È possibile realizzare un’intervista interessante sul nuovo album di Alice Cooper, senza Alice Cooper? Sì, se dall’altra parte del microfono abbiamo due personaggi del calibro di Dennis Dunaway e Neal Smith, rispettivamente basso e batteria nella storica band di Alice. Parliamo di musicisti che hanno letteralmente creato il sound di album storici come “Love It To Death”, “Killer”, “School’s Out” e “Billion Dollar Babies”, firmando le musiche di tutte le più grandi hit del cantante, prima che desse il via alla sua carriera solista nel 1974.
L’occasione è stata resa possibile dalla pubblicazione di “The Revenge Of Alice Cooper”, il primo disco suonato interamente con i suoi vecchi compagni, dai tempi di “Muscle Of Love”, che ha riportato Alice alle sonorità tipiche del rock degli anni Settanta, quello a cui è rimasto più legato e che per certi versi ha sempre cercato di conservare, in un modo o nell’altro.
Abbiamo quindi colto al volo l’occasione di fare due chiacchiere con questi veterani del rock, per parlare di questo ritorno, ovviamente, ma anche per ripercorrere le tappe più importanti della loro storia al fianco di una delle più grandi star della storia del rock.
PRIMA DI INIZIARE A PARLARE DI “THE REVENGE OF ALICE COOPER”, VORREMMO FARE UN PASSO INDIETRO, PERCHÉ IN REALTÀ QUESTA REUNION DELLA BAND PARTE DA MOLTO PIÙ LONTANO. ASSIEME AD ALICE SIETE GIÀ APPARSI IN “WELCOME 2 MY NIGHTMARE”, AVETE FIRMATO DEI BRANI DI “PARANORMAL” – TRA CUI QUEL GIOIELLO DI “GENUINE AMERICAN GIRL” – E ANCHE QUALCHE CANZONE DI “DETROIT STORIES”.
Dennis Dunaway: – È stato un lungo viaggio. Voglio dire, diciamoci la verità, è passato mezzo secolo da quando abbiamo registrato un intero disco di Alice Cooper; quindi, siamo elettrizzati, non vediamo l’ora di sentire la reazione dei fan.
Neal Smith: – È proprio come dice Dennis, un lungo viaggio, fatto di piccoli passi, perché anche se ci siamo separati negli anni Settanta, siamo comunque sempre rimasti amici.
Il segreto è quello, che siamo sempre stati una famiglia. Io e Dennis, ad esempio, siamo cognati e viviamo vicini, abbiamo suonato assieme per tanti anni e scritto tante canzoni, siamo una sezione ritmica che è rimasta stabile negli anni.
Sono stato spesso in Arizona, a trovare Michael (Bruce, il chitarrista della band, ndr) ed Alice e le cose si sono evolute: abbiamo suonato quelle canzoni che citavi prima, abbiamo fatto uno show al Solid Rock Foundation, in Arizona, un altro paio in Texas. Abbiamo, insomma, mantenuto vivo l’interesse per la band, tutti questi passi hanno fatto sì che noi ci sentissimo sempre a nostro agio, ci siamo divertiti, poi la musica è venuta da sé.
Poi c’è da dire che siamo anche fortunati, perché siamo ancora vivi: abbiamo perso Glen Buxton nel 1997, il nostro chitarrista solista, il cuore e l’anima della band, ma lui è ancora qui con noi e credo che questo si senta nel nostro disco.
COME HA DETTO DENNIS, SONO PASSATI CINQUANT’ANNI DAL VOSTRO ULTIMO DISCO ASSIEME, QUINDI COM’È STATO TORNARE IN STUDIO PER UN NUOVO CAPITOLO? COM’ERA L’ATMOSFERA?
Dennis: – Tutto è iniziato con quel concerto al Solid Rock Teen Center in Arizona. Bob Ezrin (il produttore, ndr) non c’era, perché voleva che noi trascorressimo un po’ di tempo insieme, come una volta. Quando ci siamo re-incontrati, è stato come se non ci fossimo mai separati.
Abbiamo passato un po’ di tempo assieme, buttato sul tavolo qualche idea… “Black Mamba” è nata proprio in quell’occasione. Anche “Inter Galactic Vagabond Blues” è stata scritta lì. Siamo stati in studio assieme così tante volte, che semplicemente abbiamo ricominciato a lavorare come una volta.
