Report di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Foto Luca Vecchiato per New Age Club, Versus Music Project, Bloop Events e Mostro Production.
La data dell’8 giugno 2026 è segnata da mesi sul calendario come il Superbowl dell’hardcore: in una data unica convergono, dal solito caos di festival e date off estive (quei numerosi concerti che le band organizzano per ottimizzare le trasferte, tra un festival e l’altro), tre formazioni incredibili ed attese: Kublai Khan, Malevolence e Dying Wish – band che coinvolgono la stessa fascia di appassionati spaziando tra heavy hardcore e metalcore – sono gruppi che girano tranquillamente da headliner in Europa, di conseguenza vederli sullo stesso cartellone fa davvero gola, soprattutto considerando che di solito l’Italia viene saltata dai rispettivi tour.
Basta poco per questo che i biglietti per la venue originale, il Revolver Club di San Donà di Piave (VE), vengano letteralmente polverizzati, tanto da spostare la data al più capiente New Age di Roncade (TV). Nonostante fosse un lunedì e nonostante il calendario fittissimo di appuntamenti, sono stati in molti che si sono mobilitati da Veneto e regioni vicine, carichi di entusiasmo e pronti a farsi del male fisico.

Dopo una data non fortunatissima a Milano, nel 2024, i DYING WISH meritavano la bella accoglienza che è arrivata questa sera sul palco del New Age. Complice l’orario da prima serata (il concerto è iniziato alle 21) quasi tutti sono già all’interno del locale, per assistere a quello che sarà un set breve ma intenso, incentrato sui brani più incisivi e recenti della formazione.
Il palco è piccolo ed Emma Boster scompare a fianco alle figure XXL dei compagni, ma l’attitudine e l’autorevole prova al microfono fanno sì che la sua figura si imponga comunque, mentre il pit comincia a scaldarsi.
Chi scrive non è un grandissimo fan dei ritornelli melodici della band, ma all’interno del set quella spinta moderna delle ultime composizioni (“A Curse Upon Iron”, “I Don’t Belong Anywhere”, “I’ll Know You’re Not Around”) è più omogenea del previsto, e dal vivo le composizioni suonano dure e affilate come dovrebbero. Più che con Spiritbox e Jinjer, formazioni che giocano la carta della frontwoman come caratterizzazione, secondo noi la loro dimensione è questa, quella dell’hardcore/metalcore più reale ed incazzato.
Il locale sembra esplodere quando è il turno dei MALEVOLENCE: la sala infatti è sviluppata per il largo e alla destra del palco c’è una colonna che limita la visuale, quindi i presenti tendono a raggrupparsi verso il centro, creando un piccolo problema di spazi però, quando un pit attivissimo sventra letteralmente il posto, prendendosi con la forza una gran metratura a colpi di mosh, circle pit e wall of death.
Sulle note di “Trenches” c’è aria di headliner, perché il quintetto di Sheffield potrebbe essere effettivamente in cima al cartellone sia per meriti che per pubblico. E’ bello vedere i Malevolence dal vivo perché, oltre ad unità e complicità, i ragazzi mostrano una gran voglia di suonare, divertire e divertirsi.
Sintesi perfetta di metalcore, metallic hardcore e beatdown questi zarri inglesi fanno scattare la violenza col sorriso sulle labbra, agitando la folla e suonando il meglio del meglio dal proprio repertorio: escludendo la comunque ottima “Karma”, dal penultimo “Malicious Intent”, sono singoli dopo singoli, schiaffi dopo schiaffi e cori dopo cori per un pubblico che va letteralmente in estasi e si dimostra preparatissimo, a testimonianza dello status raggiunto da un gruppo che ha letteralmente ingranato la quarta.
Nonostante le dimensioni ridotte del palco, la band riesce a montare le proprie casse con le grafiche di “When Only The Truth Is Spoken”, con la copertina che brilla sul videowall dietro il batterista; in qualche modo i nostri riescono ad agitarsi senza scontrarsi tra loro, col bassista Wilkie che sembra quello più in difficoltà nell’evitare disastri on stage.
