9.0
- Band: SENTENCED
- Durata: 00:43:54
- Disponibile dal: 29/03/1993
- Etichetta:
- Spinefarm
A inizio carriera, i finlandesi Sentenced non mostrano particolare interesse per le traiettorie rettilinee. Dopo gli esordi prettamente death metal, spesso identificabili come una rilettura più morbosa e finnica dell’operato dei primi Death, la band affronta il secondo album con una quantità di idee sufficiente a spalancare una serie di strade nuove.
“North From Here”, pubblicato nel 1993, porta il gruppo in un territorio più complesso e personale, mantenendo intatta la tensione del death metal e sovrapponendovi un intrico di melodie, tecnicismi e aperture atmosferiche. È un disco che sembra nascere in pieno inverno, con le chitarre immerse in una luce lattiginosa e i ritmi continuamente agitati sotto una superficie apparentemente immobile.
La trasformazione rispetto al debutto è evidente fin dalle prime battute: il riffing acquista una mobilità notevole e le due chitarre sviluppano una fitta rete di intrecci, contrappunti e rincorse all’insegna della melodia.
Partendo da questo modus operandi, i Sentenced concentrano una quantità sorprendente di input in ogni composizione, passando rapidamente da fendenti drittissimi a fraseggi più elaborati, da cavalcate nervose a torbidi rallentamenti dal carattere quasi doom. Il basso possiede una propria presenza e la batteria contribuisce alla vaga sensazione di instabilità attraverso continui cambi di ritmo e di accento. Tutto dà l’idea di scorrere secondo una logica eccentrica ma a suo modo precisa, come se ci si trovasse all’interno di un labirinto attentamente pianificato.
Il termine ‘melodic death metal’, qui ancora agli albori, può descrivere una parte di questo paesaggio. “North From Here” possiede infatti molte delle caratteristiche che diventeranno centrali nella successiva evoluzione del genere: chitarre gemelle, melodie intrecciate, aperture malinconiche, improvvisi cambi di intensità. Qui, però, il linguaggio conserva una ruvidità e una libertà compositiva che lo rendono ancora difficile da incasellare. Miika Tenkula e compagni sembrano quasi cercare una via nordica a certo death metal tecnico, alimentata da un senso melodico inquieto e da una continua voglia di complicare la materia.
“My Sky Is Darker Than Thine” introduce immediatamente questa nuova dimensione attraverso le sue linee chitarristiche, mentre “Wings” amplia il respiro del disco con accumuli più doomy e suggestioni quasi orchestrali. In “Fields of Blood, Harvester of Hate” l’approccio raggiunge una delle sue forme più dense, con riff che si sovrappongono, accelerazioni, avvitamenti interlocutori e improvvise aperture verso un death metal più affilato e arrembante.
Sono tre istantanee efficaci di un album costruito nel suo insieme come una corrente sotterranea, sempre in movimento e difficile da prevedere.
Anche l’atmosfera riveste un ruolo fondamentale. Il titolo e l’immaginario potrebbero suggerire una celebrazione delle distese finlandesi, ma la musica restituisce qualcosa di molto più aspro: boschi scuri, terreno ghiacciato, vento tagliente, una natura osservata dalla distanza e percepita come una presenza enorme.
Le tastiere compaiono con discrezione, mentre il grosso del lavoro viene appunto affidato alle chitarre, capaci di passare da melodie malinconiche a riff particolarmente sinistri nel giro di poche battute. Il freddo diventa una qualità del suono, una temperatura emotiva che attraversa l’intero album.
Il cantante/bassista Taneli Jarva aggiunge ulteriore veleno a questo scenario: il suo registro alto e abrasivo accentua il carattere feroce della musica e crea un contrappeso ideale alla raffinatezza delle chitarre. Talvolta la sua voce sembra arrivare da una distanza indefinita, come un richiamo proveniente da una distesa innevata, mentre attorno si accumulano riff e ritmi in continua trasformazione. La componente più brutale rimane così sempre presente, pronta a riaffiorare anche nei momenti più sospesi.
La complessità di “North From Here” richiede quindi tempo: come accennato, i brani procedono attraverso costruzioni poco lineari, accumulando idee e lasciandole interagire fino a formare strutture dense, spesso sorprendenti.
Ogni ascolto permette di intercettare un dettaglio diverso: una deviazione ritmica, una melodia che emerge per pochi secondi, un cambio di prospettiva improvviso. Indubbiamente, l’album possiede l’urgenza di una band giovane che sente di avere moltissimo da dire e riversa tutto nella stessa manciata di composizioni.
In questo senso, i Sentenced si trovano in una compagnia ideale formata da nomi come At The Gates, Dark Tranquillity, Atrocity o Demilich, gruppi impegnati in quegli stessi anni a spingere il death metal europeo verso forme più elaborate.
“North From Here” segue però una sua traiettoria: la tecnica rimane subordinata a una tensione che a tratti flirta persino con arie black metal, la melodia conserva un’ombra inquieta e la progressione serve soprattutto a mantenere il terreno in continuo movimento.
Il risultato è un album di culto e uno degli episodi più singolari della storia dei Sentenced. La sua posizione nella discografia è destinata a rimanere isolata, anche alla luce delle trasformazioni che arriveranno in seguito, ma proprio questa distanza rende il disco ancora più affascinante.
“North From Here” cattura una band giovane nel momento esatto in cui sente aprirsi davanti a sé un paesaggio enorme: lo attraversa di corsa, con il fiato corto e gli occhi spalancati, lasciando dietro di sé una musica gelida, intricata e sorprendentemente viva. A distanza di oltre trent’anni, quel paesaggio conserva ancora il suo fascino.