Quello è stato l’inizio, ma poi c’è stata una lunga pausa prima che potessimo rincontrarci ancora, e abbiamo continuato a scambiarci idee a distanza. Pensa che siamo riusciti a tenere segreta questa cosa dal 2020!
IN EFFETTI È STATA UNA SORPRESA PER TUTTI! NON ABBIAMO A DISPOSIZIONE I CREDITI ESATTI DI TUTTE LE CANZONI, MA DA QUELLO CHE CAPIAMO, AVETE TUTTI PARTECIPATO ATTIVAMENTE ALLA SCRITTURA DELLE CANZONI.
Dennis: – Come ha detto Neal, alcune canzoni sono nate quando ci siamo ritrovati, ma altre arrivano da molto lontano, dal 1985 addirittura. Alice ci aveva contattati all’epoca, ed erano passati dieci anni da quando avevamo lavorato assieme, ma lui ci ha sempre lasciato una porta aperta. Ci aveva chiamato per fare la pre-produzione di quello che sarebbe poi diventato “Constrictor”, l’album che ha segnato il ritorno di Alice.
Neal: – Lui e Kane Roberts (il chitarrista che ha suonato con Alice su “Constrictor”, ndr) vennero nel mio studio, nel Connecticut. Eravamo io, Dennis, Robert e Alice alla voce e abbiamo lavorato assieme agli arrangiamenti dell’album.
Sapevamo che non saremmo stati coinvolti, noi due, nelle registrazioni finali, ma Alice voleva provare le canzoni con una live band. Funzionò alla grande e registrammo anche delle versioni demo delle canzoni: “The World Needs Guts” e altre, tra cui anche “The Wild Ones”, mi ricordo che avevo la febbre alta quando la scrivemmo. La maggior parte delle canzoni finirono poi su “Constrictor”, ma quella canzone restò fuori, anche se era molto potente.
Dennis: – Quando decidemmo che l’avremmo registrata di nuovo, io e Neal sapevamo che avremmo dovuto suonarla a tavoletta, soprattutto noi, perché la chitarra suona degli accordi aperti, mentre noi due siamo lì a sudare! Ma funziona così, è il rock ‘n’ roll… E comunque avevamo pronta un’ambulanza fuori dallo studio, non si sa mai (risate, ndr)!
PASSIAMO PER UN MOMENTO A PARLARE DI BOB EZRIN. LUI È STATA UNA FIGURA CENTRALE NELLA VOSTRA STORIA FIN DA “LOVE YOU TO DEATH”. ALICE HA UN RISPETTO ENORME PER LUI E ALL’EPOCA DI “PARANORMAL” CI AVEVA RACCONTATO COME, ANCHE QUANDO BOB NON ERA IL SUO PRODUTTORE, LUI CERCAVA SEMPRE DI FARGLI UNA TELEFONATA PER FARGLI SENTIRE I NUOVI PEZZI E CHIEDERE UN SUO PARERE.
NEGLI ANNI POI HANNO CONSOLIDATO LA LORO COLLABORAZIONE E DA PARECCHI ALBUM LA PRODUZIONE È AFFIDATA A LUI. COM’È STATO PER VOI TORNARE IN STUDIO CON BOB?
Dennis: – È sempre lo stesso. È un uomo pieno di entusiasmo, ha le sue idee, ma ha anche capito fin da subito che per lavorare con noi bisogna avere senso dell’umorismo. È eccezionale nello spronarci affinché ci possiamo esprimere al meglio, ma se ha qualcosa da dire è sempre pronto a dare consigli e suggerimenti. Non potremmo chiedere di meglio, la chimica che avevamo è rimasta immutata. È parte della band.
Neal: – Aggiungo però una cosa: quando registrammo “Love It To Death”, era il nostro terzo album, mentre per Bob era il primo! A conti fatti, quindi, in quel momento avevamo più esperienza noi su cosa volesse dire stare in studio, rispetto a lui.
