PANOPTICON – Tra memoria, natura e autenticità

Pubblicato il 17/08/2026 da

Con il nuovo “Det hjemsøkte hjertet”, Austin Lunn aggiunge un nuovo capitolo a una delle discografie più personali e coerenti dell’intero panorama metal contemporaneo. Nato come progetto profondamente radicato nel black metal atmosferico, Panopticon ha progressivamente ampliato il proprio linguaggio, assorbendo influenze folk, bluegrass, post-metal e orchestrali senza mai perdere quella forte identità che lo rende immediatamente riconoscibile.
Il nuovo album rappresenta un ulteriore passo in questa evoluzione: un concept costruito attorno agli ultimi giorni di vita di un anziano eremita dei boschi del Minnesota, una riflessione sulla memoria, sul rapporto tra uomo e natura e sul senso di perdita che accompagna un ecosistema sempre più fragile.

Questa volta, Lunn affronta questi temi con un approccio quasi cinematografico, puntando a sviluppare una narrazione musicale ampia e immersiva, dove ogni brano rappresenta una scena di un racconto più grande. Il risultato è un lavoro che parla di comunità, cambiamento climatico, ricordi d’infanzia e identità personale, ma anche del valore dell’etica DIY che continua a guidare ogni aspetto del progetto.
Lo abbiamo raggiunto per approfondire la genesi di “Det hjemsøkte hjertet”, il suo legame indissolubile con certi paesaggi rurali degli Stati Uniti, il processo creativo dietro Panopticon e il significato di continuare a fare musica in un mondo che, come racconta lui stesso, risulta sempre più difficile da decifrare.

“DET HJEMSØKTE HJERTET” SEMBRA PROFONDAMENTE RADICATO IN UN SENSO DEL LUOGO, DELLA MEMORIA E DEL LUTTO ECOLOGICO, IL TUTTO INCORNICIATO DAGLI ULTIMI GIORNI DI VITA DI UN ANZIANO EREMITA.
PUOI RACCONTARCI COME HA PRESO FORMA QUESTA NARRAZIONE E QUANTO CI SIA DI AUTOBIOGRAFICO RISPETTO A UNA RAPPRESENTAZIONE SIMBOLICA DELLA PIÙ AMPIA DISCONNESSIONE DELL’UOMO DALLA TERRA E DAL TEMPO?

– L’album è un concept che racconta la storia di un personaggio immaginario, costruito come una sintesi di diverse persone realmente esistite e di alcuni archetipi della figura tipica dei boschi del Nord.
Le zone come quella in cui vivo sono spesso abitate da individui temprati dalla vita, ruvidi, che conducono un’esistenza silenziosa nella natura selvaggia, lontani dalle comodità dell’ambiente urbano. Sono persone che mi hanno sempre affascinato e che stanno diventando sempre più rare con l’avanzare della tecnologia e delle comodità moderne.
Ogni testo è accompagnato da un racconto ambientato nella giovinezza del protagonista, che fornisce significato e contesto alla narrazione, approfondendo il concetto generale dell’album, sviluppato in maniera piuttosto estesa nelle note interne. Purtroppo è un’idea troppo complessa da spiegare qui nel dettaglio, ma ruota attorno alla dualità della percezione dell’esperienza vissuta e al legame diretto tra ciò che viviamo da bambini e il modo in cui quei ricordi continuano a riecheggiare nella nostra vita adulta. È solo un piccolo assaggio del concetto. Inoltre, rappresenta una sorta di ponte ideologico tra “The Rime of Memory” e “…And Again into the Light”.

L’ALBUM È STATO DESCRITTO COME PIÙ ‘CINEMATOGRAFICO’ E COSTRUITO INTORNO ALLA COMPOSIZIONE, CON UN MINORE RICORSO AGLI STRUMENTI FOLK E UNA MAGGIORE ENFASI SU ARRANGIAMENTI STRATIFICATI E ORCHESTRAZIONI. È STATO UN ALLONTANAMENTO CONSAPEVOLE DALLE CARATTERISTICHE SONORE DEL PASSATO OPPURE UN’EVOLUZIONE NATURALE DETTATA DALLA STORIA CHE VOLEVI RACCONTARE?
– È stata una scelta assolutamente consapevole. Se continui a fare sempre la stessa cosa, non solo gli ascoltatori finiscono per stancarsi, ma anche i musicisti. Mi è sempre piaciuta la sfida di esplorare territori nuovi cercando comunque di mantenere una sorta di firma stilistica riconoscibile. È divertente, ma anche difficile. Credo che questo disco suoni ancora come Panopticon, anche se qualcuno rimarrà deluso dal fatto che non ci sia un banjo. La tavolozza sonora è stata sviluppata appositamente per accompagnare la storia e l’atmosfera dell’album.

