7.5
- Band: AMON AMARTH
- Durata: 00:46:04
- Disponibile dal: 02/10/2026
- Etichetta:
- Metal Blade Records
Gli Amon Amarth sono tornati: per fortuna, oggi come oggi, tutti i gruppi famosi fanno sempre uscire come minimo un paio di brani in anteprima, così i fan hanno già un’idea se dovranno disperarsi o se gioiranno per una nuova uscita che lascia ben sperare.
Tanti ormai nel 2026 si saranno rassegnati e forse non seguono più come un tempo questa band che negli ultimi anni in studio ha piuttosto deluso, ma incredibilmente i vichinghi svedesi si sono risvegliati e con “The Allfather Awakens” hanno la forza e l’energia per conquistare nuovi adepti.
Già il coro all’inizio dell’opener risuonerà nei locali e nei festival in cui la band si esibirà dal vivo, miglior inizio dal sapore ‘viking’ non poteva esserci: in questa “Gjallarhorn” ci sono alcune parti catchy non propriamente death metal, ma a differenza del recente passato si tratta di parti ispirate e coinvolgenti; inoltre, il riffing preponderante è bello massiccio, con quelle linee melodiche che hanno ormai reso famosa questa formazione e che sono sinonimo di garanzia.
La successiva “Eight Legs Of Thunder” è senza dubbio uno dei brani di punta dell’intero disco, dedicato anch’esso alla mitologia norrena ed in particolare al cavallo di Odino, quel mitico Sleipnir dalle otto zampe.
Da qui si può capire il collegamento del videoclip del singolo poc’anzi citato, che sicuramente dividerà critica e fan perché qui i vari musicisti sono una sorta di cowboy scandinavi dei giorni nostri. Spezzando una lancia a favore della band, va detto che anche in questa scelta, seppur per certi versi discutibile (poiché i Nostri non sono abbigliati con elmi e scudi medievali), si vede un piccolo tentativo da parte del gruppo di non riciclarsi all’infinito sempre nella solita, identica forma. Stilisticamente, da un punto di vista musicale, ci avviciniamo perfino a quanto fatto nell’indimenticabile “Twilight Of The Thunder God”.
Fin qui tutto bene, anche se c’è il timore di trovarsi davanti ad una ‘operazione nostalgia’ studiata a tavolino e che non viene propriamente dal cuore, magari con l’intento di recuperare qualche fan di vecchia data: tale paura, però, con il passare dei minuti si dissolve perché i brani successivi ci fanno vedere chi sono gli Amon Amarth del 2026, a cominciare da “Kvasir’s Blood”, brano bello pesante dall’aura a tratti apocalittica e con un cantato particolarmente ispirato, capace di dare un qualcosa in più nel refrain melodico della canzone. La parte centrale è più ariosa ed epica, ma l’importante è che riesce ad avvolgere il brano in un’atmosfera peculiare. Episodio senza dubbio molto riuscito.
“We Rule The Waves” è quindi un brano che molto probabilmente verrà in futuro riproposto spesso dal vivo degli svedesi, perché riporta la band indietro di qualche decennio, ai tempi di “Versus The World” e dintorni. Tutto convoglia e si realizza nel ritornello, in classico stile Amon Amarth in cui è l’anima vichinga a venire fuori con prepotenza.
Siamo arrivati così a metà album, e già si può dire che il gruppo stavolta ha sicuramente superato le aspettative, sebbene i tempi gloriosi degli album indimenticabili sembra siano tramontati anche per gli Amon Amarth, come del resto accade un po’ inesorabilmente a tutti quelli che sono in attività da tre decenni ed oltre.
Inizia “Upphaf” e qui arriva il vero punto di rottura: non per tutti sarà una novità, poiché la band ha fatto uscire in anteprima anche questo brano scatenando tutti i possibili tipi di commenti da parte dei fan. Si tratta del primo brano interamente acustico, di una vera e propria ballad.
Al di là del giudizio sul fatto che il brano funzioni o meno, va dato atto alla band di averci provato, di aver voluto rompere con gli schemi e di provare qualcosa di nuovo: si tratta di un pezzo valido, con una sua atmosfera semplice, ma densa. Sarà interessante sentirla riprodotta dal vivo, perché potrebbe diventare incredibilmente trascinante.
Il giudizio quindi è molto positivo, anche se va detto che gli Amon Amarth, se paragonati a gruppi che suonano musica viking metal, hanno ancora molto da imparare, in fatto di ballad, prima di arrivare ai livelli di gente come Einherjer, Månegarm ed altri.
La successiva “Die With A War Cry”, invece, è forse il brano più pesante dell’intero album: qui finalmente la band sembra aver definitivamente abbandonato quelle recenti influenze trasversali heavy oriented dalle melodie un po’ troppo ruffiane, per un brano possente e lineare che va dritto al sodo.
I capitoli successivi, compresa la title-track, non fanno entusiasmare più di tanto, sembrano esser state scritte con il pilota automatico, ma almeno su questo lavoro sembra che gli Amon Amarth si siano finalmente (ri)focalizzati sul loro genere musicale, ossia un certo tipo di death metal cadenzato, pur con tinte epiche in chiave nordica. Nessuno di questi episodi probabilmente sarà un brano che verrà ricordato negli anni e nella lunga produzione della band, ma hanno il merito di blindare e dare una identità precisa, quadrata ad un album e ad una formazione che sembrava non riuscire più a trovare la rotta giusta con il suo drakkar.
All’interno della discografia degli Amon Amarth forse questo “The Allfather Awakens” si può collocare più o meno al livello di un “Surtur Rising”. E adesso non resta altro che metterli alla prova dal vivo… row!
