutta la tracklist, ci dona una piccola, gustosissima, coda. La prima è in un succoso inedito, che se non abbiamo carpito male il titolo, dovrebbe intitolarsi “Presbytery”; un brano dalle cadenze abbastanza inusuali, almeno dal punto di vista ritmico e di arrangiamenti, per i Dark Lunacy, che impastano il loro teatrale death melodico con sensazioni più algide ed enigmatiche, per un risultato che almeno in questa sede si fa subito apprezzare.
Infine, immancabile, la loro canzone più famosa, quella “Dolls” che a distanza di ventisei anni continua a far palpitare, tra i suoi aristocratici motivi di archi e le cavalcate death metal al sapore di malinconia e inverno. Una chiusura fragorosa per un warm-up vibrante dalla prima all’ultima band. (Giovanni Mascherpa)

Dark Lunacy – Metalitalia.com Festival Warm Up – 25 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Guarda tutte le foto del warm-up.
SABATO 26 SETTEMBRE
Tocca ai NEL BUIO di Clod The Ripper (Blasphemer, HomSelvareg) il compito di aprire le danze di questa edizione del Metalitalia Festival, con la penombra appena ravvivata da una piccola insegna rosa al neon con il nome della band.
A un anno dalla pubblicazione dell’album d’esordio su Avantgarde, il gruppo presenta un black metal feroce, con barlumi di melodia affidati esclusivamente alle sparute tastiere new wave in sottofondo. Il suono che ricade sui presenti (non tantissimi ma entusiasti) ricorda, per le atmosfere claustrofobiche, quello prodotto dalle formazioni italiane EBM negli anni Novanta (azzardiamo i Limbo di “Zos Kia Kaos” o gli allora riformati Pankow), ma è saturato di un’elettricità che a tratti si fa angosciosa (“Splendeva di vita”, la ripresa di “Sola” dal primo EP), anche quando il tono del cantante/bassista si limita a un rauco sussurro confidenziale (“Il buio l’avvolge”).
Ottimo concerto che sfrutta al meglio il breve tempo a disposizione, dove forse meriterebbe un migliore inquadramento, a nostro parere, la performance di Telly Lale che si muove su sensuali tastiere synthwave e che spezza a metà l’esibizione. (Stefano Protti)

Nel Buio – Metalitalia.com Festival 2026 – 26 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Dov’erano finiti i NERO DI MARTE? Possibile fossero scomparsi senza lasciare alcuna traccia? La risposta, per chi si fosse posto queste domande, è contenuta nella confortante, mirabile prestazione sul palco del Live di Trezzo sull’Adda.
Fermi live dal 2023, i quattro si presentano al Metalitalia Festival privi di qualsiasi orpello scenico, vestiti come se dovessero andare a suonare in sala prove. Fanno un minimo di soundcheck, si premurano sia tutto in regola, quindi iniziano a suonare – meraviglia delle meraviglie.
Approdati con l’eccezionale “Immoto” – per chi scrive, uno dei migliori dischi partoriti dalla scena metal tutta dal 2020 in avanti – a un inclassificabile ibrido di death, post- e avant-garde metal, con un uso della melodia, vocale e nelle atmosfere, molto ‘italiano’, i Nero Di Marte confermano anche live l’impressione di essere divenuti qualcosa di talmente unico da non avere credibili termini di paragone. Nel loro caso, il tecnicismo è solo un mezzo per evocare atmosfere labirintiche e stranianti, quasi da colonna sonora di qualche film ermetico ed intellettualmente probante, salvo assecondare le proprie mai sopite pulsioni da extreme metal di razza, per portare il tutto verso un altro grado di irruenza e ardore.
La loro musica si fa quasi materia viva, pulsante, un plumbeo magma in movimento, talora gigantesco e incombente, in altre occasioni sottile e ondivago. La forza dei quattro risiede, in ultimo, in canzoni dal taglio prog, costellate di tante piccole sezioni, anfratti e stacchi perentori, che ne fanno un’esperienza sensoriale difficile da ritrovare altrove.
Un set da puro ascolto, con l’apertura affidata a “Il Diluvio”, che in alcuni aspetti appare quasi trasfigurata, leggermente trasformata rispetto a come la ricordavamo, con la voce pulita di Sean Worrell a dare una particolare emozionalità, ombrosa ma sottilmente iraconda, a un brano così sfaccettato. Anche “Dite”, sempre da “Derivae”, sembra aver modificato in parte la sua natura, più atmosferica, quasi da soundtrack in alcuni punti. Mentre sono più riconoscibili “La Fuga” e “Sisyphos”, suonate in splendido controllo e un virtuosismo che non abbandona quell’aria da ‘Ulcerate meets soundtrack’ che faceva diventare così speciale “Immoto”, specialmente nelle sue parentesi più avventurose e dalla struttura labile, come appunto accade in “Sisyphos”.
I Nero Di Marte si guardano e ascoltano senza proferire verbo, rapiti dalla bravura e dalla dote rara di suonare qualcosa di fuori dai canoni, ma senza alcuna altezzosità. Speriamo che questa esibizione li faccia uscire del tutto dal letargo e ci regali una vigorosa ripresa dell’attività, sia in studio che dal vivo. (Giovanni Mascherpa)

