9.0
- Band: SADIST
- Durata: 00:37:01
- Disponibile dal: 1995
- Etichetta:
- Nosferatu Records
Con l’espressione inglese ‘instant classic’ si vuole solitamente sottolineare il successo e il riconoscimento plebiscitario che raggiungono certe opere in un brevissimo lasso di tempo, in sostanza in concomitanza con la pubblicazione stessa, venendo immediatamente riconosciute in maniera indiscutibile come capolavori destinati a resistere all’inesorabile fluire del tempo e a rimanere quindi nella storia.
“Tribe”, secondo album dei Sadist, è esattamente l’opposto: un piccolo grande classico lo è diventato faticosamente nel tempo, ma oggi, a trent’anni di distanza, il gruppo progressive death metal ligure si può permettere di portarlo in tour riproponendolo nella sua interezza.
La ragione di tale riconoscimento tardivo è presto detta, “Tribe” non è un disco facile, né per tutti i palati, ma nel suo genere non teme confronti, neppure con le pubblicazioni dei gruppi più rilevanti e blasonati, e la storia degli ultimi decenni è qui a raccontarlo: un album mai dimenticato che anzi ha guadagnato sempre più consenso con il trascorrere del tempo.
Fondati nel 1991 a Genova dal chitarrista e tastierista Tommaso ‘Tommy’ Talamanca e da Marco ‘Peso’ Pesenti, già noto nell’ambiente come batterista dei Necrodeath, si stabilizzano presto come trio assieme al bassista e cantante Andrea ‘Andy’ Marchini; questa formazione registra due anni dopo l’album d’esordio “Above The Light”, che si incunea di diritto tra gli spunti più innovativi del metal estremo del periodo, tra i quali si possono citare i Death di ‘Human”, o i Pestilence di “Testimony Of The Ancients”, mantenendo però una forte connotazione personale, che si estrinseca innanzitutto nell’uso delle tastiere, introdotte nel death metal dai Nocturnus del recentemente scomparso Mike Browning, batterista originale dei Morbid Angel, con il loro album d’esordio “The Key” del 1990; in “Above The Light” però tali partiture si attestano su un gusto spiccatamente barocco, inoltre Talamanca s’inventa dei veri e propri botta e risposta tra chitarra e tastiere che poi ripropone dal vivo suonando i due strumenti contemporaneamente, suscitando grande stupore e ammirazione.
Nell’insieme è un disco sì pioneristico ma ancora legato al metal tradizionale e al progressive rock, senza i forti accenti jazz che caratterizzarono quell’anno di grazia 1993 in campo death metal, con l’uscita di tre album rivoluzionari: “Elements” degli Atheist, “Spheres” dei Pestilence e “Focus” dei Cynic.
E proprio da questi tre capisaldi discende “Tribe”, che comunque li segue a stretto giro – la prima pubblicazione è ad opera dell’etichetta catanese Nosferatu Records appena un paio d’anni dopo – e mantiene, esattamente come il suo predecessore, una forte impronta personale, accentuata ulteriormente dalla spinta avanguardistica data dall’ibridazione con la fusion e dal cambio di formazione.
Il ruolo dell’uscente Andrea Marchini viene infatti spezzato in due: al basso subentra Chicco Parisi, musicista di impostazione funky, e alla voce Andrea ‘Zanna’ Zanini, cantante death atipico, dal growl alto, stridulo e strozzato.
Talamanca s’incarica non solo di scrivere le nuove parti di chitarra e tastiere, ma di arrangiare e registrare, con l’ausilio del sintetizzatore, tutti gli strumenti, compresi basso e batteria; il resto del gruppo va comunque a integrare al meglio le vulcaniche idee del giovane e talentuosissimo polistrumentista: il basso di Chicco, alle prese anche col fretless, è assolutamente impeccabile nel conciliare death metal e altri universi musicali, e risulta particolarmente sbalorditiva la sua prova sulla title-track; Zanna, pur non aderendo ai classici canoni imposti dal genere, riesce a inserirsi perfettamente nelle trame delle nuove canzoni, che risultano alquanto sperimentali e decisamente meno barocche rispetto all’album d’esordio; addirittura riesce nell’impresa di risultare credibile su un brano senza chitarre, “The Ninth Wave”, raffinatissimo e accorato tributo ai Goblin di Claudio Simonetti.
Entrambi all’unica esperienza in studio con la band, lasceranno un’impronta indelebile al disco, riuscendo a non far rimpiangere il loro comune predecessore e nemmeno a sfigurare se confrontati con i preparatissimi – e in alcuni casi virtuosi – musicisti che suoneranno poi nelle varie incarnazioni dei Sadist.