A voler ben vedere c’è una cosa che è cambiata: che adesso non ha più paura di noi! Si è abituato al nostro senso dell’umorismo, come diceva Dennis. Ma all’inizio è stato un test, chiunque entra in contatto con noi non ne esce indenne, e sono sicuro che ha ancora le cicatrici di quei primi giorni!
Ma lui è il sesto componente della band – anzi, il quinto oggi, povero Glen… – è parte della famiglia e lo sarà sempre. Quando arrivò Bob, noi avevamo già due album che amavamo, da un punto di vista artistico, ma con il terzo avevamo bisogno di una hit. Sotto la direzione di Bob e di Jack Richardson (il co-produttore, ndr) registrammo “I’m Eighteen”, che fu un successo enorme, era proprio quello di cui avevamo bisogno.
Non sarebbe stato lo stesso fare questo nuovo disco con qualcun altro, era una condizione imprescindibile. Quando iniziammo a discutere di questo nuovo lavoro, ovviamente al tavolo c’erano la earMusic, Shep Gordon (lo storico manager di Alice, ndr) ma Bob era un fattore cruciale. Naturalmente eravamo tutti d’accordo sotto questo punto di vista.
Siamo tutti professionisti, molto seri: ci piace essere leggeri, ma quando c’è da lavorare diamo il massimo e, credimi, non vorresti mai essere un tecnico del suono che ha fatto una cazzata in studio con Bob, è uno che ti fa un culo così! Con noi è una persona molto alla mano, semplice, piacevole, ma se lo prendi dal verso sbagliato e non ti sei guadagnato la sua fiducia, rischi di durare poco. Lo rispetto, perché questo è il modo per avere le migliori professionalità al servizio del tuo progetto.
È MOLTO INTERESSANTE LA COSA CHE HAI DETTO, NEAL. IN EFFETTI NOI SIAMO ABITUATI A PENSARE A BOB EZRIN COME AL PRODUTTORE LEGGENDARIO, QUELLO CHE HA LAVORATO CON I PINK FLOYD, I KISS, LOU REED, I DEEP PURPLE, MA QUANDO HA PRODOTTO IL PRIMO DISCO CON VOI ERA ANCORA ALLE PRIME ARMI…
Dennis: – Sì, ma sai, quando registrammo “Pretties For You”, non imparammo tanto come si fa un disco, quanto piuttosto come NON si fa! E pure “Easy Action” non andò tanto meglio, soprattutto perché l’abbiamo fatto con un tizio a cui non andavamo a genio… Non gli piaceva la nostra musica. Quindi quello che imparammo da quelle prime esperienze, è che ti serve il produttore giusto.
Quando poi incontrammo Bob e Jack Richardson, ci accorgemmo della differenza. Da quel momento fummo circondati da veri professionisti e questo cambiava tutto! Senza contare che nel mentre anche noi eravamo migliorati molto come autori. Ora ci siamo ritrovati e sembra incredibile, ma sono passati cinquant’anni, eppure ci sembra di essere tornati dei ragazzini.
PRIMA AVETE CITATO GLEN BUXTON E ABBIAMO VISTO CHE IN UNA DELLE NUOVE CANZONI, “WHAT HAPPENED TO YOU”, C’È UN RIFF CHE È UNA VECCHIA REGISTRAZIONE DI GLEN. UN BEL MODO PER AVERE ANCHE LUI SU QUESTO DISCO DI REUNION.
Dennis: – Avevo questa cassetta di una jam notturna registrata al Gillespie Estate, il quartier generale della band a Greenwich nel Connecticut, che risaliva al 1973. L’ho conservata per tutti questi anni in un luogo sicuro, per preservarla dalla muffa o cose del genere. Grazie alla tecnologia, è possibile prendere una cassetta, ripulire il suono e utilizzare quello che si vuole.
Bob Ezrin ci ha lavorato ma non avevamo un’idea chiara di cosa avremmo fatto con questo riff. Alla fine, abbiamo scritto una canzone partendo proprio da quel riff, come a voler completare una canzone iniziata da Glen nel ’73. Abbiamo usato uno stile simile al suo, per fare qualcosa che gli sarebbe piaciuta. Ci siamo divertiti molto in studio: tutti abbiamo collaborato, ciascuno porta le sue idee e considera quelle degli altri, e poi si vota quella che ci sembra la migliore.