Nero Di Marte – Metalitalia.com Festival 2026 – 26 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
I 1914 prendono posto su un palco decisamente più spoglio rispetto a esibizioni passate, su cui essenzialmente campeggiano solo i banner dell’ultimo disco “Viribus Unitis”, con le loro riproduzioni di stampe di propaganda militare della Prima Guerra Mondiale (ovviamente). Persiste l’abbigliamento militare per i musicisti, con i due chitarristi e il batterista che si limitano a camicia bianca, pantaloni alla zuava e calzettoni, mentre il bassista opta per l’elegante uniforme dei granatieri del 7° Reggimento e il cantante per il suo bizzarro ma iconico camice da soldato/macellaio.
L’impatto musicale non subisce lo stesso effetto ‘al ribasso’, anzi: dopo la consueta intro, il quintetto ucraino viaggia a cannone, con sette brani serrati di black/doom che si concentrano inevitabilmente sull’ultimo album.
Tra i momenti più coinvolgenti spicca sicuramente l’oscura “1915 (Easter Battle For The Zwinin Ridge)”, dove la furia delle chitarre e la teatrale interpretazione del frontman Dmytro spostano l’asticella appieno sul versante black metal. Anche “1917 (The Isonzo Front)”, uno dei loro brani più incalzanti ed atmosferici, emoziona inevitabilmente il pubblico: sia per l’apertura con il messaggio di Cadorna a seguito della ritirata dopo la battaglia di Caporetto, sia per l’introduzione fatta dal cantante.
Ricorda infatti come fossimo in schieramenti opposti nel primo conflitto mondiale, con il suo trisnonno in forze all’esercito austro-ungarico proprio sul fronte italiano, ma come senta vicino il popolo italiano, anche rispetto all’attuale conflitto con la Russia – verso cui non spreca troppe parole, limitandosi a due sintetici, ma chiari “Fuck Putin!” – oltre a sventolare la bandiera ucraina al termine del primo brano, con abbondanti applausi dal pubblico.
Menzione d’onore anche per il recupero di “Arditi” dal primo disco, che oltre a essere uno dei pezzi più rappresentativi del loro incrocio tra melodia ed estremo, ci sembra un voluto omaggio al nostro Paese. (Simone Vavalà)

1914 – Metalitalia.com Festival 2026 – 26 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Ultimi entrati nella line-up del festival, a poche ore dall’evento, a causa della defezione dei Novembre per problemi di salute occorsi al leader Carmelo Orlando, i NOCTURNAL DEPRESSION occupano lo slot lasciato libero dallo storico gruppo romano senza alcuna titubanza.
D’altronde parliamo di solidi veterani della scena, con una line-up per metà italiana, capitanata del chitarrista/cantante, fondatore e icona del depressive black metal, Lord Lokhraed. Le note acri, scabre, nerissime della formazione di origine transalpina trafiggono e affliggono, cambiando brutalmente il clima all’interno del locale, per un’altra immersione in un mondo dalle regole e dai canoni tutti suoi, come può essere il black metal tetro e privo di speranza di cui Lord Lokhraed disserta da vent’anni abbondanti.
La sua figura emana un macabro carisma, anche se da parte sua non ci sono pose piene di sé o ‘da personaggio’, viste le interazioni – in un italiano abbastanza sicuro – con la platea che, tra un’invocazione alle alte sfere divine e l’altra, mostra di apprezzare quanto sta sentendo. I quattro compiono un bell’excursus nel repertorio, muovendosi fra concitate trame tipicamente black metal, e pezzi più minimali e da un sentire sconfortato e infelice bene in evidenza, sporcate di schizzi di sangue dallo sporco latrato del leader.
Il black metal più sordido e crudo si unisce, in un matrimonio alle apparenze inconciliabile ma riuscito, a melodie abbandonate a marcire in qualche luogo desolato. La “Nostalgia” da loro cantata farebbe pensare a qualcosa di assai meno poetico e struggente di quanto siamo soliti associare a questo termine, uno stato di malessere e nausea per la vita che il gruppo sa rendere con fare autorevole, decisione e ben più che un pizzico di tetra follia.
Una prestazione arcigna, concreta, sorretta da ottimi suoni – una costante dell’intera giornata – che è riuscita a lenire la delusione per la defezione all’ultimo momento dei Novembre. (Giovanni Mascherpa)

Nocturnal Depression – Metalitalia.com Festival 2026 – 26 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Gli HARAKIRI FOR THE SKY tornano in Italia a breve distanza dal tour dello scorso febbraio per la promozione del loro sesto album “Scorched Earth”, uscito ad inizio 2025, forti di una discografia ormai consistente e all’insegna di una solida evoluzione.
La carriera degli austriaci è stata una crescita costante, alla ricerca di uno stile sempre più inconfondibile e di una forma canzone che possa catturare l’attenzione degli ascoltatori più intransigenti ma anche di un pubblico abituato a sonorità maggiormente accessibili: non si tratta però di un compromesso, quanto di un percorso coerente che ha fatto lievitare i consensi nei confronti della band senza perdere valenza artistica.
Uno show della formazione di Vienna, in questo momento storico, è un’istantanea del loro stato attuale: pezzi black metal, o post-black metal che dir si voglia, carichi di melodie irresistibili e che rasentano la perfezione a livello formale, suonate da artisti nel pieno della forma con un’energia ed una precisione impeccabili, tanto che anche quelli che potrebbero essere visti come difetti – ad esempio la ripetitività di alcuni schemi ed un cantato monocorde (ma non monotono) – sono in realtà punti di forza di una proposta peculiare e riconoscibile.
La scelta di puntare sulla produzione più recente convince, poiché pezzi come l’ipnotica “Heal Me” o una “Without You I’m Just A Sad Song” carica di influenze post-punk sono innanzitutto ottime canzoni, ma anche i due tuffi nel passato, “Funeral Dreams” da “III: Trauma” e “Fire, Walk with Me” da “Arson”, non sfigurano all’interno di un’esibizione intensa ed emotivamente profonda.
La vocalità epica e torrenziale di J.J. è accompagnata da una prestazione inappuntabile di M.S. e degli altri musicisti ospiti sul palco, a creare atmosfere veementi e introspettive al tempo stesso. Ottima anche la resa sonora che permette di apprezzare ogni dettaglio di una proposta sfaccettata e ricca di sfumature.
Un’ora di concerto che ha scaldato il pubblico presente, ormai numeroso a questo punto della giornata. (Alessandro Elli)