IN QUESTO DISCO SI PERCEPISCE UN CALORE PARTICOLARE, FATTO, COME HAI SUGGERITO TU, DI “VIOLA E ARANCIONI INFUOCATI CHE SFUMANO NEL CREPUSCOLO”, IN NETTO CONTRASTO CON LA GELIDA AUSTERITÀ SPESSO ASSOCIATA AL BLACK METAL. COME HAI AFFRONTATO IN MODO DIVERSO IL LAVORO SULLE ATMOSFERE E SULLE SFUMATURE, SIA A LIVELLO COMPOSITIVO SIA DI PRODUZIONE?
– Essendo un concept album, ho pensato a ogni brano come a una scena. In questo modo mi sono concentrato sulla narrazione e sull’estetica complessiva, invece di cedere alla tentazione di scrivere ogni pezzo come se fosse indipendente dagli altri. Doveva esserci un percorso che portasse dal punto A al punto Z, non semplicemente dal punto A al punto B.
Per questo ho pianificato tutto con grande attenzione, compresa la grafica. Le fotografie sono state scattate prima ancora che iniziassi a registrare il disco, da Bekah Lunn, con cui collaboro, e il suono è stato modellato avendo sempre in mente le tonalità cromatiche della copertina.
È stato un continuo processo di revisione e rifinitura finché tutto non ha combaciato. È stato anche piuttosto faticoso, ma sono felice di aver dedicato tutto quel tempo a rendere il disco il più coeso possibile.

HAI COINVOLTO DIVERSI CANTANTI OSPITI – AARON CHARLES (FALLS OF RAUROS, RHUN), JAN EVAN ÅSLI (VEMOD) E JAN ‘WINTERHERZ’ VAN BERLEKOM (WALDGEFLÜSTER) TRA QUESTI – OGNUNO CON UN TIMBRO BEN RICONOSCIBILE, SENZA PERÒ COMPROMETTERE L’UNITÀ DELL’ALBUM. COSA HA GUIDATO LA SCELTA DI QUESTI COLLABORATORI E COME HAI FATTO IN MODO CHE LE LORO VOCI SERVISSERO LA NARRAZIONE INVECE DI FRAMMENTARLA?
– Pensavo che per creare quei momenti particolarmente intensi fosse necessario introdurre forti cambiamenti di tono. C’è anche una metafora: nei testi il protagonista è completamente solo, nessun altro essere umano è presente nel suo presente. Gli altri personaggi compaiono soltanto nei ricordi della sua giovinezza. Per questo ho voluto che le altre voci fossero presenti nel disco: rappresentano il bisogno della comunità e l’idea che una vita completamente eremitica possa risultare insoddisfacente.
Quindi la presenza degli ospiti non serve soltanto a creare un contrasto sonoro, ma anche ideologico. Ognuno di loro è una persona importante nella mia cerchia di amici, oltre a essere un artista e collaboratore che ammiro profondamente.

PANOPTICON HA SEMPRE MANTENUTO UNA FORTE ETICA DIY, ANCHE SE NEGLI ANNI IL PUBBLICO È CRESCIUTO NOTEVOLMENTE. COME RIESCI A PRESERVARE QUESTA INDIPENDENZA E QUESTO SENSO DI PIENA PATERNITÀ ARTISTICA IN UN CONTESTO IN CUI AUMENTANO INEVITABILMENTE ASPETTATIVE, VISIBILITÀ ED ESIGENZE ORGANIZZATIVE?
– Provengo dalla scena punk DIY che frequentavo da adolescente e nei miei primi vent’anni, e quell’etica mi è rimasta dentro. Ci sono molte cose che nel tempo ho dovuto lasciare andare, ma cerco di conservarne il più possibile. E quando non riesco a fare qualcosa da solo, mi affido agli amici con cui collaboro da sempre. Per me è fondamentale che questo approccio continui a far parte del mio lavoro.
Sapere che qualcosa di così personale rimane all’interno della mia comunità di amici gli conferisce un significato speciale. Ho bisogno di mantenere un certo livello di autenticità per essere soddisfatto della mia carriera, e quell’autenticità deriva proprio dal conservare il più possibile le mie radici DIY, anche quando questo comporta complicazioni dal punto di vista pratico.

GUARDANDO LA TUA VASTA DISCOGRAFIA COLPISCE LA COERENZA DELLA VISIONE ARTISTICA, NONOSTANTE I CONTINUI CAMBIAMENTI STILISTICI, DAL BLACK METAL PIÙ RUVIDO AI PASSAGGI BLUEGRASS FINO ALLE COMPOSIZIONI PIÙ AMPIE E POST-METAL. HAI MAI LA SENSAZIONE CHE UNA PRODUZIONE COSÌ ABBONDANTE RENDA PIÙ DIFFICILE TROVARE NUOVE DIREZIONI CREATIVE OPPURE, AL CONTRARIO, TI APRA CONTINUAMENTE NUOVE POSSIBILITÀ?
– Bisogna seguire l’ispirazione ovunque conduca. Questo è l’obiettivo. Ho bisogno di essere onesto come autore e seguire ciò che mi ispira, senza preoccuparmi delle conseguenze. Alla fine devo creare la musica che piace a me, sperando poi che riesca anche a entrare in sintonia con gli altri.

