MOONSPELL – Un infinito flirt con Dio e il Diavolo

Pubblicato il 21/08/2026 da

I Moonspell sono un baluardo della musica metal declinata in forme gotiche e romantiche. Nella loro discografia sono stati capaci di mantenere una linea stilistica solida e non fraintendibile, pur cambiando pelle ad ogni album, affrontando con coraggio ogni svolta stilistica, senza stare troppo a preoccuparsi su quali potessero essere le reazioni del pubblico e della critica.
Alla fine hanno avuto ragione loro, perché, se pure non tutte le loro uscite si sono rivelate capolavori indiscutibili e fondamentali, il segno dei Moonspell su ognuna di esse è sempre stato indelebile. Qualcosa di buono e da ricordare lo hanno espresso ad ogni disco, prendendosi i loro tempi, scrivendo musica quando l’ispirazione era reale, non derivante da obblighi discografici stringenti.
Così anche “Far From God”, apparentemente così semplice, immediato, basilare sotto molti aspetti, porta in dote delle ottime canzoni, melodie e ritornelli che sanno avvincere ed emozionare, senza dover inventarsi chissà cosa, arrampicarsi in esperimenti arditi o idee poco convenzionali.
Fernando Ribeiro, cantante e leader della formazione lusitana, è il nostro piacevole interlocutore per commentare passato, presente e futuro della sua creatura, oggi ancora al centro del grande universo delle sonorità oscure in forma metal.

ARRIVAVATE DA UN ALBUM ECLETTICO E ABBASTANZA SOFT PER I VOSTRI STANDARD COME “HERITAGE”, UN DISCO CHE, PER COME VIENE SPESSO FRUITA LA MUSICA OGGIGIORNO, CON TROPPA FRETTA E POCA ATTENZIONE, NON È FORSE STATO APPREZZATO APPIENO PER TUTTE LE SUE QUALITÀ. È UN ALBUM MOLTO ETEROGENEO, PER ALCUNI ASPETTI DISTANTE DA QUELLO CHE SIAMO SOLITI ATTENDERCI DA VOI. A CINQUE ANNI DI DISTANZA DALLA SUA USCITA, CHE GIUDIZIO AVETE SU “HERITAGE”?
– Eclettico lo è sicuramente, soft dipende da quello che stai cercando. La musica è uno stato d’animo, i Moonspell non sono mai stati una band che si nasconde dietro dei confini precisi per assecondare la critica o il pubblico. Non fa per noi questo comportamento. Inoltre crediamo ci sia molto da esplorare nella musica, non avrebbe senso stare fermi in una zona di comfort.
Gli Ulver una volta dissero una frase che a noi piace molto: “È solo musica, non spaventatevi”. Questa è un’ottima sintesi per me. “Hermitage” è stato amato, odiato, alcuni hanno profetizzato la nostra fine dopo quel disco, altri ci hanno supportato. In fondo, è ‘solo’ un altro disco dei Moonspell, un giorno in ufficio per me. Ah, per chiudere: “Hermitage” è stato ristampato di recente, per un periodo le copie fisiche sono andate completamente esaurite.

CON “FAR FROM GOD” SIETE RIMASTI SU UN FRONTE ABBASTANZA TRANQUILLO DELLA VOSTRA MUSICA, PROPONENDO ATMOSFERE RAFFINATE E INTIME, RICORDANDO IN MOLTI CASI UN GOTHIC ROCK OLD-FASHIONED MA NON DATATO. AVETE INTENZIONALMENTE DECISO DI ESPLORARE QUESTO LATO DELLA VOSTRA MUSICA, OPPURE SIETE ARRIVATI A QUESTO TIPO DI CANZONI ATTRAVERSO UN CAMMINO MENO OVVIO E PIÙ COMPLESSO?
– A volte sì, a volte no. Non definirei brani come “Your Promise Of Light” o “Our Freedom To Fall” come particolarmente leggere, ma, ehi, io cosa ne poso sapere? Eravamo intenzionati a scrivere canzoni semplici ma profonde, un album da prendere o lasciare, evitando il solito dibattito su quanto suonassimo bene. L’obiettivo era creare nuovi ricordi, con la firma dei Moonspell. Certo, abbiamo avuto album più pesanti come “The Antidote”, “Memorial”, “1755” o “Night Eternal”, ma appartenevano al loro tempo e al loro stato d’animo, e chissà cosa ci riserverà il futuro.
I Moonspell non sono mai stati una band estrema, quindi è sbagliato aspettarselo da noi. Flirtiamo con Dio e il Diavolo, sappiamo che è folle, forse è un’affermazione un po’ ingenua e donchisciottesca, ma è legittimo farla, quanto scrivere dieci album su Satana, la guerra o i vichinghi. A giudicare dalla risposta a “Far From God” fino ad ora, un sacco di gente ha apprezzato quello che abbiamo fatto.