Harakiri For The Sky – Metalitalia.com Festival 2026 – 26 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Dopo la piacevole scoperta (almeno da parte nostra) dei bravi Nocturnal Depression, ci aspetta lo show esteticamente più lontano dalle coordinate della giornata. Una caratteristica dell’avantgarde e del post-metal, nonché di alcune forme più primitive di black, è infatti una sorta di minimalismo; non musicale, sia chiaro – di ferocia e impatto ne abbiamo avuti a iosa in questo nero sabato di settembre – quanto piuttosto estetico e d’immagine: Nel Buio con le loro luci più che basse, i Nero Di Marte con uno stage prevedibilmente spoglio e addirittura i 1914 con un palco non particolarmente addobbato.
Basta quindi vedere, prima ancora che risuonino le note di “Ode To Art” e “I Can Never Die”, le candele gotiche, i supporti per le bandiere e, non ultimo, un lungo pianoforte a coda per capire immediatamente che quello dei FLESHGOD APOCALYPSE sarà uno spettacolo diverso, quasi atipico rispetto al resto della giornata. Con lo scorrere delle canzoni, però, ci rendiamo conto che non avrebbe potuto essere altrimenti: il death metal della formazione di origine perugina, così sinfonico e operistico, non può che trarre giovamento da un simile allestimento barocco. Supportati da un buon gioco di luci e da un approccio dei musicisti decisamente teatrale e sempre rivolto ai fan, i Fleshgod Apocalypse danno così vita a uno spettacolo opulento e fiammeggiante, nel quale cavalli di battaglia come “Minotaur”, “Bloodclock” e “Pendulum” sono soltanto alcuni dei momenti che vale la pena ricordare.
Tra i singoli musicisti, davvero ottima sia vocalmente sia per presenza scenica Veronica Bordacchini; simpatico e coinvolgente Francesco Ferrini, che a tratti abbandona persino la propria postazione ai tasti d’avorio; sugli scudi, infine, il ‘solito’ Francesco Paoli, il cui growl corposo riecheggia ancora nelle nostre orecchie. Un’ora abbondante di musica soddisfa appieno la nostra sete di registri più ricchi ed elaborati, mentre le scelte interpretative e di allestimento ci ricordano che, ogni tanto, anche l’occhio vuole la sua parte.
Un ottimo concerto, che nei nostri ricordi resterà come un dipinto vittoriano e seppiato, prima che le luci psichedeliche e i suoni catartici degli Amenra rubino la scena. (Dario Cattaneo)

Fleshgod Apocalypse – Metalitalia.com Festival 2026 – 26 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Passano direttamente dalle ultime rifiniture ai suoni alla performance vera e propria, gli AMENRA: Le luci si spengono, i musicisti rimangono ai loro posti, Colin H. Van Eeckhout si gira di spalle al pubblico ed entra nel suo personaggio di disperato cantore delle sofferenze del mondo.
Il resto della band a sua volta inizia un sincrono ondeggiare, un headbanging che coinvolge tutto il corpo, perfettamente a tempo alle cadenze, mai troppo variegate, martellanti e solenni, scandite dalla batteria di Bjorn J. Lebon. Chi parla in linguaggio forbito e con attitudine intellettuale al limite del mistico, definirebbe quella degli Amenra una ‘esperienza’, ancor più che un concerto – e, nello specifico, avrebbe persino ragione.
L’essere speciali, nel caso di questi tormentati, un po’ sdegnosi, musicisti fiamminghi, risiede nella forza e convinzione con le quali promulgano i tratti fondanti del loro suono, più che con un ventaglio stilistico chissà quanto illuminante e geniale. La grossezza e densità del doom, l’attitudine visionaria del post-metal, il gusto per l’auto-afflizione compiacente, stimmate di hardcore non ancora dilavate, si mescolano nel ricreare un clima che non è reato definire sacrale.
La musica scorre enorme e schiacciante, Van Eeckhout sbraita incidendo le nostre carni e menti, sullo sfondo immagini in bianco, nero e grigio scorrono, lente, intervallandosi a creare un mix che, per quanto sfugga la coerenza del messaggio esposto, sa evocare una poetica di disfacimento e intristimento in accordo con la musica.
Tra cotanta massa riversata su di noi, eccellono le parentesi più fievoli e sommesse, con le toccanti voci pulite di Van Eeckhout e i saltuari contributi della bassista Amy Tung Barrysmith a incantare l’uditorio. Difficile rimanere indifferenti, comprensibile esserne respinti, mentre se appena appena vi è un aggancio tra le note, che calamiti le attenzioni, l’attimo dopo si sarà inesorabilmente conquistati da questo messaggio musicale tra abbattimento e catarsi.
Come di consueto, la band suona totalmente incurante di chi abbia davanti, che ci siano dei pali della luce o delle persone, a loro poco sembra importare.
La scaletta prende in rassegna un po’ tutti i punti della discografia, confermando l’unitarietà di intenti, atmosfere, input che tra i vari album tendono a mutare vagamente, incanalandosi ognuno in un medesimo filone. Tra “De evenmens”, unico estratto di “De Doorn”, e “Am Kreuz”, testimonianza di dove si era partiti, con il folgorante – seppure all’epoca rimasto rinchiuso nella sua nascosta nicchia di ascoltatori – “Mass III”, non sembrano essere poi passati tutti quegli anni che, nella realtà, separano i due dischi.
Così come sono entrati, gli Amenra si congedano, cessando bruscamente di demolirci di decibel non appena si consuma l’ultimo atto, “Diaken”. Il silenzio che prevale appena dopo sa di smarrimento e disorientamento, il concerto è ormai ricordo, indelebile nella memoria. (Giovanni Mascherpa)

