Da sempre alfieri di un modo unico e personale di declinare una particolare commistione di doom metal – tra spleen, death metal melodico, funeral doom, armonie orecchiabili e suggestioni goticheggianti – gli Shores Of Null tornano ad essere la colonna sonora ideale per le anime assorte in contemplazione autunnale con “Homesick”: il nuovo disco riconferma la bontà dei nostri nello scrivere brani intensi, in cui intrecciare sapientemente ritornelli epici, stacchi rallentati e cavalcate a briglia sciolta verso cieli plumbei.
Abbiamo raggiunto Davide Straccione e Gabriele Giaccari, rispettivamente voce e chitarra della formazione romano-abruzzese, per approfondire alcuni aspetti dell’album: dalle storie dietro alcuni brani, alla cura visuale che caratterizza ogni pubblicazione dei nostri, fino all’attività live, sempre molto centrale, passando per una riflessione sul genere stesso e come viverlo e suonarlo rimanendo comunque ancorati alla contemporaneità. A voi il resoconto della chiacchierata.
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“HOMESICK” ARRIVA AD UN ANNO DI DISTANZA CIRCA DALLO SPLIT CON I CONVOCATION, “LATITUDES OF SORROW”. IN MEZZO, UN LIVE ALBUM, MOLTE DATE LIVE E TOUR. COME QUELL’USCITA SI LEGA A “THE LOSS OF BEAUTY” E SOPRATTUTTO A QUEST’ULTIMO DISCO, IN TERMINI COMPOSITIVI E DI CRESCITA COME BAND? COSA È CAMBIATO, COSA È RIMASTO INVECE UGUALE IN QUESTI ANNI (NEL VOSTRO MODO DI INTENDERE LA MUSICA E SUONARLA IN GIRO, NELLE COLLABORAZIONI DISCOGRAFICHE, ETC)?
Davide: – Il nostro modo di comporre non è cambiato molto negli anni. Di solito si parte da un brano scritto da Raffaele (Colace, chitarra, ndr) o Gabriele, poi lavoro sulle linee vocali e sui testi e infine sviluppiamo insieme gli arrangiamenti.
La line-up degli Shores Of Null è sempre rimasta la stessa, e questo ci ha permesso di conoscerci a fondo. Negli ultimi anni è cresciuta soprattutto l’attenzione alla pre-produzione: per questo disco abbiamo coinvolto già in quella fase Marco ‘Cinghio’ Mastrobuono, nostro produttore fin dal primo album. I suoi suggerimenti ci hanno aiutato a sviluppare ulteriormente i brani e a individuare soluzioni che forse da soli non avremmo considerato.
“Latitudes Of Sorrow” e “Homesick” nascono dalla stessa fase di scrittura e sono stati registrati insieme. Quando Giorgio di Everlasting Spew Records ci ha chiesto di prendere parte allo split con i Convocation, eravamo già al lavoro sul nuovo album.
Abbiamo quindi sviluppato altri brani, decidendo solo in seguito quali destinare allo split e quali a “Homesick”. Ho sempre apprezzato i Convocation e confrontarci con un formato inedito è stato molto stimolante per noi.
Anche dal vivo in questi anni abbiamo acquisito esperienza e consapevolezza, ma l’obiettivo è rimasto lo stesso: suonare al meglio e incrementare la nostra fanbase. L’evoluzione più evidente riguarda forse le collaborazioni discografiche: dopo Candlelight e Spinefarm abbiamo sempre scelto realtà più underground, prima la mia, ormai defunta, Spikerot Records e ora Dusktone. Questa dimensione ci garantisce maggiore libertà e un rapporto più umano e diretto, che poi è esattamente quello che cerchiamo.
