Nati a Los Angeles nel 2021, gli Agriculture hanno pubblicato due dischi di musica fortemente contaminata che la band ha definito ‘ecstatic black metal’, dividendo subito il pubblico tra cultori e detrattori.
Se nell’esordio omonimo la componente black metal occupava ancora un posto importante, perlomeno a livello formale, in un suono comunque già elaborato, con “The Spiritual Sound” del 2025 i californiani si sono liberati da ogni vincolo creativo, andando ad incorporare una serie di influenze apparentemente inconciliabili fra loro, che vanno dall’hardcore fino al folk e allo sludge, rendendo incatalogabile la loro proposta.
Anche per Ponte Del Diavolo il black metal è solo un elemento della miscela sonora composita che va ad ad abbracciare generi quali doom, post-punk e new wave, grazie ad una formula originale e riconoscibile.
Il primo album “Fire Blades From The Tomb” ha permesso al gruppo di Torino di affermarsi nella scena nazionale ed europea, fino alle esibizioni in festival quali il Roadburn e l’Inferno, mentre il nuovo “De Venom Natura”, pubblicato lo scorso febbraio, è una conferma su livelli di eccellenza.
Due realtà ancora emergenti ma già apprezzate dagli appassionati di metal più ricettivi alle novità: teatro dell’evento è il Legend Club, locale situato nella periferia a nord di Milano, vediamo come è andta.
PONTE DEL DIAVOLO è una live band ormai rodata, che ha calcato i palchi italiani ed europei con continuità negli ultimi anni ed è ovviamente alta la curiosità, per chi non ha partecipato alle date precedenti di questo tour, di testare la tenuta dei pezzi del nuovo album “De Venom Natura”, uscito a febbraio di quest’anno.
I cinque torinesi si presentano sul palcoscenico del Legend introdotti dalle note di “Un Bacio A Mezzanotte”, non la loro bensì quella originale del Quartetto Cetra, ed attaccano con il primo singolo del disco, “Spirit, Blood, Poison, Ferment!”, pezzo che, nonostante l’assenza del trombone di Francesco Bucci degli Ottone Pesante, racchiude tutta l’immediatezza e l’originalità della loro proposta.
Erba Del Diavolo è un’ottima intrattenitrice con le sue movenze teatrali, ma anche una cantante in grado di dare tono, con la voce, alle dinamiche stravaganti dei pezzi, spesso supportata dal growl del chitarrista; i due bassi (altro aspetto peculiare), non sono solamente un sostegno alla base ritmica ma disegnano intrecci che, sommati ai riff, danno corposità al suono passando attraverso arrangiamenti ricercati.
Le nuove canzoni funzionano, come è evidente con “Every Tongue Has Its Thorns”, la più lineare del lotto con il suo andamento tipicamente black metal capace di legarsi alla perfezione ad un ritornello melodico ed orecchiabile, e con “Lunga Vita Alla Necrosi”, ottimo esempio di scrittura ispirata che va a combinare la tradizione musicale italiana con elementi metal ed un immaginario sinistro, tanto quanto l’altro pezzo nella nostra lingua, “Il Veleno Della Natura”, versione moderna e luciferina di classici del passato; Elena recita qualche inquietante verso in latino prima di introdurre il medley “Zero/Nocturnal Veil”, estratto dal primo disco, così come la fumosa “Red As The Sex Of She Who Lives In Death”, immancabile nella setlist dei piemontesi.
Il locale è quasi pieno, i suoni decisamente buoni e la reazione del pubblico calda, con applausi fragorosi al termine di ogni brano, a dimostrazione di come il Ponte Del Diavolo abbia ormai conquistato un seguito fedele.
Rimane il tempo per la cover dei Bauhaus “In The Flat Field”, con la quale il quintetto espone il proprio lato post-punk/new wave senza rinunciare al consueto vigore, e per “Covenant”, rito esoterico che spesso viene utilizzato come chiusura.
Un concerto che ribadisce lo stato di forma della formazione piemontese, che si esprime ormai con la compattezza e la padronanza dell’esperienza acquisita: nei prossimi giorni il quintetto suonerà all’Hellfest, di fronte ad una platea di ben altra portata, un ulteriore passo avanti verso la definitiva e meritata consacrazione.
Gli AGRICULTURE sono al terzo passaggio a Milano in poco più di un anno e mezzo, dopo i concerti all’Arci Bellezza nel 2024 e proprio al Legend lo scorso anno di supporto ai Chat Pile ma, dopo l’uscita del secondo disco “The Spiritual Sound”, la loro popolarità è decisamente lievitata, e, guardandosi in giro questa sera, l’entusiasmo di questa nuova data è evidente.
Contaminare il black metal con altre sonorità è ormai prassi per molti gruppi, eppure gli Agriculture hanno fatto qualcosa di più, cercando di dare un significato differente al genere ed utilizzando quelli che sono i suoi tratti distintivi per esprimere concetti che gli sono completamente estranei: questo è il loro grande merito e, almeno agli occhi di chi non accetta cambiamenti in uno stile musicale che agli albori era impenetrabile, loro più grande colpa.
Che il gruppo sia lontano da qualsiasi cliché lo si nota subito, fin dal look dei musicisti: i due protagonisti principali del progetto, Dan Meyer e Leah B. Levinson, sembrano usciti da una band indie, lasciando al solo chitarrista Richard Chowenhill abbigliamento e pose da vero metallaro. L’indole differente dei protagonisti è, probabilmente, alla base di una musica schizofrenica, che combina diverse componenti senza una logica apparente e che sa essere spirituale nonostante una fisicità dirompente.
Lo spettacolo è un’alternanza caotica di momenti di varia natura, con esplosioni folli e intermezzi delicati che si inseguono senza congruenza alcuna: quelle di Leah sono urla feroci e spietate, mentre le parti acustiche sono proprietà esclusiva di Dan, il quale dimostra di avere una voce pulita intensa e suggestiva, come nel caso della placida “Dan’s Love Song”.
“My Garden”, pur con molti cambi di ritmo, è un assalto all’arma bianca dal gusto hardcore che invita al pogo più scatenato, in “Flea” si notano linee di chitarra rock blues che vanno ad associarsi con lo scream infervorato della cantante, “Hallelujah” è una ballata folk rurale e scheletrica che si elettrifica con inaspettata violenza solo negli ultimi secondi, “The Weight” ti travolge con la sua pesantezza sludge ed il passo lento del doom.
Dan dichiara il suo amore per il nostro paese ed annuncia il suo imminente trasferimento a Torino, mentre i brani in scaletta vengono integrati con jam, assoli di chitarra e di batteria che sembrano arrivare direttamente dagli anni ’90, eppure ben si integrano con l’andamento folle dell’esibizione. “The Reply” è dedicata alla comunità gay con un invito a “mandare affanculo gli stronzi che sono al potere” e per il finale si torna ancora al punk hardcore con “Micah (5:15 am)” ed i suoi riff acuminati per scatenare un nuovo, ultimo inferno.
La combinazione tra un’energia incontrollata ed una certa cerebralità è da sempre la caratteristica che distingue gli Agriculture, ma gli americani hanno ora acquisito la sfrontatezza necessaria ad accompagnare il loro impasto sonoro assolutamente al di fuori degli schemi che, osservando la risposta del pubblico, in molti sembrano apprezzare.