Amenra – Metalitalia.com Festival 2026 – 26 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Negli ultimi due anni ci sono state diverse occasioni di vedere dal vivo i PARADISE LOST, eppure la data prevista per il Metalitalia Festival aveva un motivo di interesse in più, essendo uno show speciale ‘by request’, con una scaletta dedicata solo al nostro pubblico e votata direttamente dai fan. Fin qui, quello che già sapevamo: ciò che invece non potevamo immaginare è che la band inglese avrebbe messo in piedi uno dei suoi migliori concerti, con una resa e una tenuta che non ricordavamo da un po’. Nick Holmes, in particolare, appare concentrato e affronta tutto il materiale con risultati davvero sorprendenti.
Quando le luci del palco si abbassano, i Paradise Lost aprono le danze con “Serpent On The Cross”, come d’abitudine in questo tour, ma basta arrivare alla seconda canzone per vedere il concerto prendere una piega molto diversa. Immediatamente ci si tuffa nel passato con una cupissima “Gothic”, seguita a ruota da quel gioiello di “Shadowkings”, che manda in visibilio la platea.
La resa sonora è ottima, così come la prestazione dei singoli musicisti, con un Greg Mackintosh magnetico nel disegnare riff entrati ormai nella storia del metal. Nick Holmes non è certamente un frontman dall’approccio fisico e il suo carisma emerge nell’interpretazione, nella tenuta misurata ma sicura sul palco e nelle (poche) interazioni con il pubblico. Non serve di più, comunque, perché di fronte ad una raccolta di canzoni di questo livello, la musica è più che sufficiente per coinvolgere tutti i presenti.
La scaletta attraversa diversi episodi della lunga discografia dei Paradise Lost, con un focus particolare su “Draconian Times” e sul più recente “Ascension”, un disco che ha convinto tutti e che anche dal vivo sembra avere una marcia in più. Il resto della performance, invece, si distribuisce in maniera piuttosto armonica, omaggiando il passato con classici come “Pity The Sadness” e “Embers Fire”, per arrivare a episodi più recenti come “Ghosts” e “No Hope In Sight”. Non viene tralasciato nemmeno il periodo più controverso della band, con il recupero di “So Much Is Lost”, da “Host”. D’altra parte, il bello di questo tipo di operazioni è proprio questo: lasciare la possibilità ai fan di indicare le proprie preferenze solitamente consente di avere sia molto spazio per i classici più amati, sia l’opportunità di recuperare qualche chicca che renda felice gli ascoltatori più fedeli, desiderosi di ritrovare qualche gemma meno celebrata ma non per questo secondaria.
Quando “Silence Like The Grave” fa calare il sipario sulla prima giornata del festival, la sensazione che resta è quella di aver assistito ad un allineamento perfetto, in cui ogni elemento si è incastrato al posto giusto, mitigando il dispiacere di non aver potuto affiancare a questa esibizione anche il meet & greet promesso, a causa di un imprevisto logistico.
Del resto, in un evento come questo, il centro di tutto dovrebbe sempre essere la musica e, da questo punto di vista, la chiusura della prima giornata non poteva essere migliore di così. (Carlo Paleari)