LA PAROLA ‘HOMESICK’ È EFFICACE, IN INGLESE, PER DESCRIVERE QUELLA SENSAZIONE DI NOSTALGIA CHE ACCOMPAGNA LA LONTANANZA DA CASA PER UN PERIODO PIÙ O MENO LUNGO – UNA SENSAZIONE PARTICOLARMENTE ADATTA AD ESSERE RACCONTATA DAL VOSTRO MODO DI SUONARE DEATH DOOM METAL, MELODICO ED INSIEME DECADENTE. IN CHE MODO QUESTA SENSAZIONE VI HA ACCOMPAGNATO NEL PERCORSO DI SCRITTURA?
Davide: – In realtà, più che la nostalgia legata alla lontananza da casa, mi interessava il significato più ampio della parola ‘homesick’. È una parola che mette insieme ‘home’ e ‘sick’, quindi qualcosa che dovrebbe rappresentare sicurezza e appartenenza viene associato a una forma di malessere.
E questo è proprio il punto di partenza del disco: casa può essere un luogo, ma anche una persona, una relazione, un ricordo o qualcosa che appartiene al nostro passato. Può essere un rifugio, ma anche una condanna.
Questa ambivalenza mi ha accompagnato molto durante la scrittura: il desiderio di tornare verso qualcosa di familiare, sapendo però che non puoi davvero tornare indietro. La nostalgia può essere confortante, ma può anche riaprire ferite che pensavi di aver lasciato alle spalle.
Credo che sia anche per questo che il concetto si è sposato così naturalmente con la musica degli Shores Of Null, che ha sempre vissuto tra luce e oscurità. Con “Homesick” non ho cercato di raccontare una storia precisa, ma di esplorare queste emozioni e lasciare a chi ascolta la possibilità di ritrovarci qualcosa di proprio.
DA SEMPRE, LE VOSTRE USCITE SI ACCOMPAGNANO AD UN LAVORO VISUALE INTENSO ED ATTENTO, AL PUNTO DA DIVENTARE, CON GLI ANNI, PARTE INTEGRANTE ED IMPORTANTE DELLA VOSTRA MUSICA (UN ESEMPIO SU TUTTI, IL CONNUBIO AUDIO-VIDEO PER “BEYOND THE SHORES (OF DEATH AND DYING”), ALBUM-FIUME SULLE FASI DI ACCETTAZIONE DEL LUTTO). È STATA UNA SCELTA MATURATA COL TEMPO OPPURE DA SUBITO AVETE SENTITO DI VOLER LEGARE LA MUSICA ALLA ‘SETTIMA ARTE’?
Gabbo: – Più che una scelta è stato una sorta di destino. Pochi mesi dopo le prime apparizioni degli Shores, nell’estate del 2013, ho conosciuto al Traffic di Roma Martina L. McLean (che sarebbe poi diventata mia moglie).
Noi eravamo una giovane band con alle spalle i primissimi live e un demo in giro per le label. Già attenti agli aspetti video però, avevamo fatto uscire due videoclip, uno animato per “Kings Of Null”, uno con riprese live per “Souls Of The Abyss”. Martina era invece molto appassionata del mondo dei video, ma non aveva ancora girato nulla in ambito professionale e non aveva ancora un team.
All’ascolto di “Quiescent” fu lei a chiedermi di poterne fare il video, che sarebbe servito per lanciare il disco. Decidemmo di tentare questo esperimento con pochissimo budget ma molta passione e la cosa le riuscì talmente bene che non ci siamo più fermati. Quell’esperienza ha gettato le basi per Sanda Movies, con cui Martina ha poi realizzato decine di video per tantissimi artisti, fino ad arrivare a collaborazioni con Fleshgod Apocalypse e Lacuna Coil, e ha garantito agli Shores una collaborazione a lungo termine con un’artista creativa e di talento, a cui diamo sostanzialmente carta bianca.
Anche per i dischi successivi abbiamo sempre scelto di produrre più di un videoclip, molto consapevoli che l’immagine generale della band deve molto anche a questo fattore.