“CROSS YOUR HEART” E “FAR FROM GOD” SONO SCELTE IDEALI PER I SINGOLI, PERCHÉ HANNO LA STRUTTURA E LE MELODIE TIPICHE DELLE CANZONI CHE DEVONO COLPIRE CON POCHI DETTAGLI, IMPRIMENDOSI NELLA MENTE DEGLI ASCOLTATORI IN UN NUMERO LIMITATO DI ASCOLTI. COME VI SENTITE A SCRIVERE CANZONI COSÌ ‘SEMPLICI’, DOVE ANDATE AL CUORE DELLA MUSICA GOTICA, SENZA ALCUNA SOVRASTRUTTURA O ESPERIMENTO?
– È una cosa che mi piace moltissimo, la amo davvero. Lasciamo volentieri le grandi sovrastrutture, l’iper-complessità, a chi sa farlo, ha le doti per fare quel tipo di musica, come i Meshuggah o gli Opeth, ad esempio.
Le nostre ambizioni e la nostra tecnica sono assai più modeste, nonostante abbia semplicemente adorato l’ultimo album degli Opeth, che ho paragonato a una visita a una galleria sonora, con le canzoni che sono, in qualche modo, immagini in movimento. Spero che le canzoni dei Moonspell suscitino sentimenti più basilari e affini a quell’atmosfera, quello spirito emotivo di cui abbiamo parlato nella prima domanda, una specie di sottile resa dei conti.

IN UN ALBUM DOVE L’ATMOSFERA GENERALE È SPESSO CALMA E SETOSA, CI SONO AL CONTRARIO ALCUNE CANZONI DOTATE DI UN PIZZICO IN PIÙ DI RABBIA E CHE RICHIAMANO LA VOSTRA ANIMA PIÙ ESTREMA. UNA DI QUESTE È “THE GREAT WOLF IN THE SKY”, DIVISA TRA LE TASTIERE ETEREE DI PEDRO PAIXÃO E BREVI MOMENTI COLMI D’IRA; CHI È IL LUPO DI CUI PARLATE E PERCHÉ SENTIAMO QUESTO DUALISMO SONORO NEL BRANO?
– Approcciamo la figura del lupo vedendola come una figura cosmica, protettiva, invece che come una bestia feroce. Da qui, il feeling etereo della canzone. Così, la canzone ha assunto una dimensione tragica perché uno dei nostri più grandi fan portoghesi è morto proprio mentre stavamo terminando il disco. Era un caro amico della band, veniva dal mio quartiere, e lascia la moglie e la figlia, alle quali ho chiesto il permesso di dedicargli questa canzone.
“The Great Wolf In The Sky” rappresenta uno dei traguardi più ambiziosi raggiunti in “Far From God”: strofe molto intime, bridge selvaggi e infine ritornelli più potenti della morte stessa.

IN “YOUR PROMISE OF LIGHT” PORTATE ALL’ESTREMO L’AMBIVALENZA TRA SEZIONI AL LIMITE DELL’AMBIENT E ALTRE LEGATE AL GOTHIC METAL, DANDO ENFASI A MELODIE MOLTO MINIMALI, CONTRAPPOSTE AD ACCELERAZIONI TIPICAMENTE BLACK METAL. COME AVETE LAVORATO SU QEUSTO BRANO E CHE TIPO DI SENSAZIONI VOLEVATE EVOCARE?
– Si tratta probabilmente della canzone più cupa del disco, musicalmente desideravamo evocare una progressione di scale maggiori e contorte all’inizio, piccoli pattern di batteria sincopati, quindi legare il tutto con un bridge melodico e un ritornello più esplosivo. Il testo parla di una promessa, la promessa della luce, di un uomo distrutto, che era quasi arrivato a raggiungere questa luce, ma poi non è riuscito ad andare avanti e ha dimorato per sempre nella pace della mente che l’oscurità porta con sé.

QUAL È CANZONE DI “FAR FROM GOD” VI HA DATO MAGGIORI DIFFICOLTÀ PER ESSERE COMPLETATA, PER QUALCHE MOTIVO?
– Penso sia “Reconquista”, non eravamo sicuri su come andasse approcciata, dal punto di vista vocale, soprattutto. Queto pezzo cade nella categoria delle ‘ultime canzoni del disco’, com’erano “Fullmoon Madness”, “Alma Mater”, “The Future Is Dark” e altre ancora, dove vi è un dove c’è una costruzione e una sorta di nota autobiografica impressa sulla canzone, principalmente legata ai propri sacrifici, la lunga strada che bisogna intraprendere per diventare un musicista, il provenire dal Portogallo e tutte le tensioni che ne derivano.