Paradise Lost – Metalitalia.com Festival 2026 – 26 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Guarda tutte le foto dei concerti e dei meet & greet della prima giornata.
DOMENICA 27 SETTEMBRE
Il secondo giorno del Festival inizia presto: sono infatti le 13.20 quando sul palco del Live Club salgono gli SCHIZOPHRENIA, i quali, dopo il sold-out dell’ottobre del 2024 (in quell’occasione aprirono la serata ai Cannibal Corpse in quel dell’Alcatraz milanese), sono tornati a suonare in Italia per la seconda volta in carriera.
Arrembante thrash/death metal devoto alla vecchia scuola: questa l’indiavolata formula della band di Anversa guidata dal bassista e cantante italiano Ricky Mandozzi. Non è mai semplice aprire una lunga giornata di concerti, soprattutto a certi orari, ma il quartetto belga riesce prontamente nell’impresa tanto che, dopo appena un quarto d’ora dall’inizio del loro show, abbiamo assistito con simpatia e soddisfazione al primo di una lunga serie di mosh-pit che avrebbero caratterizzato l’intera domenica.
Concentrandosi principalmente sul loro sinora unico album rilasciato, “Recollections of the Insane” del 2022, Mandozzi e compagni hanno solleticato i palati più grezzi degli astanti (già in buon numero al primo pomeriggio), scagliandogli in pieno volto un tappeto di riff mortiferi, tra cui “Souls of Retribution”, essenziale brano di apertura del set live, a testimonianza di come il gruppo fiammingo si trovi sempre più a proprio agio on stage, galvanizzato anche dal tour in compagnia proprio dei Coroner che li ha portati proprio in quel di Trezzo.
La tensione prende sempre più piede con il passare dei minuti, sviluppandosi ulteriormente con brani come l’omonima “Schizophrenia”, più vicina al versante thrash ma altrettanto violenta e devastante, o “Cranial Disintegration”, altrettanta mattonata in testa dove un briciolo di melodia si innesta di refrain. Il pubblico, da parte sua, risponde con il giusto entusiasmo fino a quando è stato lo stesso Mandozzi a renderlo ancor più partecipe in sede della canonica cover da proporre. Ed ecco che, al termine di una delle gare più sentite di applausi, “Maze Of Torment” dei Morbid Angel ha avuto la meglio su un brano degli Slayer (conoscendo gli Schizoprenia, la scelta sarebbe andata su “Necrophiliac” o “Black Magic”). Un gentile omaggio per riscaldare il pit, il cui pavimento ha iniziato ad accogliere le prime e abbondanti gocce di sudore.
Mezz’ora a disposizione, sfruttata a dovere e terminata con la tellurica “Structure of Death”, prepontemente ispirata alla furia sonora espressa da band storiche quali gli stessi Demolition Hammer i quali avrebbero incendiato l’intero Live nella prima serata.
Un ottimo dessert metal per sgranchirsi le ossa ed allenare i padiglioni auricolari all’orda di potenza sonora che si sarebbe scatenata nelle ore successive. (Andrea Intacchi)

Schizophrenia – Metalitalia Festival – Live Club – 27 settembre 2026 – foto Pamela Mastrototaro
Gli HALYSIS sono entrati nel bill del festival solamente un mese fa, a causa della cancellazione degli Abysmal Dawn dal tour “Tech It Easy” con Gorod e Allegaeon, e per molti rappresentano un’incognita, non essendo una band conosciuta dalle nostre parti.
I finlandesi hanno finora pubblicato due album e la loro uscita più recente è l’EP “Of Static Slumber”, uscito a maggio di quest’anno e riproposto per intero in occasione di questa prima loro esibizione nel nostro paese.
Il death metal melodico con accenni di metalcore del quintetto di Lahti ben si amalgama con le sonorità proposte dai due gruppi che seguiranno, per complessità esecutiva e tendenze progressive, ed è caratterizzato da una continua alternanza tra growl e voce pulita, con una ricerca della melodia che va a smorzare il lato più nervoso della loro musica, costituito da chitarre e sezione ritmica. I brani, brevi e ben costruiti, non eccedono mai in uno sfoggio di tecnica eccessivo, risultando in questo modo piacevoli e sufficientemente coinvolgenti.
Al momento manca ancora un po’ di personalità per un’affermazione a livelli più importanti, ma gli Halysis sfruttano la mezz’ora a loro disposizione con una prestazione energica e convincente, dimostrando di poter calcare il palco con grinta e buona presenza. (Alessandro Elli)

Halysis – Metalitalia.com Festival 2026 – 27 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Alle 14.50 scatta l’ora del death metal più tecnico e affilato con i GOROD, che portano con loro le atmosfere dell’ottavo lavoro in studio “The Ember Gone”, fresco fresco di uscita.
I francesi allestiscono sul palco del Live uno show innanzitutto visivamente peculiare, non adatto a chi soffre per le luci sparate sul pubblico: la loro scenografia è infatti composta da colonne di fari che si accendono a tempo di musica, specialmente sui colpi di batteria di Karol Diers, una vera e propria macchina da guerra dietro alle pelli.
Dal vivo, i vent’anni della band non si sentono per niente: le chitarre di Mathieu Pascal e Nicolas Alberny sono sempre precisissime quasi al parossismo, accompagnando il growl di Julien Deyres, anch’esso senza un minimo di cedimento dopo tutta questa carriera. Uno show brutale, eppure glaciale, con brani che vanno dal passato della band come “Bekhten’s Curse”, fino appunto alla più recente “Forgiveness”.
Il pubblico reagisce bene anche per l’oggettivo impatto visivo della performance, specialmente quando viene sfoderata una chitarra a doppio manico per uno degli innumerevoli stacchi quasi free jazz della musica dei francesi. Virtuosismo, ferocia e brutalità vanno di pari passo negli arabeschi disegnati dai musicisti, che culminano nella conclusiva e immancabile “Disavow Your God”, da “Process Of A New Decline”. (Dario Onofrio)

