16/10/2026 - GUILT TRIP + JUDICIARY + JUSTICE FOR THE DAMNED + LONG GOODBYE @ Electric Ballroom - Londra (Gran Bretagna)

Pubblicato il 17/10/2026 da

Le prime giornate piovose e freddine dell’autunno londinese fanno da sfondo a un venerdì sera che scalda rapidamente l’atmosfera dell’Electric Ballroom. Il concerto dei Guilt Trip registra il tutto esaurito, confermando la crescita di una formazione che, dopo dieci anni di attività, si trova oggi davanti alla più importante occasione della propria carriera. La band di Manchester ha appena pubblicato “Armour of Angels” per Roadrunner Records, il disco che ne sancisce il momento di maggiore successo, e si prepara a partire per il tour più ambizioso mai affrontato, con una nutrita rappresentanza internazionale a supporto. Un traguardo che non arriva all’improvviso: il percorso dei cinque si sviluppa attraverso uscite discografiche costantemente solide, una precisa coerenza stilistica e una presenza dal vivo assidua, costruendo passo dopo passo un seguito sempre più ampio.
A favorire questa ascesa contribuisce anche la rinnovata popolarità dell’hardcore più muscolare e delle sue contaminazioni metal, un universo sonoro che negli ultimi anni ha trovato un pubblico sempre più numeroso e trasversale. I Guilt Trip ne rappresentano oggi una delle realtà più in vista, almeno in Europa, con un’identità sufficientemente riconoscibile da distinguersi all’interno di una scena affollata e una musica concepita per esprimere il massimo della propria efficacia sul palco. A completare il cartellone ci sono gli statunitensi Judiciary, gli australiani Justice For The Damned e i giovani britannici Long Goodbye: tre formazioni che contribuiscono a rendere la serata un appuntamento particolarmente rappresentativo delle diverse anime del metalcore contemporaneo. Con la sala gremita e un pubblico pronto a partecipare attivamente, l’Electric Ballroom offre così il contesto ideale per misurare la portata raggiunta dagli headliner e verificare quanto questa crescita possa tradursi in una prova dal vivo all’altezza delle aspettative.

Ad aprire la serata sono i LONG GOODBYE, formazione ancora giovane che guarda con decisione al metalcore dei primi anni Duemila, recuperandone tanto la fisicità quanto le strutture più articolate. I suoni appaiono inizialmente un po’ confusi, ma davanti al palco c’è già un pubblico discreto e il frontman non perde occasione per incitarlo a ballare e a lanciarsi nel pogo. La musica alterna breakdown diretti e muscolari a passaggi più sfumati, sincopati e meno immediati, lasciando intravedere influenze che spaziano dagli On Broken Wings ai 7 Angels 7 Plagues. Il gruppo mostra energia e una discreta capacità di coinvolgimento, anche se la resa sonora non aiuta sempre a distinguere le diverse sfaccettature della proposta. Per un giudizio più approfondito sarà necessario tornare sui dischi, ma come apertura i Long Goodbye fanno il loro dovere e preparano il terreno alle band successive.

Gli australiani JUSTICE FOR THE DAMNED salgono sul palco con maggiore esperienza e una personalità già consolidata, forti di un pubblico che dimostra di conoscerli e apprezzarli. La formazione sembra però presentarsi con una chitarra in meno rispetto all’organico abituale, una circostanza che si avverte soprattutto nella densità del suono in certi brani maggiormente articolati. Il gruppo gestisce comunque la situazione con mestiere, affidandosi a un frontman sempre più centrale e a una scaletta che privilegia “Stay Relentless”, l’ultimo album. Rispetto ai lavori precedenti, il disco asciuga in parte le trame e sposta l’accento verso il groove e un metalcore un po’ più tradizionale, lasciando in secondo piano le sfumature tecniche e death metal che caratterizzavano maggiormente il passato. La scelta funziona bene dal vivo: i riff arrivano dritti, le ritmiche sostengono bene il peso dei breakdown e la risposta della sala è calorosa. Pur con qualche limite sul piano della resa sonora complessiva, gli australiani offrono una prova di sostanza e dimostrano di sapersi muovere con sicurezza anche in condizioni non troppo ideali.

