Report di Carlo Paleari
Foto di Benedetta Gaiani
Ormai sono poche le band storiche nate negli anni Sessanta ancora in attività e ancora meno quelle che possono vantare una line-up formata per la gran parte da componenti storici. I Deep Purple, da questo punto di vista, rappresentano uno degli ultimi baluardi: i cinque continuano instancabilmente a produrre dischi (peraltro ancora dignitosissimi) e a macinare concerti su concerti, con risultati di pubblico ammirevoli per una band con sessant’anni di carriera alle spalle.
In questi casi, è abbastanza naturale che si apra un dibattito di opportunità: è auspicabile che nel 2026 ci sia una band di ottantenni (con l’ovvia esclusione di Simon McBride) a riempire un palazzetto come il Forum di Assago? Rispondere a questa domanda è più difficile di quanto si possa immaginare, soprattutto dopo un concerto che, a seconda del punto di vista dal quale si guarda, ha saputo dare argomenti a favore di entrambe le posizioni, come vedremo.
Ciò che, però, nessuno potrebbe mai negare è quanto i Deep Purple, ancora oggi, trovino sul palco la loro dimensione ideale: è lì che la loro straordinaria musicalità trova i momenti più vitali, è lì che diventa evidente quanto questi signori amino quello che fanno e quanto l’affetto delle migliaia di presenti sia un balsamo capace di dare sollievo a loro in primis.
Sono almeno dieci anni che ci prepariamo a dare l’addio a una band fondamentale della storia del rock, e ogni volta veniamo smentiti. Mai con quella sensazione di affettuoso imbarazzo che ci assale quando assistiamo ai concerti di chi, purtroppo, non ha più nulla da dire, ma con quel misto di stupore e sollievo per l’ennesimo risultato inaspettato.
Come band di apertura, in questo tour i Deep Purple hanno ospitato una giovane e promettente rivelazione dell’hard rock più selvatico, i JAYLER. Questa formazione inglese deve avere alle spalle un management di alto profilo, perché, con un EP e un solo disco, è riuscita ad ottenere degli ingaggi importanti, con esibizioni in festival come lo Sweden Rock e il Monsters of Rock in Brasile, e ruoli di apertura per band come Lynyrd Skynyrd, Guns N’ Roses e, appunto, Deep Purple.
Non appena i quattro attaccano il loro set con l’energica “Down Below”, però, si capisce immediatamente che di sostanza ce n’è, e pure tanta: i Jayler suonano un hard blues carico a pallettoni, figlio diretto dei Led Zeppelin, che li accomuna quindi ai migliori Greta Van Fleet o ai Rival Sons. Le radici sono evidenti e il cantante James Bartholomew è un chairo emulo di Plant, tanto nel canto quanto nel look, con i lunghi capelli biondi e il petto nudo sotto la camicia anni ’70.
Eppure, l’intenzione e la carica di questi ragazzi sono tali da riuscire a superare questa mancanza di originalità con una manciata di canzoni di ottimo livello. Le otto composizioni presentate, tra cui spiccano l’ottima “Riverboat Queen” e la solare “Need Your Love”, alternano passaggi più elettrici e graffianti a caldi momenti blues, lasciando sempre in primo piano il falsetto acuto e ribelle di Bartholomew.
Ottima anche la chiusura, affidata a “The Rinsk”, in cui la band si prende un po’ di tempo per allungare la parte strumentale, concedendosi un efficace omaggio ai Black Sabbath con un estratto di “War Pigs”. Un’esibizione convincente sotto ogni aspetto, per una band che senza dubbio continueremo a seguire con attenzione.
Introdotti da un filmato animato che ripercorre elementi dalle copertine di tutta la loro discografia, i DEEP PURPLE fanno il loro ingresso sul palco e attaccano con “Highway Star”, l’opener per eccellenza dei loro concerti fin dagli anni Settanta. Parlare della qualità stratosferica di canzoni come questa diventa quasi un esercizio di stile, quindi possiamo concentrarci fin da subito sulla performance dei cinque.
Da un punto di vista strumentale, la band appare in forma smagliante, superiore anche a quella mostrata nei tour immediatamente precedenti a questo. Ian Paice, affiancato da un solidissimo Roger Glover, non perde un colpo; Don Airey vola sui tasti con una naturalezza assoluta e il ‘giovane’ Simon McBride, ormai perfettamente integrato nella band, aggiunge una marcia in più alla performance. Su questo, però, non avevamo grandi dubbi, conoscendo bene le qualità strumentali dei quattro: il vero punto di domanda era come avrebbe retto Ian Gillan, alla veneranda età di ottantuno anni, nel cantare delle linee vocali impegnative anche per una voce più giovane.