Gorod – Metalitalia Festival – Live Club – 27 settembre 2026 – foto Pamela Mastrototaro
Dopo Halysis e Gorod, chiudono il trittico gli ALLEGAEON, formazione statunitense che unisce melodic e technical death metal, suonato con cibernetica precisione. Sulle note di “Threshold Of Perception”, la band aggredisce la platea con un muro di suono impressionante, che non teme il confronto in una giornata già abbondantemente settata sulla pura violenza sonora. Il gruppo disegna trame complesse, in quel gioco di incastri ritmici che da una parte cerca di mantenere la freddezza di un ingranaggio matematico e dall’altra si adopera per restituire comunque quel coinvolgimento viscerale che separa un’ottima performance da un’asettica esibizione di bravura.
Nel caso degli Allegaeon, questo fattore viene garantito da una fisicità molto coinvolgente nella resa, soprattutto da parte del frontman Ezra Haynes, che si rivela la punta di diamante dell’esibizione: il cantante non sta fermo un attimo, caracolla per il palco dirigendo con le mani i musicisti e urla nel microfono senza risparmiare un grammo di energia.
A fare da contraltare a questo concentrato di furia selvaggia, c’è la precisa esecuzione degli altri musicisti, che tengono in piedi strutture complesse, con ritmi sempre molto serrati, ma comunque con un occhio di riguardo per la melodia, che emerge anche nella seconda voce del chitarrista Michael Stancel, che aggiunge un timbro pulito a quello cartavetrato di Haynes.
Il pubblico sembra gradire, e dietro le prime file si generano anche dei circle pit che non raggiungeranno il livello di devastazione dei Fulci qualche minuto dopo, ma che comunque sono un chiaro segnale di apprezzamento. L’atmosfera sotto il palco del Live Club si fa sempre più rovente. (Carlo Paleari)

Allegaeon – Metalitalia.com Festival 2026 – 27 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Diventati ormai un nome di prima grandezza del circuito death metal internazionale, i FULCI portano sul palco del festival il loro solito, rodatissimo spettacolo a base di macellerie sonore e visive.
Una formula consolidata, che vede il gruppo nostrano (con americano al seguito) cimentarsi in un omaggio sentito ai Cannibal Corpse d’annata e – più in generale – in una proposta dal taglio novantiano costruita attorno a brani semplici e ficcanti, pensati per rimanere subito in testa grazie alle loro cadenze contagiose.
Uno stile che punta tutto sulla semplicità, senza che però questa caratteristica diventi sinonimo di piattezza o faciloneria e che, se è vero che gode molto dell’apporto dei visual horror proiettati ininterrottamente alle spalle della batteria (sempre più curati e immersivi), dimostra comunque di reggersi autonomamente sulle proprie gambe, vuoi per le strutture efficaci del songwriting di Dome, vuoi per l’autorevolezza e la disinvoltura espresse nell’esecuzione.
La scaletta è grossomodo quella che abbiamo visto di recente all’Offal Fest di Manchester e al Fulcicon 2, con i pezzi del celebre “Tropical Sun” e dell’ultimo “Duck Face Killings” a fare la parte da leone, e lo stesso si può dire della resa complessiva dello show: solida, precisa, avvalorata da un frontman di razza (Jason Dahlike) che per registro vocale e presenza scenica ricorda sempre più il Chris Barnes dei tempi d’oro.
A conti fatti, la parentesi dedicata ai Fulci verrà ricordata come la più intransigente e gutturale della giornata, ma anche come una delle più divertenti e capaci di coinvolgere davvero anche le fasce più giovani del pubblico. (Giacomo Slongo)

Fulci – Metalitalia.com Festival 2026 – 27 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Lo show di questa serata per i SADIST ha una valore particolare: la band ligure intende omaggiare il secondo disco “Tribe”, pubblicato nel 1996, un’opera che rappresentava un distacco piuttosto forte dal debutto “Above The Light” e la cui caratteristica principale era la presenza di inserti tribali a completare i tipici fraseggi di un death metal che già allora svettava per complessità e tecnica strumentale.
La formazione che suonò quello che rimane tuttora uno degli album migliori prodotti nel nostro paese in questo genere era differente da quella attuale, con il solo chitarrista/tastierista Tommy Talamanca unico reduce da quella line-up, allora affiancato da Zanna, Chicco ed una figura importante quale Peso, ma chi è sul palco in quest’occasione ha interpretato quei brani al meglio: Trevor che, pur non essendo un membro originale, è ormai la colonna portante dei Sadist, è apparso in ottima forma vocale e fisica, mentre, tra i due nuovi arrivati, Giorgio Piva ha dimostrato di essere un batterista solido e preciso e Davide Piccolo ha espresso tutta la sua perizia al basso fretless. In questa occasione speciale, ad affiancare i musicisti del gruppo il polistrumentista Matteo Leoncini, il cui lavoro a tastiere e percussioni si è rivelato necessario per riportare in vita le trame tortuose di “Tribe”.
Il compito non era semplice, eppure i genovesi sono riusciti a riprodurre quei pezzi storici con naturalezza e veemenza, riportandoci indietro nel tempo a quei riff nervosi spezzati da passaggi fusion e continui cambi di ritmo, senza tradire lo spirito originale ma aggiungendo la personalità acquisita con gli anni e enfatizzando le varie sfumature del disco, dalla brutalità di “Escogido” alla raffinatezza della strumentale “From Bellatrix To Betelgeuse”, fino a “The Ninth Wave” che ha visto la partecipazione della cantante Greta Antico (Hellfox). A chiudere lo show, altre due chicche dal passato: “One Thousand Memories” e “Sometimes They Come Back”, quest’ultima addirittura ripescata dal disco di esordio del gruppo.
Durante le fasi finali dello show un Trevor visibilmente euforico ha mostrato con orgoglio la scritta “old-school death metal” tatuata sul ventre e, invitando due bambini sullo stage, ha indicato in loro l’avvenire della musica che amiamo, ma i Sadist sono apparsi ancora su livelli d’eccellenza e un ricambio generazionale al momento non sembra assolutamente necessario. (Alessandro Elli)