Neal: – C’è una bella alchimia, tra me e Dennis, prima di tutto, ma anche con Michael Bruce, che è un grandissimo chitarrista ritmico e ha contribuito con delle belle linee melodiche. Poi abbiamo avuto la fortuna di avere anche qualche ospite, come Robby Krieger dei The Doors su “Black Mamba”. Abbiamo ancora una vagonata di canzoni a disposizione, perché scriviamo in continuazione, ed è stato fantastico riuscire a farlo, perché Alice è uno che ha tantissimi progetti in ballo. Alla fine, però, ha trovato il tempo e ci ha raggiunto in studio: tutto l’album è stato registrato live in studio, al Carriage House di Stamford, nel Connecticut.
È il segreto della nostra chimica, dobbiamo essere nella stessa stanza tutti assieme, come abbiamo sempre fatto. Non scriviamo canzoni seguendo una traccia o un click, prima la batteria, poi il basso… No, è tutto live e Bob è uno che capisce questa necessità. Quando ci siamo trovati per registrare le canzoni, Bob pensava che ne avremmo fatte cinque o sei, alla fine ne abbiamo registrate quattordici! Non ci credeva nemmeno lui.
A QUESTO PUNTO, PERÒ, CI PIACEREBBE FARE UN PASSO INDIETRO E PROVARE A RIPERCORRERE UNA PARTE DELLA VOSTRA STORIA CON ALICE. PARTIAMO PROPRIO DALL’INIZIO: DENNIS, TU HAI INCONTRATO ALICE ADDIRITTURA AI TEMPI DELLA SCUOLA.
Dennis: – Confermo, alla Cortez High School di Phoenix, Arizona. Lui aveva sedici anni, io diciassette.
E LA PRIMA BAND CHE AVETE FORMATO ASSIEME, LÌ A SCUOLA, NON ERA NEMMENO UNA VERA BAND. FACEVATE FINTA, AVEVATE MESSO IN PIEDI UNA SPECIE DI COVER BAND DEI BEATLES, MA NON SUONAVATE DAVVERO GLI STRUMENTI, ALL’INIZIO. ERA UNA SPECIE DI PANTOMIMA, FATTA PER DIVERTIMENTO!
Dennis: – Esatto, abbiamo messo in piedi una band prima ancora di imparare a suonare! Ma le cose cambiarono in fretta quando conoscemmo questo ragazzo, Glen Buxton, che veniva dall’Ohio. Girava voce che lui avesse una chitarra e allora Alice andò da lui e gli disse che avevamo bisogno di un chitarrista.
Il giorno dopo Glen portò a scuola la sua chitarra e, quando aprì la custodia, restammo senza parole. Era bellissima, sembrava il Sacro Graal. Lui accettò di suonare con noi, ma non di farsi i capelli a là Beatles: scegliemmo il nome Earwigs e facevamo delle canzoni dei Beatles, ma con i testi modificati a tema sportivo, perché il contest scolastico era organizzato da un’associazione sportiva.
Per noi è stato un modo per salire su un palco e vedere com’è essere una band. E le ragazze, per la prima volta, iniziarono a notarci! Da quel momento, decidemmo che era tutto troppo divertente e avremmo voluto farlo per davvero.
Neal: – Io invece all’epoca non c’ero, andavo in un’altra scuola e il mio strumento lo suonavo per davvero (risate, ndr)! Suonavo in una marching band, e anche in un’orchestra.
FACCIAMO ORA UN PICCOLO PASSO AVANTI, ALLA REGISTRAZIONE DEL VOSTRO PRIMO ALBUM, CHE VENNE PRODOTTO DA FRANK ZAPPA. COM’ERA QUEL PERIODO? AVEVATE GIÀ LA SENSAZIONE CHE LE COSE SI STESSERO MUOVENDO NELLA DIREZIONE GIUSTA?