L’unico ostacolo purtroppo sono i costi di produzione molto alti che ogni video ha, altrimenti lo faremmo per ogni traccia…
VOLETE RACCONTARCI COME AVETE SVILUPPATO QUESTO ASPETTO ANCHE IN QUEST’OCCASIONE, DALLA COPERTINA, AGLI ARTWORK AD HOC PER I SINGOLI, AI VIDEO DEI SINGOLI?
Davide: – Per “Homesick” siamo partiti dalla copertina, affidandoci all’artista statunitense Brooke Shaden. Il tema del disco rischiava di diventare troppo didascalico, quindi cercavo qualcosa che non lo rappresentasse in maniera troppo letterale.
Quando mi sono imbattuto nella sua opera “Reflection: Departed”, ho avuto una specie di illuminazione. C’era tutto quello che cercavo: nostalgia, inquietudine, incertezza, identità. Nell’immagine c’è una figura che attraversa una cornice e dall’altra parte sembra quasi scomparire. Mi piace molto anche l’ambiguità dell’opera: non sai se si sia liberata dalla sua gabbia o se ci sia rimasta ancora più intrappolata. È un’immagine che lascia delle domande aperte, proprio come volevo facesse il disco.
Ho scritto subito a Brooke, che è stata entusiasta di collaborare.
Anche nelle nuove foto di Francesco Esposito abbiamo cercato di dare una sorta di continuità, con un riferimento alle montagne e con al centro una struttura che può far pensare ad un portale verso un altro mondo. Il fatto che lo scatto sia stato fatto in Abruzzo, si lega molto anche al concetto di ‘homesickness’, per il legame speciale che ho con quei luoghi.
Per i singoli, invece, abbiamo mantenuto come sfondo il paesaggio dell’artwork di Brooke, incorporando di volta in volta illustrazioni diverse realizzate da Davide Mancini (Dartworks), che ha anche creato anche il nostro logo nel 2013. Le sue illustrazioni sono entrate anche nel video di”‘Son Of The Tide”, animate da Davide Billia.
Per i video ci siamo affidati ancora una volta a Martina di Sanda Movies, con cui abbiamo un rapporto sin dagli esordi, come raccontava prima Gabbo. Lei conosce molto bene il nostro mondo e riesce sempre a trasformare in immagini cose che noi stessi facciamo fatica a spiegare a parole. È un lavoro che richiede tanto tempo, ma è anche una delle parti più stimolanti della realizzazione di un disco: far dialogare musica e immagini.
IN UN MONDO CHE CORRE SEMPRE PIÙ VELOCE ED IN CUI LA LEGGE DEL PIÙ FORTE IMPERA IN MOLTISSIMI AMBITI DELLA VITA SOCIALE, ESPLORARE – NELLO SPECIFICO, COMPONENDO MUSICA – MOLTE SFUMATURE DI EMOZIONI PLUMBEE, CREPUSCOLARI E SPESSO LEGATE A DOLORE E TRISTEZZA È UN PICCOLO ATTO DI RESISTENZA UMANA, OLTRE CHE UNA DICHIARAZIONE D’AMORE E APPARTENENZA AD UN DETERMINATO GENERE MUSICALE. IN CHE MODO QUESTE DUE AFFERMAZIONI SI DECLINANO NEL VOSTRO SUONARE E COMPORRE MUSICA?
Gabbo: – Comporre musica, almeno per me, è una sorta di atto ‘obbligato’. Se provo a ragionarci troppo o impormi un genere o un altro, la cosa semplicemente non funziona.
Se invece lascio scorrere le cose in modo naturale, a volte riesco ad essere soddisfatto di ciò che creo.
E quello che esce è sempre in qualche modo l’espressione di emozioni ‘forti’, malinconiche, cupe, a loro modo estreme, anche se non necessariamente pessimiste. Forse è proprio un modo per liberarsene e in un certo senso accettare un mondo che ci espone costantemente alla brutalità della vita.