Sadist – Metalitalia.com Festival 2026 – 27 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Era il 2016, e anche quella volta suonarono a settembre. Si trattava della quinta edizione del Metalitalia.com Festival e ad aprire la serata, in vista di Dark Tranquillity e Sodom, ci pensarono i DEMOLITION HAMMER a mettere sottosopra il locale milanese, portando a casa uno dei concerti più folli e sudoriferi di sempre.
Bene, a distanza di dieci anni, rigorosamente a settembre, la band di New York si è ripetuta in tutto e per tutto, attaccando in piena regola la loro dose letale di thrash metal, costellato di riff inquietanti e coinvolgenti, impartendo ritmiche per gli headbangers più incalliti. Violenza, passione e un sano divertimento di fondo, distribuita in lungo e in largo da gente che vive la scena metal al 100%.
Già nel pomeriggio di sabato, infatti, i chitarristi Derek Skyes e James Reilly (con moglie al seguito) pascolavano allegramente tra i vari stand dell’area esterna del Live Club, gustandosi birra, dispensando saluti, facendo due chiacchiere: tale atteggiamento genuino, ‘alla mano’, che è proseguito anche nel meet & greet di domenica, durante lo show e pure nelle ore successive al concerto, con Steve Reynolds (bassista e cantante) costantemente presente in zona merch alla ricerca di una t-shirt del festival.
Tornando al live, è inutile dire che quanto avvenuto dalle 19.50 e nei sessanta minuti a seguire abbia rimarcato i contorni di un vera e propria festa thrash. “Skull Fracturing Nightmare”, primo dei sei estratti dal mitico “Epidemic Of Violence”, ha abbattuto l’ideale divario tra stage e pit, creando così la letale sintonia tra musicisti e fan in un unico vortice di energia e divertimento. Tra le prime file, e non solo, il pogo ha preso vita nel giro di un nanosecondo e la volontà di tenere il conto di coloro che venivano gentilmente catapultati aldilà della transenna ha gettato la spugna nel momento in cui si è capito che sarebbe stata un’impresa assai ardua.
“Human Dissection” ha innestato la quinta marcia, con il baffuto Reilly intento ad aizzare continuamente la folla, prima che la nuova “Vendetta” (molto buona) abbia fatto intendere che, forse, qualcosa bolle in pentola in casa Demolition Hammer e che quindi la pubblicazione del quarto album in carriera non è così lontana.
Quello innalzato da Reynolds e compagni è un assalto all’arma bianca, ed è proprio il bassista a congratularsi (ringraziandoli a gran voce) con i ragazzi della sicurezza, continuamente chiamati in causa dai corpi di metallari in estasi (tra loro anche i ragazzi degli Schizophrenia), puntualmente in azione nei loro stage-diving prima di terminare il proprio viaggio tra le loro braccia.
Arrivare ad “Aborticide” è stato come subire una serie di colpi infinita al basso ventre e la traccia numero nove del già menzionato “Epidemic Of Violence” ha semplicemente assestato il colpo definitivo.
Legnate terminate? Assolutamente no: all’appello mancava giusto un pezzo, ed infatti “.44 Caliber Brain Surgery” non ha lasciato spazio ad altre riflessioni di sorta se non quella di lanciarsi a capofitto nel bel mezzo del mosh-pit così da partecipare alla sagra del ‘tupa-tupa’ con garbo e gentilezza. Un’ora dinamitarda, serrata e tempestosa; chi vi ha presenziato ve lo potrà garantire. (Andrea Intacchi)

Demolition Hammer – Metalitalia.com Festival 2026 – 27 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Protagonisti del meet & greet più chilometrico del festival, in cui si sono concessi abbondantemente e calorosamente a tutti gli accorsi, i FEAR FACTORY segnano una delle pochissime incursioni nel genere industrial (prima di loro, solo i Samael nel 2017) nei nostri cartelloni, esibendosi per la quinta volta nel nostro paese insieme al nuovo cantante Milo Silvestro, il protagonista della nuova incarnazione della band.
Se per molti dei presenti il cantante è ancora una novità assoluta, per tutti l’attesa è rinvigorita dal primo inedito “Roboticist”, che è andato oltre le aspettative dei fan storici e ha innalzato l’indice di gradimento di una band costruita pezzo per pezzo intorno al leader storico Dino Cazares.
Questi nuovi Fear Factory hanno già suonato, a scanso di equivoci, centocinquanta date in tre anni, e si vede in primo luogo dalla setlist, comprendente scelte interessanti e qualche ‘deep cut’ dal passato della band.
Fa strano constatare come il disco più ripreso sia “Digimortal”, che insieme a “Obsolete” incarna probabilmente il periodo preferito da Silvestro in quanto fan. Proprio da “Digimortal” vengono suonate “Invisible Wounds” e “No One”, che insieme a “Industrial Discipline” (da “Mechanize”) rappresentano le scelte più insolite in una setlist abbastanza originale, resa possibile dall’ottimo Milo, capace di cantare veramente qualsiasi cosa nel lungo repertorio del gruppo.
A metà scaletta arriva la nuova “Roboticist”; che si dimostra un ottimo apripista per il nuovo disco ascoltata accanto ai pezzi più rinomati, mentre sul finale ecco una tripletta da “Demanufacture” per mostrare, insieme a “Resurrection”, il peso di questo nome fondamentale per il filone cyber metal. Osserviamo un Milo più consapevole e a tratti più personale cercare l’interazione in maniera continua, un Dino invecchiato ma trainante, felicissimo nel vedere un pubblico così numeroso, ma anche una dimensione sonora più umana di questa Fabbrica, con la batteria dell’incredibile Pete Webber che suona più naturale e meno triggerata e qualche imprecisione di Milo (un po’ fuori fuoco in “Martyr”) di cui sinceramente non frega un cazzo a nessuno visto quanto è in grado di far rivivere, per tutta la durata di un set lungo ed emozionante, la grandezza del catalogo della band.
Vedere uno “scappato di casa di Ostia”, come lui stesso si definisce, coronare il proprio sogno e dare un futuro ad un gruppo come i Fear Factory, davanti al pubblico italiano e davanti ai propri genitori, è stato di sicuro uno dei momenti più intensi di questa edizione. (Maurizio ‘morrizz’ Borghi)