Neal: – Iniziavamo giusto a guadagnare qualche dollaro. Frank Zappa voleva produrre il nostro disco, ma noi non avevamo nemmeno un manager. Lui ci propose Herb Cohen, che era il suo manager, ma l’idea non ci convinceva. I Beatles avevano un loro manager, lo stesso anche i Rolling Sones, noi volevamo il nostro. Mia sorella Cindy, la moglie di Dennis, era a Los Angeles: aveva conosciuto da poco Shep Gordon e Joe Greenberg e aveva raccontato loro che ero in una band chiamata Alice Cooper, che Frank Zappa voleva produrre il nostro disco e che avevamo bisogno di un manager. Per una casualità loro due volevano proprio fare i manager e stavano cercando una band. Ci siamo affidati a loro ed è stata la migliore decisione possibile. Quando pubblicammo “Pretties For You”, pensavamo che avremmo fatto sfracelli, era unico, era differente, la band aveva un nome particolare, il nostro frontman aveva un nome particolare, e anche il nostro look era unico! Nessuno si vestiva come noi all’epoca, a meno che non fosse una band femminile.
PROSEGUIAMO IL NOSTRO VIAGGIO E ANDIAMO AVANTI: DOPO “LOVE IT TO DEATH” E IL SUCCESSO DI “I’M EIGHTEEN” LA BAND DECOLLÒ E ALMENO FINO A “BILLION DOLLAR BABIES” FU UN SUCCESSO DIETRO L’ALTRO. QUAND’È CHE AVETE AVUTO LA PERCEZIONE DI ESSERE ARRIVATI, DI ESSERE DELLE VERE E PROPRIE ROCKSTAR?
Dennis: – Per me è stato sentire per la prima volta le nostre canzoni alla radio. Ma sai, all’epoca, per via della nostra immagine, un sacco di persone non ci sopportavano, scrivevano delle recensioni terribili su di noi; per rendermi veramente conto che ce l’avevamo fatta, ho dovuto aspettare fino a quando non abbiamo suonato all’Hollywood Bowl (nel 1972, ndr). Ce l’avevamo già fatta, ma per qualche strano motivo la vera consapevolezza l’ho avuta lì.
Neal: – Un altro momento importante è stato quando uscì “Billion Dollar Babies”. “Love It To Death” e “Killer” erano stati rispettivamente disco d’oro e disco di platino. Le nostre canzoni venivano trasmesse in tutti gli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada, ma noi ancora stavamo pagando i debiti che avevamo accumulato all’inizio della nostra carriera.
La Warner ci aveva supportato ma abbiamo dovuto aspettare “School’s Out” per riuscire a ripagarli. Quel disco fu multiplatino, un successo enorme. Solo allora riuscii a permettermi la mia prima Rolls Royce. Quello è stato il momento in cui mi sono sentito una rockstar, prima è stato solo lavoro e lavoro. Sai, un conto è l’immagine che dai al pubblico o sulla stampa, dove tutto sembra grandioso e divertente, ma serve una forte etica del lavoro, bisogna rimboccarsi le maniche e non mollare mai, anche quando sei senza soldi. Rischia di essere una cosa frustrante…
Dopo “Muscle Of Love” ci prendemmo un anno di pausa, perché non ne potevamo più. Avevamo dei ritmi assurdi, uno o due album all’anno, “Love It To Death” e “Killer” sono usciti nello stesso anno, è tanto… E nel mentre lavoravamo sulla struttura dei concerti, sullo show, lavoravamo un sacco e non abbiamo mai avuto il blocco dello scrittore, era un bellissimo momento per essere creativi.
Se ascolti qualche registrazione dei nostri vecchi concerti te ne accorgi subito. Purtroppo, non ce ne sono molte, soprattutto non sono di buona qualità, tant’è che ho sentito dei fan lamentarsi di queste registrazioni amatoriali fatte direttamente dal pubblico, dove magari si sentono anche degli errori: voglio vedere voi suonare un assolo mentre il vostro cantante cerca di infilzarvi con una spada!
AVETE PARLATO DI “MUSCLE OF LOVE”. QUELLO È STATO UN PERIODO DIFFICILE, CHE PORTÒ ALLO SCIOGLIMENTO DELLA BAND E ALL’INIZIO DELLA CARRIERA SOLISTA DI ALICE. AVEVATE PAURE CHE PERDERE ALICE AVREBBE POTUTO SEGNARE LA FINE DELLA VOSTRA CARRIERA?