L’appartenenza a questo genere musicale, secondo me, non è qualcosa che si sceglie. Ti ci ritrovi e basta. Sarebbe stato molto più facile e remunerativo avere questo legame con un genere musicale più felice e accessibile. E invece…
C’È, METAFORICAMENTE PARLANDO, UN RIFERIMENTO AL MARE (O COMUNQUE ALL’ACQUA) FIN DAL VOSTRO NOME, E MOLTO SPESSO QUESTO ELEMENTO È STATO PROTAGONISTA, A LIVELLO DI TESTI E CONCEPT, NELLE VOSTRE CANZONI (PENSIAMO PER ESEMPIO A “BLACK DRAPES FOR TOMORROW”, DOVE ERA QUASI IL FIL ROUGE CHE ACCOMPAGNAVA TUTTO IL LAVORO). ANCHE QUESTA VOLTA, TROVIAMO “SON OF THE TIDE” A PORTARE AVANTI QUESTA ‘TRADIZIONE’, CHIAMIAMOLA COSÌ.
QUANTO MARE VI PORTATE DENTRO?
Davide: – Io sono sempre stato affascinato dall’acqua, in tutte le sue forme: mare, fiumi, laghi, torrenti. È una cosa che mi accompagna da sempre e che, in qualche modo, è finita anche nel nome della band.
Hai citato “Black Drapes For Tomorrow” e lì il discorso era particolarmente evidente: l’intro “Tributary Waters” e l’outro “Death Of A River” raccontano proprio la nascita e la morte di un fiume, mentre “Donau” era un tributo al Danubio, che fu anche una delle suggestioni da cui nacque il nome Shores Of Null.
Io vivo a Pescara e, anche se non sono propriamente un tipo da spiaggia, mi piace avere il mare vicino. Anzi, lo preferisco d’inverno, quando non c’è quasi nessuno e torna ad essere semplicemente ciò che è sempre stato. Mi rilassa, ma allo stesso tempo mi dà quella sensazione di essere davanti a qualcosa di infinito, e questa sensazione si intensifica quando ci capita di vedere luoghi simili e ancora più immensi in altre parti del mondo.
Anche Raffaele è cresciuto vicino al mare, in Calabria, e ora vive a Fiumicino, mentre Gabbo ha una casa vicino al lago di Bolsena. Quindi direi che l’acqua non è proprio un elemento estraneo alla band.
“Son Of The Tide” continua sicuramente questa tradizione, anche se la marea diventa ancora una volta una metafora delle avversità che prima o poi ci troviamo ad affrontare. È un’immagine che avevamo già usato, in maniera simile, in “Tide Against Us”.
Alla fine, il mio immaginario è un po’ diviso tra mare e montagna, che poi sono i paesaggi che ho avuto davanti agli occhi per tutta la vita, quindi credo sia abbastanza inevitabile che prima o poi finiscano nei miei testi.
LA VOSTRA DISCOGRAFIA È ILLUMINATA DA ALCUNE COLLABORAZIONI CON ALTRI MUSICISTI E MUSICISTE NELLE CORDE DEL VOSTRO GENERE (DAI SATURNUS AGLI SWALLOW THE SUN, TANTO PER FARE DUE NOMI), ED ANCHE “HOMESICK” NON FA ECCEZIONE. COSA POTETE RACCONTARCI DELLA COLLABORAZIONE CON NATALIE KOSKINEN (SHAPE OF DESPAIR) E SHAUN MACGOWAN (MY DYING BRIDE)?
Davide: – In entrambi i casi non cercavamo semplicemente un nome da aggiungere al disco, ma qualcuno che potesse portare qualcosa che mancava ai brani.
Per “The Numbing Void” cercavo una voce femminile che potesse dialogare con la mia, anche nei passaggi in growl. Natalie mi è sembrata subito la persona giusta: conosco il suo lavoro con gli Shape Of Despair da anni e apprezzo molto le sue nuove collaborazioni con The Abbey e Paara, e già in passato avevo pensato che sarebbe stato bello collaborare con lei. Quando si è presentata l’occasione, quindi, non ho avuto molti dubbi.