Fear Factory – Metalitalia.com Festival 2026 – 27 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Dopo il devastante concerto dei Fear Factory, ai CORONER è toccata la sfida di mantenere il livello di ferocia alto e il pubblico caldo, nell’ultimo concerto di questa lunga giornata.
Il trio svizzero, dopo la precedente presenza al nostro festival nel 2022 prima dei Sodom, si ritrova in una esibizione da headliner forte dell’ultimo, apprezzatissimo, “Dissonance Theory”, che lo scorso anno è balzato agli onori delle cronache facendo molto parlare di sé.
Qualunque dubbio sulla stanchezza del pubblico, ma anche sulla performance di Ron Royce, Tommy T. Baron e Diego Rapacchietti, viene spazzata via immediatamente quando (fatto salvo un piccolo problema tecnico alla batteria), parte “Consequence”, l’opener dell’ultima prova in studio dei Nostri.
La presenza di Daniel Stössel sul palco, al sintetizzatore, arricchisce ulteriormente una delle esibizioni che, a nostra memoria, riteniamo più riuscite in assoluto dopo la reunion del 2010. Anche il pubblico, nonostante l’onda lunga della band precedente, reagisce bene: c’è ancora chi ha voglia di pogare e fare stage diving, mentre sul palco arrivano una dopo l’altra canzoni che vanno da “Mental Vortex” al controverso “Grin”, ma che vengono inframezzate dagli immancabili brani del passato più thrash come “Masked Jackal”.
In questo contesto, in realtà, le anime dei Coroner vivono una a fianco dell’altra: una vetrina capace di rendere grazia al lavoro di batteria di Marquis Markyl (batterista storico fino al 2014), brillantemente reinterpretato dal bravissimo Rapacchietti, ma che, con i pezzi dell’ultimo lavoro in studio, si arricchisce ulteriormente in una amalgama volta solo a suonare con quella fredda ferocia tipica della formazione.
Non si può non pogare sopra a brani come “Symmetry”, così come non si può non fare headbanging su “Serpent Moves”: la musica dei Coroner, in questa sede, viene ulteriormente elevata, restituendo ai presenti la sensazione di trovarsi di fianco a una band capace di scrivere sì parte della storia del thrash, ma ancora di più un modo di suonare tendente a un progressive freddo e oscuro, anche ritirando fuori ” Golden Cashmere Sleeper, Part 1″, dalla compilation “Coroner”, uno di quei brani che non mancano mai dalla reunion della formazione.
Per l’appunto, “Tunnel Of Pain”, dal bellissimo “No More Color”, non sfigura affatto vicino a pezzi come “Metamorphosis” o “Renewal”, mentre il Live Club scandisce il nome dei nostri dimostrando il rispetto e il supporto verso questa formazione, mai troppo venerata dalle folle.
Al rientro, dopo l’immancabile pausa prima degli encore, Ron Royce ringrazia il pubblico per aver retto fino a quell’ora, raccontandoci anche di una brutta disavventura del tecnico della batteria del tour, al quale auguriamo un ricovero veloce, sostituito all’ultimo dal batterista degli Schizophrenya.
Il premio sono due dei brani più noti dai fan dei vecchia data dei Coroner: “Reborn Through Hate” e “Die by my Hand”, che suonati per ultimi sanciscono un ponte allegorico fra gli anni Ottanta e ora.
Una formazione che ha dimostrato di saper leggere la musica e portarsi avanti rispetto a tutti gli altri, rileggendo il virtuosismo in una chiave cervellotica e profondamente malvagia: i Coroner si portano a casa l’ultimo, meritatissimo boato di ringraziamento di questo Metalitalia Festival, dimostrando ancora una volta di essere dei veri professionisti e musicisti sopraffini, ed in grado di incuriosire e stregare più di una generazione (almeno, guardando le età variegate nel pit). (Dario Onofrio)

Coroner – Metalitalia.com Festival 2026 – 27 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Guarda le foto dei concerti e dei meet & greet del secondo giorno.













































































































































































































































































































































































































































































































































































































