Dennis: – In realtà non sapevamo che quella sarebbe stata la fine della band. Avevamo votato per prenderci una pausa e recuperare le energie. Michael Bruce voleva fare un suo album solista, mentre sia Alice che Glen avevano grossi problemi con l’alcol.
Eravamo preoccupati per loro e pensavamo che una pausa avrebbe fatto bene ad entrambi, ma non pensavamo che sarebbe stata una pausa di cinquant’anni! “Battle Axe” (il disco registrato dai componenti della band dopo lo split con Alice Cooper con il moniker di Billion Dollar Babies, ndr) doveva essere il nuovo album degli Alice Cooper.
ALICE ERA IL FRONTMAN DELLA BAND, IL NOME DEL GRUPPO ERA LO STESSO NOME CHE USAVA LUI, IL PUBBLICO IDENTIFICA LA BAND CON LUI, MA È ANCHE VERO CHE VOI NON SIETE MAI STATI SOLO LA ‘SUA’ BAND. QUELLE CANZONI LEGGENDARIE ENTRATE NELLA STORIA DELLA MUSICA ROCK SONO STATE SCRITTE DA VOI. QUESTA COSA NON VI HA MAI DATO FASTIDIO? NON VI SEMBRAVA DI VIVERE UN PO’ ALL’OMBRA DI ALICE?
Dennis: – A volte sì, soprattutto per come ci trattavano le persone che lavoravano con noi, come se fossimo una band di turnisti. Non la nostra crew originale, che conosceva bene la nostra storia, ma più tardi ci è capitato di essere trattati in maniera diversa. Ma in generale, mi sarebbe piaciuto avere quel tipo di notorietà che fa sì che tu sei in una stanza a guardare la TV e ci sono cinquanta persone che ti fissano, come succedeva ad Alice? No, non mi interessa, mi accontento di farne parte e di aver contribuito a creare questa cosa.
Voglio dire, siamo stati noi a tirare fuori l’idea di portare sul palco un serpente, di mettere quei costumi strambi, tutte le trovate teatrali, tutto era un lavoro di squadra. Quello che non ci aspettavamo era che la nostra creatura ad un certo punto prendesse la palla e corresse avanti senza di noi.
Neal: – Abbiamo fatto tutti la nostra parte, compresa Kachina, il mio serpente, che è sulla cover di “Killer”! Noi scrivevamo la musica, Alice invece su occupava dei testi ed aveva lui l’ultima parola da quel punto di vista. All’inizio ci occupavamo tutti di fare le interviste e di parlare con i media, però man mano che la band diventava sempre più grande, la cosa era diventata ingestibile, perché noi dovevamo fare le prove, i soundcheck; quindi, questo compito è ricaduto sempre di più sulle spalle di Alice, che pian piano è diventato il volto stesso della band.
Mi ricordo però di un episodio: spesso dopo i concerti mi piaceva prendermi una birra e andare a rilassarmi un po’ nella limousine. Ne avevamo due, una bianca e una nera. Quella sera entrai nella bianca e a un certo punto arrivò il road manager, David Lieber, a dirmi che dovevo scendere perché quella era l’auto di Alice. L’avrei ammazzato, gli gridai che non c’era nessuna auto di Alice, così come non c’era la mia, quella di Dennis o di chiunque altro. Erano le nostre auto, anzi, a dirla tutta non erano nemmeno nostre, visto che erano a noleggi: ero a tanto così dal prenderlo a calci.
A parte quella volta, però, non abbiamo mai avuto problemi e lui era il nostro road manager, non si è mai comportato così, chissà che cazzo gli avevano detto per uscirsene con una cosa così. Il resto era più una montatura della stampa. Anche il discorso delle interviste: era naturale che se ne occupasse di più Alice, perché lui ha un talento naturale nel raccontare storie. Cosa avremmo dovuto fare, infilarci nelle interviste a dire “ah ma io questa cosa la ricordo diversa, non è andata così”. Non funziona. Quindi si è deciso così, lui avrebbe fatto le interviste e noi ci saremmo occupati della musica.