Incredibile, come sempre, la prova del chitarrista Konan Hall nelle parti melodiche: al posto dei soliti cori intrisi di speranza gli inglesi si avvalgono di un cantato grave e sporco che rimanda direttamente ai Crowbar, differenziandosi nettamente dalla concorrenza. In questo senso “Higher Place”, simil-lento che vede Kon protagonista, è letteralmente da brividi. Si fa presto a tornare nell’inferno più hardcore con la successiva “Keep Your Distance”, che insieme alle conclusive “On Broken Glass” e
“If It’s All the Same to You” funge da chiusura perfetta per un set memorabile. In un universo in cui sono ancora molto attrattive formazioni che hanno dato il meglio da 20 o 30 anni è bellissimo poter vivere in prima persona una band assolutamente nel ‘prime’.
Alle 22:50 di solito a Milano si va tutti a casa, invece i KUBLAI KHAN sono pronti a salire sul palco. Colpisce, anche visivamente, come la band ragioni per sottrazione, anche a livello di attrezzatura: la batteria diventa piccolissima, gli ampli quasi scompaiono lasciando spazio a due casse in croce (Ampeg per il basso e Orange per la chitarra), il videowall mostra un muro di mattoni sul quale capeggia la scritta in led “Live – Kublai Khan TX”, ricordando quasi il palco minimale della stand-up comedy.
A fare un breve soundcheck sale direttamente il bassista Eric English, raggiunto presto, senza alcun tipo di hype, dal batterista Isaac Lamb e dall’ultimo arrivato, il chitarrista australiano Nicholas Adams.
Quando arriva anche Matt Honeycutt si capisce che sta succedendo davvero: i Kublai Khan stanno per esibirsi in Italia dopo otto lunghi anni di attesa, nei quali il quartetto ha raggiunto vette incredibili di popolarità, con 1 milione di ascoltatori mensili e apparizioni in tour (recentemente con Lamb of God) e festival (arrivano dritti da Rock Am Ring e Rock In Park) di dimensioni spaventose, tanto che per loro è ormai difficile capire quale sia davvero il limite possibile da raggiungere. Eppure eccoli qua, indossando vestiti da gas station, con quel machismo e quello swag ignorante tipico dei texani, con la stessa attitudine davanti a migliaia di persone o alle seicento (comunque un gran bel numero) di stasera.
“Darwinism” detta le regole della serata, con l’incipit “Motherfucker bang your fucking head!” e il brano che regredisce velocemente in un riff da età della pietra. La successiva “Supreme Ruler” è composta solo da un breakdown, qualche problema? “Low Tech” “Antpile” e “Boomslang” sono una masterclass di ignoranza, violenza e minimalismo, in cui una sala strapiena distrugge letteralmente i propri corpi mettendo alla prova il proprio fisico e i propri polmoni, visto che la temperatura ha raggiunto il livello fornace.
Assistere ad uno show dei texani diventa quindi un rituale violento fatto di una sorta di trance percussiva e comandata dal groove, in cui Honeycutt abbaia i suoi testi comandando i presenti al massacro. L’efficacia del drumming di Isaac Lamb è da studiare: detta le danze con pochi tocchi e una cadenza da manuale, si sviluppa su tempi medi con uno stile naturale, essenziale ma capace di creare dinamiche incredibilmente trascinanti.
Da “The Hammer” in poi la sopportazione fisica è sfidante, tanto che saranno in molti a dover cercare brevemente acqua e ossigeno prima di ricominciare, anche se il susseguirsi di brani come fondamentali come “The Mountain of Corsicana”, “Antpile 2” e “Self-Destruct” rende impossibile scegliere un momento adatto.
Una nota: chiunque consideri la formazione una ‘MAGA band’ pro-Trump e di estrema destra dovrebbe ascoltare il testo di “Swan Song”, dedicata a tutte le donne in sala e allineata a testi sulla realtà della classe operaia, sulle difficoltà quotidiane e sulle lotte personali.
Le ultime energie vengono spese per l’iconica “Theory Of Mind” a suggellare quello che è stato un vero e proprio trionfo, che lascia sperare nell’inclusione dell’Italia nei prossimi tour europei del gruppo, in cui spesso il nostro paese è stato tristemente assente.
Direttamente dal palco la band è poi scesa tra il pubblico, dedicandosi a foto, chiacchere e ringraziamenti: umili, durissimi e coinvolgenti i Kublai Khan hanno confermato e superato ogni premessa ed aspettativa.
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