La risposta dipende un po’ dal punto di vista che vogliamo assumere: è chiaro che se volessimo giudicare la performance di Gillan paragonata a quella di venti/trent’anni fa, il confronto sarebbe impietoso. Certe note sono irraggiungibili per le sue attuali possibilità e la fatica necessaria per avvicinarvisi è evidente, con acuti che tendono a diventare striduli e imprecisi.
Se, invece, valutiamo la medesima performance alla luce della sua età, allora non si può fare altro che levarsi il cappello di fronte ad un cantante che riesce a mantenere un livello tutto sommato accettabile, pur con qualche inevitabile compromesso.
La scaletta dei Deep Purple è da tempo una raccolta di canzoni abbastanza rodate, che danno particolare spazio a “Machine Head”, senza dubbio il disco più amato dal grande pubblico, con una buona selezione tra classici e canzoni più recenti. È noto che la scelta di cosa inserire sia ormai esclusivamente nelle mani di Gillan, il quale sceglie con attenzione ciò che ancora è in grado di cantare: largo quindi a “Lazy”, che con il suo lungo dialogo strumentale concede al cantante un po’ di riposo; non mancano i classici come “Perfect Strangers” e “Space Truckin’” – con un Ian Paice fuori scala per tocco e precisione – e, naturalmente, ampio spazio al materiale più recente, scritto su tonalità più accessibili.
Per nostra fortuna, la qualità mostrata in “SPLAT!” e nei suoi predecessori fa sì che anche questa scelta si riveli azzeccata, permettendoci di constatare anche dal vivo l’efficacia di brani come “Diablo”, “Sacred Land” e, soprattutto, “Arrogant Boy”, in cui Simon McBride e Don Airey possono scatenarsi in intrecci dinamici e coinvolgenti.
Tornando al chitarrista, la sua performance ci è sembrata in questa serata ancora più efficace, ed è sempre più evidente come il suo ingresso abbia dato qualcosa in più ai Deep Purple. Non perché sia più tecnico o personale di un gigante come Steve Morse, ma ci sembra evidente come il suo entusiasmo abbia cancellato quel senso di stanchezza che lo stesso Steve non ha nascosto negli ultimi anni prima del passaggio di consegne. Oltre a questo, l’ottima intesa nata con Don Airey ha contribuito a mantenere vivo quel livello di fantasia e di complicità che solo degli strumentisti di livello assoluto riescono a garantire.
Un paio di citazioni d’obbligo, infine, prima della carrellata finale di classici: la prima è per “Sometimes I Feel Like Screaming”, una grandissima canzone che mancava da qualche anno dalle scalette dei Purple e che rappresenta l’unica vera novità; la seconda invece è per “Guinnesis”, pregevole brano strumentale presente solo come bonus track in un’edizione di “SPLAT!” che sembra voler raccogliere il testimone di quella che era la “Well Dressed Guitar” di Steve Morse.
Il finale, invece, è un tripudio di evergreen che hanno fatto la storia del rock, dall’immancabile “Smoke On The Water” fino a “Black Night”, passando per “Hush”, il primo successo della band, datato 1968.
A mente fredda, un concerto come questo apre a numerosi spunti di riflessione, su come un’intera generazione di musicisti si stia attaccando con i denti a questi ultimi giri di giostra, talvolta (e non è certo il caso dei Deep Purple) con risultati imbarazzanti. Di come un certo pubblico stia cambiando e di quanto invece un’altra frangia sia ancora disposta a muoversi per le band della propria gioventù. E ancora di quanto questo sia o meno un ostacolo a quel ricambio generazionale di cui spesso abbiamo parlato anche attraverso i nostri canali.
Quello che però possiamo dire con certezza è che sul palco non abbiamo visto una versione imbarazzante di una grande band, ma al contrario cinque musicisti che ancora si divertono, che amano alla follia quello che fanno e che hanno dato al loro mestiere tutta la loro vita. Godiamoceli finché possiamo e alle riflessioni filosofiche sul futuro della nostra musica penseremo un altro giorno.
Setlist Deep Purple
Highway Star
A Bit on the Side
Into the Fire
Arrogant Boy
Diablo
Lazy
Sometimes I Feel Like Screaming
Sacred Land
Lazy Sod
Perfect Strangers
Space Truckin’
Smoke on the Water
Guinnesis
Hush
Black Night
JAYLER
DEEP PURPLE





































