Per Shaun il discorso è stato un po’ diverso. Avevamo già scritto alcune parti di violino per alcuni pezzi durante la preproduzione, quindi a un certo punto ci siamo detti: perché non chiedere al violinista dei My Dying Bride? Gli abbiamo dato una direzione abbastanza precisa, ma allo stesso tempo la libertà di reinterpretare quelle parti e aggiungere qualcosa di suo.
Tra l’altro, Shaun è presente anche su un’intro che sarà presente esclusivamente come bonus track nella versione in vinile.
E poi c’è una cosa a cui teniamo molto quando coinvolgiamo qualcuno nei nostri dischi: per noi una collaborazione non dovrebbe ridursi ad inviare dei file a distanza. Sia Natalie che Shaun sono venuti a Roma e abbiamo passato del tempo insieme anche fuori dallo studio, tra cene, birre e qualche giro per la città.
Era già successo con Mikko degli Swallow The Sun e Thomas dei Saturnus quando abbiamo lavorato a “Beyond The Shores”. Mi piace molto questa cosa, perché alla fine non stai semplicemente aggiungendo un ospite al disco, ma condividendo un’esperienza con una persona che entra, almeno per un po’, nel tuo mondo.
DAL 2014, AVETE MANTENUTO UNA DIREZIONE MUSICALE DEFINITA (SENZA MAI ESSERE STATICA), ED UNA FORMAZIONE PRATICAMENTE INALTERATA, SOLIDA ANCHE PER QUANTO RIGUARDA EVENTUALI SOSTITUZIONI O BACK-UP DURANTE I LIVE. SE E QUANTO LE DUE COSE SONO CORRELATE?
Gabbo: – Direi proprio che le cose sono molto correlate. Avere un gruppo stabile e coeso permette di crescere insieme e di conseguenza di evolvere in un modo più uniforme. La nostra musica è sempre stata influenzata, come credo sia normale, da ciò che ci succede intorno – band con cui condividiamo tour, viaggi in giro per l’Europa, rapporti con le label o eventi personali.
Farli sempre insieme crea un background di esperienze comuni che poi si riflettono su ciò che crei a livello musicale e sul percorso che decidi di intraprendere come band. Tutto questo è stato possibile anche perchè gli Shores sono nati come band in un certo senso già ‘matura’.
Non eravamo un gruppo di amici del liceo che a un certo punto ha iniziato a suonare insieme, per capirci. Al contrario, tutti musicisti già con un’esperienza e anni alle spalle con altre band, che si sono conosciuti e cercati proprio in quanto musicisti. Raffaele, già attivo con i Mens Phrenetica, primo vero e proprio membro fondatore della band e creatore dei primi pezzi, li ha proposti a me perché mi conosceva musicalmente per i The Orange Man Theory.
Da lì io ho coinvolto Davide in quanto già compagno di tour con i suoi Zippo, ed Emiliano con cui già avevo condiviso vari progetti e tour. Sempre Raffaele aveva conosciuto Matteo per la sua band del tempo Il Grande Scisma d’Oriente. Indubbiamente siamo anche stati fortunati a mantenere la stessa line-up per tutti questi anni.
SIETE SEMPRE STATI UNA BAND MOLTO ATTIVA SUL FRONTE LIVE, E NEL CORSO DEGLI ANNI AVETE SUONATO CON TANTISSIMI GRUPPI ED IN MOLTISSIME, DIVERSE OCCASIONI. AVETE UN SOGNO NEL CASSETTO, IN TERMINI DI GRUPPI CON CUI SUONARE O FESTIVAL/OCCASIONI IN CUI SUONARE?
Davide: – Diciamo che alcuni dei sogni che avevamo nel cassetto li stiamo pian piano realizzando.