Discorso a parte merita Peso, la cui inventiva, precisione, velocità ed estrema pulizia di suoni non può che valergli l’appellativo di Dave Lombardo italiano; il suo apporto a “Tribe” è fondamentale e ineccepibile e l’abbandono prematuro l’anno successivo assolutamente cruciale per le sorti dell’ensemble
Oltre al jazz e al rock progressivo fanno capolino nelle composizioni diversi elementi etnici, frutto delle sperimentazioni di Talamanca col sintetizzatore: bouzuki, sitar, percussioni di vario tipo colorano i nuovi pezzi e spingono il quartetto a intitolare il nuovo lavoro “Tribe”, imbastendo una sorta di concept dove ogni brano, sia nella musica che nei testi, evoca tribù o popoli diversi.
Su “India”, è il sitar ad aprire il brano e a strutturare il riff portante, sullo straordinario pezzo conclusivo “The Reign of Asmat” le percussioni tribali evocano un atto di cannibalismo perpetrato da una tribù della Nuova Guinea.
Ma il vero brano di riferimento dell’album è “From Bellatrix To Betelgeuse”, e, in linea con il carattere unico e stravagante dell’opera, è un brano strumentale, in cui la freddezza della tastiera Yamaha DX7 richiama alla mente immaginari viaggi stellari.
Un azzardo talmente riuscito da caratterizzare fortemente l’album stesso e addirittura l’intera carriera dei Sadist, che continueranno a proporre dei pezzi simili sui dischi successivi: tolti Metallica e Iron Maiden, risulta difficile trovare altri gruppi metal la cui storia sia così strettamente legata a dei loro brani strumentali.
Come accennato, i Sadist abbracciano in toto la filosofia che muove i primi gruppi che innestano il jazz nel death metal, e in particolare i Cynic di “Focus”, album estremamente vicino al concetto di fusion, una commistione di jazz, rock, funk e psichedelia; tutti i numerosissimi assoli di chitarra e tastiere disseminati su “Tribe” seguono tale ordine di idee e sono tutti di pregevolissima fattura, le strutture delle canzoni sono innovative ma mai astruse, le accelerazioni assolutamente devastanti, ogni canzone ha una propria chiara identità, a cominciare da “Escogido”, prima traccia e inno estremo e progressivo quasi impareggiabile. Il suono è perfettamente in stile anni Novanta e non ha perso un briciolo del suo impatto, grazie soprattutto a una pulizia di suono inappuntabile.
Se la popolarità dell’album al momento dell’uscita rimane confinata alla ristretta cerchia degli appassionati, non bisogna credere però che la sorte della maggior parte di quei lavori e di quei musicisti, anche di maggior prestigio, sia stata molto differente: Pestilence, Atheist e Cynic si sciolsero dopo tour andati deserti o vendite insignificanti.
In ogni caso “Tribe” riscosse un certo successo in Giappone e la tedesca Rising Sun decise di investire sui musicisti italiani, acquisendo i diritti del disco e mandandoli in tour in Europa con Edge Of Sanity, Dew Scented e Lake Of Tears; il videoclip della title-track fu diffuso sul celebre programma di MTV “Headbangers Ball”, ma il processo di mitizzazione di “Tribe” era ancora di là da venire.
Le ulteriori sperimentazioni cyber-thrash di “Crust” e quelle addirittura nu metal di “Lego”, sancirono anche per i Sadist la fine della prima parte della loro carriera; il ritorno del 2005 fu inevitabilmente all’insegna di un suono più vicino a quello dei primi due album, e la profonda devozione verso Claudio Simonetti sfocia in una collaborazione: al tastierista e compositore romano viene chiesto di reinterpretare la strumentale “Sadist”, presente sul disco d’esordio, e la nuova versione comparirà alla fine dell’album omonimo del 2007. Successivamente, nel 2018, arriverà anche l’album incentrato sulla filmografia di Hitchcock, altro attestato di affetto verso le colonne sonore horror.
“Tribe” ha continuato a plasmare gran parte della carriera dei Sadist in molti modi diversi; oltre a essere il loro classico per eccellenza è anche il loro DNA, il codice genetico trasmesso ai lavori successivi che però non sono mai mere ripetizioni dell’originale, a ribadire l’integrità artistica di un gruppo eccezionale, tra i più importanti di sempre nella storia del metal tricolore.