VEDO DELLE AFFINITÀ TRA PANOPTICON E GRUPPI COME NEUROSIS O HIS HERO IS GONE/TRAGEDY, NON TANTO DAL PUNTO DI VISTA SONORO QUANTO PER L’APPROCCIO PERSONALE, INTRANSIGENTE E PROFONDAMENTE RADICATO NELLA CULTURA DIY. TI RICONOSCI IN QUESTI PARALLELISMI? QUELLE BAND HANNO INFLUENZATO IL TUO MODO DI PENSARE?
– Sono tutti gruppi che mi hanno profondamente segnato e ispirato fin dall’adolescenza. Sono cresciuto a Memphis e i ragazzi degli His Hero Is Gone erano persone che ammiravo. Erano un po’ più grandi di me e quella band, insieme ad altre, ha influenzato moltissimo il modo in cui ho deciso di affrontare la mia carriera.
Sono grato alla scena punk DIY e a quella sorta di eterna fonte di giovinezza e ispirazione che ha rappresentato per me e per tantissime altre persone. È qualcosa che posso applicare a molti aspetti della mia vita, non solo alla musica, ma anche ai miei valori e alla mia etica.

LA TUA MUSICA SEMBRA INSEPARABILE DAI PAESAGGI IN CUI VIVI, DAL KENTUCKY AL MINNESOTA. IN CHE MODO QUESTO CAMBIAMENTO GEOGRAFICO E AMBIENTALE HA INFLUENZATO NON SOLO I TEMI DEI TESTI, MA ANCHE IL TUO ISTINTO COMPOSITIVO E LA TUA TAVOLOZZA EMOTIVA?
– Il mio amico Tanner definisce spesso Panopticon “regional metal”, perché traggo quasi sempre ispirazione dal paesaggio in cui vivo. Ma andrei anche oltre: le stagioni, l’ecosistema e persino gli eventi di attualità hanno un ruolo enorme nei concetti dell’album, nel suono, nelle scelte produttive e nella direzione artistica. Ogni disco riflette una stagione diversa, un diverso clima socio-politico e una diversa fase della mia vita.
Per quanto riguarda il songwriting, mi piace sperimentare metodi differenti. A volte accumulo un grande numero di riff e poi li assemblo, altre volte scrivo interi brani nella mia testa senza toccare uno strumento fino al momento della registrazione. Altre volte ancora le canzoni sembrano semplicemente uscire da sole, come se fossero rimaste nella mia mente per anni senza che me ne rendessi conto. Non esiste un metodo costante.
Credo che non ci sia un modo giusto o sbagliato di scrivere, purché tutto venga dal cuore. Certo, è importante dedicare tempo e riflessione al processo, ma a volte i pezzi trovano il loro posto quasi spontaneamente… e altre volte no.

“DET HJEMSØKTE HJERTET” È ATTRAVERSATO DA UN FORTE SENTIMENTO ELEGIACO, CHE PIANGE SIA LA PERDITA DELL’AMBIENTE NATURALE SIA L’EROSIONE DELLA MEMORIA. PENSI CHE PANOPTICON STIA ASSUMENDO SEMPRE PIÙ UN RUOLO QUASI ARCHIVISTICO, DOCUMENTANDO CIÒ CHE STA SCOMPARENDO, OPPURE È SEMPLICEMENTE LA DIREZIONE VERSO CUI TI HA PORTATO QUESTO LAVORO?
– Nella mia vita ho conosciuto molta morte e molte perdite. Ma, a essere sincero, oggi ho quarantatré anni e questa è semplicemente la fase della vita in cui mi trovo. Credo sia piuttosto normale che una persona di mezza età rifletta su questi temi. Sicuramente la crisi climatica è una delle mie preoccupazioni. Vivo in un habitat del nord del Minnesota gravemente minacciato e vedo ogni giorno il mio ecosistema soffrire.
Mentre sto rispondendo a questa intervista, circa settantaduemila acri di foresta, una ventina di miglia a nord di casa mia, stanno ancora bruciando nella Boundary Waters Wilderness. Questo ecosistema è sacro per me, è il luogo che amo più di ogni altro al mondo. Vederlo andare in fumo è devastante. Ma, in fondo, tutta la vita è così: non possiamo trattenere nulla per sempre. Ed è proprio per questo che dovremmo custodire con cura i luoghi e le persone che amiamo, senza mai darli per scontati.
Continuerò a scrivere di questi argomenti? Non lo so. Credo che dovrò semplicemente continuare a seguire l’ispirazione ovunque decida di portarmi.

DOPO COSÌ TANTE PUBBLICAZIONI, OGNUNA CON UN’IDENTITÀ BEN DEFINITA, COSA CONTINUA A SPINGERTI A CREARE MUSICA SOTTO IL NOME PANOPTICON? È UNA NECESSITÀ, UNA FORMA DI DOCUMENTAZIONE, UN RITUALE PERSONALE OPPURE QUALCOSA CHE CONTINUA A EVOLVERSI OLTRE QUALSIASI DEFINIZIONE?
– Creare musica è ciò che mi permette di rimanere sano di mente in un mondo che faccio ancora fatica a comprendere.

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