TORNANDO AL PRESENTE, ALICE HA DICHIARATO CHE È PIUTTOSTO IMPROBABILE UN TOUR COME ALICE COOPER BAND, MA PIUTTOSTO QUALCHE SHOW SPORADICO, IN ALCUNE CITTÀ SELEZIONATE. CHIARAMENTE A NOI FAREBBE MOLTO PIACERE VEDERVI DI NUOVO SUL PALCO ASSIEME, COSA POTETE DIRCI IN QUESTO SENSO?
Dennis: – Noi speriamo che possa realizzarsi. In fondo siamo la band che ha portato lo spettacolo nel rock’n’roll. Siamo una live band, l’album ha un suono live, questo è ciò che facciamo. Per me, più riusciamo a suonare, meglio è. Basta una telefonata e siamo pronti. Una telefonata e anche un assegno, magari (risate, ndr)!
Neal: – Quando Alice parla di un vero e proprio tour è vero, anche a me sembra difficile che accada. Ma alcuni show selezionati, come quelli che abbiamo fatto a New York o a Londra, perché no? Anche quelli sono venuti fuori all’improvviso, quindi al momento non saprei dirti né sì né no. Vedremo cosa verrà fuori.
Vedi, i nostri concerti duravano un’ora circa, mentre oggi Alice canta per quasi due ore. Una cosa così mi sembra difficile, se suonassimo per due ore dovrei avere qualcuno che mi massaggi il collo per tutto il tempo!
QUESTA DOMANDA È INDIRIZZATA SOPRATTUTTO A DENNIS. QUALCHE ANNO FA ABBIAMO AVUTO IL PIACERE DI VEDERE UN CONCERTO DEI BLUE COUPE, LA BAND CHE HAI FORMATO CON I FRATELLI BOUCHARD, IN CUI SUONATE I CLASSICI DI ALICE COOPER E BLUE OYSTER CULT.
NEAL, ANCHE TU HAI SUONATO CON JOE BOUCHARD, NEI BOUCHARD, DUNAWAY & SMITH. COM’È STATO PER VOI SUONARE LE CANZONI DEI BLUE OYSTER CULT?
Dennis: – Il modo in cui i Blue Oyster Cult scrivono le canzoni è molto diverso dal nostro. All’inizio avevo delle difficoltà a suonare le loro canzoni, non capivo delle parti, ma poi ci ho preso la mano ed è andata alla grande. Le nostre due band si sono conosciute nel 1972, perché dovevamo fare un concerto all’aperto, di cui eravamo headliner, e ci serviva una band di apertura. Ci era capitato di sentirli suonare e abbiamo subito pensato a loro, da lì poi siamo rimasti amici.
Negli anni siamo rimasti in contatto e sia Joe Bouchard (bassista dei Blue Oyster Cult dal 1970 al 1986, ndr) che suo fratello Albert (batterista dei Blue Oyster Cult dal 1970 al 1981, ndr) sono persone fantastiche, sempre sorridenti. E sono anche molto prolifici, hanno un sacco di progetti.
Abbiamo suonato un sacco di show e riceviamo ancora molte offerte, quindi sono sicuro che ci saranno altre occasioni in futuro, ma ora siamo totalmente concentrati su questa cosa.
Neal: – Il progetto che ha coinvolto anche me, invece, nasce dal fatto che Joe ad un certo punto ha vissuto nel Connecticut, vicino a dove stiamo io e Dennis. Quindi ci siamo trovati spesso a suonare, soprattutto negli anni in cui non eravamo negli Alice Cooper, e così sono nati i Bouchard, Dunaway & Smith.
Mi ricordo che suonavamo una bella versione di “(Don’t) Fear The Reaper”, con un arrangiamento che sembrava in stile The Who, più veloce ed esplosiva. Mi piaceva molto!
Dennis: – E pensa che l’ultima canzone del nuovo disco, “See You On The Other Side”, è stata suonata dal vivo per la prima volta proprio con i Bouchard, Dunaway & Smith. Neal ha scritto questa canzone per Glen Buxton e l’abbiamo suonata per la prima volta al Whiskey A Go-Go. Sarà stato agli inizi degli anni Duemila. Mi ricordo che c’erano delle persone commosse, perché tutti volevano bene a Glen. E anche se a lui le ballad non piacevano, ne abbiamo scritta una per lui lo stesso.