Con i JUDICIARY si entra in territori più apertamente crossover, dove la componente metallic hardcore incontra un’attitudine thrash che emerge tanto nella scrittura quanto nella presenza scenica. I cinque texani si dispongono sul palco come un muro compatto, puntando su un approccio decisamente più metal rispetto alle band precedenti. In certi momenti il riferimento ai vecchi Power Trip è piuttosto evidente, ma la formula conserva anche una componente metalcore più muscolare, con cambi di passo e aperture pensate per alimentare il movimento sotto il palco. I musicisti suonano con convinzione e il frontman Jake Collinson non smette di incitare la platea, anche se qui l’energia nasce soprattutto dalla musica stessa e dalla rapidità di certe ritmiche. Il pubblico risponde di conseguenza: il pogo diventa più ruvido, le spallate si fanno più frequenti e il pit assume contorni decisamente old school. Per chi preferisce questo tipo di partecipazione alle coreografie più acrobatiche, è un bel vedere. I Judiciary non reinventano nulla, ma hanno riff efficaci, un tiro notevole e la capacità di trasformare la propria miscela crossover in uno show spontaneo e trascinante. Una bella prova di sostanza, che alza ulteriormente la temperatura in vista degli headliner.

Quando arrivano i GUILT TRIP, l’Electric Ballroom è strapieno e il pubblico della capitale sembra pronto a tutto pur di accompagnare i propri beniamini. Gli inglesi sanno perfettamente di essere al centro dell’attenzione e costruiscono uno show ad alta intensità, sostenuto da continui inviti al two-step, al circle pit e al pogo. La partecipazione a tratti è impressionante, ma proprio questa insistenza suggerisce una riflessione che ormai riguarda buona parte della scena hardcore e metal contemporanea. Va bene incitare la platea ogni tanto, ma quando ogni canzone diventa un elenco di istruzioni su come muoversi, saltare o menare le mani, il meccanismo rischia di diventare persino un po’ cringe, per usare un termine caro alle nuove generazioni. Tom Araya non ha mai avuto bisogno di spiegare al pubblico cosa fare durante un pezzo: il pit diventava comunque una zona di guerra. Oggi sembra invece che anche la sala debba essere diretta, organizzata e possibilmente immortalata per i social. Non è una questione che riguarda soltanto i Guilt Trip, naturalmente, ma dopo una serata trascorsa a sentire i vari frontman suggerire al pubblico ogni possibile forma di movimento, la domanda viene spontanea: quanto spazio resta all’istinto, quando persino musica di questo tipo, che teoricamente dovrebbe essere viscerale, sembra richiedere una coreografia?
Messa da parte questa considerazione, lo show degli inglesi funziona alla grande: la band è ormai rodatissima, suona con spiccata coesione e sembra divertirsi sinceramente sul palco. Il successo di “Armour of Angels” la porta nel momento più importante della propria carriera e i musicisti hanno tutto il diritto di godersi questa fase, anche perché il repertorio si presta magnificamente alla dimensione live. Nati nell’ambiente hardcore, i Guilt Trip sono in fondo figli del groove metal dei tardi Novanta e dei primi Duemila, come altri connazionali quali Malevolence e Desolated. La loro formula prende riff e soluzioni riconducibili direttamente ai primi Machine Head, ai Lamb of God e ai Sepultura della fase centrale della carriera, inserendoli in strutture essenziali, scandite da breakdown e da un tiro hardcore che rende tutto immediatamente accessibile. Non serve una particolare preparazione per entrare nel loro mondo: basta lasciarsi trascinare dal groove, e il gioco è fatto.
La risposta della sala è entusiasta e gli ultimi due album offrono una successione di brani che funzionano ormai come hit consolidate. Generosa anche la scaletta, che arriva a una ventina di pezzi e dimostra la volontà del gruppo di non risparmiarsi davanti al pubblico. Ad un certo punto, una pausa si rende in effetti necessaria anche per consentire al frontman Jay Valentine di recuperare fiato: la sua tenuta vocale appare infatti l’aspetto meno convincente della prestazione, con le backing vocals dei chitarristi che in più occasioni emergono con maggiore potenza e sicurezza. La band approfitta dell’intermezzo strumentale tratto dall’ultimo album per preparare l’ultima parte dello show, che prende progressivamente quota.
Il finale è un crescendo ben calibrato: “Tearing Your Life Away” imprime una gradita accelerazione, mentre un accenno a “Davidian” dei Machine Head rende ancora più evidente il legame con le radici della formazione. Come atto finale arriva quindi “Thin Ice”, uno dei brani più amati del repertorio, a chiudere la serata con una bordata che trova la sala completamente coinvolta.
I cinque hanno ormai le dimensioni e la sicurezza di una band da grandi palchi, ma conservano quella concretezza che ha permesso loro di costruire il proprio seguito partendo dall’underground, nel corso di dieci anni di attività. Il sold out dell’Electric Ballroom certifica il salto di categoria e rende questo venerdì londinese una tappa significativa nel percorso degli inglesi. Un concerto muscolare, divertente e senza troppi fronzoli: esattamente ciò che il pubblico è venuto a cercare.

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