SE TU DOVESSI PARAGONARE “FAR FROM GOD” A UNO DEI VOSTRI PRECEDENTI ALBUM, QUALE SAREBBE?
– Potrebbe essere “Irreligious”, “Omega White” (il secondo disco presente nell’edizione speciale di “Alpha Noir”, ndr) e “Darkness And Hope” per la sua evidente semplicità, omogeneità e l’accento gotico. Sono altrettanto sicuro, o almeno questa è la mia speranza, che “Far From God” abbia vita propria e una personalità tutta sua, porterà nuove storie ed esperienze nella nostra relazione con i fan.

IL FUTURO DELL’ARTE COSÌ COME L’ABBIAMO CONOSCIUTA FINORA SEMBRA ESSERE MINACCIATO DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHE SFRUTTA IL LAVORO UMANO PER COSTRUIRE QUALCOSA DI ARTIFICIALE, SENZ’ANIMA, SEMPLICEMENTE FRUTTO DEL LAVORO DI UNA TECNOLOGIA DI ALTISSIMO PROFILO. CHE PERCEZIONE HAI DI QUESTO PROBLEMA E COME PENSI CHE ARTISTI E FAN DOVREBBERO REAGIRE A CIÒ CHE È IN GRADO DI FARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE?
– Non ho una risposta netta sulla questione. Penso che il problema sia sempre lo stesso: gli uomini hanno scoperto il fuoco e la civiltà è progredita. Potevamo cucinare il cibo, potevano stare caldi, ma abbiamo anche bruciato città. L’umanità ha inventato la ruota, così abbiamo iniziato a viaggiare più velocemente e incontrare altre culture, trasportare maggior peso, commerciare, ma nella modernità abbiamo anche molte persone che muoiono in incidenti stradali.
Io capisco che l’intelligenza artificiale sia una scelta, uno strumento potentissimo e del quale non dovremmo avere timore, mentre dobbiamo stare attenti all’uso che ne può essere fatto. Dobbiamo capire che abbiamo una responsabilità quando la utilizziamo e comprendere come vogliamo esercitare questa responsabilità. Noi siamo il problema, non ChatGPT o Suno.

ARRIVATI A QUESTO PUNTO DELLA CARRIERA, QUAL È LA COSA PIÙ IMPORTANTE PER VOI COME BAND E, INDIVIDUALMENTE, COME PERSONE? COSA ANDATE CERCANDO, NELLA VOSTRA ATTIVITÀ COME MOONSPELL?
– Come persona, desidero vivere il privilegio della musica il più a lungo possibile, sia come autore di canzoni, musicista in tournée o semplicemente come ascoltatore o spettatore di concerti. Lo stesso vale per altre forme d’arte, dove posso trovare conforto e persino più pace, il mio unico obiettivo come uomo di cinquantuno anni. Per quanto riguarda i Moonspell, sentiamo di avere ancora della nuova musica in serbo e abbastanza energia per andare in tour. La parola chiave è, era e sarà sempre quella di tenere la testa fuori dall’acqua e sopravvivere con stile, se possibile.

NEGLI ULTIMI ANNI AVETE TENUTO ALCUNI TOUR BASATI SUL MATERIALE DI “WOLFHEART” E “IRRELIGIOUS”. STATE PENSANDO DI DEDICARE IN FUTURO ALCUNI CONCERTI AD ALTRE PARTI DELLA VOSTRA CARRIERA, QUALCOSA LEGATO AD ALCUNI SPECIFICI ALBUM O DETERMINATI PERIODI TEMPORALI?
– Sì, è un’idea che ci gira in testa. Credo sia importante ogni tanto connettersi con il proprio passato, la propria storia, è un esercizio meraviglioso anche per noi, scavare negli archivi e celebrare canzoni che non ci appartengono più, nel senso che non rappresentano quello che siamo oggi, ma che appartengono alla comunità che segue la nostra band.
È anche un bivio impegnativo, che non avremmo mai potuto prevedere quando scrivevamo e pubblicavamo quegli album, visto che la maggior parte di essi, anno dopo anno, arriverà a compiere trent’anni. Il prossimo a raggiungere questo traguardo sarà “Sin/Pecado” e mi piacerebbe registrarlo di nuovo come hanno fatto i Paradise Lost con “Icon”. Penso che sarebbe fantastico, e sarebbe bello anche portarlo in tour in qualche modo. Vedremo se si potrà fare.

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