Uno di questi era sicuramente andare in tour con i Paradise Lost, quindi speriamo che ci siano altre occasioni simili in futuro. Personalmente mi piacerebbe molto condividere un tour con Amorphis, Moonspell o Enslaved, ma anche con band più recenti che apprezziamo particolarmente, come Wayfarer, Unto Others o Tribulation. La lista potrebbe essere infinita, perché ci sono davvero tante band con cui mi piacerebbe suonare.
Siamo anche molto contenti di tornare a Oslo per l’Inferno Festival, a marzo, undici anni dopo la nostra prima volta. È uno dei festival indoor di metal estremo più belli d’Europa e tornarci dopo così tanto tempo sarà sicuramente particolare.
Se però devo dirti un vero sogno nel cassetto, mi piacerebbe molto suonare al Roadburn o al Fire In The Mountains. Sono festival con un’identità molto forte, dove la musica viene vissuta in maniera diversa dal classico festival metal, e penso che il nostro modo di fare musica potrebbe trovare un contesto davvero interessante.
QUALI SONO STATI INVECE DEI MOMENTI CHE TUTT’ORA INSERITE TRA QUELLI ‘DA RICORDARE’?
Davide: – Sono davvero tanti. Se penso alla nostra storia, ci sono stati momenti molto diversi tra loro, dai primissimi tour DIY, quando suonavamo letteralmente anche in scantinati e soffitte, fino all’ultimo tour di supporto a Paradise Lost e Saturnus.
Anche il tour precedente con Swallow The Sun e Draconian è stato importantissimo per noi: trentacinque date in tourbus, senza day off e, oltre alla dimensione umana del tour, ci ha dato la possibilità di confrontarci per la prima volta così a lungo con una macchina organizzativa più complessa e professionale. Io la considero ancora oggi una delle esperienze più belle che abbiamo fatto.
E poi suonare all’Hellfest è stato meraviglioso, soprattutto perché è un festival che seguiamo e ammiriamo da sempre. Metterei sicuramente anche il 70000 Tons Of Metal: suonare su una nave da crociera nel bel mezzo dell’oceano è stata un’esperienza incredibile, ed è stato bello viverlo prima di tutto come amici, ancora prima che come band.
QUALI SONO I PIANI, IN TERMINI DI PROMOZIONE, TOUR O ALTRE USCITE, PER IL PROSSIMO PERIODO?
Gabbo: – Attualmente l’organizzazione con Dusktone per l’uscita del nuovo album (16 ottobre – l’intervista è stata raccolta tra fine settembre ed inizio ottobre, ndr) sta procedendo molto bene.
È una forma di collaborazione in qualche modo sperimentale, dove la label si occupa al 100% della parte fisica (cd e vinili), noi di quella digitale, e insieme ci occupiamo della promozione. A proposito di ciò, dopo i quattro singoli usciti per questa fase di lancio del nuovo album, uscirà un quinto video per il brano di apertura “Allies Before Defeat” il giorno di uscita dell’album, sempre ad opera di Sanda Movies.
Contestualmente inizieremo l’attività live col nuovo disco: a Sofia con gli Swallow The Sun il 15 ottobre, Atene il giorno seguente, e poi diverse date tra Romania, Ungheria e Slovenia nella settimana successiva. A novembre passeremo invece in Germania per 3 date con i Decembre Noir dopo un live a Trezzo sull’Adda con i Messa, per poi terminare il 2026 a Malta il 5 dicembre, insieme al Ponte Del Diavolo.
Da Gennaio in avanti ci sono molte cose in preparazione, tra cui già annunciata la partecipazione all’Inferno Festival a fine marzo, come ricordava Davide prima. Sicuramente dopo l’uscita dell’album, oltre ai live continueremo a rilasciare materiale promozionale preso dalle registrazioni in studio, incluse quelle con Natalie e Shaun, e dai live che faremo.

